Ora sei una stella. Il romanzo dell'Inter
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Ora sei una stella. Il romanzo dell'Inter

  1. 320 pagine
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Ora sei una stella. Il romanzo dell'Inter

Informazioni su questo libro

Ambrogio non ha mai visto piangere suo nonno fino al giorno in cui gli comunicano che è morto "il Giacinto". Il ragazzino non sa chi sia, ma capisce che doveva trattarsi di qualcuno di particolare, e chiede al nonno di parlargliene. Da qui ha inizio il racconto appassionato, a volte ironico, a volte romantico, della storia dell'Inter. Attraverso gli occhi del nonno, Ambrogio conosce i grandi campioni del passato, ma soprattutto capisce che cosa significa portare nel cuore i colori di una bandiera

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Informazioni

Anno
2018
eBook ISBN
9788858521397
Print ISBN
9788856666199

LA DOLCE VITA DI NICOLINO BERTI

28 febbraio 2007

Sarà che stavo dipingendo la foto di un’incantevole Tilde sotto la pergola del Cafferin e avevo quindi i sentimenti in stato di grazia, ma l’1-1 con l’Udinese, uscito dalla mia radiolina da polso, non mi ha turbato per nulla. La striscia delle vittorie dell’Inter si è fermata a 17? Pace, amen. Il vantaggio sulla Roma è rimasto di 14 punti. Questo conta. I numeri passano, gli scudetti restano. E conterà ancora di più, martedì prossimo, scornare il toro nell’arena di Valencia, dopo il balordo 2-2 dell’andata a San Siro.
Cosa m’importa di entrare nella storia con lo scudetto dei record se poi esco dalla Champions e quel brumista del Bruno mi rincorre con la 54 fino a Loreto?
L’Ambrogio, invece, un po’ ci è rimasto male. E, alla fine della partita, è sceso nella caverna per dirmelo: – Che peccato, nonno… Ci mancava solo l’Udinese e poi le avevamo battute tutte, una dietro l’altra! Però possiamo ancora superare i cento punti e migliorare un sacco di record: quello del maggior numero di punti detenuto dal Grande Torino di Valentino, del maggior numero di vittorie complessive, quello del maggior numero di vittorie in trasferta, del…
Il cervellone è così: ha una sua concezione molto matematica del calcio, fa il secchione anche quando tifa. Appena lo Sconcerti inforca gli occhiali e si mette a leggere le statistiche sui suoi fogliettini, lui prende appunti, come se l’Anestesia fosse in cattedra a raccontare la storia dei Fenici.
– Bergomi ha detto che anche la sua Inter batteva tutti i record. Era forte? – mi chiede il cervellone.
– Fortissima – rispondo. – Aveva in porta l’Uomo Ragno e in panchina l’allenatore che consigliava al Becca di camminare a piedi nudi sulle piastrelle per fare la pipì.
Da quando ha deciso di essere un interista, l’Ambrogio è diventato un ottimo cliente di Sky. E non solo per i numeri dello Sconcerti. Anche per quelli della D’Amico. Solo i cartoni animati dei Simpson gli strappano tanta attenzione. All’Ambrogio piace molto anche il Caressa, che all’intervallo delle partite ci invita sempre a prendere un tè caldo e quest’estate ci raccomandava di volerci bene, come Papa Giovanni dal balcone del Vaticano. Anche a me è simpatico quel ragazzotto, perché guarda le partite con gli occhi e, prima di fare uscire le parole dalla bocca, fa la scarpetta nel cuore, come Nicolò Carosio. Ci mette passione. Il racconto del gol di Grosso alla Germania mi ha messo i brividi, come quelli di Frossi al Führer.
Insomma, l’idea di portare il cervellone negli studi di Sky, e di fargli raccontare dallo Zio in persona la sua Inter dei record, mi è venuta facile facile. Arrivarci è un attimo, solo poche fermate di metropolitana.
