Nome in codice: Blondie. Un'agente donna in una città complicata, dove la malavita s'infiltra ovunque, dove bambini e ragazzisono vittime di violenze ma ne diventano anche protagonisti, dove stabilire chi è buono e chi è cattivo non sempre è facile. Tredici casi raccontati da una ragazza che si mette in gioco senza mai risparmiarsi, giorno dopo giorno, in un mondo di uomini. Un racconto incalzante, pieno di suspense e di umanità, alla scoperta di un mestiere duro e difficile in nome della legalità.

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Tredici casi per un'agente speciale
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Caso numero cinque Gennaro manolesta
Gennaro è violento. Gennaro è distruttivo. Gennaro sta sempre arrabbiato. Gennaro sfida il mondo e non ha paura. Gennaro si sveglia al mattino e bestemmia Dio.
Gennaro ruba, senza pietà, tutto quello che gli capita, perché gli hanno rubato l’infanzia, ma questo non lo sa, non lo capisce. Sente soltanto che portarsi via qualcosa gli colma un vuoto che sa di avere da qualche parte del corpo.
Perché strappare un oggetto caro a una persona più fortunata vuol dire provocarle un dolore, che per lui è un piacere.
Essere cattivo è l’unica certezza che ha.
Ha cominciato alle scuole elementari: aveva sei o sette anni. I suoi compagni avevano le cartelle belle con i personaggi dei cartoni animati e gli astucci con gli stessi pupazzi e i colori buoni, non quelli che quando li temperi si spezzano le punte. Non quelli di Gennaro.
“Perché questo ci possiamo permettere” diceva sua madre, con saggezza e rassegnazione.
Sua madre, con quattro figli da sfamare, vedova di un operaio caduto dall’impalcatura di un cantiere edile abusivo, morto sul colpo. Giovane dentro, ma già vecchia fuori, consumata, sbiadita come le mura di tufo impregnate d’umidità dei bassi, che puzzano di muffa, che il sole non li riscalda neanche a mezzogiorno.
Allora Gennaro cominciò a rubare, prima una matita, poi una gomma, poi un pennarello. Ci provava gusto quando il compagno di classe scoppiava a piangere: gli piaceva vederlo singhiozzare.
Come lui non poteva fare quando sua mamma gli diceva la solita frase: “Non ce lo possiamo permettere”.
Non la voleva sentire più. Da grande vi farò vedere io, pensava. Avrò tutto quello che voglio e non ci sarà niente che non potrò concedermi.
Venne il momento del salumiere.
Don Pietro vendeva le merendine in un espositore con tanti cesti girevoli. Gennaro provò a farli roteare lentamente, come se non sapesse bene quale scegliere, e il cigolio si mischiava al fruscio degli involucri sfiorati dalle mani incerte. Con un occhio guardava Don Pietro, intento a servire le donne al banco dei salumi, e con la mano faceva rumore nei cestini, agitando ora i Buondì ora le Crostatine. Con l’altra mano apriva la cartella, con il restante occhio controllava se entrava qualche nuovo cliente nel negozio.
La paura di essere scoperto era tanta quanto la forza di mettersi alla prova e di sfidare continuamente se stesso.
Così. A ogni giro del cesto, una merenda nella cartella. A ogni cigolio dello stand, una pausa. Una, due, tre, quattro: meglio non esagerare.
Domani avrebbe migliorato il bottino.
Usciva pagando una sola cosa. Offerta speciale: cinque merendine al prezzo di una.
Gustava con lentezza il piacere dell’oggetto rubato, come se trovasse lo snack trafugato più buono di qualunque altro regolarmente pagato alla cassa. E poteva anche permettersi il lusso di regalare le merendine sgraffignate ai suoi compagni preferiti.
Per la sua generosità diventò subito un leader, un po’ mago un po’ Lucignolo.
Il suo forte erano le gomme da masticare: con una mano riusciva a rubarne anche dieci alla volta, e tutta la sua banda era riconoscibile per le grosse bolle che faceva: erano sempre in gara a chi le faceva più grandi, finché non si spiaccicavano sul naso e sui capelli.
