«Freeman fa volare le pagine.» Jeffery Deaver Un criminale tornato in libertà.
Una città terrorizzata.
Un detective che sa di non poter perdere la sfida.Quattro anni dopo che il serial killer Rudy Cutter è stato condannato all'ergastolo, l'ispettore della Omicidi di San Francisco Frost Easton scopre qualcosa che avrebbe preferito non venire mai a sapere: la prova fondamentale della colpevolezza di Cutter - un orologio trovato in casa sua, che segnava l'orario delle 3.42, come per tutti i suoi omicidi - era in realtà una falsa prova. Seminata proprio dalla donna che allora era a capo delle indagini, nonché la persona più vicina, in ogni senso, a Frost.
Il killer è così scarcerato. Ma Frost non ha dubbi che sia comunque il vero colpevole, colpevole anche dell'omicidio che ha sconvolto la sua vita. Quello di sua sorella. Per il detective Easton, dunque, la caccia è più che mai aperta. Tanto più che Cutter adesso è determinato a cercare vendetta: vendetta contro chi lo ha fatto marcire in galera per quattro anni, come sa bene Eden Shay, una giornalista che ha scritto un libro su Cutter e la sua vicenda, e che lo conosce meglio di chiunque altro. E proprio perché lo conosce, Eden è terrorizzata, e sa che Cutter colpirà, e lo farà in modo brutale. Insieme a lei, in un'indiavolata corsa contro il tempo, a Frost Easton non resta che cercare di fermarlo. Ad ogni costo.
Un nuovo thriller senza respiro da uno dei più grandi autori americani in circolazione, ambientato in una San Francisco livida e atmosferica, con un plot architettato magnificamente e un ritmo forsennato.

- 384 pagine
- Italian
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La verità sbagliata
Informazioni su questo libro
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2019Print ISBN
9788856669596eBook ISBN
97888585219841
Frost Easton sentì tremare la casa e si svegliò di soprassalto. Pensò subito a una scossa di terremoto.
Spalancò gli occhi, grandi e azzurri. In un attimo dal divano dove dormiva di solito si ritrovò in piedi sul pavimento freddo della sua casa a Russian Hill. Anche il gatto, Shack, aveva avvertito qualcosa. Era sul tavolino da caffè, con il pelo bianco e nero ritto, la schiena inarcata e la coda gonfia come un piumino da polvere. Frost attese che il terreno cominciasse a oscillare come una giostra al luna-park.
San Francisco era così: gli sciami sismici scuotevano regolarmente la città, rimbombando come tuoni sotterranei. Nella maggior parte dei casi non provocavano troppi danni, ma a otto anni Frost aveva assistito al disastro del terremoto di Loma Prieta. Il Big One sarebbe potuto arrivare in qualunque momento.
Questa volta però mancavano i segni rilevatori. L’angelo di vetro azzurro di sua sorella, appeso a un gancetto sopra la finestra a bovindo, non stava oscillando. La bottiglia vuota di birra non aveva raggiunto il bordo del tavolino per poi rovesciarsi sul tappeto.
Non si trattava di un terremoto. Era qualcos’altro.
E, qualunque cosa fosse, era opera di un uomo. In casa ristagnava un odore acre di sigaretta, come quando un fumatore ti passa accanto per la strada. Shack, di solito tanto calmo, si era irrigidito cominciando a emettere un verso gutturale, per segnalare la presenza di un intruso. Guardando verso la portafinestra del patio, Frost si accorse che non era ben chiusa; da una fessura di una decina di centimetri entrava un refolo di aria notturna.
Non era stato lui a lasciarla così. Qualcuno era entrato in casa.
Spalancò la portafinestra e uscì. Era sabato notte, la notte di Halloween, e l’aria che saliva dal mare era fredda e umida. Oltre il parapetto si stendevano le case costruite sul pendio della collina e poi l’oscurità della baia. Frost indossava i pantaloni della tuta e una maglietta con la caricatura di Mark Twain. Era scalzo e aveva i capelli arruffati. Si appoggiò alla ringhiera e restò in ascolto, ma non notò niente di sospetto. Nessun trapestio o suoni di motori per la strada e nessun movimento nella fitta vegetazione davanti a lui.
Sembrava un sogno, ma Frost non stava dormendo.
Shack lo raggiunse, si arrampicò sulla sua gamba e gli salì sulla spalla, come un King Kong in miniatura in cima all’Empire State Building.
«Sbaglio o ti ho già detto che quegli artigli fanno male?» commentò Frost, reagendo con una smorfia a quelle minuscole trafitture. Shack ignorò il rimprovero e cominciò a fare le fusa. Ruotò su se stesso, strusciando la coda sulla barba di Frost, e alzò una zampetta per giocare con le sue ciocche ribelli.
