L'origine delle specie
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L'origine delle specie

  1. 608 pagine
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L'origine delle specie

Informazioni su questo libro

C'è qualcosa di grandioso in questa concezione per cui la vita, con le sue diverse forze, è stata originariamente infusa in poche forme o in una sola; e [...] da un inizio così semplice, innumerevoli forme bellissime e meravigliose si sono evolute, e tuttora si evolvono." Con queste parole, nel 1859, Charles Darwin concludeva la prima edizione dell'"Origine delle specie". Come la rivoluzione copernicana aveva sottratto la Terra dal suo posto immobile al centro dell'universo, così la rivoluzione darwiniana avrebbe portato al superamento del concetto della fissità delle specie, mostrando come tutte le forme viventi si sono evolute – e continuano a evolversi – le une dalle altre attraverso il meccanismo completamente naturale della selezione del più adatto. In una nuova traduzione e con l'integrazione delle successive risposte alle critiche viene qui proposto questo testo fondamentale nella sua prima edizione.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2010
eBook ISBN
9788858600566
Print ISBN
9788817026468
Su
L’ORIGINE DELLE SPECIE
PER SELEZIONE NATURALE
o la
CONSERVAZIONE DELLE RAZZE FAVORITE
NELLA LOTTA PER LA VITA

DI Charles Darwin, M.A.
SOCIO DELLA ROYAL SOCIETY, DELLA GEOLOGICAL
SOCIETY, DELLA LINNEAN SOCIETY ECC.;
autore del «Giornale delle ricerche condotte durante
il viaggio della nave di Sua Maestà Britannica Beagle
intorno al mondo»

