100%
eBook - ePub

100%

  1. 312 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«È difficile che McEnroe sia a corto di opinioni, e qui infatti ne snocciola su tutto e su tutti. E sì, anche sul tennis.» The Observer È uno dei più controversi e amati atleti della storia, una leggenda del tennis, un personaggio imprescindibile per il panorama sportivo. Ora ha deciso di raccontare e raccontarsi a ruota libera, senza sconti, neanche per se stesso.
Continua a colpire duro pure fuori dal campo, John McEnroe, e ha le idee chiare: sul tennis di oggi, sui campioni veri o presunti, sui perdenti, su quali sono le crepe del sistema. Con la consueta schiettezza, non si fa problemi a vuotare il sacco: cosa si prova a cimentarsi in gara con gli avversari più tosti? E a vivere poi fuori dal campo? E come si fa a contemperare il ruolo di padre di una numerosa famiglia con un ego formato McEnroe?
In 100%, John si confronta con talenti e demoni, quelli di sempre e quelli nuovi, perché negli anni Super Brat, il Supermoccioso, è diventato grande: non solo atleta, ma commentatore, musicista, collezionista d'arte, genitore di sei figli.
Il risultato è un resoconto intimo, che gronda aneddoti, riflessioni taglienti e opinioni brutalmente oneste. Tutte in puro stile McEnroe.

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Print ISBN
9788856666571
eBook ISBN
9788858520543

1

«I’d rather live in his world than
live without him in mine»
GLADYS KNIGHT AND THE PIPS, Midnight Train to Georgia
Nel 2002, quando avevo appena finito il mio primo libro, stavo cominciando a cercare di capire cosa fare della mia vita, dal momento che non potevo più competere ad alto livello. Dovevo rimanere nel tennis – giocando nel circuito senior, facendo il commentatore televisivo, o il coach – oppure dovevo occuparmi d’altro, di arte, tv, cinema? O qualcosa di completamente diverso? Non avevo la più pallida idea di dove la mia vita si sarebbe diretta, ma sapevo che se volevo provare esperienze che mi appassionassero come aveva fatto il tennis dovevo correre dei rischi.
Io ho sempre avuto bisogno di sentirmi sfidato, di spingermi oltre i miei limiti, e per questo nei quindici anni successivi ho provato moltissime cose diverse: alcune hanno funzionato, altre no, ma nella vita, come nello sport, spesso sono le peggiori sconfitte che ti insegnano le cose più importanti. Se hai troppa paura di ritrovarti con il culo per terra, finirai per non alzarti mai dalla sedia. E, aggiungo, penso che quello che ho imparato da alcune delle disavventure di cui parlerò nelle prossime pagine mi abbia dato una nuova prospettiva dei tanti successi che ho avuto in precedenza.
Perciò questo secondo libro vuole essere qualcosa di più del semplice racconto di tutto quello che mi è successo da quando è uscito il primo. Come in un incontro di tennis, quando alterni i tuoi turni di servizio a quelli in cui devi aspettare sulla linea di fondo la battuta del tuo avversario, così in queste pagine voglio intervallare la storia della mia vita recente, e di come si è sviluppata in questi quindici anni, con il racconto di alcune esperienze del passato che mi hanno reso quello che sono oggi.
Fortunatamente, negli ultimi anni ho fatto qualche progresso, faticoso, per cercare di diventare una persona migliore, e oggi credo di non essere più conosciuto soltanto come uno che colpisce una palla da tennis, che si incazza in continuazione e urla contro i giudici di linea e gli arbitri. Ma lascio a voi il giudizio.
Inoltre, in questo libro nominerò così tante persone da farvi girare la testa! (Sto scherzando… più o meno.) E il primo nome è quello di mia moglie.
Vivo con la cantante Patty Smyth dal 1994. Siamo sposati da vent’anni, e oggi siamo più uniti che mai, cosa che di questi tempi sembra abbastanza stupefacente.
Patty ha fatto tante, fantastiche cose per me, tra le quali amarmi e aiutarmi a cercare di tirar su i nostri sei figli, tre dei quali nati durante il mio primo matrimonio. Quando uscì il mio primo libro, la più piccola delle mie figlie aveva solo tre anni, il più grande diciassette. Oggi sono tutti diventati adulti, e anche la più giovane sta per andare al college. In questi anni abbiamo avuto alti e bassi come tutte le famiglie, ma questo ci ha portato a conoscerci sempre di più e sempre meglio, e il fatto che io ancora non veda l’ora di stare con lei testimonia quanto abbiamo in comune.
E se c’è qualcuno che ha dei meriti, nell’ipotesi remota che io negli ultimi vent’anni sia davvero diventato un uomo migliore, una persona meno egoista, è sicuramente Patty.
Quando l’ho incontrata la mia vita era scesa veramente in basso, e le cose sarebbero potute andare molto peggio se non ci fosse stata lei in quegli anni. Patty ha un carattere davvero forte – è persino più ostinata di me, ammesso che sia possibile – ed è probabilmente l’unica persona al mondo non solo capace di dirmi le cose che non voglio sentire, ma anche di farmele ascoltare e tenere presenti. Certo, non senza qualche litigata, ma nel corso degli anni abbiamo imparato entrambi ad ascoltare e a fare compromessi. A volte mi capita persino di darle ragione. Credo che questo si chiami diventare più vecchi e più saggi.
Considero il nostro incontro una sorta di secondo inizio della mia vita, il momento in cui ho cominciato a diventare quello che sono ora, e per questo lascio che sia lei a raccontarlo, dal suo punto di vista. E anche se a mio avviso le differenze tra il suo racconto e quello che ho scritto nel mio primo libro non sono così grandi come sostiene lei, almeno il lettore avrà la possibilità di capire con chi ho a che fare.

