La mia occupazione è il tradimento, il mio nome Marina. Abito con le mie bambine qui a Mosca in una specie di appartamento, mia figlia maggiore lo chiama il “tugurio”. Governiamo il mondo da qui. Mio marito è lontano, tra la neve, incolonnato con i suoi compagni come fossero piccoli pennuti intirizziti, quelli che vedi volare a stormi sui continenti per fuggire l’inverno. È partito quasi due anni fa con l’Armata Bianca verso un fronte dal quale non arrivano lettere. A ogni modo, io non credo alla morte. Per questo, quel giorno, gli ho detto semplicemente: «Arrivederci».
A ottobre di due anni fa, Irina non era ancora nata, c’era solo Alja, la nostra prima figlia. Irina non parla, ha quasi due anni ma biascica appena qualche parola. Ogni tanto sono costretta a legarla, perché impazzisce per la fame e si lamenta per il freddo. A volte un amico mi chiede come riesca a non impazzire anche io qui, con le bambine e il marito lontano, totalmente isolata ed esiliata dalla società di quelli che scrivono e di quelli che non scrivono, totalmente e scandalosamente sola, sola al punto che avrei diritto a qualsiasi cosa. Quale deserto intorno.
Ma io ho la mia disciplina e me la tengo stretta, anche se a volte passano settimane intere senza che riesca a scrivere una riga. Il mattino presto mi siedo alla scrivania con il caffè e rovescio tutto quello che ci trovo sopra, pronta a dare avvio alla battaglia, il cervello infiammato dalla fame e dal freddo. Non si tratta di una vera disciplina, a parlarne sinceramente, si tratta piuttosto di una vocazione alla pienezza – ne ho il diritto. Se l’acqua si congela qui dentro, e se il fiato si congela qui dentro, ecco, la mia anima no, lei non si congela. Tutto qui.
«Marina?» Rispondo ad Alja semplicemente alzando gli occhi dal foglio su cui ho trascorso l’ultima ora. Mia figlia è guarita da poco dalla malaria, dopo settimane di febbri, in cui temevo di allontanarmi anche solo per recuperare la legna o la farina della razione.
Mi mostra un disegno, lo sventola con un certo moto di orgoglio. «Avvicinati.»
Non è che il disegno di una bambina, ancora piuttosto sgraziato.
«Hai ancora tanto da esercitarti, lo sai?»
Lei annuisce e io torno al mio lavoro. Non sono una madre per come le conoscete: mia figlia dice di me che ho un modo di cullare che rovescia i bambini fuori dalla culla, e il pensiero mi fa increspare le labbra in un sorriso.
«Uscirai con Petja?» mi chiede. Giocherellando con la matita tra le dita, tutta pensosa e concentrata, Alja mi parla come si fa con un’amica, una sorella, una complice di nefandezze.
Petja è il fratello di mio marito. Alcuni dicono che è a causa sua se mio marito si è arruolato nell’Armata Bianca: dicono che cercasse un rifugio da me. Petja è stato il primo uomo con cui dicono io l’abbia tradito.
Certo, mi piace molto, ma mi piacciono anche le betulle, l’acqua scura della Neva, gli steli d’erba, i libri, la musica… Non mi sono di certo mai sottratta all’amore – e perché? Come avrei potuto sottrarmi al loro potere, in questo mondo di pienezza che voglio mangiare come una torta? E poi che cos’è la fedeltà, in fondo, se non fedeltà a un punto, a un centro, che comunque non può essere scalfito dai passanti? La fedeltà di cui parlate è solo eroismo o una forma di buona educazione. La mia non ha nulla a che fare con la contingenza – è piuttosto una questione di assenza, la mia fedeltà.
