Oltre il bosco
eBook - ePub

Oltre il bosco

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Oltre il bosco

Informazioni su questo libro

Alice non ha mai avuto una casa. Da sempre, lei e la madre Ella sono perennemente in fuga, perennemente in cerca di qualcuno che le ospiti per sfuggire alla sfortuna nera che le perseguita. Sullo sfondo la figura affascinante della nonna, Althea Proserpine, che Alice non ha mai conosciuto e che Ella non vuole nemmeno nominare: misteriosa e seducente autrice di una raccolta di racconti neri fuori catalogo ma ricercatissimi dai collezionisti, vive da anni reclusa ad Hazel Wood, una villa celata in mezzo a un bosco ignoto, sfuggendo alla curiosità dei fan. Quando Ella viene rapita, ad Alice non resta che andare alla disperata ricerca di dove sia Hazel Wood.

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
Print ISBN
9788817108737
eBook ISBN
9788858695982

1

Althea Proserpine cresce la figlia con le fiabe. Una volta, tanto tempo fa, era una ragazza di nome Anna Parks, una delle tante nella legione di sognatori di metà del secolo scorso che giunsero a Manhattan con le proprie speranze ben ripiegate in valigia. Poi scomparve. Quando riapparve, ottenne una fama singolare, scintillante o oscura a seconda dell’angolazione con cui la si guardava. Ora è sparita nuovamente, fuggita in una casa turrita nel cuore di oscure foreste, dove vive con la figlia di cinque anni e il marito, un vero nobile di sangue blu: non riesce proprio a distaccarsi dalle fiabe. Quando mi risponde al telefono, ha una voce intrigante, come la sua foto più famosa, quella con l’anello e la sigaretta. Le chiedo il permesso di andare a trovarla per parlare di persona e la sua risata è un whiskey bollente sul ghiaccio. «Si perderebbe lungo la strada» mi risponde. «Per trovarmi le servirebbero una scia di briciole di pane o un rocchetto di filo.»
La regina dell’Oltremondo, “Vanity Fair”, 1987
Se mia madre è cresciuta con le fiabe, io sono cresciuta con le autostrade. Il mio primo ricordo è l’odore di asfalto rovente, mentre il cielo è un fiume di azzurro che scorre veloce oltre il tettuccio apribile. Mia madre sostiene che sia impossibile (la nostra auto non ha un tettuccio apribile), ma quando chiudo gli occhi posso ancora vederlo, perciò mi ostino a crederlo.
Abbiamo attraversato il Paese un centinaio di volte, in quel rottame della nostra auto che puzza di patatine fritte, caffè stantio e di fragole plasticose, da quando ho infilato il mio rossetto Tinkerbell tra le lamelle dell’aerazione. Abbiamo vissuto in così tanti posti diversi, con così tante persone che non ho mai assimilato il concetto che gli estranei siano pericolosi.
Il che spiega perché, quando avevo sei anni, sono salita sulla vecchia Buick azzurra di un tizio dai capelli rossi che non avevo mai visto prima e ho viaggiato con lui per quattordici ore di fila – comprese due soste per il bagno e una per mangiare qualche pancake – prima che i poliziotti ci fermassero, grazie alla dritta di una cameriera che mi aveva riconosciuta dalla descrizione alla radio.
