Mani nude
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Mani nude

  1. 432 pagine
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Mani nude

Informazioni su questo libro

Quando viene rapito, una notte di ottobre, Davide ha sedici anni, un corpo già da giovane uomo, una testa ancora da ragazzino. Il cassone del camion in cui lo gettano è il primo ring sul quale, nel buio pesto, è costretto a difendersi da un avversario ignoto. Difendersi fino a uccidere. Solo più avanti ci saranno gli spettatori, quelli che vogliono vedere due uomini combattere a mani nude per guardarne uno vincere.
E l'altro morire. Incontro dopo incontro, Davide - che ora si chiama Batiza - vince e sopravvive con il corpo, perde e muore nell'anima. Solo il cuore alimenta ancora la speranza nella possibilità di un riscatto, di un affetto, di un legame che lo tiri fuori di lì.
Paola Barbato, classe 1971, è milanese di nascita, bresciana d'adozione, prestata a Verona dove vive con il compagno, tre figlie e tre cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog, ha pubblicato Bilico, Il filo rosso, Non ti faccio niente e Io so chi sei (il primo titolo di una trilogia). Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio. Con Mani nude ha vinto il Premio Scerbanenco.

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Informazioni

Print ISBN
9788868369088
eBook ISBN
9788858521861

Uno

Buio. Davide non aveva idea di quanto grande fosse il cassone del camion, in quell’oscurità gli sembrava immenso. Si rattrappì su se stesso, rinculando contro la parete. La consapevolezza di non essere solo era confortante e terrificante allo stesso tempo, a tratti sperava che fosse uno scherzo della sua mente. Ma no. Relegato in fondo, quanto più lontano possibile, il respiro tornava, ancora e ancora.
Il camion viaggiava pigramente, faceva caldo, la sua maglietta era zuppa di sudore eppure lui batteva i denti. Se fosse riuscito a smettere, forse avrebbe potuto provare a parlare, chiedere aiuto. Ma non ce la faceva. Sentiva troppi rumori che non c’erano, vedeva troppe ombre, nero su nero. Rimaneva rigido, immobile, teso ad ascoltare il buio, le unghie conficcate nei palmi. Finché qualcosa si mosse, e stavolta il rumore fu nitido. Anche l’altra persona si era accorta di lui, e al respiro si era aggiunto un fruscio, forse lo strisciare incerto di piedi. Si stava avvicinando. Davide fissò gli occhi sbarrati in quella direzione, cercando inutilmente, aggrappato al proprio panico. Una parte di lui preferiva continuare ad avere paura, aspettarsi dall’oscurità qualcosa di buono sarebbe stato un errore. Il buio è buio, lo si impara da piccoli. Così aspettò, abortendo ogni speranza, controllando il respiro perché non lo tradisse troppo.
E la mano lo toccò.
Davide sobbalzò, schiacciandosi ancor di più contro il metallo. Le dita erano fredde e umide, due polpastrelli passarono su una palpebra e gli sfiorarono il naso. La zaffata di sudore pungente e acido fece appena in tempo ad arrivargli alle narici che subito si indebolì. La persona si era avvicinata a lui con cautela, lo aveva sfiorato e poi si era ritratta. Ci fu un attimo di sospensione, poi questione di niente, il cervello di Davide d’impulso comandò:
GIÙ!
In una frazione di secondo la testa si incassò nelle spalle mentre il busto piombò verso terra. Sentì un piccolo spostamento d’aria, poi un rimbombo. Qualcosa aveva colpito la parete dove un attimo prima c’era la sua faccia. Insieme al riverbero metallico ci fu un altro suono inarticolato, un lamento. Davide puntò i piedi, si buttò in avanti per scappare e urtò il corpo. Era un uomo, molto grosso, e sì, anche lui aveva paura. La paura emana una traccia perfettamente riconoscibile.
Gattonando Davide gli sfuggì, raggiunse l’angolo opposto del camion. Oltre al rombo del motore c’era nuovamente silenzio. L’altra persona, l’Altro Uomo, non si lamentava più e non si muoveva. Davide cercava di respirare piano, di non fare nessun rumore. Chi era? Perché voleva picchiarlo? Restò accucciato a terra. Il motore brontolava, l’aria era bollente.
Passò un minuto buono. Poi di colpo il frastuono. Passi. Di corsa, verso di lui. E una specie di grido gutturale, primordiale, che si faceva più forte a ogni passo. Non sapeva come, ma l’Altro Uomo aveva individuato la sua posizione e stava arrivando di corsa per schiacciarlo.
Davide non poté evitare l’impatto, ma abbandonò il suo corpo all’istinto, che facesse da solo. Si lasciò andare a terra, supino. I piedi dell’Altro Uomo lo calpestarono mentre rovinava contro la parete, sorpreso nel trovare così poco di lui. Sotto quel peso Davide si sentì mancare il fiato. Pensò, sperò, pregò che l’altro stesse reagendo d’istinto, e che non volesse veramente fargli del male, non di proposito. Erano entrambi prigionieri, no?
No?