Ma, poi, perché prendere la metropolitana, quando ho a disposizione una fedelissima Panda nerazzurra?
Sì, mi hanno restituito la patente! L’Amilcare Redaelli ha ancora le ruote!
È andata così.
Ho provato a oppormi con tutte le mie forze alla follia dell’Ambrogio, ma non c’è stato niente da fare e alla fine mi sono arreso. Mi ha infilato nel timpano l’auricolare del telefonino che mi ha regalato a Natale e che non uso mai, ci ha messo del cotone sopra e mi ha incerottato l’orecchio. Poi mi ha fatto passare il filo sotto la camicia e mi ha avvolto la sciarpa attorno al collo per coprire la parte di cavo che restava fuori.
– E se l’oculista mi chiede perché vado in giro così? – ho chiesto, imbarazzato come un ladro.
– Una brutta otite – ha risposto sicuro il cervellone.
– Ma la mamma lo sa che non ho l’otite!
– Ti copri l’orecchio col cappello di lana e te lo togli solo nello studio del medico – mi ha istruito l’Ambrogio. – Lì la mamma non ci sarà.
Poi mi ha spiegato il piano nei dettagli: – Tu entri nella saletta dell’autoscuola, io resto fuori e sbircio da una finestra. Ho fatto un sopralluogo: si può. Quando ti chiederà di leggere le lettere, ti copri l’occhio con una mano e con l’altra, che tieni in tasca, accendi il telefonino. Io leggo le lettere che indica il dottore, te le suggerisco e tu le ripeti. Semplice.
– Ma come faccio a sapere quando devo accendere il telefonino?
– Lo sentirai vibrare in tasca – mi ha spiegato. – Schiaccerai un tasto e sentirai la mia voce. L’importante è togliere il segnale di chiamata, altrimenti ci scoprono.
– Non funzionerà – ho risposto con un magone da delinquente al primo colpo in banca.
– Tranquillo, nonno. Funzionerà. Sicuro come l’oro!
All’autoscuola di via Amadeo ci ha accompagnati la Carole col SUV. Si è presentata con due tacchi a spillo e una scollatura sotto il tailleur che sembrava la D’Amico di domenica. Mi è fibrillato il cardio.
– Non ha caldo con quel berretto in testa, Amilcare? – mi ha chiesto.
– Ho un principio di otite – le ho spiegato.
L’Ambrogio mi ha strizzato l’occhio nello specchietto retrovisore.
L’oculista mi ha fatto entrare, non mi ha domandato nulla dei miei cerotti, ha controllato la mia pratica, poi, con l’entusiasmo di un operaio alla settima ora di catena di montaggio, si è spostato al pannello delle lettere e mi ha chiesto di coprirmi l’occhio destro. Ho riconosciuto nella tasca la vibrazione del telefonino. Ho pigiato un tasto.
– Legga questa lettera – mi ha ordinato il dottore.
– S – mi ha bisbigliato nel timpano l’Ambrogio.
Ma, invece di ripetere la lettera, ho detto a voce alta: – Noi siamo interisti e gli interisti sono gente onesta. Orbi, magari, ma onesti!
L’oculista ha sospettato che mi fosse partito un embolo, poi ha studiato con attenzione il pannello, per capire se quella frase senza senso l’avessi letta ricostruendo l’ordine misterioso delle lettere mescolate a caso. Ho spento il telefonino nella tasca e ho chiesto alle mie povere diottrie di giocarsi la partita con coraggio, come l’Inter all’Avellaneda.
Una lettera l’azzeccavo, l’altra la sbagliavo. È stata una gara appassionante, incerta e piena di sorprese fino all’ultimo, come il derby del 6-5. Un gol lo segnavo io, uno l’oculista.
Alla fine lui ha puntato il dito su una macchiolina nera, maledettamente piccola: – Signor Redaelli, questa è l’ultima: se non riesce a leggerla, non potrò firmarle il nulla osta. Mi spiace –. Era il rigore decisivo.
Ho cercato di mettere a fuoco il portiere con un esagerato sforzo di concentrazione. Ho preso la rincorsa e ho tirato: – F.
