Dieci piccoli gatti
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Dieci piccoli gatti

  1. 432 pagine
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Dieci piccoli gatti

Informazioni su questo libro

Le divinità portafortuna amano ingarbugliare un po' le cose prima di dar sfoggio dei loro poteri. Quando nella tenuta in Maremma di Eva e Jeremy, dove vivono con la piccola Viola, nascono i dieci gattini di Felicità, Eva vorrebbe tenerli tutti perché la sua è una gatta magica, e tali devono essere anche i suoi cuccioli. Ma Jeremy non vuole saperne. Così, a malincuore, i gattini vengono affidati a clienti selezionati del ristorante di Eva. Si è diffusa la voce che portino fortuna come la madre, e chi non ha bisogno di fortuna?
Mary, sposata con un uomo che la trascura, ne adotta uno e, finalmente, decide di separarsi ritrovando l'amore di gioventù. Anche Sei - così li ha battezzati la piccola Viola, con nomi da Uno a Dieci - dovrà darsi da fare con Susy, bambina con una mamma poco affettuosa.
Ognuno di loro sembra abbia una missione da compiere nelle case dove vengono accolti. Perché è questa la prima magia dei gatti, ti aiutano a capire te stesso coi loro sguardi indagatori, la presenza parlante e la saggezza delle loro movenze. E con quella malia telepatica, che sembra trasmetterti il loro sapere. Ma, essendo gatti, se è troppo facile non si divertono. Infatti non tutto va liscio, e qualcuno dovrà penare per sistemare le cose. Anche per Eva e Jeremy, tra gelosie e questioni famigliari, sembra non bastino gli effetti positivi di tutti i loro gatti, Felicità, Luna, Chopin. Forse ne serve ancora un po', di magia felina.

