
- 192 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Nuno di niente
Informazioni su questo libro
Nuno vive in una discarica immensa ai margini di Rio de Janeiro. La sua vita è fatta tutta di rifiuti: il suo lavoro è raccogliere quello che gli altri buttano via e trovare cose con cui arredare la casa, da mangiare o da rivendere. Un giorno, su uno dei camion che arrivano alla discarica, Nuno trova uno strano pacco e un messaggio di Mariana, una ragazza dei quartieri ricchi. Inizia così una conversazione a distanza, che si trasformerà prima in una bellissima amicizia, e poi in un'occasione, per Nuno, di iniziare un viaggio alla scoperta delle sue origini.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2018Print ISBN
9788856666014eBook ISBN
9788858520697UN TUFFO IN PISCINA

Era sicuramente passato mezzogiorno quando l’auto tornò. Appena la vidi arrivare mi alzai sperando... non sapevo neppure io che cosa. Mi sembrò che dietro al vetro scuro la sagoma di una persona si fosse voltata verso di me, ma non ne avevo la certezza. Nessuno però abbassò il finestrino. In pochi secondi il mezzo scomparve oltre il cancello che si richiuse immediatamente.
– E se suonassi? – mi dissi dopo essermi ripreso, ma l’idea mi faceva paura.
Mentre passeggiavo indeciso davanti all’ingresso sbarrato, sentii una voce.
– Nuno?
Mi girai, ma non vidi nessuno e iniziai a pensare che il sole o la fame mi avessero fuso il cervello.
– Nuno, sei tu? – riprese la voce.
Solo allora capii che proveniva dalla finestrella nel muro. Corsi a sbirciare e uno sguardo azzurrissimo mi trafisse oltre il grigio cemento.
– Mariana? – le chiesi con il cuore che mi batteva nel petto come un tamburo.
– Sì, sono io. La governante ha visto nella telecamera che sei qui da stamattina e ha pensato che fossi tu. Dopo che ho letto nella lettera che saresti venuto oggi, ne abbiamo avuto la certezza. Ti va di entrare? – domandò.
Annuii timidamente, non avendo più fiato in gola per l’emozione. L’inespugnabile ingresso pedonale si aprì con uno scatto e io spinsi la pesante porta di legno.
Mi trovai davanti a una bambina luminosa, con un lungo abito bianco, i capelli biondissimi e la pelle chiara. Sembrava una stella cometa.
– Be’, che fai lì impalato? Entra e chiudi – mi disse facendomi disincantare.
Io eseguii i suoi ordini ammutolito. All’improvviso mi accorsi che non avevo minimamente pensato a che cosa le avrei detto, di cosa avremmo parlato, tanto ero concentrato sul semplice fatto di vederla. Invece avrei dovuto avere la prontezza di spirito di Hans lo Sciocco e la sua capacità di conversare. Forse però galletti e cornacchie c’entravano davvero poco in quel momento.
– Come ti ho scritto i miei genitori sono via per lavoro, altrimenti non mi avrebbero mai permesso di far entrare in casa uno sconosciuto. Ma del resto tu per me non sei del tutto sconosciuto, vero? – cinguettò spigliatissima. – Dai, vieni – mi fece strada verso la grande villa.
La seguii muovendomi come un automa ai suoi ordini. Sul vialetto i miei passi facevano uno strano rumore: il destro era leggero e silenzioso, il sinistro scricchiolava rumorosamente per i tacchetti da calcio.
Mariana si fermò, mi guardò i piedi e io diventai rosso per la vergogna.
Lei disse dolcemente: – Potremmo vedere se ho anche un paio di scarpe da darti, che ne dici? –. E, senza darmi il tempo di rispondere, mi incalzò con un’altra domanda: – Hai mangiato?
Stavo quasi svenendo dalla fame e sarei caduto disteso se non fosse stato per il pacchetto di biscotti che Mama Boga mi aveva infilato in tasca all’ultimo momento, prendendolo dalla scorta che Mariana ci aveva inviato. Nonostante questo non potevo confessarglielo: un conto era ricevere cibo a casa propria, un conto sedersi al tavolo con lei. Non sapevo neppure maneggiare bene le posate.
Fu Mariana a togliermi dall’indecisione. – Io non ancora. Se non ti dispiace, possiamo farlo insieme.
Annuii ancora. Altro non riuscivo a fare.