Londra
John Murray, Albemarle Street
1859

INTRODUZIONE

Quando ero a bordo della nave di Sua Maestà Britannica Beagle come naturalista, fui molto colpito da alcuni fatti riguardanti la distribuzione degli abitanti dell’America del Sud e i rapporti geologici tra gli abitanti attuali e quelli che occupavano un tempo quel continente. Mi sembrò che quei fatti gettassero qualche luce sull’origine delle specie — quel mistero dei misteri, come lo ha chiamato uno dei nostri maggiori filosofi. Tornato a casa, nel 1837, pensai che forse si poteva provare a capire la questione accumulando pazientemente e riflettendo su tutti i tipi di fatti che avevano rilevanza in proposito. Dopo cinque anni di lavoro mi permisi di fare qualche speculazione sull’argomento e scrissi alcune brevi note che, nel 1844, approfondii in un abbozzo di conclusioni che mi sembravano probabili. Da allora a oggi ho atteso con regolarità allo stesso tema. Confido che mi si vorrà perdonare se entro in simili dettagli personali: li fornisco solo per mostrare che non sono stato precipitoso nel pervenire a una conclusione.
Il mio lavoro ora è quasi terminato, ma poiché mi ci vorranno due o tre anni ancora per completarlo e la mia salute è tutt’altro che robusta, sono stato sollecitato a pubblicare questo riassunto. Mi ha indotto a farlo, più in particolare, il fatto che il signor Wallace, il quale sta studiando la storia naturale dell’arcipelago malese, è arrivato quasi alle stesse conclusioni generali cui sono giunto io sull’origine delle specie. L’anno scorso egli mi ha spedito una memoria sull’argomento, con la richiesta di inoltrarla a Sir Charles Lyell. Questi l’ha inviata alla Linnean Society ed è ora pubblicata nel terzo volume della rivista di quella società. Sir Lyell e il dottor Hooker, entrambi già informati del mio lavoro — il secondo aveva letto il mio abbozzo del 1844 — mi fecero l’onore di propormi la pubblicazione, insieme con l’eccellente memoria del signor Wallace, di qualche breve estratto dei miei manoscritti.
Il riassunto che pubblico ora è per forza di cose imperfetto. In questa sede non posso citare le fonti autorevoli a sostegno di molte mie affermazioni e devo confidare che il lettore vorrà riporre qualche fiducia nella mia accuratezza. Senza dubbio alcuni errori si saranno insinuati qua e là, ma spero di essere stato sempre cauto nell’affidarmi soltanto a fonti attendibili. In questa sede posso esporre soltanto le conclusioni generali cui sono pervenuto, illustrate da alcuni fatti che, spero, in molti casi saranno sufficienti. Nessuno può essere più sensibile di me alla necessità di pubblicare in dettaglio tutti i fatti, con i relativi riferimenti, su cui le mie conclusioni sono basate e spero di farlo in un lavoro futuro. Sono ben consapevole che non vi è forse un solo punto, tra quelli discussi in questo volume, per il quale non si possano addurre dati che spesso sembrano portare a conclusioni diametralmente opposte a quelle cui sono pervenuto io. Si può raggiungere un risultato equo solo enunciando e soppesando compiutamente i fatti e le argomentazioni da entrambi i lati di ogni questione, cosa che non può proprio essere compiuta in questa sede.
Mi dispiace molto che la mancanza di spazio mi neghi la soddisfazione di manifestare la mia gratitudine per la generosa assistenza che ho ricevuto da parte di tanti naturalisti, che in alcuni casi non conosco personalmente. Non posso tuttavia non esprimere qui il mio profondo debito nei confronti del dottor Hooker, che negli ultimi quindici anni mi ha aiutato in ogni modo possibile con le sue vaste conoscenze e l’eccellente capacità di giudizio.
Nel considerare l’origine delle specie è ben comprensibile che un naturalista — riflettendo sulle affinità reciproche tra gli esseri organici, sulle loro relazioni embriologiche, sulla distribuzione geografica, sulla successione geologica e altri simili fatti — possa pervenire alla conclusione che le specie non sono state create indipendentemente, ma sono discese, come se si trattasse di varietà, da altre specie. Una tale conclusione, tuttavia, anche se ben fondata, sarebbe insoddisfacente finché non si potesse mostrare come le innumerevoli specie che abitano questo mondo si siano modificate così da acquisire quella perfezione di struttura e coadattamento che suscita giustamente la nostra ammirazione. I naturalisti si riferiscono continuamente alle condizioni esterne — quali il clima, il cibo ecc. — come all’unica possibile causa di variazione. In un senso molto limitato, come vedremo in seguito, ciò può essere vero. Ma è insensato attribuire alle sole condizioni esterne, per esempio, la struttura del picchio, con il piede, la coda, il becco e la lingua così mirabilmente adattati alla caccia degli insetti che si trovano sotto la corteccia degli alberi. Nel caso del vischio — che ricava il suo nutrimento da certi alberi, i cui semi devono essere trasportati da certi uccelli e ha dei fiori con i sessi distinti, che richiedono assolutamente l’intervento di certi insetti perché il polline sia trasportato da un fiore all’altro — è parimenti insensato spiegare la struttura di questo parassita, e le relazioni che intrattiene con tanti diversi esseri organici, ricorrendo agli effetti delle condizioni esterne, o dell’abitudine, o della volizione della pianta stessa.
