Il lupo furbo e il cavallino bullo
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Il lupo furbo e il cavallino bullo

Raccontare ai bambini i pericoli della rete attraverso le favole

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il lupo furbo e il cavallino bullo

Raccontare ai bambini i pericoli della rete attraverso le favole

Informazioni su questo libro

In un mondo in cui l'età del primo approccio al digitale si abbassa sempre più, come aiutare i nostri figli a prendere consapevolezza dei rischi della rete? Secondo Christian Stocchi - esperto di comunicazione digitale e di prevenzione del cyberbullismo - dobbiamo adattare il linguaggio ai più piccoli, trovando un terreno d'incontro che permetta loro di esercitare la propria (inevitabile) competenza, e a noi di trasmettere la nostra (auspicabile) consapevolezza del mezzo, senza inutili prediche. Questo terreno è la favola che, oggi come ieri, è uno strumento eterno per comunicare ai bambini, ma anche agli adulti. E questo libro illustra un metodo originale - sperimentato in incontri con migliaia di studenti, genitori e docenti - per utilizzarla con l'obiettivo di parlare ai più giovani delle insidie non solo del cyberbullismo, ma anche di quelle, altrettanto complesse, delle dipendenze, delle solitudini e delle ansie sociali che derivano dalla rete, senza dimenticare le questioni relative alla privacy e agli acquisti online. Un testo prezioso e pieno di spunti ed esempi di favole, utilizzabili da genitori, insegnanti e educatori per connettersi con i nativi digitali e crescere insieme nella consapevolezza delle opportunità e dei rischi del web. Perché il lupo è diventato lupo 2.0, ma non per questo è meno pericoloso.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2019
eBook ISBN
9788858695746
Print ISBN
9788817109284
Seconda parte

