Sergio Marchionne, figlio di un carabiniere abruzzese emigrato in Canada, è l'uomo che ha preso in mano la Fiat nel delicato momento di transizione dopo la morte di Gianni e Umberto Agnelli, ne ha evitato il fallimento, l'ha condotta all'acquisto e alla riorganizzazione di un gigante decaduto dell'industria americana come Chrysler e ha fatto nascere il gruppo internazionale Fca. In questo libro, Paolo Bricco scrive con ricchezza di documenti e testimonianze la biografia di un manager unico: le sue radici tra gli italoamericani di Toronto, l'arrivo, da straniero, nella Torino in declino di inizio XXI secolo, prima l'idillio e poi gli scontri senza quartiere con il sindacato, il rapporto con Barack Obama, i sogni e i compromessi con la realtà, fino all'improvvisa scomparsa nel luglio 2018. Allo stesso tempo, racconta l'America della grande crisi dell'auto e la sua trasformazione tra Midwest e Silicon Valley, il destino dell'Italia, le peripezie di icone come Fiat e Alfa Romeo, Maserati e Ferrari. È la storia dell'industria globale tra crolli e innovazione, con la centralità della finanza, le mutazioni del lavoro e delle relazioni politiche e sindacali, la metamorfosi di luoghi come Torino, Pomigliano d'Arco e Detroit, dove la crisi e la rinascita delle fabbriche hanno segnato il paesaggio umano e la sorte di centinaia di migliaia di famiglie.

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Marchionne lo straniero
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2004: Fiat anno zero
Marchionne lo straniero, la Fiat in rovina e l’Italia in declino
Sergio Marchionne, nel 2004, è tante cose. È un manager internazionale. Ha esercitato le professioni di avvocato e di commercialista. Ha lavorato nella revisione contabile e nella consulenza. Dieci anni prima, nel 1994, è arrivato in Svizzera alla Alusuisse-Lonza Holding – una società specializzata in alluminio, packaging e chimica – per poi occuparsi di Lonza Group, lo spin-off del ramo chimico e biotecnologico. Dal 2002 è passato alla società di certificazioni Sgs, Société Générale de Surveillance. Marchionne è business allo stato puro.
Ma, in questa storia segnata dall’immagine doppia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo – good cop/bad cop – racchiusa nella stessa persona, è anche il figlio del carabiniere. Suo padre, Concezio, è un maresciallo maggiore abruzzese, tradizione della divisa che è insieme astuta e legalitaria. Il Sud nella identità coriacea e montanara degli Abruzzi, un poco di languore mediterraneo, dedizione al lavoro e in pensione all’età di cinquant’anni, quando, nel 1966, decide di portare la famiglia in Canada.
La Fiat, nel 2004, è tante cose. È ancora un’impresa fondamentale per l’Italia. Ma è una macchina vecchia e ammaccata. Le sue automobili restano, invendute, sui piazzali delle fabbriche. Gli Agnelli sembrano incamminati verso un destino infelice e in ritirata, una versione italiana dei Buddenbrook, i mercanti di Lubecca raccontati nella loro ascesa e decadenza da Thomas Mann.
Torino non è più il cuore del potere industriale italiano. Ogni giorno piove e c’è nebbia sulla città della Fiat, nell’Italia della Seconda Repubblica divisa fra Silvio Berlusconi, l’imprenditore immobiliare e televisivo che ha riunificato sotto le antenne politiche di Forza Italia il popolo del centrodestra, e Romano Prodi, già presidente dell’Iri, il gruppo delle imprese di Stato, e plenipotenziario della Democrazia cristiana nell’economia pubblica italiana che, alla caduta dei partiti, ha costituito il cartello elettorale dell’Ulivo in cui sono confluiti gli eredi del Partito comunista e di una parte della Dc.
In questa storia, Sergio Marchionne è lo straniero. Ha lasciato l’Italia con la famiglia da adolescente. Ha studiato in Canada. È diventato un esponente del capitalismo manageriale al tempo della nuova globalizzazione. È un membro di quel ceto che, attraverso la lingua franca degli affari, si sovrappone – nella rete delle multinazionali, delle aziende quotate e delle società di consulenza – alla vita degli Stati. Ne fa parte e allo stesso tempo la sovrasta, modella il volto di un mondo che, dalla caduta del comunismo, è diventato sempre più interdipendente e interconnesso. Marchionne è due volte lo straniero. Perché, quando arriva a Torino, nessuno lo conosce veramente.
