Londra, 1909. Dietro le scintillanti vetrine dei magazzini Sinclair si nasconde un mistero: qualcuno ha rubato un prezioso uccellino meccanico. La prima a essere sospettata dal direttore è Sophie Taylor, una ragazza appena assunta nel reparto moda. Determinati a risolvere il mistero, Sophie e i suoi amici Billy, Lil e Joe verranno coinvolti in una serie di intrighi che li porterà nei bassifondi di Londra dove, tra messaggi cifrati, spie e colpi di scena, scopriranno che il furto non è che la punta dell'iceberg.

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9788856666045
Quarta Parte
ELEGANZA PER LA SERA

La toeletta serale non sarebbe completa senza una fascia per capelli, il perfetto tocco finale per l’acconciatura di ogni fanciulla. Questa elegante creazione, ricamata di perline e adornata da una preziosa spilla, farà di certo la sua figura in occasione dell’evento più mondano, che sia una prima teatrale o un ballo di gala.
17
Nuvole dense e cupe sovrastavano Londra. Il vento risaliva il fiume rendendo l’acqua scura e turbolenta e strappando via dagli alberi i primi boccioli primaverili. Lembi di nebbia odorosa di palude cominciavano a insinuarsi in città e, quel sabato mattina, Piccadilly pareva un mare di lucidi ombrelli neri.
Fuori dai Grandi Magazzini Sinclair i portieri sfidavano la tempesta per fermare i taxi a beneficio delle signore alla moda, preoccupate degli effetti che la pioggia avrebbe avuto sui loro nuovi cappellini primaverili. Tutti si muovevano più in fretta del solito, scuotendo la testa e lamentandosi del tempo. Dentro l’emporio, però, l’atmosfera era calda e luminosa. Sinclair era gremito di clienti fradici e intirizziti che cercavano rifugio dalla pioggia e commentavano la grande festa di apertura che si sarebbe tenuta quella sera. Con l’approssimarsi del mezzogiorno una piccola folla di persone si riunì nel salone d’ingresso, di fronte all’enorme orologio dorato. Era già diventata una specie di tradizione: i bambini venivano portati lì dalle loro tate per vedere scoccare l’ora, pronti ad applaudire felici quando le statuine di una dama e di un gentiluomo, entrambi muniti di ombrello, sbucavano da due porticine ai lati del quadrante e si scambiavano un inchino prima di ritirarsi nuovamente. La vista di tutte quelle impronte fangose che si moltiplicavano sul pavimento di marmo del salone infastidì Sidney Parker, che scosse il capo e spedì Billy alla ricerca di uno straccio e di un secchio.
– Speriamo che il tempo migliori per questa sera – mormorò tra sé Miss Atwood, mentre dalla finestra dell’ufficio osservava la strada bagnata, giù in basso.
Non credeva davvero che un po’ di pioggia avrebbe scoraggiato gli invitati all’attesissimo gala inaugurale del signor Sinclair, ma temeva che ne potesse rovinare l’atmosfera. Come avrebbero fatto a godersi una passeggiata nel magnifico giardino pensile all’ultimo piano, con quella pioggerellina orribile?
– Il signor Sinclair non ha tempo da perdere, sai? – sbottò all’improvviso, rivolgendosi alla dattilografa che stava terminando di scrivere l’ultima versione della lista degli ospiti attesi per quella sera.
– Mi… mi scusi, Miss Atwood, signora – rispose nervosamente la ragazza. La segretaria agguantò la lista completa dalle sue dita tremanti e marciò in direzione dell’ufficio del Capitano.
Nel seminterrato, la pioggia tamburellava ritmicamente sulle ampie finestre. Billy, Joe e Lil erano appollaiati sopra degli scatoloni e si spartivano qualche panino, mentre Blackie, il gatto, gironzolava furtivo intorno a loro. Aveva completamente disertato il locale della caldaia e pareva starsene perennemente nel seminterrato, dove trascorreva quasi tutto il tempo appisolato dietro una tubatura calda nell’angolino preferito di Joe. In quel momento, si stava strusciando intorno alle caviglie di Lil emettendo sonore fusa.