Belve feroci, cavalli, hacker e cyberbulli

4

Caro (falso) amico ti scrivo: volpi e lupi 2.0

Volpi camuffate da cammelli

Qualsiasi percorso di consapevolezza riguardo al mondo digitale dovrebbe partire da queste domande: come ci relazioniamo in rete rispetto alla vita di tutti i giorni? Chi sono davvero gli altri sul web? (E, simmetricamente, chi sono o chi posso diventare io?) In assenza di questi interrogativi, l’automatismo si risolve nella convinzione errata che il web sia nulla più che un’estensione del mondo reale. E che le regole da adottare coincidano, come per lo più pensano i nativi digitali. Cominciamo quindi da una favola che aiuta a comprendere quanto in effetti questo ragionamento sia piuttosto ingenuo:
La rana nella rete1
Una giovane rana aveva cento amiche, cento ranocchie come lei nello stagno dove abitava. Ma non era appagata, anche perché in quello stagno non capitava mai nulla di nuovo e lei spesso si annoiava. E poi, ne voleva almeno mille, di amici. Non solo ranocchie, ma anche un elefante, un cammello, una scimmia...
Così, quando scoprì i social network, s’iscrisse immediatamente a Facebook, pensando che quella fosse la soluzione del problema. E in effetti, i suoi amici diventarono in breve più di mille.
La ranocchia amava inviare di continuo messaggi a tutti, era sempre connessa a internet e trascorreva le sue giornate su Facebook, svelando tutti i suoi stati d’animo e tutti i fatti che le capitavano. Era davvero simpatica e aveva raggiunto ormai duemila amici tra rospi, rane e ranocchi, senza disdegnare qualche pesce, un paio di passeri e persino un topolino. Inoltre, era appassionata di magia e consultava spesso grandi indovini, in particolare i gatti e le volpi.
Un giorno passò per caso presso il suo stagno una volpe viaggiatrice, con due occhialini rotondi da dottore sulla punta del naso, un bellissimo cappottino realizzato su misura da una bravissima scimmia sarta e una grande borsa di cuoio con tutti gli strumenti del suo mestiere, che era proprio quello di indovina. Aveva carte, sfere di cristallo... insomma, tutto l’occorrente.
La ranocchia sperava di poterle parlare ma l’impresa non era affatto facile, perché tutte le cento ranocchie di quello stagno si erano fatte incontro alla volpe.
Allora spiccò un bel salto e si trovò a pochi centimetri dall’illustre indovina. Ed ecco che, a un tratto, la volpe si girò e per caso incrociò proprio il suo sguardo; così lei subito la interrogò: voleva a tutti i costi conoscere il suo futuro. La volpe si dimostrò piuttosto affabile e riempì la ranocchia di complimenti. La padrona di casa si sentiva onorata di tanta attenzione. E l’entusiasmo aumentò quando la volpe conquistò una grande fiducia agli occhi della rana, indovinando con una precisione impressionante tutti gli avvenimenti della sua vita, le passioni che coltivava e anche le malattie da cui era stata colpita, compresa l’influenza della settimana prima!
«Ti prego, volpe» disse la ranocchia, «dimmi: che cosa mi aspetta nel futuro?»
«Ti attendono molti successi» sentenziò sicura l’altra, aggiustandosi con sussiego gli occhialini sulla punta del naso, mentre scrutava un’enorme palla di cristallo, «e diventerai molto ricca.»
Euforica per tale fortuna in arrivo, la ranocchia ricompensò subito con una generosità un tantino esagerata l’illustre ospite: le donò tutti i suoi beni (tanto sarebbe diventata ricca...). Non solo: le voleva anche offrire la cena, ma la volpe si congedò di gran fretta, ricordando all’improvviso che l’attendevano alcuni conigli presso una collina poco distante.
Il giorno successivo la rana era molto felice, ma le venne un dubbio: quando si sarebbero realizzate quelle profezie? Certo, occorreva avere un po’ di pazienza. Passarono i giorni, ma non successe nulla: la rana non diventò affatto ricca, anzi... Passarono le settimane. Nulla. I mesi. Nulla. Dopo un anno, ancora nulla...
A questo punto della narrazione, normalmente chiedo agli studenti: secondo voi, che cosa è successo? Perché la rana si è lasciata ingannare?
I ragazzi immediatamente capiscono la truffa; peraltro, le maschere degli animali, che ricorrono alla tipica simbologia della favolistica, appaiono piuttosto trasparenti. La volpe si connota per l’astuzia e per la capacità di ingannare, la rana per l’ingenuità, come di fatto si rimarca esplicitamente fin dall’inizio della favola.
In genere, appare più complicato arrivare alle motivazioni e al punto centrale della narrazione. Perciò i bambini, che comunque hanno ampia esperienza (diretta, anche se ciò non sarebbe consentito alla luce della loro età, e indiretta) dei social network,2 vanno guidati attraverso due domande fondamentali: come fa la volpe a sapere tutto della rana? È un caso, come suggerisce la narrazione, che la volpe sia passata di lì? È un caso che tra cento rane abbia scelto proprio lei?
L’enigma contenuto nella favola, proprio come nei gialli (anche se a un livello ovviamente più basilare), si risolve solo prestando attenzione a tutti gli elementi della narrazione. Può anche essere reso più complesso, omettendo una parte fondamentale della narrazione, ossia le parole che la volpe rivolge alla rana quando dimostra di conoscere perfettamente il passato della sua vittima. In quel caso, dopo essere approdati quasi alla conclusione, si può analizzare quel punto di svolta, per chiedere: come fa la volpe a conquistare la fiducia della rana? Che cosa le avrà detto?
Il pensiero narrativo, aperto a una molteplicità di significati, induce alla formulazione di diverse ipotesi, che vengono poi approfondite collettivamente.
In ogni caso, quando i bambini intuiscono la funzione determinante dei social nella storia, ecco che è possibile narrare anche il finale della favola:
Allora finalmente la ranocchia comprese la lezione e scrisse ai suoi amici: «Se incontrate una volpe indovina, con gli occhialini da gran dottore, chiedetele il passato, di cui è specialista, ma non il futuro, perché non può essere ancora scritto sul diario di Facebook».
«Probabilmente» ha suggerito una volta un bambino, sottolineando così implicitamente il paradosso, «la volpe era anche un’amica della rana su Facebook: magari, travestita da cammello...»
Insomma, per rispondere alle domande con cui si è aperto questo capitolo, solo alla fine la rana comprende che le relazioni nel mondo reale non corrispondono affatto a quelle del mondo digitale. E perciò non possiamo comportarci allo stesso modo, anche perché, quando siamo online, non siamo considerati dai nostri amici come nella realtà. Senza contare che il termine «amico» sui social, come non mancheremo di dimostrare, appare per lo più inappropriato.
A ben vedere, non c’è niente di casuale in questa storia. La volpe, come ogni buona volpe delle favole, aveva da tempo scelto la sua vittima, l’aveva attentamente studiata e, attraverso la funzione di geolocalizzazione dei social network, l’aveva raggiunta.
Siamo passati ormai dalla realtà virtuale a quella effettiva. Qual è dunque la storia vera che ha ispirato questa favola? Curiosamente, me l’aveva raccontata un ragazzo di seconda media, traendola da un fatto di cronaca appreso dalla televisione e aggiungendo di esserne rimasto molto colpito. In sintesi, un uomo va da un cartomante, il quale, spiandolo sui social network e rivelandogli quanto riesce quotidianamente a scoprire dai costanti aggiornamenti sulla sua vita privata, si conquista una grande fiducia agli occhi del cliente, al punto da depredarlo progressivamente, circuendolo senza troppa fatica. Dopo che il malcapitato si ritrova sul lastrico e comprende l’inganno, ecco che il finto indovino scompare nel nulla. Anche in quel caso, era stato determinante il vincolo di fiducia, oltre naturalmente all’incapacità della vittima di capire i limiti e le potenzialità autentiche della comunicazione sui social network.