LA PROSPETTIVA DI PATTY

John e io litighiamo sempre a proposito del nostro primo incontro, ed è una battaglia che non finirà mai, perché lui racconta una storia completamente diversa da quella che ricordo io. È normale che ognuno abbia la sua prospettiva, e a volte la memoria può ingannare, ma lui cerca proprio di riscrivere la storia, per cui è bene che io lasci sulla carta la mia versione (che naturalmente è al 100% la verità).
La cosa che ho sempre trovato bizzarra è che pur essendo le nostre vite molto diverse tra loro, avevamo tantissime cose in comune, e non mi riferisco al fatto che sia io che lui frequentavamo il mondo dello spettacolo, ma per esempio al fatto che eravamo entrambi cresciuti nel Queens. Ho viaggiato in tutto il mondo per incontrare un tizio che era cresciuto a 15 minuti da casa mia. Probabilmente c’è una logica, in questo, perché il luogo in cui cresci – i panorami, i suoni, gli odori – lascia dei segni, e i nostri erano molto simili. Forse troppo simili, tanto che se ci fossimo incontrati troppo presto, avrebbero potuto esserci dei problemi.
Ho visto John per la prima volta in un locale, nel 1984, poco prima che uscisse il mio album The Warrior. C’era Tina Turner che suonava, un sacco di gente, e non ci siamo nemmeno rivolti la parola. Penso che avesse una ragazza, allora. Anzi, non penso, lo so, perché il mio amico Robert Molnar, che lavora nella moda e conosce tutte le ragazze, era seduto con lui. Erano nel tavolo di fianco al mio, e John indossava una kefia, una di quelle sciarpe palestinesi che all’epoca andavano molto di moda nell’ambiente del rock’n’roll.
Quella è l’unica volta in cui ricordo di averlo visto, cosa abbastanza strana, visto che vivevamo entrambi a New York, frequentavamo il mondo della musica e del teatro, e avevamo un sacco di amici in comune. Eppure, non ci eravamo mai davvero incontrati. Non ancora. E per parecchio tempo era destino che non succedesse. Probabilmente, se fossimo incappati l’uno nell’altra troppo presto, avrei pensato: “Non voglio avere niente a che fare con questo stronzo”. Avevo bisogno di prendere ancora un po’ di calci nel culo dalla vita per essere pronta, e lui altrettanto.
La prima volta che ho davvero incontrato John è stata a Los Angeles, a una festa di Natale, nel 1993. I miei amici mi avevano detto che ci sarebbe stato anche lui, ed erano eccitatissimi, perché, come la maggior parte della gente di LA, impazzivano per le celebrità. John dice sempre che si trattava di un “appuntamento al buio” ma lui non ha la più vaga idea di cosa sia un appuntamento al buio, il che è abbastanza deprimente. Prima di tutto, un appuntamento al buio è quando due persone si incontrano in un ristorante, o in un locale qualsiasi e: a) si presentano da sole; b) non sanno chi stanno per incontrare. Invece, nel nostro caso, una mia amica lo aveva avvisato, e gli aveva detto che ero appena uscita da una storia in cui ero ancora coinvolta, e che ci stavo ancora male. Lo so che John non se lo ricorda, ma lui ha una memoria terrificante, io invece mi ricordo tutto benissimo, anche perché mi ero molto incazzata con la mia amica per aver raccontato, a lui come a chiunque altro, i fatti miei. Era vero, ma non riguardava nessun altro a parte me. In ogni caso, in quel periodo non avevo la minima intenzione di farmi coinvolgere da niente e da nessuno. Probabilmente ho pensato “Ah, bene, ci sarà John McEnroe” ma ci sarebbe stata anche un sacco d’altra gente.
A ogni modo, andai con mia figlia a questa festa di Natale, e ricordo nitidamente l’arrivo di John. Aveva tre bambini con sé, tre piccole scimmie aggrappate a lui (avevano due anni e mezzo, sei e sette). Ne teneva due in braccio, e un altro aggrappato a una gamba, quando entrò nella sala.