A quel punto avevo intuito anch’io che l’uomo non era chi sosteneva di essere: un amico di mia nonna Althea, che voleva portarmi a trovarla. All’epoca Althea viveva già segregata nella sua grande casa, e non l’avevo mai incontrata. Non aveva amici, solo fan, e mia madre mi spiegò che quell’uomo era uno di loro. Uno dei fan che voleva usare me per arrivare a mia nonna.
Una volta verificato che non ero stata molestata e stabilito che l’uomo dai capelli rossi era un girovago che aveva rubato un’auto a poche miglia di distanza dal posto in cui vivevamo nello Utah, mia madre decise che non ne avremmo parlato mai più. Non voleva ascoltarmi quando le dicevo che l’uomo era gentile, che mi aveva raccontato tante storie e che la sua risata calda, in fondo al mio cuore di seienne, mi aveva illusa che fosse davvero mio padre venuto a riprendermi. Al commissariato le avevano mostrato lo sconosciuto attraverso uno specchio unidirezionale e lei aveva giurato di non averlo mai visto prima.
Per qualche anno mi ero ostinata a credere che fosse mio padre. Quando lasciammo lo Utah, dopo il suo arresto, per andare a vivere qualche mese in un ritiro per artisti nei dintorni di Tempe, ero preoccupata che non riuscisse più a trovarmi.
Non lo fece mai. Entro il mio nono compleanno riconobbi per quel che era la mia segreta speranza: una fantasia infantile. La misi via come tutte le cose ormai inutili: vecchi giocattoli, superstizioni da bambino, abiti che non mi stavano più. Mia madre e io vivevamo come vagabonde, stando da amici finché la loro ospitalità non si consumava come un maglione liso sui gomiti, appollaiandoci in sistemazioni precarie per poi riprendere il nostro viaggio. Non potevamo concederci il lusso di provare nostalgia. Non potevamo fermarci. Finché io non compii diciassette anni e Althea morì nella tenuta di Hazel Wood.
Quando mia madre Ella ricevette la lettera fu percorsa da un brivido. Prima ancora di aprirla. La busta era di un verde pastoso, e vi erano stampati sopra il suo nome e l’indirizzo del posto in cui stavamo. Eravamo arrivate la sera prima e io mi domandai come avesse potuto trovarci.
Prese un tagliacarte d’avorio dal tavolino che aveva accanto, perché in quel momento badavamo alla casa del classico tipo di persone che ama esibire pezzi di elefanti trucidati. Con mani tremanti mia madre aprì la busta con uno squarcio irregolare nel mezzo. Aveva sulle unghie uno smalto così rosso che sembrava si fosse tagliata lei.
Quando estrasse la lettera, riuscii a intravedere in controluce blocchi neri di testo, ma non riuscii a leggerli.
Ella emise un suono che non le conoscevo, un gemito di complicato dolore che mi mozzò netto il respiro. Teneva il foglio tanto vicino agli occhi che il suo viso prese un pallido colorito verdastro. La sua bocca si muoveva in silenzio, mentre la leggeva e la rileggeva. Poi la accartocciò e la buttò nel cestino.
Non era previsto che fumassimo in quel posto, un angusto appartamentino nell’Upper West Side di New York che profumava di costosi saponi francesi e di yorkshire bagnati. Ella tirò comunque fuori una sigaretta e la accese con un antico accendino di cristallo. Aspirava il fumo come fosse un frappè, tamburellando le dita di una mano contro la pesante pietra verde che portava alla fossetta del collo.