Sergio Marchionne diventa consigliere di amministrazione della Fiat nel maggio del 2003. Il gruppo Fiat, in quel momento guidato dall’amministratore delegato proveniente dalla Pirelli Giuseppe Morchio, versa in condizioni assai gravi. In particolare si è accentuata la criticità dell’automobile, core business del gruppo italiano. Il bilancio del 2003 è pessimo. La condizione è prefallimentare.
Il gruppo Fiat nel suo complesso – dunque inclusi i camion, le macchine movimento terra e la componentistica – ha fatturato 45,6 miliardi di euro e ne ha persi 1,9. Il patrimonio netto è di 6,7 miliardi di euro e non copre nemmeno un terzo dei 22 miliardi di debiti.
La Fga Italia (Fiat Group Automobiles) – con i suoi 23.000 dipendenti su 174.000 complessivi – appare il dente cariato di un gigante ormai vecchio. Ha ricavi per 15,7 miliardi di euro e ne perde 1,9, oltre il triplo del patrimonio netto.
Nonostante tutto, la Fiat resta il perno della principale realtà industriale italiana, quella che ancora negli anni Ottanta valeva – a seconda dei metodi di calcolo – fra il 3 e il 5% del Pil nazionale. In vent’anni, l’Italia ha bruciato speranze e prospettive. La Fiat, nel 1984, con la Uno – l’utilitaria progettata da Vittorio Ghidella – si ritrovava un prodotto tra i più venduti della storia dell’auto europea. Al punto che, grazie a quel modello, ogni mese corso Marconi – allora sede del quartier generale – competeva con Wolfsburg, la città tedesca dove si trova la Volkswagen, per il primato delle vendite periodiche del Vecchio Continente.
Vent’anni prima che inizi questa storia, la Olivetti aveva l’M24, il personal computer più venduto al mondo, e i grandi sarti italiani – in particolare Giorgio Armani, Valentino e Versace – aprivano le loro boutique sulla Quinta Strada a New York e a Rodeo Drive a Los Angeles diventando un fenomeno internazionale, capace di incidere sui consumi e sull’idea della bellezza, sulla mentalità delle persone e sul senso delle cose.
Di quell’Italia, spregiudicata e tecnologica con la Olivetti, sfrontata ed esteticamente all’avanguardia con gli stilisti della moda, la Fiat – la Fiat di Torino – era un pilastro nella sua durezza, nella sua egemonia e nella sua compattezza. Nella sua complessità, quel 1984 sembra il punto di arrivo di una industrializzazione nazionale iniziata cento anni prima e di una internazionalizzazione che era andata delineandosi fin dagli anni Cinquanta.
Il Paese della provincia – campi e borghi, artigianato e piccola borghesia giolittiana, il tempo immoto più legato alle regole delle stagioni che non alle leggi della Storia – ha lasciato lo spazio al Paese delle fabbriche, grandi città e periferie urbane nere e addensate, la società divisa in classi e il primato della politica. Dunque, la versione italiana del fordismo del Novecento – incubato e alimentato dal fascismo che con l’Iri puntella ed evita il crollo negli anni Trenta di banche e imprese italiane –, nel secondo dopoguerra sperimenta una corsa rapida e possente, sussultoria e violenta. Una corsa che arriva fino al cuore degli Ottanta, la stagione delle grandi speranze.
Questa corsa, però, sembra interrompersi. Le cose vanno diversamente. La stagione delle grandi speranze cede il passo all’inverno dello scontento. Il Paese, nei primi anni Novanta, inizia a perdere una parte considerevole della grande impresa pubblica. La galassia di matrice Iri si decompone e viene polverizzata dalla inefficienza e dalla corruzione dei partiti della Prima Repubblica che si sono nutriti di clientela e di tangenti ingoiando tutto e tutti, fino a implodere.