Suppongo che l’autore delle Vestiges of Creation direbbe che, dopo un numero imprecisato di generazioni, qualche uccello ha dato vita al picchio e qualche pianta al vischio, e che essi sono stati prodotti già perfetti come ora li vediamo. Ma non mi sembra che ciò costituisca una spiegazione, perché non affronta, e lascia inspiegata, la questione dei coadattamenti degli esseri organici l’uno all’altro e alle condizioni fisiche di vita.
È dunque della massima importanza acquisire una chiara percezione dei mezzi di modificazione e coadattamento. All’inizio delle mie osservazioni mi sembrò probabile che uno studio accurato degli animali domestici e delle piante coltivate offrisse la migliore opportunità per risolvere questo oscuro problema. Non sono stato deluso: in questo, come in tanti altri casi che sono fonte di perplessità, ho scoperto che la nostra conoscenza della variazione allo stato domestico, per quanto imperfetta, offre l’indizio migliore e più sicuro. Posso anzi affermare che, a mio giudizio, questi studi hanno un grande valore, sebbene siano stati per lo più trascurati dai naturalisti.
Partendo da queste considerazioni dedicherò il primo capitolo di questo riassunto alla variazione allo stato domestico. Vedremo così che una notevole quantità di modificazioni ereditarie è per lo meno possibile e — cosa altrettanto o forse ancora più importante — vedremo quale grande potere abbia l’uomo di accumulare, con la sua opera di selezione, le piccole variazioni successive. Passerò poi a considerare la variabilità delle specie allo stato di natura; ma, sfortunatamente, sarò costretto a trattare questo argomento in modo troppo sintetico, considerato che, per farlo adeguatamente, sarebbe necessario addurre lunghi cataloghi di fatti. Potremo, tuttavia, entrare nel merito delle circostanze più favorevoli alla variazione. Nel capitolo successivo considereremo la lotta per l’esistenza tra tutti gli esseri organici in qualunque parte del mondo, lotta che deriva inevitabilmente dall’elevata potenzialità che gli organismi hanno di crescere in progressione geometrica. Questa è la dottrina di Malthus applicata all’insieme dei regni animale e vegetale. Poiché nascono molti più individui di ogni specie di quanti possono sopravvivere e poiché, di conseguenza, vi è una ricorrente lotta per la vita, ne segue che qualsiasi essere che varia in modo per lui vantaggioso in condizioni di vita complesse e talvolta mutevoli avrà una maggiore possibilità di sopravvivere e dunque di essere selezionato naturalmente. In base al solido principio dell’eredità, qualsiasi varietà selezionata tenderà a propagare la sua nuova forma modificata.
L’argomento fondamentale della selezione naturale sarà trattato con qualche ampiezza nel quarto capitolo, dove vedremo anche come essa produca quasi inevitabilmente l’estinzione delle forme di vita meno migliorate, provocando ciò che ho chiamato divergenza dei caratteri. Nel capitolo successivo discuterò le leggi complesse e poco conosciute della variazione e della correlazione della crescita. Nei quattro capitoli successivi saranno illustrate le difficoltà della teoria che appaiono più evidenti e gravi. Vale a dire, in primo luogo, le difficoltà delle transizioni, cioè di comprendere come un essere semplice o un semplice organo possano essere cambiati ed essersi perfezionati diventando un essere altamente sviluppato o un organo dalla struttura elaborata; in secondo luogo, l’argomento dell’istinto o delle facoltà mentali degli animali; in terzo luogo, l’ibridismo o l’infecondità delle specie e la fecondità delle varietà quando si incrociano; in quarto luogo, l’incompletezza della documentazione geologica. Nel capitolo seguente considererò la successione degli esseri organici nel corso del tempo. Nell’undicesimo e nel dodicesimo capitolo prenderò in esame la loro distribuzione geografica nello spazio e, nel tredicesimo, la classificazione e le affinità reciproche, tanto allo stato adulto quanto nella condizione dello sviluppo embrionale. Nell’ultimo capitolo fornirò una breve ricapitolazione dell’intero lavoro e qualche osservazione conclusiva.
Nessuno dovrebbe stupirsi di constatare quanto resta ancora inspiegato a proposito dell’origine delle specie e delle varietà, se si considera la nostra profonda ignoranza in merito alle relazioni reciproche tra tutti gli esseri che vivono intorno a noi. Chi può spiegare perché una specie ha una diffusione ampia ed è numerosa, mentre un’altra specie affine ha una diffusione limitata ed è rara? Eppure queste relazioni sono della massima importanza, perché determinano la condizione di benessere attuale e, io credo, il successo e la modificazione futuri di ogni abitante di questo mondo. Ancora meno sappiamo a proposito delle relazioni tra gli innumerevoli abitanti del mondo vissuti durante le molte ere geologiche passate. Anche se molte cose restano oscure, e lo resteranno a lungo, dopo lo studio più ponderato e la valutazione più imparziale di cui sono capace non ho dubbi che la concezione condivisa da molti naturalisti, e che anch’io un tempo condividevo — cioè che ogni specie è stata creata indipendentemente —, è erronea. Sono fermamente convinto che le specie non sono immutabili, ma che le specie che appartengono a quelli che chiamiamo gli stessi generi discendono in linea diretta da qualche altra specie, per lo più estinta, nello stesso modo in cui le varietà riconosciute di una certa specie discendono da quella specie. Sono convinto, inoltre, che la selezione naturale sia stata il mezzo principale ma non esclusivo della modificazione.

