Che cosa ci faccio qui? Non mi riconosco. Forse perché non mi sento più al sicuro da nessuna parte. Casa, prigione. Mi terrorizzano entrambe.
Penso alla lettera dell’avvocato nel mio comodino, nascosta in un vecchio libro di disegni per bambini che apparteneva a Kitty. La prova che mi trovo in un territorio molto pericoloso, per ragioni che, per troppa paura, non posso confidare a nessuno.
La donna alla reception mi consegna la chiave e mi dirigo verso l’edificio scolastico. Di solito resto lucida, sempre attenta, in previsione di… chissà.
In questo momento, però, riesco solo a pensare alla faccia di Kitty, ai suoi vivaci occhi blu. Si ricorda, ne sono certa.
Che cosa farò adesso? Sono ancora in ansia quando raggiungo la scuola. Sulla porta c’è un cartello nuovo, con una frase scritta a mano con un pastello rosso: AULA DI ARTE ALL’INTERNO. LA SECONDA SULLA SINISTRA.
«Le piace, signorina?» È Kurt, che mi ha raggiunto sui gradini. «L’ho fatto io durante la sua assenza. Dov’è stata? Credevo venisse.»
«Ho avuto di nuovo l’influenza» taglio corto. Di certo non voglio parlargli dei miei problemi familiari.
Mi guarda con aria comprensiva. «Sul serio? Ora sta bene?»
Mi dico che, forse, un proposito per l’anno nuovo potrebbe essere questo: mostrarmi più gentile con l’uomo che sta cercando di darmi una mano in ogni modo.
«Non faccio in tempo per il corso stamattina, signorina» aggiunge mentre entriamo.
«Come mai?»
Mi segue nell’aula e mi aiuta a tirare fuori i materiali. Carta colorata. Pastelli. Strumenti sicuri.
«Lavoro nel guscio.»
“Il guscio”: è così che i prigionieri chiamano la cucina.
«Sono tutti malati. L’influenza è arrivata ovunque.»
Mi consolo pensando che sfrutterò il tempo libero per disegnare.
«Però un allievo c’è, l’ho trovato io» aggiunge Kurt. «Si chiama Martin. È appena arrivato da un’altra prigione. È un tipo a posto, ha da poco seguito il corso di VSV.»
«Che cos’è?»
Risponde come se fosse scontato. «Vita senza violenza.»
Questo dovrebbe rassicurarmi?
Qualcuno sta bussando alla porta d’ingresso dell’edificio scolastico. Vado ad aprire.
Mi trovo davanti un uomo grasso, calvo, con cicatrici bianche e rosse sul viso e sul collo. Mi sforzo di non fissarle, ma arrossisco.
Cerco disperatamente di concentrarmi sugli occhiali tondi appoggiati sul naso storto. Sono scioccata, disgustata perfino.
«L’aula di arte è qui?»
La voce rude tradisce un accenno di speranza. Non ho mai insegnato a un solo allievo. Eppure è permesso, mi aveva spiegato Angela all’inizio. È un carcere di minima sicurezza, i detenuti sono a basso rischio.
Talmente basso che un uomo è stato pugnalato durante una mia lezione.
Ma il lavoro mi aspetta. Devo mettere da parte le mie paure e l’orribile scena nell’istituto di Kitty. Me lo sento, il nuovo studente ha un genuino interesse per l’arte. Ho ragione. Non appena do a Martin il permesso di entrare in aula e sedersi, prende i pastelli. Li tiene con amore, come se fosse stato impaziente di averli in mano. Gli suggerisco di colorare il disegno di un pappagallo. Anche se può sembrare strano, gli animali hanno successo in classe. Gli adulti che hanno commesso reati da prima pagina sembrano apprezzare il ritorno all’infanzia. Forse li fa sentire come se potessero ricominciare da capo. Il mio nuovo allievo si mette al lavoro, a testa bassa, chino sul foglio.
C’è silenzio. Non è spiacevole, anzi. Un po’ come quando mi alzavo all’alba per lavorare in pace, prima che la routine quotidiana prendesse il sopravvento. Non l’ho più fatto da quando ho cominciato a insegnare in carcere.
Decido di disegnare anch’io, riprodurrò la vista dalla finestra. Gli altri edifici. I prati alle loro spalle. Gli uccelli che volano nel cielo.
«Vuole vedere?»
Ero così presa da essermi quasi dimenticata di Martin. Ma lui adesso è davanti a me e mi porge il disegno. Il pappagallo è bellissimo. Ha curato ogni singolo dettaglio delle piume.
«Hai mai disegnato prima?»
«Nell’altro carcere, mai quando ero libero. Prima di finire dentro non ne avevo il tempo.» Mi guarda con un’espressione preoccupata. «Le fa schifo, vero?»
«No, tutt’altro,» rispondo in fretta «si vede subito che hai occhio.»
“Occhio”. La sola parola mi fa rabbrividire. Nella mia mente compare l’immagine del volto insanguinato del Nonno. La respingo subito.