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Informazioni

Print ISBN
9788856667141
eBook ISBN
9788858521274

Per spiegare quello che accadde all’inizio

C’è più verità nei sogni dei bambini che nella mente di chi li deride.
M. KIERSZKOWSKI
Dal grande casolare dove abitiamo i vigneti risalivano le colline e si estendevano a destra e a sinistra. In testa a ogni filare stavano fiorendo cespi di rose. Rose sentinella che anche qui in Maremma – questo me lo aveva spiegato Jeremy – sanno difendere la vigna da parassiti, muffe e acciacchi vari.
«Vedi i vigneti?» Viola era seduta accanto a me sulla panca accostata alla porta della cucina, all’ombra del glicine fiorito. «Li vedi? Passeranno i trattori e radono tutto a terra,» voce infantile ma tono biblico «passeranno e butteranno giù tutto e schiacceranno anche i cespugli di rose e costruiranno una grandissima casa e anche una piscina e i nostri vigneti non ci saranno più.»
«Ma che cosa dici? Questo non succederà mai.»
«Io l’ho sognato. Anche l’altra notte. Niente più vigneti, tutto rapato. E noi dovremo andare via da qui. Hai capito, mamma? Via.»
Singhiozzava. La tirai sulle ginocchia, la strinsi al petto, le sussurrai che certe volte ci sogniamo cose strane, cose che non si avverano mai. Proprio mai. Smise di piangere. Mi rivolse un’occhiata diffidente, troppo adulta per i suoi sette anni appena compiuti.
Sentimmo avvicinarsi il rombo di una macchina, lo sfrigolare delle gomme sulla ghiaia del vialetto tra i pioppi.
«È la moglie del nonno» sbuffò Viola. «Riconosco il rumore. È lei.» La chiamava la “moglie del nonno”, mai con il suo nome, mai Elvira. «È lei.»
«Eh, sì.» Non aggiunsi altro.
In quel momento Felicità attraversò il cortile, il gran pancione della gravidanza quasi strisciava a terra. «Quanto è grossa, poverina,» accomodai meglio Viola sulle ginocchia «farà almeno cinque gattini.»
«Ne farà dieci. Proprio dieci, vedrai.»
«Impossibile. I gatti non fanno così tanti gattini in una volta sola...»
«Dieci. L’ho sognato.»
Stavo per dirle: sogni troppo. Mi sembrò poco gentile, così tenni il becco chiuso.
La decappottabile di Elvira piombò nel cortile. Viola cacciò uno strillo. La gatta si buttò di lato. Elvira sterzò e inchiodò con una pomposa frenata.
«Visto che brava?» Rideva. Aprì lo sportello. «Non l’ho schiacciata.» La gatta se la stava battendo verso la legnaia. «Agile però, lei con quel pancione, guarda come fila via.» Elvira continuava a ridere: «Quanti ne sforna?».
«Dieci» strillò Viola rabbiosa, si liberò dalla mia mano e corse dietro alla gatta. «Saranno dieci e tu l’hai spaventata!»
«Dieci? Addirittura.» Elvira scese a terra, le lunghe gambe nude, teneva la gonna attorcigliata intorno alla vita. In mutande praticamente. Mi guardava ilare. «Faccio così perché mi dà fastidio mentre guido.» Sciolse l’ampia gonna lasciandola ricadere alle ginocchia, poi il foulard che le avvolgeva la testa. Gonna rossa. Foulard rosso. Si guardò intorno con quella sua aria ingorda, come fosse appena uscita da un letto di sollazzi o stesse per rientrarci.
«Devi rallentare quando arrivi da noi» ero fuori di me. «Lo sai che ci sono animali in giro e anche la bimba.» Me ne stavo impalata vicino alla porta della cucina e masticavo fiele.
Elvira è la mia spina nel fianco. Ogni volta che me la trovo di fronte come adesso, con quella sua bocca gonfia di rossetto e gli occhi che emanano un sensuale disprezzo, vorrei impedirmi di ricordare che è stata l’amante di Jeremy. Certo, questo accadeva prima che Jeremy mi incantasse, me lo sono sentito ripetere mille volte quel prima. Comunque poi ero arrivata io. Poi lui mi ha sposata. Poi lei ha sposato il padre di Jeremy. Quindi adesso sarebbe mia suocera. È mia suocera.
Ma tu pensa.
Va aggiunto che Elvira ha solo qualche anno più di me. Basta guardarla per capire perché mio suocero l’abbia sposata. Ma – sarò squallida – mi è difficile convincermi che lei abbia sposato mio suocero per amore.
Forse sbaglio.
«Dicevo che devi rallentare quando arrivi» ripetei. «Mi hai sentita?»
«Sai che vado veloce» fece lei. Tolse un pacchetto dalla borsa di tela e me lo porse. «Non dirmi che non penso a voi due. Scartalo subito.»
«Noi due? Io e Viola?»
«Tu e il tuo più che notevole marito.» Si lasciò andare sulla panca con un sospiro di piacere. I nostri due cani da guardia – di cui io continuo ad avere paura dopo quasi otto anni che vivo qui – accorsero per annusarle i piedi, poi le si stesero accanto come fossero, loro due e lei, grandi amici.
Mah!
«Che delizia qui da voi.» Elvira scalciò via i sandali. «Una vera delizia» e squadrava il nostro cortile ombreggiato da lecci e dall’eucalipto, i grandi magazzini in fondo, poi le stalle, la legnaia, i pollai e le conigliere. Si sporse e girò la testa verso gli orti, il frutteto e i prati, misurandoli con sguardo valutativo. Infine alzò lo sguardo alla collina. Passò in rassegna i vigneti. Mi ricordò due tizi che qualche giorno prima, in cortile, Jeremy aveva zittito con la secca risposta: non vendo la mia proprietà, qui vendo il vino che produco io, il vino dei miei vigneti, vendo prodotti del mio orto e pollame, ma la proprietà non la vendo. Chiaro?
Se n’erano andati, i due aspiranti compratori, con le classiche pive nel sacco.
«Allora?» sedetti accanto a Elvira. Che era venuta a fare?
Tirò su la gonna e allungò le gambe nel sole: «Com’è che sei qui? Non vai più a lavorare al ristorante?».