– Mi spiace, era una T – ha sentenziato l’oculista.
Proprio l’iniziale della Tilde non ho riconosciuto…
L’ho ringraziato, ho salutato, sono uscito dall’autoscuola senza badare all’Ambrogio che pretendeva delle spiegazioni e sono salito sul SUV, dove ho raccontato tutto alla Carole, per filo e per segno. Mi sentivo un verme e mi aspettavo un’arringa di fuoco dalla migliore avvocatessa del foro.
Invece la Carole è uscita dall’auto quasi di scatto ed è entrata nell’autoscuola a passi decisi. È uscita una decina di minuti dopo, seguita dall’oculista.
– Scenda, Amilcare – mi ha ordinato mia nuora, come se volesse fucilarmi.
Sono sceso dal SUV.
Il dottore mi ha spiegato: – Per firmarle quel foglio, deve leggermi almeno un’altra lettera.
Si è guardato attorno, poi ha puntato il dito verso la grande P appiccicata sul lunotto posteriore di una Punto parcheggiata davanti all’autoscuola: – Legga.
– P – ho risposto.
L’oculista ha appoggiato il foglio sul tettuccio della Punto, lo ha firmato con uno scarabocchio e lo ha consegnato alla Carole.
L’Ambrogio aveva seguito la scena a bocca aperta.
– Come ho fatto? Semplice – mi ha spiegato la svizzera. – Gli ho fatto credere che lei è un vecchio rimbambito e che l’auto non la sposterà più dal garage, ma che la patente le serve per non cadere ulteriormente in depressione. E, poi, quando mi vesto così, non mi resiste neppure la Cassazione, figuriamoci un oculista…
Sorrido: – Habla Habla, sei una maga!
La Carole inchioda sul cavalcavia Buccari: – Amilcare, lei mi ha appena dato del tu!
Te lo sei meritato, tesoro.
Nel marzo del 1984 l’Ivanoe Fraizzoli scese dalla giostra, perché girava troppo forte. «Ho sempre fatto tutto col cuore, oggi non basta più» si disse allo specchio. Se n’erano andati anche Oriali e Bordon, proprio loro, i due figli prediletti, quelli che forse aveva chiesto a Sant’Ambrogio accendendo candele.
Quando il Lele Oriali era un ragazzino dell’Inter che aveva bisogno di arrotondare, Fraizzoli lo aveva preso a bottega in via De Amicis e gli pagava piccoli lavoretti. Ora il Lele, per arrotondare, se n’era andato alla Fiorentina che pagava molto di più. Per la sua ultima Inter, Fraizzoli aveva dato tre miliardi di lire al Mazzola, raccomandandosi: «Devono bastare per tutti gli stipendi». Sandrino contò i soldi che aveva in mano e si sentì come il ragazzino mandato dalla mamma a fare la spesa per il cenone di Capodanno con due euro in tasca. Infatti, oltre a Falcão, l’Inter si era lasciata portar via anche Ancelotti e Platini, e si era ridotta a Juary, un piccolo brasiliano che danzava attorno alle bandierine.
L’Ivanoe era abituato a salire tutti i sabati alla Pinetina e a seguir messa con i suoi giocatori. Quel mondo non esisteva più.
«Lo so» ripeteva Fraizzoli, come per scusarsi. «Nel calcio bisogna passare sopra i cadaveri, ma io non sono capace.»
Si erano riaperte le frontiere, sbarcavano campioni affamati di lira. Gli italiani cominciarono a pretendere la Luna.
Un giorno la signora Renata disse all’Ivanoe: «Ascolta. Sei pieno di preoccupazioni e ogni notte ti rigiri nel letto come un’anima in pena. Se vendi l’Inter, ricomincio a dormire anch’io». L’Ivanoe le rispose con un sorriso di sollievo.
E nel marzo dell’84 passò la società all’Ernesto Pellegrini. Da piccolo Fraizzoli abitava dalle parti di viale Umbria e portava ogni giorno la colazione a suo papà che lavorava stoffe in Porta Genova. Su quello spreco di energie e di tempo ragionò l’Ernesto per fondare la sua fortuna: non è meglio se i pasti ve li porto io, già belli pronti e a poco prezzo? Voi dovrete solo riscaldarli e mangiarli.