Amicizie virtuali e amicizie reali

Una volta riportata la discussione alla realtà, occorre riflettere sulle motivazioni di fondo della rana. Perché la rana s’iscrive ai social network?
«Desidera avere più amici» rispondono spesso in coro i bambini, ritenendo bello e condivisibile quell’auspicio. Ne aveva cento, tutte ranocchie come lei, ne desidera mille o più.
«Meglio amici lontani e mai visti, diversamente che gusto c’è?» ha aggiunto una volta un bambino di quinta elementare.
Ma riflettiamo: è poi davvero possibile allacciare amicizie istantanee con persone lontane e ignote? Certo, le parole plasmano fatalmente la nostra esperienza quotidiana e se io indico i miei contatti con la parola «amici», come non a caso fanno alcuni importanti social network, allora mi predispongo a conversare in chat con uno sconosciuto proprio come farei con i miei amici più fidati.
A questo punto, per fare chiarezza su un tema tanto cruciale, generalmente propongo un gioco collettivo, che può essere utile anche agli adulti e parte proprio dal ragionamento sulla parola «amico».
Lo spunto iniziale di riflessione arriva da una considerazione di Manfred Spitzer: «Si può immaginare la rete sociale come una serie di cerchi concentrici [...] con al centro la persona e nella prima fascia gli amici migliori. È anche possibile rappresentare con uno di questi cerchi le persone note di cui, per esempio, si conosce il nome (in media sono centocinquanta per ogni individuo)»;3 si tratta, in sintesi, dei «conoscenti». Invece, nei circoli più interni, se i migliori amici (support group) sono quattro o cinque, i buoni amici ammontano a dodici-quindici (sympathy group). L’ampiezza della definizione di questi gruppi dipende normalmente dalla capacità di immedesimarci negli altri e dalla capacità di memorizzazione: entrambe le componenti sono significativamente condizionate, a livello cerebrale, dal nostro massiccio utilizzo di internet.
Dopo una breve riflessione, invito i ragazzi a disegnare i tre cerchi concentrici, a colorarli di rosso, arancione e giallo e poi a proporre e negoziare una definizione per i migliori amici; una per i buoni amici; un’altra, infine, per i conoscenti. In genere emerge, nel primo caso, come elemento qualificante una condivisione delle emozioni e dei segreti più intimi; nel secondo caso, una condivisione di esperienze significative; nel terzo, un’interazione occasionale. Una volta raggiunta e condivisa la definizione, è possibile inserire i nomi. Questa autoanalisi risulta spesso efficacemente rivelatrice degli stili relazionali di ogni bambino (ma, volendo allargare la prospettiva, anche di ogni adulto) e dei gruppi sociali nei quali è presumibilmente coinvolto.
Infografica dei gruppi sociali: Migliori amici – Buoni amici - Conoscenti
È anche capitato che qualche studente ritenesse di non avere alcun migliore amico o altri ritenessero di averne venti. A questo riguardo si è verificato empiricamente che alla facilità relazionale nelle reti reali corrisponde spesso un’attività più intensa e meno responsabile in quelle virtuali. In generale, comunque, nella fascia di età tra gli otto e gli undici anni, emergono numeri all’in...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL LUPO FURBO E IL CAVALLINO BULLO
  4. Prima parte. Favole perché? Favole per chi?
  5. Seconda parte. Belve feroci, cavalli, hacker e cyberbulli
  6. Terza parte. Vampiri del web e nuovi licantropi
  7. Esopo digitale
  8. Verso un possibile decalogo
  9. Bibliografia
  10. Ringaziamenti
  11. Copyright