"Il mio impegno è tramandare la memoria, che in un mondo pieno di ingiustizie è un vaccino contro l'indifferenza." Questo è il messaggio che Liliana Segre vuole trasmettere ai giovani, un messaggio che li invita a non dimenticare la tragedia e l'orrore che è stata la persecuzione razziale, e che nello stesso tempo vuole essere un invito a non perdere mai la speranza e a "camminare nella vita, una gamba davanti all'altra. Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita"

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Scolpitelo nel vostro cuore
Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella Memoria
- 120 pagine
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Scolpitelo nel vostro cuore
Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella Memoria
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9788856667547
NEL CAMPO DI STERMINIO
Ero sola. A tredici anni entrai da sola nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. I ragazzi mi chiedono spesso: «Ma come hai fatto, Liliana? Come ha fatto quella bambina, da sola, lì dentro?».
Non so rispondere, e spesso anch’io me lo domando. È qualche anno che confido all’amico Ferruccio De Bortoli, che mi accompagna pazientemente durante la testimonianza del Giorno della Memoria: «Ho paura». Eppure, sono così tanti anni che parlo di questo argomento, è la mia missione. A volte mi sento un araldo, di quelli che andavano per i paesi gridando le notizie perché i giornali non c’erano.
È la mia missione, ma non ho sempre la risposta a tutte le domande.
Me lo chiedo anch’io, sì. Come ha fatto quella ragazzina lì? Quella Liliana ingenua e fragile, come tutte le ragazzine a quell’età? E mi sento sdoppiata, mi sento la nonna di me stessa, sono la nonna di me stessa, come mi sento oggi la nonna dei ragazzi che incontro. Come ha fatto, una gamba davanti all’altra, a sopravvivere? Così sola? A resistere alla fame? Al freddo? Alle percosse? Come ha fatto a non piangere più? Come è riuscita a dimenticare il mondo intorno a sé, per vivere? A crearsi una vita fasulla, una vita di fantasia: la sua stellina che salutava tutte le sere dalla finestra, come se vivesse in un luogo normale. Come ha fatto a resistere? Io ho una pena infinita di me stessa ragazzina. Veramente, ne ho una pena infinita.
Devo parlare di una cosa a questo punto: la spinta alla vita. Sì, fu straordinaria! È la spinta alla vita che mi era stata consegnata con l’amore che avevo avuto prima, fra i miei cari. Quell’amore meraviglioso di mio papà e dei miei quattro nonni e la casa, le belle cose che avevo, quello che avevo avuto in quei tredici anni della mia vita precedente. Fu questo a farmi scegliere la vita. La vita può riservare delle splendide sorprese. E infatti io, quando parlo ai ragazzi, miei nipoti ideali, dico: «Scegliete sempre la vita. Non fatevi abbattere dalle difficoltà. Se ce l’ho fatta io, ce la farete anche voi».
A volte leggo di ragazzi che si sono suicidati per i problemi a scuola, o perché vittime di bullismo. «Ma dovete essere fortissimi» dico negli incontri. «Anche contro i bulli. Perché voi siete più forti dei bulli. Sono i bulli che sono pietosi. Se sono violenti vuol dire che dentro di loro sono debolissimi. Se anche prendete uno schiaffo, una botta, da un bullo, dovete avere nei suoi confronti disprezzo e non paura, perché sono loro i perdenti nella vita. Quelli che credono di essere gli eletti, quelli che credono di essere i più forti: lo vedete cosa ha dimostrato la Storia? La Storia ci ha fatto vedere come vanno a finire quelli che credono di essere i più forti.»
Quella povera Liliana di allora sceglieva la vita. Ma attenzione, dentro Auschwitz non ci si salvava perché si sceglieva la vita. Tutte noi prigioniere sceglievamo la vita. E la maggior parte non sono tornate. È stato il caso. O forse era il mio destino. Forse dovevo salvarmi per essere qui, dopo così tanti anni, a trasmettere questo monito verso la vita, contro l’odio, contro i razzismi, contro tutto quello che oggi sembra ripresentarsi: non bisogna lasciare che passi, guai a farli sentire i più forti. Quelli che propugnano di nuovo le teorie che la Storia ha bocciato, non sono loro i più forti, sono degni solo di disprezzo. Sono le persone civili, le persone rette, le persone giuste e quelle che fanno il loro dovere, i forti. Non sono quelli che hanno cercato, anche su di me, di averla vinta. Io ho scelto la vita. Quella ragazzina debole, scheletrita, arrivata a pesare trentadue chili, ha provato a farcela. Io sono stata come quei malati terminali che non staccano la spina, perché la vita può essere bellissima, perché dopo una fase tragica, come quella che ho vissuto, puoi ancora vedere i fiori sbocciare sugli alberi, puoi ancora vedere che da te nasce ancora la vita! Puoi ancora vivere l’amore, puoi ancora, di nuovo, avere la tua casa nel mondo. Quindi bisogna essere forti. Avere speranza e scegliere la vita. Sempre.