Così divenne il re delle mense aziendali, l’imperatore del precotto. Gestiva anche l’albergo di Villar Perosa che ospitava la Juve, perciò l’Avvocato lo accolse con un sorrisino: «Il nostro cuoco ha comprato l’Inter».
Ma guai a sottovalutare un giovane che vuole arrivare in alto.
L’Ernesto, come i bravi ragazzi di una volta, non si presenta a mani vuote. Arriva all’Inter e annuncia fiero: «Ho comprato Kalle Rummenigge!».
È vero, forse ha esagerato col precotto, Kalle ha qualche anno e qualche cicatrice di troppo sui muscoli, ma il tedesco resta pur sempre uno dei più grandi attaccanti della storia. L’Avvocato ha fatto di tutto per portarlo alla Juve. Non c’è riuscito. Il suo cuoco, sì. Rummenigge aveva le cosce di Meazza, il coraggio di Bonimba e gli occhi puri di Giacinto. È stato bello averlo con noi, anche solo per quel meraviglioso sinistro che scaricò nella porta del Milan: scattò sulla destra, poi deragliò verso la porta come un treno impazzito che travolge tutto ciò che incrocia; arrivato al limite, scaricò una cannonata spaventosa che finì nella rete di Terraneo, portiere-poeta rimasto fortunatamente illeso.
È stato bello averlo con noi per quel capolavoro in rovesciata che un arbitro rozzo trasformò in un gol annullato ma, soprattutto, è stato bello tifare Kalle per la pulizia dei suoi comportamenti e per l’appassionata fedeltà ai colori: giocò più di un tempo e segnò un gol all’Avellino con un piede rotto.
Non servono mille trionfi o una vita alla Pinetina per dimostrarsi veri interisti. È questione di stile e di eleganza di cuore. Karl-Heinz Rummenigge è stato un grande interista.
L’Ernesto ha un’altra idea buona nell’86, quando chiama Giovanni Trapattoni, che ha appena vinto un altro scudetto alla Juve. La filosofia è sempre quella del precotto: prendo un allenatore che ha vinto tanto altrove, lo riscaldo e lo servo. In realtà, non è così semplice, perché la concorrenza mette in tavola il caviale. Il Napoli porta a casa il Maradona, che è il numero uno del mondo; il Milan mette insieme un tris di olandesi che fanno squadra da soli: Rijkaard, Gullit, Van Basten.
Infatti, alla fine del campionato ’87-’88, il Giuan, staccato di 13 punti, va dall’Ernesto e glielo dice chiaro: «Presidente, qui bisogna comprare campioni, mica bruscolini!».
Pellegrini stavolta si arrabbia, tira fuori subito otto miliardi per far arrivare con un anno di anticipo Nicola Berti, giovane puledro della Fiorentina, e ne sborsa molti altri per arrivare a Lothar Matthäus, centrocampista alla dinamite, capitano della Germania.
Nasce così l’Inter dei record, la Grande Armata del Trap. È vero, quella squadra è stata aiutata anche dal caso. Il medico boccia l’algerino ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PIANGI, ROCCIA, PIANGI
  4. IL GIACINTO DELLE 15.07
  5. LA CULLA E L’UOMO NERO
  6. SE TI INVITAVA MEAZZA
  7. FROSSI CONTRO IL FÜHRER
  8. AL BAR DI NACKA E VELENO
  9. I MAGI PORTANO LA GRANDE INTER
  10. SANDRO E IL CANNONCINO
  11. IO E L’ARMANDO PADRONI DEL MONDO
  12. DI GIACOMO LEOPARDI E IL DÌ DI FESTA
  13. E BONIMBA SI PRESE MIO FIGLIO
  14. L’AMBROGIO SCEGLIE L’IVANO
  15. TUTTI AL MARE COL BECCA
  16. LA DOLCE VITA DI NICOLINO BERTI
  17. TRA SEDANO E CAROTE SPUNTA IL MASSIMO
  18. COM’È DOLCE PARIGI
  19. IBRA NON AMA LE PORTINAIE
  20. SI SCRIVE TIAO LIN, SI LEGGE TAGNIN
  21. AMBROGIO JUNIOR REDAELLI
  22. AMILCARE REDAELLI
  23. DUE ANNI DOPO
  24. L’AMBROGIO ALL’INFERNO
  25. SHEVA E LA SHEVA
  26. IL GRANDE ATTORE
  27. E ORA A NOI, FRÄULEIN SUSANNE!
  28. TRIPLETE
  29. AMBROGIO REDAELLI
  30. Copyright