CAPITOLO I

LA VARIAZIONE ALLO STATO DOMESTICO

Cause della variabilità — Effetti dell’abitudine — Correlazione della crescita — Eredità — Carattere delle varietà domestiche — Difficoltà di distinguere tra varietà e specie — Origine delle varietà domestiche da una o più specie — I colombi domestici, differenze e origine — Il principio della selezione seguito nell’antichità e i suoi effetti — Selezione metodica e selezione inconsapevole — Origine sconosciuta delle produzioni domestiche — Circostanze favorevoli all’esercizio della selezione da parte dell’uomo
Quando guardiamo gli individui della stessa varietà o sottovarietà delle piante e degli animali più antichi da noi coltivati e allevati, una delle prime cose che ci colpisce è che differiscono generalmente tra loro molto più di quanto differiscono gli individui di una specie o varietà allo stato di natura. Quando riflettiamo sulla grande diversità delle piante coltivate e degli animali addomesticati, che sono variati in tutte le epoche nelle condizioni di clima e di trattamento più diverse, credo che siamo indotti a concludere che questa maggiore variabilità è semplicemente dovuta al fatto che le nostre produzioni domestiche sono cresciute in condizioni di vita non altrettanto uniformi, e in qualche misura diverse, da quelle cui sono state esposte in natura le specie che le hanno generate. Ha una certa probabilità anche la tesi, sostenuta da Andrew Knight, secondo cui questa variabilità può essere collegata in parte all’eccesso di cibo. Sembra abbastanza chiaro che gli esseri organici, perché si produca una quantità apprezzabile di variazione, devono essere esposti per diverse generazioni alle nuove condizioni di vita e che, quando l’organizzazione ha cominciato a variare, generalmente continua a variare per molte generazioni. Non è stato registrato alcun caso di un essere che abbia cominciato a variare e che cessi di farlo quando è addomesticato. Le nostre piante coltivate più antiche, come il grano, spesso producono ancora delle nuove varietà e i nostri più antichi animali domestici sono ancora capaci di rapidi miglioramenti o modificazioni.
È stato oggetto di discussione in quale periodo della vita agiscono generalmente le cause della variabilità, quali che siano: se durante il periodo iniziale o quello successivo dello sviluppo dell’embrione, oppure nell’istante del concepimento. Gli esperimenti di Geoffroy St Hilaire mostrano che un trattamento innaturale dell’embrione provoca mostruosità e nessuna chiara linea di distinzione permette di separare le mostruosità dalle semplici variazioni. Sono in ogni caso fortemente incline a sospettare che la causa più frequente della variazione possa essere la circostanza per cui gli elementi riproduttivi maschile e femminile sono stati sottoposti a qualche azione prima dell’atto del concepimento. Diverse ragioni mi inducono a crederlo, ma la principale è l’effetto notevole che la cattività o l’allevamento producono sulle funzioni del sistema riproduttivo: questo sistema sembra infatti più suscettibile di qualsiasi altra parte dell’organizzazione a ogni cambiamento nelle condizioni di vita. Domare un animale è una delle cose più facili, ma poche imprese sono più difficili che farlo riprodurre liberamente in cattività, anche nei molti casi in cui il maschio e la femmina si accoppiano. Quanti animali non si riproducono, pur essendo tenuti a lungo in condizioni di confinamento moderato nella loro terra natia! Solitamente ciò viene attribuito a una corruzione degli istinti, ma quante piante coltivate mostrano il massimo vigore eppure producono raramente o non producono affatto semi! In qualche caso del genere si è constatato che modestissimi cambiamenti, come per esempio un po’ d’acqua in eccesso o in difetto in un periodo particolare della crescita, determineranno la produzione o meno di un seme da parte della pianta. In questa sede non posso addentrarmi negli abbondanti dettagli che ho raccolto su questo curioso argomento, ma per mostrare come sono singolari le leggi che determinano la riproduzione degli animali in cattività posso semplicemente ricordare che gli animali carnivori, anche quelli dei tropici, si accoppiano abbastanza liberamente in cattività nel nostro paese, con l’eccezione della famiglia dei plantigradi o degli orsi; mentre gli uccelli carnivori, con rarissime eccezioni, non depongono quasi mai uova feconde. Molte piante esotiche hanno del polline che non serve assolutamente a nulla, precisamente come accade negli ibridi più sterili. Quindi vediamo, da un lato, piante e animali domestici, benché spesso deboli e malaticci, riprodursi abbastanza liberamente in cattività e, dall’altro, individui che, sebbene catturati ancora giovani e perfettamente addomesticati, longevi e in buona salute (potrei darne numerosi esempi), hanno però il sistema riproduttivo così seriamente alterato, per cause impercettibili, da non riuscire ad agire. Perciò non ci dobbiamo stupire che in cattività questo sistema, quando pure è attivo, non agisca in modo pienamente regolare e produca una prole non perfettamente conforme ai genitori, ovvero variabile.
