Il tram era pieno zeppo. Era l’ora del ritorno, la gente rientrava a casa per andare a cena.
La signora Dearson era riuscita a trovare un posticino tra due signore ingombranti e Jonas le stava accanto con il braccio appeso a una maniglia di gomma. Tutto intorno c’erano cappotti, pance, culi, borse e buste della spesa. Gli odori si mescolavano in un minestrone sgradevole di tabacco, sudore e naftalina. Nonostante questo, a Jonas piacevano i viaggi in tram, quel rumore sempre uguale e la città che correva silenziosa dietro i finestrini. Sospendeva i contatti col mondo e si lasciava cullare dal ritmo ondeggiante della marcia.
Guardò sua madre, aveva il viso segnato, sembrava invecchiata. Pensò che anche lui stava crescendo, e che probabilmente di lì a poco le cose sarebbero cambiate, niente più merende al parco, niente più ritorni a casa in quella strana atmosfera di luci gialle, niente più la vita di prima. Fermata dopo fermata, il tram si svuotò. Era sempre così man mano che ci si allontanava dal centro e si procedeva verso i sobborghi. A un paio di fermate dalla loro qualcuno si accostò a Jonas, e lo urtò distrattamente, il ragazzo perse l’equilibrio e la mamma lo acchiappò al volo per evitare che cadesse.
– Che ti prende, Jonas?
– Non è colpa mia.
– E di chi?
– Quel tizio che è sceso adesso…
Jonas indicò il tipo che procedeva rapidamente sul marciapiede. Lo vide sparire dietro un angolo.
– Di chi stai parlando?
– Quello che… ha girato di là…
La madre lo guardò. Jonas conosceva quello sguardo, non c’era nessun tizio, quel tizio se l’era immaginato. Dopo qualche minuto scesero anche loro.
Mentre camminavano verso casa cominciò a calare la nebbia, come ogni sera, e tutto divenne denso, sfumato. Jonas contò le ombre dei lampioni sul marciapiede, segnavano il passaggio come sentinelle in fila sul campo di battaglia. Venticinque sentinelle nella nebbia, dalla fermata fino a casa.
Quando arrivò salì nella sua stanza. Accese la luce sullo scrittoio, appese il cappotto nell’armadio e si stese sul letto, senza fare nulla. Ripensò a Nina, a come a volte si sentiva confuso quando loro due erano così vicini, sentiva una specie di formicolio lungo tutto il corpo, pensò al profumo dei suoi capelli, e alla sua voce, nel buio delle sue giornate. Gli venne in mente anche quello che lei gli aveva detto poco prima di andarsene, sussurrandoglielo nell’orecchio, quella faccenda che tutti hanno un segreto. Lui ce l’aveva un segreto, ma non era convinto che fosse una fortuna.
Verso le otto sua sorella si affacciò sulla porta e gli disse che di sotto era pronto. Aveva la solita aria annoiata e una ridicola maglietta che le lasciava scoperto l’ombelico.
Jonas disse che sarebbe sceso subito. Doveva solo mettere a posto una cosa.
– Ok, ma sbrigati, che papà sta storto. Non voglio sentirlo sbraitare per colpa tua, come al solito.
Le cene dei Dearson non erano ai primi posti in classifica tra le cose più divertenti da fare in città. Nessuno parlava con nessuno e tutti sembravano non vedere l’ora di finire di mangiare per andare a fare qualcos’altro altrove.
Quella sera c’erano il cavolfiore bollito e l’aringa. Jonas pensava che sotto sotto doveva esserci un complotto. Facevano a gara a mangiare cose che lui detestava, e il cavolfiore bollito con l’aringa era nella top ten dei cibi più detestabili della speciale classifica Dearson. Jonas era costretto a masticazioni interminabili prima di riuscire a buttare giù quel bolo di pesce nordico e ortaggi puzzolenti.
A volte sognava un mondo fatato, un oceano meraviglioso di alici e merluzzi finalmente liberi di nuotare felici, lontani dalle reti dei pescherecci e soprattutto lontani dalla sua tavola.
Comunque anche quella sera nessuno fiatò. La mamma metteva e toglieva i piatti e suo padre, che non si era ancora tolto la tuta, masticava facendo i soliti rumori con la bocca.
Morgana, di tanto in tanto, guardava Jonas e poi rimetteva gli occhi sul piatto.
Non c’era una bell’aria. Non c’era affatto una bell’aria.
– Che hai fatto oggi, Jonas?
Il padre sembrò svegliarsi da un torpore e si pulì la bocca con un tovagliolo unto.
– …Niente.
– Niente?
– Niente di particolare.
– Che vuol dire?
– …Sono stato al parco, con la mamma.
– E che hai fatto?
– Le solite cose.
Morgana si alzò e posò il tovagliolo accanto al piatto.
– Io vado in camera mia.
– Non ti muovere dal tuo posto.
La ragazza si immobilizzò e guardò il fratello, poi di nuovo il padre.
– Ho finito di mangiare…
– Ti alzerai quando si alzeranno tutti gli altri. Sono stato chiaro?
Il padre scandiva ogni parola, come l’ingranaggio di un congegno meccanico. Morgana si rimise a sedere lentamente, intrecciò le braccia e restò in attesa.
– Allora Jonas… stavi dicendo?
– …Non stavo dicendo nulla.
– Bene, allora comincia adesso. Raccontami quello che hai fatto al parco.
La signora Dearson sembrava a disagio, si affaccendava con posate, stoviglie e sapone.
– Sono stato al parco con la mamma, come ogni venerdì. E lì abbiamo incontrato Nina con sua madre. Come ogni venerdì.
– Sì…
– La mamma e la signora de Croquembouche hanno fatto una passeggiata e noi siamo andati a fare merenda sotto la quercia. Come ogni venerdì.
– Bene, e poi?
Jonas guardò il padre, lui non lo guardava. Aveva gli occhi dritti sul frigorifero e sbucciava una mela.
– …Niente… Abbiamo… abbiamo parlato un po’.
– Cosa vi siete detti?
– Non mi ricordo, le solite cose…
– Le solite cose… e poi?
– Abbiamo mangiato.
– Cosa?
Cominciò a pensare che suo padre avesse preso una botta in testa e avesse perso la memoria o qualcosa del genere. Oppure, come in quel film di fantascienza, quello lì non era suo padre ma un marziano sceso sulla terra che ne aveva preso le sembianze. Tra poco lo avrebbe ingoiato con la sua lingua da camaleonte gigante.
– I panini, le crostate.
– Tu hai mangiato il panino e lei la crostata.
– …Un po’ e un po’.
– Cioè?
– Ho assaggiato la crostata… a Nina piace il panino con il burro salato, gliene ho offerto un pezzo.
– Quindi avete fatto cambio…
– …Sì.
– A te non piace il panino col burro salato?
– …Mi piace, sì, abbastanza…
– Ma preferisci le crostate.
– …Sì.
– E il cavolfiore?
– Che cavolfiore?
– Ti piace il cavolfiore bollito?
– Che c’entra? No… non molto.
– Per questo è ancora lì sul piatto.
Jonas non rispose. La madre prese il suo pi...