Passando dal fruttivendolo, le belle mele rosse lo tentavano. La voce della madre gli echeggiava nella mente: “Non ce lo possiamo permettere”. E per lui era come una scintilla che accendeva l’azione.
Veloce, un attimo, giusto il tempo per guardarsi intorno.
La sua mano diventava uno strumento di precisione, alla ricerca della perfezione assoluta: velocità, tempo e concentrazione.
Come un violinista di professione.
I ragazzi del quartiere gli affibbiarono un soprannome indicato: “Gennaro manolesta”. Per loro era un mito, un piccolo eroe.
A scuola frugava nella borsa della maestra, in quella della bidella, così, per gioco, per migliorare la tecnica; bastava che rubasse una cosa, una cosa qualunque. Peggio di una gazza ladra.
Rubare era un’ossessione.
Allora ecco un pettinino, un pacchetto di sigarette, un rossetto, una caramella. A casa svuotava le tasche del giubbotto, dei pantaloni, la cartella: di tutto, usciva di tutto.
Dai piccoli furti incominciò il desiderio di cimeritarsi in qualcosa di più azzardato: il supermercato. Bello, grande, affascinante, tutto colorato, con quei reparti pieni di cose buone che non servono a niente e tanti oggetti strani: germogli di soia, sale senza iodio, bastoncini per le orecchie biodegradabili, olio che frigge e non puzza, deodoranti per la cassetta dove fa pipì il gattino, cibo dietetico per cani col colesterolo…
Gennarino entrò seriamente intenzionato a squadrare tutto l’ambiente e studiare le sale per vedere come era fatto il grande magazzino: quanti passi poteva fare, dov’erano le uscite di sicurezza, quante le casse. Poi in alto, la posizione delle telecamere, cosa inquadravano, per quanti secondi, in che direzione ruotavano. E con la scusa di non saper scegliere tra le tante leccornie, rimase lì dentro quasi fino all’ora di chiusura.
Tornò a casa. Aprì il frigo e lo trovò triste. Era quasi vuoto.
“Presto ti farò felice, non ti preoccupare!”
Si sedette sul tavolo della cucina e disegnò la pianta del negozio nei minimi particolari.
Calcolò il tempo che aveva per ogni reparto rispetto ai secondi d’inquadratura delle telecamere.
Guardò contento il prospetto. Aveva solo tredici anni e si sentiva un architetto: i calcoli erano perfetti e lui odiava la matematica e la scuola. Quello lì invece era lavoro, una cosa seria, roba da grandi.
Il giorno dopo entrò sicuro del fatto suo nel supermarket, con la mappa, come se fosse un pirata che va a cercare il tesoro.
Solo.
Ogni X era un punto di raccolta. E aveva previsto una sosta massima di dieci secondi per ogni X. In barba al sistema di sicurezza.
C’erano due guardie private in borghese che facevano servizio lì dentro e vigilavano i reparti per prevenire i furti e sorprendere i ladri, ma lui era poco più di un bambino e non gli prestarono attenzione, e poi erano troppo distratti dalle belle ragazze in minigonna che presentavano le vendite promozionali di caffè.
Gennaro aveva portato la cartella di cuoio del nonno per mettere dentro le cose da rubare: vuota era rigida, piena era uguale.
Prese il carrello e per prima cosa vi sistemò dentro un bel pacco famiglia di carta igienica, quello da venti rotoli, poi una busta di panini e un asciugatutto multiuso: pochi euro, neanche cinque.
La merce faceva sembrare colmo il carrello, ma nello spazio che si era creato sotto, lui infilava i piccoli oggetti da portare via, in modo che non fossero visibili a qualche attento osservatore. Al momento giusto, cartella aperta, gesto fulmineo della mano, cartella chiusa. Dieci secondi al massimo. La prossima X, reparto formaggi: un bel pezzo di olandese con la scorza rossa, uno di emmental già tagliato da 250 g, dieci buste di salame milanese, si fa in fretta, qualche yogurt… troppo voluminosi, la prossima volta non li prendo, ingombrano tanto.