Sì, è stata dura per Liliana bambina dentro il campo.
Diventai operaia-schiava per più di un anno in una fabbrica di munizioni. Ho conosciuto anche la catena di montaggio, con il lavoro che ti opprime e non vedi mai la fine della giornata. Sei obbligata, da schiava quale sei, a fare un lavoro per la guerra. Facevamo le munizioni per l’armata tedesca.
Dopo aver lavorato tutto il giorno come operaia-schiava, tornavi al campo. Non ne potevi davvero più dalla stanchezza. Era qualcosa di inimmaginabile. Trascinavamo le gambe ed entravamo nella baracca. Da lì si vedeva, in fondo, una ciminiera. Fuoco o fumo segnalavano se erano attivi i forni in quel momento o se lo erano stati durante la giornata.
E la notte? I ragazzi me lo chiedono. «Liliana, com’era la notte? Si dormiva?» Oh, sì, si dormiva. Si dormiva in quei giacigli sporchi, stretti. Eravamo cinque, sei prigionieri. Si dormiva con gli insetti che ti camminavano sopra, con la prepotenza di chi trascinava dalla sua parte quella orrenda coperta stracciata che era per sei persone. Si dormiva con le dita nelle orecchie, per non sentire i rumori del lager, di notte. Quali rumori? I gruppi dei deportati che arrivavano, le famiglie che venivano divise e i bambini che piangevano. Le grida di chi veniva portato subito al gas.
C’erano quei rumori nella notte del lager. Noi non volevamo sentire. Noi volevamo vivere. Noi dovevamo dormire: dopo quella giornata, ne iniziava un’altra. Erano richiami di un’umanità che eravamo stati all’inizio, appena arrivati al campo. Poi dovevi cambiare per sopravvivere. Le grida dei bambini a cui era stata strappata la madre, che venivano subito gasati e bruciati, quei piccoli innocenti erano i grandi nemici del Grande Reich Tedesco. Non volevo sentire! Io mi ero creata una doppia vita vigliacca, perché io ero paurosa. Io non sono stata mai un’eroina. Non è per raccontare che sono stata un’eroina, che ogni anno rivivo lo strazio di quei giorni. Per carità! Ero l’ultima delle prigioniere, la più stupida, quella a cui poteva capitare qualunque cosa. Semplicemente mi ero creata un’altra vita: non volevo vedere le compagne in punizione, le persone sofferenti, non volevo vedere quei mucchi di cadaveri scheletrici fuori dal crematorio, in fila, pronti per essere bruciati. Non ce la facevo. No. Non volevo guardare i soldati, non volevo guardare il filo spinato, io non volevo guardare la fiamma del forno. Sapevo, ma non volevo, non volevo, non volevo essere lì. Io ero un’altra. Ero quella di prima, quella che correva nei prati.
Nel tempo che trascorsi a Birkenau e ad Auschwitz passai tre volte la selezione. Le kapò ci chiudevano nelle baracche a gruppi di quaranta, cinquanta donne, tutte nude. E quella nudità era anche persecuzione, perché la prigionia delle donne, il togliere loro la dignità, faceva - ne sono convinta - parte di un disegno di persecuzione ancora più orrendo di quello verso gli uomini. Col nostro povero corpo indicibilmente magro avevamo perso anche ogni tratto femminile: eravamo ormai senza sesso, senza età, non più persone, non più donne. Nude, dovevamo entrare in una sala e presentarci a quel tribunale di vita o di morte che ci aspettava lì dentro. Tre uomini, due in divisa e un medico. Quest’ultimo ci avrebbe guardate davanti, dietro, in bocca, per vedere se eravamo ancora adatte al lavoro. E come ha fatto quella Liliana d’allora? Come ha fatto - nuda, misera, sola - a presentarsi davanti a quel tribunale? Era orrendo sentirsi scrutare da quel medico col camice bianco. Lessi poi, dopo molto tempo, che si trattava di Josef Mengele, tristemente noto anche per gli esperimenti sui bambini ebrei.
Un giorno lui mi fermò. Io, terrorizzata, dentro di me continuavo a ripetermi: «Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere». Quello mi mise un dito sulla pancia e mi chiese in tedesco: «Tu di dove sei?». E io, col terrore nella voce, risposi in tedesco che ero italiana.
E lui disse: «Oh, ma che orre...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Daniela Palumbo
- Vi racconto una storia
- LE LEGGI RAZZIALI
- LA GUERRA E LA FUGA
- LA PRIGIONE
- IL VIAGGIO VERSO AUSCHWITZ
- NEL CAMPO DI STERMINIO
- LA FINE DELLA GRANDE GERMANIA
- IL RITORNO
- Io, Senatrice a vita
- Copyright