Si dice che la sterilità sia la rovina dell’orticultura; ma, in questa prospettiva, dobbiamo attribuirla alla stessa causa che produce la variabilità, che è la fonte di tutti i frutti più preziosi del giardino. Posso aggiungere che, come alcuni organismi si riprodurranno liberamente anche nelle condizioni più innaturali (per esempio il coniglio e il furetto tenuti in gabbia), mostrando che il loro sistema riproduttivo non ne è influenzato, così alcuni animali e piante sopporteranno l’addomesticamento o la coltivazione e varieranno poco, forse appena un po’ di più che allo stato di natura.
Si potrebbe fornire facilmente un lungo elenco di piante, dette dai giardinieri anomale, nelle quali un singolo germoglio o getto assume improvvisamente un carattere nuovo, talvolta molto diverso dal resto della pianta. Questi germogli possono essere propagati mediante innesti ecc. e qualche volta mediante semi. Le piante anomale sono estremamente rare in natura, ma non lo sono affatto nelle coltivazioni: in questo caso vediamo che il trattamento cui è stato sottoposto il genitore ha influenzato un germoglio o un getto, non gli ovuli o il polline. La maggior parte dei fisiologi, tuttavia, è convinta che non c’è una differenza essenziale tra un germoglio e un ovulo nei loro primissimi stadi di formazione, cosicché in effetti le piante anomale avallano la mia concezione secondo cui la variabilità può essere attribuita in larga misura alla circostanza per cui gli ovuli, il polline o entrambi sono stati influenzati dal trattamento cui il genitore è stato sottoposto prima dell’atto del concepimento. Questi casi mostrano, comunque, che la variazione non è necessariamente collegata, come alcuni suppongono, all’atto della generazione.
Le pianticelle prodotte da un seme dello stesso frutto e i piccoli della stessa figliata differiscono a volte tra loro notevolmente, sebbene — come ha osservato Müller — sia i piccoli che i genitori siano stati esposti apparentemente a identiche condizioni di vita. Il che mostra quanto poco importanti siano gli effetti diretti delle condizioni di vita rispetto alle leggi della riproduzione, della crescita e dell’eredità; perché se l’effetto fosse diretto, e uno qualsiasi dei piccoli fosse variato, probabilmente tutti sarebbero variati nella stessa maniera. È assai difficile stabilire, nel caso di una variazione, quanto si debba attribuire all’azione diretta del calore, dell’umidità, del cibo ecc.: la mia impressione è che nel caso degli animali questi agenti producano un effetto diretto molto piccolo e forse un effetto un poco maggiore nel caso delle piante. Da questa prospettiva, i recenti esperimenti del signor Buckman sulle piante sembrano assai pregevoli. Quando tutti o quasi gli individui esposti a certe condizioni sono influenzati nello stesso modo, il cambiamento appare a una prima valutazione direttamente dovuto a quelle condizioni; ma in alcuni casi si può mostrare che condizioni sostanzialmente opposte producono cambiamenti di struttura simili. Nondimeno penso che una certa, piccola quantità di cambiamento possa essere attribuita all’azione diretta delle condizioni di vita come, in qualche caso, le dimensioni che aumentano per la quantità di cibo, il colore che è dovuto a cibi particolari e alla luce, e forse lo spessore della pelliccia che è riconducibile al clima.
Anche le abitudini hanno una decisa influenza, come nel caso delle piante il cui periodo di fioritura cambia quando vengono trasportate da un clima a un altro. Negli animali hanno un effetto più marcato: per esempio, ho riscontrato che nell’anatra domestica le ossa delle ali pesano di meno e quelle delle zampe di più, in proporzione a tutto lo scheletro, rispetto all’anatra selvatica; presumo che questo cambiamento possa essere attribuito senza difficoltà al fatto che l’anatra domestica vola molto di meno e cammina di più di quella selvatica. Il grande sviluppo, ereditario, delle mammelle delle vacche e delle capre nei paesi dove vengono abitualmente munte è un altro esempio dell’effetto dell’uso. Non si conosce un solo animale domestico che, in qualche paese, non abbia le orecchie...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Sommario
  5. Prefazione: Giuliano Pancaldi
  6. Cronologia della vita e delle opere
  7. Nota alla traduzione
  8. L’origine delle specie
  9. Risposte Alle Critiche
  10. Indice