Per questo non ho mai tradito Sergej da quando è diventato mio marito. Sergej è il ricordo del nostro incontro sulla spiaggia a Koktebel’ ed è l’immagine della corniola che stringeva tra le dita: non può, semplicemente, essere tradito. Sta lì come una pietra. Mi domando dove sia ora, dentro a quale combattimento, lui che come me ha la passione di schierarsi sempre con quelli che perdono. È una debolezza dello spirito, la nostra, un’inclinazione contro la quale non si può fare proprio niente. Per me è un motivo di vanto: dirà qualcuno che sono infantile, in realtà è più una sfida che ho ingaggiato molto tempo fa e, si sa, io non sono una che lascia andare.
Nel frattempo il pomeriggio è trascorso lento nel tugurio e la prima tenebra scende solo ora, anche se noi ci accorgiamo poco di cosa accade là fuori, barricate come siamo. Metto a letto le bambine e mi raccomando. Infilo il soprabito, spengo lo stoppino della lampada e nel buio prendo le scale.
Fuori dal portone c’è Petja che si accende una sigaretta. Allunga una mano per accarezzarmi una guancia e io gli sorrido.
«Vorrei portarti a Carskoe Selo a mangiare le ostriche» dice.
Petja non è mai serio, la vita è solo un gioco per lui. Per questo mi piace, si intona benissimo a questa città in cui la gente muore di fame ma si accapiglia per i posti migliori in teatro.
Passeggiamo senza meta e non parliamo, sputiamo svogliati il fumo delle sigarette nella nebbia e mi basta quel lieve sentimento di comprensione che mi proietta addosso per stare bene. Mi stringo al fratello di mio marito e penso a come anche io, come Dalila, cerchi di strappare a ogni creatura il suo segreto. Quel segreto di cui non mi fanno parte, e che io voglio conoscere, perché ne ho il diritto. Cerco di strappare il segreto con ogni lusinga e con ogni incendio, cerco di espugnarli finché non cedono; quando cedono, il segreto si riduce a un mucchietto di polvere, a uno sguardo trasparente, e io non lo voglio più, perché non funziona più. Solo mio marito si tiene stretto il segreto, che è quella pietra di corniola che ha trovato per me sulla spiaggia. Gli altri sono tutti egoisti al fondo, con quelle mani che vogliono toccare e con quegli occhi che vogliono guardare, come se tutto si riducesse a una questione di carne.
Con grande facilità, come fanno quasi tutti gli uomini e le donne, anche Petja dissiperà improvvisamente tutto il vantaggio accumulato? Anche quest’uomo lo farà, lui che con mio marito e mia figlia è la mia Trinità? Questa specie di certezza mi riempie di tristezza. Forse è come diceva mia madre – «Tu tradisci tutti appena esistono davvero».
Allungo il passo, lasciandomi Petja leggermente alle spalle, perché ho il diritto di avere tutto questo fiato. E avanzo così, con lui che mi arranca dietro finché non mi perde e comincia a chiamarmi attraverso la nebbia. Corro con il vento che mi gela le guance e la fronte, corro attraversata da uno strano senso di entusiasmo, l’entusiasmo di chi è scappato da una trappola, l’entusiasmo degli uccelli e delle lepri che scappano dal cacciatore. Scappo e rido, come facevo quando mia madre mi tormentava con i suoi: «Così dev’essere» e io le rispondevo: «Ma io ne ho il diritto». Bizzarro rendersi conto di restare sempre gli stessi, dentro a un corpo diverso. Bizzarro conoscere quasi tutti, e amarne alcuni, ma abitare il deserto. Bizzarro odiare questa città, eppure restarci, perché è l’unico luogo al mondo in cui chi ami tornerebbe a cercarti. Caro Petja, non voglio esserti d’ostacolo, non voglio essere d’ostacolo a nessuno, vorrei solo venirti incontro tutta intera: nessuna pretesa.
Sono di nuovo a casa e salgo, silenziosa e svelta come un ladro, inciampando nelle miserie della nostra vita nel tugurio.
«Marina? Marina? Sei già tornata?» Alja si è svegliata subito.
«Sì, sono io.»
«Marina, ho freddo» mi dice con gli occhi lucidi.
«Anche io ho tanto freddo.»
Sapessi quanto freddo ho...