Ma nessuno gli prestava la minima attenzione. Erano tutti intenti a fissare la stampa che Lil aveva portato dall’ufficio del fotografo, dove era stata quella mattina.
– È proprio lui – disse Billy, tentando di non spargere briciole sulla fotografia.
Joe strizzò gli occhi per esaminare meglio la faccia dell’uomo che si intravedeva sullo sfondo dell’immagine. – Quello non può essere il Barone – affermò sdegnato. – Sembra un signorotto fatto e finito, un riccone.
– Si è incontrato con il sergente Gregson, esattamente come diceva il messaggio, – ribatté Lil – e senza dubbio il poliziotto aveva paura di lui.
– Questa è l’unica immagine? – chiese Joe.
– Credo di sì. Me la sono infilata in tasca quando è andato a prepararmi una tazza di tè. Non credo che si accorgerà che manca. Non è nemmeno lontanamente la sua fotografia migliore, ma è l’unica in cui si veda lui.
Joe osservò la stampa. Era davvero quello il Barone? Non somigliava affatto al mostro di cui si sussurrava per le strade dell’East End. Anzi, per quanto fosse vestito con eleganza, pareva proprio un uomo qualsiasi: avrebbe potuto essere chiunque.
A mano a mano che lo guardava, però, quella prima sensazione di vedere un uomo normale cominciò a svanire. C’era qualcosa nella forma delle spalle, nell’intensità dello sguardo, nei lineamenti aggressivi che per Joe significava minaccia. Aveva già visto quelle caratteristiche troppe volte per non riconoscerle chiaramente, e il Barone, pur con i suoi abiti raffinati, improvvisamente si trasformò in una figura potente e intimidatoria. Il giovane represse un improvviso impulso a rabbrividire.
– È un peccato che Gregson non si veda bene: c’è solo la sua nuca – stava commentando Lil, il mento poggiato sulle mani mentre esaminava la fotografia da sopra la spalla di Joe.
– Ci servirà qualcosa di più se vogliamo provare che è al soldo del Barone – convenne Billy. – Ma, nonostante tutto, è un buon inizio.
I pensieri di Billy correvano veloci mentre tornava verso il cortile delle stalle. Era certo che possedere una vera fotografia del Barone, un uomo che praticamente nessuno aveva mai visto, fosse di estrema importanza. Ma che cosa potevano farne?
Si infilò un impermeabile e uscì sotto la pioggia per aiutare a scaricare le casse di champagne destinate alla festa di quella sera, ripercorrendo di nuovo con la mente la scena al ristorante: l’uomo che si sporgeva sopra il tavolo per parlare, l’espressione tesa di Gregson che ascoltava. Di che cosa stavano discutendo? Il Barone era già in possesso dei gioielli, quindi forse stava pianificando qualcos’altro? E, in tal caso, come mai, tra tutti i luoghi possibili, era venuto proprio al ristorante di Sinclair per confrontarsi con Gregson?
Le domande vorticavano febbrili nella sua testa ma, per una volta, nessuno sembrò notare la poca attenzione che metteva nel lavoro. Erano tutti troppo distratti già per conto proprio: l’emporio fremeva di eccitazione per il gala serale.
Quell’evento sarebbe stato insolitamente sfarzoso persino per gli standard dei Grandi Magazzini Sinclair. L’inserviente che aveva portato il tè quella mattina aveva descritto, con dettagli da fare venire l’acquolina in bocca, tutte le delizie che si stavano preparando in cucina: salmone affumicato e caviale, aragosta e beccacce ripiene. I dolci previsti sembravano usciti da una fiaba: pasticcini morbidi come nuvole spolverati di zucchero a velo; castelli di meringa e di crema più leggeri dell’aria; torte gelato affogate nelle fragole.