«Mia madre è morta» disse mentre espirava, e tossì.
La notizia mi colpì come una bomba di profondità, un nodo di dolore allo stomaco che continuava a espandersi. Eppure era da tanto che non passavo più le mie ore a sognare di Althea. La notizia non avrebbe dovuto ferirmi.
Ella si accucciò di fronte a me, mettendomi le mani sulle ginocchia. Aveva gli occhi lucidi ma asciutti. «La cosa non è… perdonami, ma non è un male. Non lo è. Potrebbe cambiarci la vita, potrebbe…» La sua voce si spezzò prima che potesse finire. Chinò la testa sulle mie ginocchia ed emise un singhiozzo. Era un suono desolato che apparteneva a un altrove di strade buie e odore di foglie morte e non a questa stanza chiara nel mezzo di una città chiassosa e piena di luci.
Quando la baciai sui capelli, avevano il sentore di caffè da autogrill e del fumo che si avvitava nell’aria salendo dalla sua sigaretta. Aspirò, espirò e sollevò il viso a guardarmi.
«Sai cosa significa per noi?»
Io la fissai, poi spinsi lo sguardo attorno, alla stanza in cui ci trovavamo: ricca, soffocante e appartenente a qualcun altro. «Aspetta un attimo, significa che ereditiamo Hazel Wood?»
La proprietà di mia nonna, che avevo visto solo in foto, mi era sempre sembrata un posto ricordato da un’immaginaria infanzia alternativa. Un’infanzia in cui montavo cavalli e frequentavo campi estivi. Era il sogno a occhi aperti in cui sparivo quando avevo bisogno di una pausa che spezzasse l’infinito ciclo di autostrade, nuove scuole e odore di case sconosciute. Incollavo la mia sagoma in quel mondo remoto di fontane, siepi, cocktail e una piscina così scintillante da costringerti a socchiudere gli occhi.
Ma la mano ossuta di mia madre mi cinse il polso per trascinarmi via dai prati in Technicolor di Hazel Wood. «Oddio, no. Mai. Significa che siamo libere
«Libere da cosa?» chiesi stupidamente, ma lei non rispose. Si alzò, lanciando nel cestino la sigaretta fumata a metà, giusto sopra la lettera, e uscì dalla stanza con la schiena dritta, come se avesse qualcosa da sbrigare.
Quando se ne fu andata, rovesciai caffè freddo sul fuoco che si era sviluppato nel cestino e ne tirai fuori la lettera fradicia. Alcune parti erano ridotte in cenere, ma lisciai sulle mie ginocchia quel che rimaneva del foglio bagnato. I caratteri erano densi e spaziati irregolarmente, come quelli di un vecchio telegramma.
Non sembrava recente. Aveva un odore come fosse stata spedita dal passato. Non mi era difficile immaginare qualcuno intento a scriverla con una vecchia macchina da scrivere, simile alla Selectric della cartolina di Françoise Sagan che appendevo sopra il mio letto in qualunque posto andassimo. Aspirai il sentore di cenere e di profumo talcato del foglio ed esaminai quel che restava. Non era molto: “Vi mandiamo le nostre condoglianze” e “Venite al più presto”.
E un’unica parola brunita in mezzo a un mare di carta bruciata: “Alice”. Il mio nome. Non riuscivo a leggere nulla che lo precedesse o lo seguisse e non vidi altri riferimenti a me. Lasciai ricadere nel cestino i resti fradici.