Ora basta così. Domani vedrò meglio cosa prendere. C’è troppa gente, adesso. Devo pensare alla cassa, è la difficoltà più grande.
Non devo lasciarmi prendere dall’emozione ed è importante che io sia gentile. Un ragazzo educato passa inosservato, uno scostumato si ricorda. Dirò più volte grazie. Non si sa mai.
Poso la carta igienica, i panini, i rotoloni asciugatutto sul rullo che trasporta le merci. Grazie, signora. Una busta, per favore. Grazie, signora. La cassiera alza gli occhi alienati e sorride. Buon segno.
Grazie ancora, di nuovo arrivederci, a domani. Un altro sorriso.
Funziona.
Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta!
La cartella del nonno è solo più pesante.
Gennaro corre a casa e svuota con orgoglio il malloppo sul tavolo, il tavolo della cucina coperto da una tovaglia di plastica a rose sbiadite, appassite. Odia vedere quei fiori: hanno odore di miseria. “Un giorno ne comprerò una nuova e metterò un vaso con delle rose bianche, ma vere!”
Si sente un vero uomo, l’uomo di casa.
La madre non gli chiede come si è procurato i soldi per comprare tutto quel cibo: non le interessa altro che riempire il frigorifero e sfamare gli altri figli.
Non ringrazia Gennaro: non una carezza, non un bacio.
L’indifferenza taglia più del coltello, ma quando tirare avanti è l’unico pensiero del giorno, non c’è posto per i sentimenti.
Il cuore s’inaridisce. Si diventa forti.
L’indomani Gennaro ritornò nel grande magazzino ancora più convinto: stavolta mangeremo cose di lusso, quelle dei ricchi! E puntò verso gli scaffali dei cibi prelibati: gamberetti, che cosa fine! Maionese… riso no, troppo pesante, mi occupa tutta la cartella, questo lo compro, e questo cos’è? Fegato d’oca? Che schifo! Ma costa assai, sarà buono!
E questo coso piccolino che è? Caviale? Mamma mia quanti soldi! Sembrano cacchette di mosche. Lo prendo, non bado a spese.
Vediamo qua. Reparto profumi. Attento alle telecamere. Un bell’odore, questo! Mia madre non ce l’ha, un profumo. Non ce l’ha mai avuto. Se fosse vivo il babbo gliel’avrebbe comprato, al compleanno o a Natale. Forse così non sarà sempre triste e sorriderà almeno per un attimo. Un deodorante per Anna. Una bottiglia di vodka… e che sarà? La posso rivendere, così faccio qualche spicciolo.
Succo di maracuja, roba esotica. Ma sì! Offre la ditta, tanto!
La mappa del tesoro funzionava e Gennaro si sentiva il capo dei pirati.
Alla cassa, signorina di ieri. Il pacco di riso, una coca cola, il pane e le caramelle d’orzo. Pochi spiccioli. Le gambe volano via verso casa. Che soddisfazione svuotare la cartella del nonno.
La mamma guardò con curiosità quelle cose strane. «E che sono ’ste schifezze?»
Fosse una volt...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Quando i buoni e i cattivi non c’entrano
- Blondie…
- Un sogno
- Caso numero uno – Il barbone
- Matricola 320808
- Caso numero due – Ivan e il pirata
- Caso numero tre – Il branco
- Via lo smalto
- Caso numero quattro – Il dottore
- Caso numero cinque – Gennaro manolesta
- Dare i numeri
- Caso numero sei – Ametista
- Quando ero piccola
- Caso numero sette – Carmeniello
- L’addio
- Caso numero otto – Polizia!
- Caso numero nove – Tre dita
- Caso numero dieci – Intercettazioni
- Cobra
- Caso numero undici – Il male di vivere
- Caso numero dodici – Buco
- Caso numero tredici – Verde mela
- Blondie, domani…
- Ringraziamenti
- Copyright