La seguivo e mi pareva di essere stato catapultato in un bellissimo sogno, anzi in una favola di Mama Boga, dove tutto è perfetto. Mariana era splendida e si muoveva con la leggerezza di una farfalla. Mi parlava in modo naturale, ma forse anche lei poteva sentirsi un po’ in imbarazzo e dissimulava quello stato d’animo con la sua allegra gentilezza.
All’interno tutto era realmente principesco e lussuoso, dai tappeti a quadri, dai mobili alle cornici d’argento, sembrava una casa antica, con porte e finestre di legno e una bellissima scala decorata che saliva al piano superiore.
Appena mettemmo piede in cucina, rividi la corpulenta donna della mattina che trafficava ai fornelli.
– Noberta, – la chiamò Mariana – questo è Nuno.
La governante si voltò e un grandissimo sorriso accese il volto dalla pelle scura. Subito dopo però mi fissò in modo strano, ma fu solo un’espressione passeggera.
– Buongiorno Nuno, benvenuto. È quasi pronto. Andate a lavarvi le mani che fra un po’ si mangia.
Mariana mi accompagnò in bagno.
– Devi andare prima tu? – le chiesi, riacquistando finalmente l’uso della parola.
– Io vado nell’altro, non ti preoccupare.
Aprii la porta e pensai di aver sbagliato stanza. Quello che mi si presentò davanti non era un bagno, ma una specie di salotto, grande il triplo della mia baracca, nel quale erano stati aggiunti, forse per errore, un water, un lavandino e una vasca. Avrei voluto fermarmi dentro più a lungo, ma non ero certo arrivato fin là per trascorrere tutto il tempo al gabinetto. Le pareti erano di marmo lucidissimo e dei fiori in un vaso profumavano l’ambiente. Pensai che tutte le mattine, per i miei bisogni, andavo in una specie di fogna maleodorante, distante dal villaggio di lamiere. Quasi non riuscii a fare pipì per il timore di sporcare la tazza e rinunciai a depositare qualunque altra cosa sulla ceramica bianca.
Provai a lavare le mani. Non riconobbi subito il rubinetto, sia per la forma strana e squadrata, sia perché era completamente dorato. Inoltre non capivo proprio come aprirlo. Cercai inutilmente una manopola, gli diedi dei colpetti sopra, arrivai perfino a pronunciare inutilmente: – Apriti! –. In fondo Aladino ci era riuscito con la parete di roccia che custodiva il tesoro. Poi, avvicinando le mani, il tubo iniziò a versare acqua.
Mi divertii a ripetere quella specie di magia, finché Mariana bussò cortesemente alla porta: – Tutto bene?
Quando uscii, per un po’ feci fatica a non ridere al pensiero della mia avventura in bagno.
Ci sedemmo a tavola. Nel piatto trovai una fetta di carne cotta a puntino che emanava un profumo stuzzicante.
– Buon appetito – disse Noberta.
Se c’era una cosa che sapevo bene è che non si parla quando si mangia. Marius me l’aveva ripetuto molte volte. Adesso il suo insegnamento mi tornava utile, anche perché, con la bocca piena, non avrei dovuto dire nulla. Sudando come un principe che combatte con la spada contro un drago feroce, riuscii a fatica a usare il coltello per tagliare la bistecca. La divorai e feci sparire in un baleno le verdure di contorno; addentai un panino morbido e farinoso e bevvi un’acqua talmente frizzante che dovetti trattenere ciò che Helder e Kelvin avrebbero invece fatto rumorosamente, accompagnandolo poi con una sonora risata.
Quando ebbi terminato, mi accorsi che Mariana aveva appena iniziato a mangiare pochi bocconi della sua porzione, molto più piccola della mia.
– Immagino che avessi fame – mi disse senza nessuna ironia.
Per tutto il pranzo non dicemmo altro, ma sentivo su di me gli sguardi della ragazza e della governante. Quando anche loro terminarono, aiutai a sparecchiare. Poi Mariana e io uscimmo nel giardino sul retro.
In mezzo a un prato verdissimo si apriva una piscina dai riflessi azzurri, come gli occhi della sua proprietaria.
– Dopo, se vuoi, ci facciamo un bagno. Prima possiamo conoscerci meglio. Che ne dici?
Accettai un po’ imbarazzato. Ci sedemmo all’ombra di un tendone su due poltroncine di foglie di banano intrecciate. Noberta portò del succo fresco e ci lasciò.