«Oggi è il giorno di chiusura.»
«Già, giusto, lunedì.» E alzando le sopracciglia con tono di rimprovero: «Davvero sai quattro o cinque lingue?».
«Quattro.»
«Una è il russo?»
«Esatto.»
«Sai chi me l’ha detto?»
«Mio suocero, immagino.»
«Mio marito, certo. Fungo. Proprio lui.» Lo chiamava anche lei così, Fungo, meritato soprannome di mio suocero, numero uno in assoluto nella trova dei porcini, in Maremma e non solo. «Sai che cosa dice anche?»
«Be’, spesso gli traduco i suoi opuscoli sui funghi...»
«Dice che sei sprecata. Dice che con quel che sai, sei finita a far la serva in un ristorante di paese.»
«Ma va là» mi indignai. «Fungo non avrebbe mai detto una cosa del genere. Sa benissimo che il ristorante lo gestiamo io e Ingrid.»
«Eppure...»
«Non ci credo» e intanto mi chiedevo perché mai stessi lì a becchettarmi con Elvira, a sottolinearle magari – cosa che sapeva benissimo – che io e Ingrid eravamo proprietarie del ristorante oltre che amiche da sempre. Non avevo niente di meglio da fare nella mia preziosa giornata di libertà? «Io ci tengo al nostro ristorante,» non potei fare a meno di aggiungere «Ingrid è una cuoca strepitosa, io con la clientela ci so proprio fare...», e come se non bastasse: «...non sgobbo solo al ristorante,» continuai «qui mi occupo dei pollai e delle conigliere, curo gli orti, mando avanti la casa e...» Ammutolii affannata. Che diavolo stavo dicendole sotto sotto? Che sono terribilmente in gamba? Non lei, ma io? «Lasciamo perdere» tagliai corto irosa.
«Non te la prendere così, mica sono venuta su per farti arrabbiare.» Elvira sorrideva, soave. «Tu mi sei simpatica, lo sai.»
Sì, figurarsi!
«Non apri il mio regalo?»
Me n’ero del tutto dimenticata. Era lì sulla panca tra lei e me. Una gran busta legata con un nastro rosa.
«Non può non piacerti.»
E va bene. Sciolsi il nastro. Aprii la busta.
Due biglietti per una spa di non so dove, un paio di giorni in albergo extralusso, piscine, hammam, sauna, vasche emozionali, bagni nel fieno, pulizia del viso e massaggi compresi. Una spa. Come le era venuta quella pensata?
«Tre giorni di relax per te e per il tuo Jeremy, un bel relax... finalmente pucipuci belli tranquilli, senza lavoro e bambina tra i piedi. Che ne dici? Tornate come nuovi.»
Pucipuci? Finalmente? Le era arrivato che non facciamo l’amore tutti i giorni, Jeremy e io? Che la sera stramazziamo esausti? D’accordo, lavoriamo come due matti... ma non esageriamo.
«Grazie» fu tutto quello che riuscii a dire. Mi rigiravo tra le mani i due biglietti, proprio non ce lo vedevo Jeremy a tuffarsi in una vasca emozionale o nel fieno. Altro che pucipuci.
«Non è l’anniversario del vostro matrimonio, tra poco?»
«Veramente è a gennaio.» Eravamo ai primi di giugno.
«Fa niente. Sai quanti soldi fanno i proprietari di quella spa? Sai quanto rende una spa? Un affarone, quello... averne... ma ho pensato di farvi un regalino in cambio di un favore. Vado al sodo: vorrei festeggiare qui il mio compleanno, da voi, non puoi dirmi che non ti garba, in fondo mio marito è tuo suocero o no?» Se la rideva come per una battuta. «Invitiamo un sacco di gente, che ne dici? Da noi nella nostra casetta a Montemerano abbiamo un giardino striminzito, qui da voi posso fare le cose in grande.» Si lisciava la chioma scura fitta e lustra: «Quarant’anni, sto invecchiando», mi sorrideva compiaciuta, bella come ce ne sono poche, questo devo proprio ammetterlo, anche se per il resto le taglio i panni addosso. Conosco solo due uomini che non cambiano faccia quando la vedono: uno è Jeremy e l’altro è il nostro veterinario. Lorenzo, insomma.
Anche Silvano, il fido Silvano, alter ego di Jeremy, sposato e padre di due ragazze che adora, rigoroso, severo, spesso moralista, anche lui ha un attimo di vertigine quando appare Elvira.
«D’accordo per la festa?»
«Ne parliamo con Jeremy...»
«Ci scommetti che dice di sì?» sorrise lei con l’aria di chi la sa lunga. E sottovoce: «Fungo mi farà un bel regalo, sai? Un regalo meraviglioso. Vuoi saperlo?».
«Se credi...» C’era qualcosa in lei che a un certo punto mi accasciava. Prima mi arrabbiavo, poi mi accasciavo. Come se lei mi facesse andar giù la pressione. «Allora?»
«Non te lo dico» scoppiò a ridere, raggiante. «È un segreto, un bellissimo segreto, un segretissimo.»
Non feci in tempo a dirle di andare a quel paese. Uno strillo di Viola mi fece sobbalzare, la vidi affacciarsi alla legnaia, a braccia alzate.
«Felicità fa i gattini... mamma... corri...»
Piantai in asso Elvira, le vasche emozionali, il suo segretissimo segreto e il mio fiele. Attraversai di corsa il cortile... dovevo chiamare subito Jeremy, lui sapeva come far partorire gatte, cavalle e capre, cagne e mucche, aveva fatto partorire anche me sette anni fa su in collina, quando Viola decise di venire al mondo prima del previsto: Jeremy e io da soli nel bosco, sull’erba, vicino a un provvidenziale ruscello, lui a far da levatrice, io a spingere.
«Jeremy!» urlai. Dov’era? Vigneti? Stalle? Magazzini? Non c’era?
«Sono qui.»
Era già nella legnaia, accucciato accanto alla cassetta che aveva allestito per il parto della g...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. DIECI PICCOLI GATTI
  4. Per spiegare quello che accadde all’inizio
  5. Uno
  6. Due
  7. Tre
  8. Quattro
  9. Cinque
  10. Sei
  11. Sette e Otto
  12. Nove
  13. Dieci
  14. Copyright