2

Fino al giorno in cui Althea Proserpine (nata Anna Parks) morì tutta sola nella grande proprietà che aveva battezzato Hazel Wood, mia madre e io avevamo vissuto come ospiti inseguite dalla sfortuna nera. Ci spostavamo da un posto a un altro un paio di volte l’anno e talvolta anche più spesso, ma la sfortuna ci trovava sempre.
A Providence, dove mia madre insegnava arte agli adulti, l’intero primo piano della casa che avevamo affittato si allagò mentre dormivamo, durante una notte d’agosto in cui non era piovuta una goccia. A Tacoma, un gatto selvatico si intrufolò attraverso un finestrino nella nostra roulotte pisciando ovunque sulle nostre cose e divorando l’ultimo pezzo della mia torta di compleanno.
Cercammo di resistere un intero anno scolastico a Los Angeles, in una dépendance che Ella aveva affittato da un’autentica hippie con un fondo fiduciario, ma quattro mesi più tardi il marito cominciò a manifestare sintomi da affaticamento cronico. Dopo che Ella si fu trasferita nell’abitazione principale per dare una mano, il soffitto precipitò sopra la camera da letto padronale e la hippie finì in piscina durante un episodio di sonnambulismo. Non volevamo cominciare una conta dei morti, perciò riprendemmo il pellegrinaggio.
Quando viaggiavamo io tenevo attentamente d’occhio le macchine dietro di noi, come se la sfortuna potesse assumere sembianze umane e pedinarci con un minivan. Ma la sfortuna è più insidiosa di così. Non puoi essere più furbo di lei e una volta che ti prende di mira e ti raggiunge non ti resta che sloggiare.
Dopo la morte di Althea, smettemmo di girovagare. Ella mi sorprese con la chiave di un posticino a Brooklyn e ci trasferimmo lì con il nostro misero corredo. Passarono le settimane, poi i mesi. Io stavo vigile, ma le nostre valigie rimanevano sotto il letto. La luce nel nostro appartamento abbracciava tutte le sfumature del metallo: di un platino accecante al mattino, oro nel pomeriggio, bronzo di notte, per effetto dei lampioni. Io potevo rimanere ore a vederla sfumare da una tonalità all’altra sulle nostre pareti. Era mia.
Ma percepivo ancora l’ombra della sfortuna: nella donna che mi seguì all’interno di una libreria dell’usato per sussurrarmi qualcosa di osceno all’orecchio mentre mi sfilava il telefono dalla tasca. Nei lampioni che si fulminavano sulla mia testa, uno dopo l’altro, mentre camminavo per strada dopo la mezzanotte. Nel suonatore ambulante che per una settimana si era presentato immancabilmente con la sua chitarra su ogni singolo treno su cui ero salita, intonando la colonna sonora di Alice e i giorni della droga con una voce spettrale da tenore.
«Bah» aveva commentato Ella. «Questa non è sfortuna. Questa è New York.»
Era cambiata dopo la morte di sua madre. Fumava meno, aveva preso peso. Aveva comprato qualche maglietta che non fosse nera.
Poi una notte, tornando a casa, avevamo trovato tutte le finestre dell’appartamento costellate di lucenti incrinature a stella. Ella aveva serrato le labbra e io mi ero preparata a sentire l’ordine di ripartire, ma lei aveva scosso il capo.
«New York.» La sua voce era dura, sicura. «Basta sfortuna per noi, Alice. Mi hai sentito? È finita.»
Così mi iscrissi alla scuola pubblica. Appesi lucine di Natale lungo la mensola in gesso dietro il nostro letto e accettai un lavoro in un caffè che al tramonto si trasformava in un bar. Ella cominciò a parlare di cose di cui non aveva mai parlato prima: di tinteggiare le nostre pareti, comprare un nuovo divano. Di iscrivermi a un college.
Fu l’ultima dell’elenco a metterci nei guai… Il sogno di Ella di darmi una vita normale, una che avesse un futuro. Perché se hai passato la vita intera a correre, come puoi imparare a stare fermo? Come puoi immaginare il giusto modo per trasformare la tua casa di paglia in una di mattoni?
Ella lo fece nel modo che conoscevamo dai telefilm, quei festini di menzogne della AMC che guardavamo in camere di motel, bungalow in affitto, baracche da giardino trasformate in alloggi, dépendance di case lussuose o perfino, una volta, in un pensionato studentesco.
Si sposò.
La luce tagliente di ottobre mi feriva gli occhi a intermittenza, mentre il treno sferragliava sul ponte di Brooklyn. Avevo in testa il matrimonio fallimentare di mia madre e in bocca quattro o cinque denti spezzati. Avevo da sempre problemi a gestire la rabbia ed Ella interveniva con videocassette di meditazione, una terapia Reiki da quattro soldi che aveva imparato da autodidatta grazie a un libro, e il bite che avrei dovuto usare ma che non riuscivo a sopportare. Durante il giorno, tenevo a freno le cattiverie che pensavo del mio patrigno, di notte le sfogavo massacrandomi i denti.
L’uomo che mia madre aveva sposato, nemmeno quattro mesi dopo che lui l’aveva invitata a uscire durante un cocktail in cui lei lavorava come cameriera, viveva al penultimo piano di un edificio sulla Fifth Avenue. Si chiamava Harold, era ricco come Creso e pensava che Lorrie Moore fosse una linea di vernici per la casa. Questo è tutto quel che serviva sapere di lui.
Ero diretta al Salty Dog, sede del primo lavoro che fossi riuscita a ottenere grazie a una permanenza sufficientemente lunga nello stesso posto. Era un caffè di proprietà di una coppia di Reykjavík che mi aveva sottoposta a un corso di sei ore su come si serviva una tazzina prima di permetter...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. RINGRAZIAMENTI
  35. Copyright