Tornati in casa, con un balzo aggraziato il gatto atterrò sul divano e Frost richiuse la portafinestra. Senza accendere la luce attraversò il salotto fino a raggiungere la sala da pranzo, e da lì guardò fuori dalla finestra. Vista dall’alto, Green Street appariva deserta. La strada senza uscita era vuota e nessuna sagoma oscurava il portone della palazzina di fronte.
Frost controllò la tasca della giacca nera appesa a una delle sedie intorno al tavolo. Il distintivo era ancora al suo posto, come pure la pistola. La sfilò dalla fondina e la impugnò mentre controllava le stanze del primo piano. Vuote. Eppure qualcosa non tornava: l’odore di fumo raccontava un’altra storia. Qualcuno si era introdotto in casa, ma chiunque fosse non aveva rubato nulla e non aveva lasciato tracce.
Perché era venuto?
«Tu che ne dici, Shack?» mormorò Frost al gatto che lo aspettava ai piedi della scala. «Hai visto chi era?»
La bestiola si limitò a voltarsi per dirigersi in cucina. Frost lo seguì, gli riempì la ciotola, poi prese una bottiglia di succo d’arancia. Nel frigorifero non c’era altro. A meno che suo fratello chef non gli facesse avere qualche manicaretto, Frost mangiava sempre fuori.
La casa di Russian Hill era illuminata soltanto dal bagliore della città. Tornato in salotto Frost spostò il plaid e si sedette sul divano accanto alla finestra. Bevve un sorso di succo e riavvitò il tappo della bottiglia. Gli era passato il sonno. Pensò di leggere – era a metà di un libro di Stephen Ambrose sulla spedizione di Lewis e Clark –, ma non era sicuro di riuscire a concentrarsi.
Poi un suono stridulo lacerò il silenzio, facendolo sobbalzare.
Proveniva dal bancone della cucina, dove aveva lasciato il cellulare in carica. Era la sveglia, imperiosa e brusca quanto un sergente istruttore. Frost la puntava sempre alle sei, ma mancava parecchio a quell’ora.
Prima che avesse il tempo di andare a spegnerla, al piano di sopra si attivò un’altra sveglia. Impossibile ignorarla. Era quella della stanza da letto e sembrava una sirena dei pompieri. Ma perché suonava? Frost dormiva sempre in salotto e non l’aveva mai programmata.
Poi ne partì un’altra. In una delle stanze degli ospiti.
E un’altra ancora, nella terza camera da letto.
Di colpo si accese anche la radio della cucina, sintonizzata a tutto volume su un talk show della KSFO.
Frost scattò in piedi. «Ma che diavolo…?»
Infine dalla sala da pranzo risuonò un allarme, che sembrava l’avviso di un treno in transito a un passaggio a livello. Frost non aveva mai avuto una sveglia con un suono del genere. Restò immobile, circondato dalla cacofonia assordante di cicalini, programmi radio, ronzii e squilli elettronici, mentre Shack, in preda al panico, correva disperato su e giù dalle scale.
Non restava che fare il giro della casa per spegnere tutti gli apparecchi. Ma arrivato in cucina Frost notò i numeri digitali che brillavano sul display del cellulare.
3.42.
Quella sequenza lo lasciò impietrito, paralizzato dai ricordi. Passò un altro minuto prima che si riscuotesse dalla trance e spegnesse la suoneria. Poi salì i gradini due a due, staccò le spine delle sveglie nelle camere da letto, tornò in cucina e spense la radio. Infine andò in cerca dell’orologio fantasma in sala da pranzo.
Ed eccolo lì, in bella mostra sul tavolo: grosso, a doppia campana, decorato con motivi di Halloween.
Al buio non l’aveva notato. Non era suo. Il quadrante era arancione e nero, con il ghigno disegnato di una zucca, e dai lati spuntavano due ali di pipistrello che si scuotevano al ritmo della campanella. L’aveva lasciato l’intruso.
Dolcetto o scherzetto.
Il martelletto oscillava tra le due campane, producendo un suono più assordante di tutte le altre sveglie messe insieme. Frost non aveva idea di come spegnerlo. Provò a scuoterlo, a schiacciare pulsanti, a spostare levette. Niente da fare. Infine, con la testa che scoppiava, lo portò in cucina, lo mise nel lavabo e lo distrusse con un martello preso dalla cassetta degli attrezzi. Finalmente la sveglia tacque, ma la sua eco continuava a rimbombargli in testa.
3.42.
Di certo non era un caso o un semplice scherzo di Halloween.
Era un promemoria, una provocazione.