Ma il rinfresco non era tutto, perché ci sarebbero stati anche intrattenimenti spettacolari. La migliore orchestra di Londra si sarebbe esibita nel salone d’ingresso, dove avrebbero sfilato indossatrici abbigliate con i più ricercati modelli parigini in vendita nell’emporio. Spettacolini a sorpresa si sarebbero svolti a ogni piano: erano previste le esibizioni di una famosa stella dell’opera, di una prima ballerina e di un illusionista. Si sarebbe danzato nella Galleria delle esposizioni e giocato a carte nella sala da fumo per i signori, mentre una sontuosa cena sarebbe stata servita al ristorante Marble Court. In mezzo a tutti quei portenti, gli invitati d’onore del signor Sinclair sarebbero stati liberi di sorseggiare champagne ed esplorare il negozio a loro piacimento. Il personale doveva restare in servizio per tutta la serata. I dipendenti avrebbero potuto pasteggiare in mensa a partire dalle sei in punto, poi sarebbero rimasti in servizio fino alle due del mattino, momento in cui la festa sarebbe finalmente terminata. Si prospettava, quindi, una giornata lunga e faticosa, ma tutti erano convinti che ne valesse la pena, se significava poter vedere da vicino le meraviglie del gala inaugurale del signor Sinclair.
Più di ogni altra cosa, l’aspettativa si concentrava sugli ospiti della festa. I personaggi più eminenti di Londra sarebbero stati presenti: aristocratici, stelle dei teatri del West End, intellettuali, bellezze rinomate, politici, artisti e scrittori celeberrimi. Cosa ancora più emozionante, la dattilografa di Miss Atwood aveva mormorato che un «importante membro della famiglia reale» avrebbe partecipato alla serata. Quel pomeriggio, più di una commessa si ritrovò a distrarsi e vagare speranzosa con la mente, sognando che, quella sera, un buon partito giovane e ricco si avvicinasse al suo bancone e si innamorasse perdutamente di lei.
L’unica persona che appariva indifferente alla situazione era il signor Cooper. Percorreva a grandi passi l’emporio, vestito con i suoi soliti, rigorosi abiti neri, e i suoi occhi attenti non si lasciavano sfuggire la minima sbavatura sulle targhette d’ottone, né la più piccola macchia sulle scarpe di un commesso. Con il passare del pomeriggio, iniziò a diffondersi per il negozio una voce secondo la quale Sinclair stesse preparando un’ispezione a sorpresa prima della festa per accertarsi che tutto fosse perfetto.
– Meglio assicurarsi che ogni cosa sia impeccabile – consigliò Bill, del Reparto Articolo Sportivi, avvisando Claudine. – Secondo Sid, il vento soffia a est.
Claudine lo fissò allarmata. I dipendenti di Sinclair usavano la frase “il vento soffia a est” per segnalare che il Capitano era in uno dei suoi rari momenti di malumore, e non avrebbe tollerato neanche la minima imperfezione.
La giovane mormorò: – Zut alors! –, e corse verso il salone per riferire il messaggio a Monsieur Pascal.
Di sopra, nel Reparto Confezioni per Signora, tutto era immacolato e le commesse sgomitavano per guadagnarsi un posto davanti allo specchio e rassettarsi i capelli. Ma dall’altro lato del corridoio, nel Reparto Modisteria, era tutto in disordine.
Minnie e Violet si precipitavano dentro e fuori dal magazzino mentre Edith lottava per sistemare una precaria torre di scatole, quando arrivò Lil con una cappelliera chiusa da un fiocco blu in ciascuna mano. – Ma, dico… dove le metto queste?
– E quelle da dove vengono?– ribatté Edith, irritata.
– Dai camerini delle modelle – spiegò Lil. – A quanto pare, alla fine non ne avremo bisogno.
– Ah, bene, proprio quello che ci mancava! Oh… mollale pure dove vuoi.
Lil fece come le era stato detto, poi si fermò. – Dovete proprio rimboccarvi le maniche, sai? – disse schietta. – Il Capitano farà un giro del negozio da un momento all’altro, e non vorrete certo fargli trovare il reparto in questo stato.
– Lo so benissimo, grazie mille – sbottò Edith con rabbia. Appena lo disse, le scatole che stava reggendo le scivolarono di mano e crollarono a terra; al rumore improvviso, alcune eleganti signore che stavano esaminando dei turbanti di velluto esposti lì accanto si voltarono accigliate. Una di esse lanciò a Edith un’occhiata di disapprovazione attraverso il suo monocolo.