Mentre Mariana parlava, sentivo che stavo davvero bene con lei e ritrovai lentamente il coraggio di chiacchierare. Le raccontai la mia vita e mostrai il ciondolo, che sospettavo venisse dal cuore della foresta. Le dissi che Mama Boga aveva avvertito qualcosa di speciale in quella noce, che però non era riuscita a comprendere del tutto, neppure con le sue doti di veggente.
Le parlai della famiglia della mia vicina e dei suoi figli, delle nostre abitudini e dell’interesse di Fernando per Mama Boga, che negli ultimi tempi stava aumentando. L’argomento la fece sorridere, come se fosse sorpresa che anche in un posto come il nostro potessero sbocciare sentimenti così puri.
Mariana mi spiegò della sua famiglia, del lavoro dei suoi genitori, che erano proprietari di una fabbrica di carburanti di nuova generazione, quelli che fanno andare le auto con una specie di benzina che si ottiene trattando le piante con procedimenti particolari. Cercò di farmi capire meglio che poteva, ma io non afferravo bene le sue parole, sia perché erano troppo difficili per me, sia perché lei stessa non ne sapeva moltissimo.
Mi disse che quell’attività li aveva resi molto ricchi e che a lei non mancava nulla. Sapeva però che molta gente e tanti bambini meno fortunati vivevano in grande povertà.
Una volta aveva visto in televisione che nelle discariche delle grandi città brasiliane c’era chi doveva accontentarsi dei rifiuti degli altri. Ne era rimasta colpita e aveva chiesto a Noberta di spiegarle. La governante, chissà perché, era ben informata sull’argomento, come se le fosse capitato in passato di averci a che fare. Mariana allora aveva pensato che avrebbe potuto aiutare quelli di Rio.
– I miei non sono cattivi, ma hanno troppa paura che mi possa capitare qualcosa di male. Tanta ricchezza significa anche tanto pericolo, soprattutto in una città dove c’è molta miseria e non tutti quelli che fanno fatica a campare sono come te e Mama Boga. Per questo ho deciso che non dovranno mai sapere niente di noi, altrimenti, a parte sgridarmi, Noberta verrebbe licenziata per avermi assecondata in questa mia iniziativa e non me lo potrei perdonare: le sono troppo affezionata.
– Non sarò io a fare la spia – le risposi ridendo.
Il tempo era magnificamente adatto per un bel bagno, così lei mi propose impaziente: – Facciamo un tuffo?
Senza lasciarmi rispondere, si tolse gli abiti rimanendo in costume. Io, invece, non potevo abbassare i pantaloni perché non avevo sotto le mutande. Mariana probabilmente intuì la mia difficoltà; si allontanò per un minuto e tornò con uno slip colorato. Aveva con sé anche un paio di scarpe quasi nuove da ginnastica, color verde fluorescente.
– È roba lasciata qui da mio cugino. Anche lui è ricco e non se ne accorgerà se te le regalo.
Andai a cambiarmi nel bagno-salotto e dovetti stringere bene il cordino in vita per non rischiare di rimanere nudo davanti a lei. Quando ci trovammo uno di fronte all’altro per entrare in acqua, notammo che l’estrema magrezza era l’unica cosa che accomunava i nostri corpi. Lei era chiarissima dalla testa ai piedi, io invece avevo la tipica carnagione e la capigliatura delle popolazioni della foresta.
– Sei pronto? – si rivolse a me con aria di sfida –. Poi prese la rincorsa e saltò in acqua scomparendo tra gli schizzi.
N...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- IL NIENTE
- UN PRESENTIMENTO
- IL SACCHETTO ROSSO
- MESSAGGIO IN UNA BOTTIGLIA
- MARIANA
- L’ATTESA
- IL FUTURO
- L’AMULETO
- PENTOLA E STUFA
- UN’IDEA RIVOLUZIONARIA
- L’INCONTRO
- UN TUFFO IN PISCINA
- UN SALTO NEL FUTURO
- LA TESTA SOTTO
- CHIARA E SCURO
- PUNTI
- IN VIAGGIO
- DUE, ANZI TRE
- PIENO E VUOTO NELLA FORESTA
- LA NOCE DELL’AMORE
- TESORI DI VITA
- CHI SEI VERAMENTE?
- LACRIME E SPERANZA
- INFUSO DI FORESTA
- UNA PADELLATA DI VERDURE
- DI NUOVO DI NIENTE
- RINGRAZIAMENTI
- Chi è Roberto Morgese?
- Chi è Giovanni Da Re?
- Copyright