Ci salutammo, parlammo, e mi piacque.
Io ho sempre avuto un sacco di amici maschi. Quando fai parte di una band e frequenti il mondo della musica, è così, perché di ragazze in quell’ambiente non ne girano molte. Per cui incontravo ragazzi in continuazione, ma non era un problema. Era capitato di recente con il regista Anthony Minghella, a casa della mia amica Carrie Fisher. Anthony era così divertente… avevamo riso tantissimo, e Carrie continuava a sussurarmi che era sposato, e io le rispondevo di stare tranquilla, che non ero per niente interessata a lui da quel punto di vista. Carrie non riusciva a capacitarsene.
Ma quando ho incontrato John, quella sera, all’inizio ho pensato: “Be’, è proprio simpatico”; poi, mentre continuavamo a parlare, ho iniziato a innervosirmi perché mi stavo rendendo conto che quel tipo mi piaceva davvero. Lui era totalmente concentrato su di me, cosa che non faceva che aumentare il mio nervosismo, per cui lo lasciai per andare a preparare un caffè. Ci volle molto tempo per capire come si poteva fare un caffè in quella casa hippy, ma penso di averla tirata in lungo anche un po’ apposta, per stare lontana da John.
E infatti John si lasciò prendere da una sfumatura di gelosia quando si accorse che stavo chiacchierando con il figlio di Bing Crosby mentre cercavamo di preparare il caffè. Tornai da lui, ricominciammo a parlare, e lui se ne uscì dicendo: «Non ho niente da fare per Capodanno».
Questa era la sua frase a effetto, e un po’ patetica, e io in ogni caso il giorno dopo sarei partita per Key West, per quella che sarebbe stata una delle vacanze peggiori della mia vita, ma questa è un’altra storia. Non volevo ferire John, né lasciarlo troppo in sospeso, e poi effettivamente pensavo che non sarebbe stato male rivederlo, per cui risposi: «Sono spesso a New York, magari passo alla tua galleria d’arte», cosa che mi sembrava perfetta per dargli l’opportunità di lasciarmi il suo biglietto, o per dirmi: «Bene, ti lascio il mio numero di telefono». Ma niente. John non era particolarmente sveglio per questo genere di cose. Era troppo abituato a donne che gli si lanciavano letteralmente addosso. Quando sei ricco, famoso e davvero sexy, funziona così, per cui non gli venne in mente di darmi il suo biglietto, e io non sono una che chiede il numero di telefono a un uomo, non l’ho mai fatto in vita mia. In più, in quel momento non lo volevo così tanto, avevo ancora troppe ferite da rimarginare. Ma ricordo nitidamente la sensazione che fosse accaduto qualcosa di vero. Era scattato un interruttore. John sembrava davvero una persona sensibile: mi parlava del suo divorzio, di quanto fosse dura, delle sue notti in lacrime. Si capiva che era molto sincero, e – dopo quattro anni vissuti a Los Angeles – mi sembrava una boccata d’aria fresca.
L’estate successiva stavo pranzando con la mia amica che aveva organizzato la festa di Natale, e le chiesi: «Che fine ha fatto John McEnroe? Non viene più a Los Angeles? Se ti capita di vederlo, digli che lo saluto: è stato bello incontrarlo, mi è molto simpatico». Tutto qui. Ma lei era eccitatissima, e lo chiamò subito, anche se con me si rifece viva dopo due settimane. «John mi ha detto di darti il suo numero di telefono.»
«Sai una cosa? Non lo voglio, il suo numero di telefono» risposi. «Digli che quando viene a LA, se ha voglia di chiamarmi, può farlo.»
A quel tempo pensavo che “È un ragazzo simpatico, potremmo essere amici”. Mai avrei pensato che ci saremmo sposati, e che quell’incontro avrebbe totalmente cambiato la mia vita.