«Non lo dice solo per via delle cicatrici?» Mi guarda con sospetto. «Succede, con quelli del personale. Sono dispiaciuti per me e dicono cose che non sono vere per farmi sentire meglio.»
«No…» comincio, ma lui mi interrompe.
«È stato un tizio nella prima prigione in cui mi hanno mandato. Zucchero e acqua bollente. Si appiccica alla pelle.»
Ricordo che Angela mi ha parlato di questa pratica orrenda quando ho cominciato a lavorare qui, e adesso posso vedere cosa provoca. Dev’essere atroce. Di certo non è piacevole da guardare.
Forse parla in modo scherzoso proprio per nascondere l’imbarazzo.
Non so cosa dire. «E se facessimo un disegno?»
Cominciamo a copiare la fotografia di un narciso che ho portato da casa. La maggior parte dei detenuti si limita a tracciare un cerchio con una linea che scende per riprodurre lo stelo. Martin, invece, ricrea alla perfezione la forma a campana del fiore. Sul suo volto ritrovo la stessa intensità che provo anch’io quando disegno, e che caratterizzava l’espressione di Kitty prima dell’incidente.
«Splendido» commento.
L’uomo solleva il volto coperto di cicatrici per guardarmi. «Lo pensa davvero?»
«Sì.»
Per un istante, tra noi si crea un contatto, l’emozione che sente un insegnante quando scopre uno studente di grande talento artistico, che per un motivo o per un altro non è mai riuscito a esprimersi. È come trovare una perla in mezzo a tante conchiglie vuote.
Riesce quasi a cancellare tutto il resto. Kitty, i messaggi, il biglietto con la frase: Sto venendo a prenderti. Gli incubi sull’incidente. Vanessa morta sulla strada con il sangue che scorre dalla ferita sulla testa. Clive, naturalmente. O meglio, l’Uomo di Ferro.
Anche se tutto il resto è orribile, non riesco a smettere di pensare a lui.
L’ultima volta che mi sono sentita così avevo diciotto anni. E guardate cosa è successo dopo.
Nel 2001 stavo studiando per il diploma, o almeno ci provavo. Kitty era una distrazione costante. Se lei e Vanessa non erano in camera ad ascoltare la musica ad alto volume, salivano e scendevano rumorosamente le scale, gridando eccitate.
«Ho bisogno di un po’ di pace» dissi alla mamma.
Kitty, però, ascoltava solo Vanessa. «Non ti annoi, sempre lì a studiare?» diceva quella ragazzina con aria saccente, mi ricordava un gattino viziato che si lisciava il pelo. Mia sorella voleva essere come lei. Si definivano “gemelle” perché compivano gli anni a soli quattro giorni di distanza.
Non era da molto che la famiglia Wright si era trasferita nella nostra via, quando Kitty versò il caffè sulla mia tesina di francese.
«Non avresti dovuto lasciarla sul tavolo della cucina» replicò.
L’avevo posata per un secondo mentre scendevo a prendere un bicchiere d’acqua.
«Potresti almeno chiedere scusa.»
«Perché?» si intromise Vanessa, appollaiata su uno sgabello della cucina come se facesse parte della famiglia, il che, in un certo senso, era vero. Lei e mia sorella si conoscevano fin da piccole ed erano sempre l’una a casa dell’altra. «Come ha detto lei, è stata colpa tua.»
Poi si erano messe a parlare del ragazzo nuovo, Crispin Wright, che era bravissimo in arte, la materia preferita di Kitty. «Uno dei suoi disegni è già stato preso per la mostra scolastica» cinguettò. Crispin aveva la mia età, ma lo conoscevano perché la nostra scuola e la loro si trovavano nello stesso complesso e, per raggiungerlo, prendevamo tutti lo stesso autobus.
«Crispin è così figo con quel ciuffo» sospirò Vanessa.
«Davvero» le fece eco mia sorella.
Non capivano quanto era grave? «La mia tesina conta per il voto finale» gridai, afferrando un asciugamano per cercare di pulire le pagine.
«Andrà tutto bene, Ali.» La mamma arrivò in tempo per ascoltare la fine della discussione e mi diede della carta da cucina, nel vano tentativo di assorbire il caffè. Era troppo tardi, l’inchiostro si era rovinato e il testo era illeggibile.
«Hanno tre macchine – tre – nel viale e stanno costruendo una piscina in giardino» strillò Kitty. «Vengono da un posto che si chiama Ealing.»
Vanessa la interruppe. «È vicino a Londra.»
Lo disse con reverenza.
«La tesina mi serve» mi lamentai, sforzandomi di non piangere.
Mamma fissava le pagine macchiate con aria dubbiosa. «Non hai una copia?»
«No!» Avrei voluto uccidere mia sorella, che stava ancora parlando di Crispin e di Londra. C’ero stata, una volta, per un matrimonio. Ero la damigella d’onore di una delle cugine più giovani di mia madre. Kitty – che doveva essere sempre al centro dell’attenzione – si era messa a fare i capricci perché io seguivo la sposa verso l’altare e lei no e aveva rovinato la cerimonia.
L’anno prima, lei e Vanessa erano andate ...