Qualcuno sapeva cosa significasse quell’orario per lui e voleva lasciargli un messaggio. Il tempo trascorso non aveva importanza. Erano passati cinque anni dal ritrovamento dell’ultimo cadavere. Quattro dalla condanna all’ergastolo di Rudy Cutter. Ma Frost non aveva dimenticato.
3.42.
Era l’ora indicata dagli orologi rotti lasciati sul polso delle vittime. Gli orologi – tutti diversi, ciascuno appartenuto alla vittima precedente – erano la catena di sangue che legava le sette donne uccise dalla furia omicida di Rudy Cutter.
Compresa la sorella di Frost, Katie.
Non era soltanto una trovata macabra. Stava succedendo qualcosa.
Frost si sentì attraversare da un brivido freddo. C’era corrente e nel silenzio si udiva il sibilo del vento, tanto simile al sussurro di un fantasma. Controllò di nuovo la portafinestra del patio, poi le altre finestre, ma le trovò tutte chiuse. Una volta arrivato sul pavimento di piastrelle bianche dell’anticamera, però, si accorse che la porta d’ingresso era solo accostata. Dondolava avanti e indietro di un paio di centimetri, sospinta dalla brezza.
La raggiunse e la spalancò.
Uno dei suoi lunghi coltelli da cucina – identico a quelli usati da Rudy Cutter per i suoi delitti – era conficcato in profondità nel battente di noce. L’impatto della lama nel legno: era stato quello il rumore che aveva sentito? La scossa che l’aveva svegliato?
La punta del coltello teneva impalata una cartolina, di quelle dozzinali che riempivano le botteghe di souvenir di Fisherman’s Wharf. La foto era in bianco e nero, un’immagine anni Venti del celebre ristorante Cliff House, affacciato sul Pacifico. Il significato era inequivocabile.
Il Cliff House era costruito sopra la sabbia e gli scogli di Ocean Beach, ed era là, sul sedile posteriore della sua Chevrolet Malibu, che aveva trovato Katie.
Prima di staccare il coltello dalla porta Frost infilò un paio di guanti di lattice. Doveva conservare l’integrità delle impronte, anche se dubitava che ne avrebbero trovate. Poi prese la cartolina, tenendola per il bordo con la punta delle dita, e la girò. L’intestazione riportava il suo nome ma l’indirizzo non era quello di Russian Hill. Era una via del Mission District.
Un invito implicito.
Scarabocchiato sulla cartolina, c’era anche un messaggio. Un’unica frase.
Riesci a vivere nella menzogna?
Meno di un’ora dopo, alle quattro e mezza del mattino, Frost parcheggiò la sua Chevrolet Suburban senza contrassegni sotto il cavalcavia della Highway 101. Su Duboce Avenue non si vedeva anima viva. Anche in una città che non dormiva mai, quella era l’ora del lupo. Non più notte, non ancora giorno.
Scese dalla vettura e fece correre lo sguardo sulle case addormentate, illuminate dagli aloni dei lampioni. I piloni del cavalcavia erano coperti di graffiti. Una folata di vento mandò un bicchierino di carta a rotolare sulla strada. Dietro una rete metallica si intravedevano le rampe di cemento di un percorso da skateboard.
Frost conosceva bene quella zona. Il camion ristorante di Duane, suo fratello maggiore, stazionava a pochi isolati di distanza, al mercato dello street food di SoMa.
L’indirizzo riportato sulla cartolina era alle sue spalle, in Mission Street, ma Frost si incamminò nella direzione opposta, verso un vicolo lastricato che conduceva oltre un parcheggio deserto sotto l’autostrada. Come l’ora indicata dalle sveglie, nemmeno il luogo era casuale. Insieme a decine di altri agenti, Frost aveva perlustrato quel quartiere palmo a palmo, cercando tracce di una giovane donna di nome Melanie Valou.
La vittima numero sette.
Melanie aveva ventisei anni, ed era francoalgerina. La sua famiglia era ricca ma la giovane, nata a San Francisco come Frost, conduceva una vita da bohémienne, mantenendosi con le mance delle sue esibizioni di cantante nei night, facendo esperimenti con i cristalli, l’aromaterapia e altri rimedi new age. Aveva lunghi capelli neri e una carnagione bianca come l’avorio, labbra pallide e occhi scuri e infossati. Il giorno della scomparsa, il 17 novembre di cinque anni prima, indossava una camicetta beige spiegazzata e una gonna di jeans di seconda mano. Era stata ripresa dalla videocamera di un bancomat all’incrocio tra Market e Van Ness Avenue. Poi, più nulla.
Abitava in un appartamento del Mission District, a sud della banca, perciò l’ipotesi era che stesse tornando a casa. Gli agenti avevano setacciato la zona, bu...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA VERITÀ SBAGLIATA
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
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- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
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- Nota dell’autore
- Ringraziamenti
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