Sei settimane dopo mi telefonò. Solo in seguito ho scoperto che in una esibizione aveva appena battuto Agassi, il quale aveva appena vinto gli US Open, e che quindi dovevo ringraziare la sconfitta di Agassi per quella telefonata, perché fu quello a dare a John il coraggio di prendere in mano il telefono e chiamarmi.
Credo che si trovasse di passaggio in Arizona, cosa che usò come scusa preventiva per non stare troppo al telefono. «Ciao, sono John McEnroe, sto venendo a Los Angeles e mi chiedevo se potevamo uscire insieme.» Gli risposi che stavo per andare a una festa lesbica, e che se voleva poteva venire con me: so che oggi suona molto “politicamente scorretto”, ma era il mio modo di apparire disinvolta. Ci fu un lungo silenzio prima che rispondesse. Un silenzio imbarazzato. Un silenzio imbarazzato e lesbico. Tutta la faccenda stava cominciando a somigliare alla prima mezz’ora di una commedia romantica.
Il mio problema non era John, ma l’idea di stare con qualcuno. John è la persona che mi ha riportato indietro dalla terra di nessuno in cui ero finita. “Sto bene” mi dicevo. “Ho una bella vita, sono stata fortunata, ho degli splendidi amici, e l’amore, il vero amore, la monogamia, sono cose che non esistono. È la vita, e va bene così.” Questo era il mio stato d’animo quando ho incontrato John, e questa è la ragione per cui abbiamo potuto metterci insieme. Io ero una donna risolta, che stava bene con se stessa, e credo che sia stato un bene per lui aver dovuto superare un po’ di resistenza.
Così, il nostro primo appuntamento fu a una festa lesbica, durante la quale John si addormentò come un sasso, in soggiorno, frastornato dal jet-lag, e probabilmente anche dall’aver fumato un po’ d’erba e bevuto una birra. Buck Henry, l’attore, che era lì con me, commentò: «Niente male, il tuo appuntamento…». E ridemmo come pazzi, perché la situazione era davvero tragicomica, visto che io mi ero presentata eccitatissima alla festa, tutta orgogliosa del mio appuntamento. Ed eccomi qui alla festa pensando “Ho un accompagnatore. Troppo figo”. Almeno finché non si è addormentato.
Come ho detto prima, John era stato molto viziato, dalle donne. Quando ci stavamo organizzando per andare alla festa, mi chiese se doveva venirmi a prendere. Era fatto così. E persino lui oggi ammette di essersi fatto sedurre per un certo tempo dalla “dimensione hollywoodiana”. Era vissuto in una bolla assurda sin da quando era un ragazzino. Era famoso, ed era perennemente circondato dalle persone più fighe e interessanti del pianeta. L’unica cosa che doveva fare era giocare a tennis: non aveva mai avuto bisogno di imparare come si sta al mondo.
Quando mi chiese se doveva venirmi a prendere, gli risposi che potevamo incontrarci direttamente alla festa, e lui: «Va bene, ci vediamo là… ma poi ci porti a casa tu?». Nonostante questo, andai. Più tardi, dopo la festa, passammo un po’ di tempo a casa mia, ma lui se ne andò alla fine della serata. Il giorno dopo passò a prendere me e mia figlia Ruby per andare a pranzo, e dopo un po’ se ne andò per giocare con Michael Chang. Ricordo che quel pomeriggio andai a casa di Carrie Fisher. Ero nervosissima, non riuscivo a mangiare. Pensavo: “Sono pronta a farlo, pronta a lasciarmi andare e a stare con lui”. Non pensavo a nient’altro. Ero euforica all’idea di voler stare davvero con qualcuno, una sensazione che non provavo da moltissimo tempo.
Poi, lui è tornato. Non avevo in programma di vederlo ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 100%
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. Postfazione
  31. «Papà». di Emily McEnroe
  32. Ringraziamenti
  33. INSERTO FOTOGRAFICO
  34. Copyright