Poi un gomito lo centrò in mezzo alle costole. Non un colpo casuale. Prima che potesse dibattersi sentì una mano afferrargli la cintola dei pantaloni, mentre il gomito continuò a colpire. Inutile controllare il respiro, inutile tacere. La paura si prese quello che era avanzato, la paura si prese tutto. Davide cominciò a urlare, un grido per ogni pugno subito. Poi i piedi che l’avevano calpestato cominciarono a cercargli la faccia, senza mai trovarla, rimbalzando sul collo, le spalle, la schiena. Allora il cervello si riaccese, chiamò a raccolta i dati. Ogni colpo un input: «Mi chiamo Davide Bergamaschi!».
Calcio nel costato.
«Mio padre è notaio!»
Pugno sulla nuca.
«Abbiamo un sacco di soldi!»
Ginocchio contro la schiena.
«Posso pagarla! Posso pagarla!»
Dava del lei automaticamente, schiavo della buona educazione, ma l’Altro Uomo non lo ascoltava. I colpi si susseguivano, a volte forti, a volte no. Lo colpiva dove capitava, alla pancia, al torace, sulle gambe, disturbato dal movimento del cassone. Davide non capiva perché si accanisse così su di lui, non sapeva nemmeno chi fosse, non gli aveva fatto niente.
Sono solo un ragazzo!
La logica gli si raffreddò dentro, si crepò, andò in pezzi. Improvvisamente afferrò: non era importante. Non era importante chi, cosa o perché! Il fatto era che l’Altro Uomo lo stava massacrando. A cosa sarebbero servite le risposte? Le risposte non sono una corazza, non parano i colpi.
Sapore di sangue in bocca: alla fine la faccia gliel’aveva trovata. Davide si spaccò in due. La mente si abbandonò, decise di lasciar fare, di arrendersi. Ma il corpo non ci stava. Le gambe piegate incontrarono i gomiti, le mani avvolte a proteggere la nuca. A ogni colpo Davide si sentiva più debole, meno presente, alla deriva. L’idea di soccombere era accettabile, persino confortante. Non lo avrebbe picchiato in eterno.
Perché no?
Perché prima o poi avrebbe perso i sensi e a quel punto l’Altro Uomo...
Cosa?
Il dubbio gli si conficcò in testa, svegliandolo, riportando lucidità. Mentre fuori incassava colpi su colpi, fino a non sentire più il male, dentro il suo cervello iniziò a correre. E se non avesse smesso? Se avesse continuato a picchiarlo fino a ucciderlo? Se si fosse placato solo dopo che fosse morto?
Ed ecco.
Mentre le mani lo afferravano per i capelli, aiutandosi l’un l’altra per prendere la mira, qualcosa accadde.
Continuerà fino a uccidermi.
Ne era convinto, non sapeva nemmeno lui perché. Lo sapeva e basta.
Sedici anni sono pochi per rimanere lucidi di fronte a questa consapevolezza. Una sorta di contatore mentale precipitò all’indietro, correndo verso lo zero, spegnendogli i pensieri come insegne al neon a cui tolgono la corrente. Tutta l’energia sottratta alle domande e alle considerazioni e alle preghiere andò ad alimentare un solo, unico concetto. Non un’idea e nemmeno una decisione. L’unica insegna rimasta accesa nella sua mente era:
“Io non voglio morire!”
Le mani scattarono. Afferrarono la prima cosa che si trovarono davanti: un pezzo di mandibola, un orecchio. L’Altro Uomo ebbe un’esitazione. I pollici di Davide corsero su verso le orbite come se non avessero fatto altro nella vita. Coscientemente non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. Ma di cosciente a Davide non era rimasto nulla. I pollici premettero in perfetto sincrono. L’Altro Uomo non si limitò a urlare. Staccò le mani da Davide e se le portò al viso. I pollici appiccicosi del ragazzo non lasciarono la faccia, scorsero sulle guance in una parodia di carezza e raggiunsero il collo. L’Altro Uomo si agitava, forte, lo respingeva. Davide non pensò, agì e basta. Rimase aggrappato alla gola, senza stringere, cercando la carotide. L’Altro Uomo afferrò a casaccio i vestiti di Davide, in pochi secondi sarebbe riuscito a tornare in sé quel tanto da consentirgli di sottometterlo per l’ultima volta. Secondi che bastarono al ragazzo per perdere quel che restava della sua giovane civiltà. Raggiunse le mani con la bocca e morse. Quattro sensi gli urlarono il calore, l’odore metallico, la consistenza vischiosa, il pulsare sordo. Ma non smise di stringere.
Il portello del camion si aprì. Era notte, l’aria ancora fresca. Due paia di mani lo sollevarono e lo portarono fuori mettendolo a terra. Era terra vera, sabbiosa. Gli finì nel naso, sulle labbra, e il sapore gli sembrò buonissimo. Qualunque sapore diverso da quello che aveva in bocca gli sarebbe sembrato buonissimo. Ne inspirò un po’, la gola si chiuse e tossì.
«Cazzo, è ancora vivo!»
«Ma dai?»
Voci vicinissime, chine su di lui.
«E tutto quel sangue?»
I vestiti erano diventati rigidi, la maglietta gli si era incollata sul petto.
«Forse non è suo.»
Davide riconobbe la terza voce. Avrebbe voluto aprire gli occhi ma ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Uno
  4. Due
  5. Dieci
  6. Grazie
  7. Della stessa autrice
  8. Copyright