Lil aiutò la commessa a impilare di nuovo le scatole. – Ma che cosa sta succedendo? – chiese. – Dov’è la signora Milton?
– È andata a casa con il mal di denti – rispose Edith, in tono disperato. – Tutto il pomeriggio è stato frenetico, e siamo già in poche ora che Sophie non c’è più –. Alzò lo sguardo verso l’altra ragazza e, d’impulso, le chiese: – Senti… potresti aiutarmi?
Lil la fissò stupita, chiedendosi se le sue orecchie non l’avessero ingannata. – Aiutarti? – ripeté incredula. – Tu vuoi che io aiuti te?
– Oh, be’, se questa è la tua reazione, puoi anche andartene – replicò Edith; si voltò e, con il viso in fiamme, riprese a impilare cappelliere.
Lil rimase immobile per un momento e osservò pensierosa Edith che entrava barcollando nel magazzino e ci buttava le scatole. Anche in quello stato di disordine, la piccola stanza continuava a ricordarle Sophie. Rammentava di come erano state lì, sedute sul pavimento, mentre l’amica le raccontava della morte di suo padre. Sembrava impossibile credere che non ci sarebbe mai più tornata.
Tornò a guardare Edith e prese una decisione. – Molto bene, ti aiuterò – disse. – Che cosa vuoi che faccia?
Mezz’ora più tardi, il Reparto Modisteria era di nuovo in ordine. Mentre Edith e le altre ragazze si occupavano delle clienti e sistemavano l’esterno, Lil si dette da fare in magazzino, raggruppando le cappelliere sugli scaffali e spazzando addirittura il pavimento. Quando ebbe finito, Edith borbottò un imbarazzato ringraziamento.
Lil la fissò a lungo. Poi disse, in tono lieve: – Non c’è di che, Edith. Sono certa che tu avresti fatto lo stesso, se fosse stata Sophie ad avere bisogno di aiuto.
Girò sui tacchi e si allontanò, canticchiando a mezza voce una delle sue canzoni preferite dello spettacolo, con la sensazione che fosse stata fatta giustizia. Mentre tornava verso la scala scorse Sinclair che, curvo sopra il bancone nel Reparto Confezioni per Signora, parlava con una commessa dall’aria terrorizzata. Dietro di lui c’era Cooper, un’espressione arcigna in viso, e poi Miss Atwood, con il suo taccuino in mano e un’aria piuttosto contrariata. Anche vedendoli da lontano, era evidente che quei due non apprezzavano la compagnia reciproca. Le altre commesse li attorniavano impettite, aspettando nervosamente il loro turno.
Lil, invece, provava una strana indifferenza. Dopo quello che era successo a Sophie, non poteva fare a meno di pensare che beccarsi un rimprovero perché si avevano le mani un po’ sporche o perché il bancone era macchiato fosse una cosa futile e insignificante, anche se la critica veniva dal Capitano in persona.
Mentre correva leggera giù per le scale e tornava ai camerini delle modelle continuò a canticchiare, pensando al suo debutto su un vero palcoscenico del West End quella sera e a tutte le emozioni eccitanti che l’aspettavano.
18
Sophie controllò la sua immagine riflessa nello specchio. Aveva passato le ultime due faticose giornate a trascinarsi fino agli uffici di diversi giornali per piazzare inserzioni, spostandosi a piedi per evitare di spendere anche solo i pochi penny dell’omnibus. Appena arrivata a casa, quella sera, si sentiva talmente esausta che desiderò di non aver promesso a Lil che sarebbe andata a teatro. Ora che si era vestita e preparata, però, il suo pessimo umore era inaspettatamente migliorato. Anzi, era contenta di non dover trascorrere la serata da sola, al pensi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prima Parte. LA PAGLIETTA DA MARINAIO
- Seconda Parte. UN GIRO IN CITTÀ
- Terza Parte. À LA MODE
- Quarta Parte. ELEGANZA PER LA SERA
- Quinta Parte. A RIPOSO
- Nota dell’autrice
- Ringraziamenti
- Copyright