Non è soltanto l’economia pubblica a essere diventata – da frutto rigoglioso e pieno di polpa – un agrume spremuto, rinsecchito e polveroso. Anche il capitalismo privato italiano appare ridotto a poca cosa. Sono cadute molte delle famiglie storiche del Novecento, non particolarmente munifiche di ingegno e di disponibilità a investire i propri capitali, ma spesso pronte a fare anticamera negli uffici di Mediobanca, in attesa dei consigli e degli ordini di Enrico Cuccia, il banchiere che con la sua visione dello sviluppo nazionale e la sua autorevolezza, il suo pensiero strategico e i suoi rapporti internazionali ha conferito, per tutta la Prima Repubblica, un ordine alle cose del nostro Paese. La maggioranza dei gruppi privati ha ridotto la sua dimensione. L’Italia si avvia – non per scelta libera, ma in mancanza di opzioni alternative – a diventare un’economia basata quasi esclusivamente sulle piccole e medie imprese.
Nel mezzo di questo percorso si è verificata una accelerazione sintetica rapidissima e – come tutti i fenomeni fisici – dagli esiti incontrollabili e incontrollati. Nel 1992, la magistratura di Milano fa finire alla sbarra politici e imprenditori. Il sistema è marcio dalle fondamenta. La naturale propensione a non rispettare le norme e l’atavica tendenza a regolare i rapporti e gli affari ricorrendo a mezzi illeciti, nel Paese dell’economia sommersa e della progressiva indistinguibilità fra organizzazioni criminali e ceto medio impiegatizio della burocrazia e dell’amministrazione, sono diventati un metodo e uno stile di vita. Tutto accade velocemente. E dimostra l’esistenza di una delle costanti italiane di lungo periodo: la politica, l’economia e la società nel suo complesso sono così incapaci di debellare le patologie che, alla fine, l’intervento spetta ai giudici. I quali, nelle loro inchieste di Tangentopoli, mortificano e colpiscono le imprese pubbliche, che alla fisiologia fallimentare uniscono il profilo di vacche non sacre alle cui mammelle erano attaccati i partiti storici e i grandi gruppi privati che si trovano nell’ambigua posizione di vittime e di complici.
In quello stesso frangente storico, le vicende della piccola Italia si inseriscono in un quadro molto più ampio: nell’Europa orientale è caduto il comunismo. L’Italia ha perso la sua identità di cerniera, di ultimo avamposto prima della cortina di ferro, di punto di congiunzione fra il Nord e il Sud del mondo (con le sue isole più vicine all’Africa che a Parigi e Stoccarda) e di canale fra il cielo e la terra, grazie alla presenza del Vaticano nel cuore di Roma.
Dunque, nei dieci anni successivi, l’Italia è progressivamente e inesorabilmente segnata da una struttura economica ridimensionata e da una marginalizzazione politica internazionale crescente. Conta sempre meno ogni anno che passa. È uno dei Paesi che, nel 2002, adottano per primi la moneta unica. Il cambio è fissato a 1936,27 lire per ogni euro. Negli anni successivi il nostro ceto medio inizierà il suo graduale impoverimento e, allo stesso tempo, l’Italia resterà nell’angolo dei Paesi reprobi, segnati dalla macchia di finanze pubbliche tendenzialmente fuori controllo, in una Unione europea che – sotto il profilo istituzionale, monetario e delle politiche economiche – è guidata da una Germania che, anno dopo anno, si fa sempre più egemonia e desiderio di primato moralistico. È in questo contesto di progressiva marginalizzazione del Paese sulle cartine internazionali che si consuma la parabola discendente del suo primo agglomerato industriale-politico-culturale: la Fiat.
La caduta degli dei e il nuovo venuto
Il 2003 è l’anno in cui la Fiat, ma anche la famiglia Agnelli, sperimenta una cesura. In quell’anno, nella piccola Italia la situazione del maggior gruppo industriale nazionale appare – nei conti – drammatica. Il 24 gennaio 2003 – all’età di ottantuno anni – scompare Gianni Agnelli.
Gianni Agnelli non è soltanto l’icona pop del capitalismo internazionale, fissata dal ritratto di Andy Warhol e dalle fotografie in barca con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e la sua consorte Jacqueline.
È – nel bene come nel male – il baricentro delle scelte strategiche della Fiat degli ultimi cinquant’anni ed è anche – sempre nel bene come nel male – una delle personalità che orientano la traiettoria storica del Paese.
La suggestione fascinosa e carismatica non deve limitare la considerazione del personaggio alla dimensione aerea e vaporosa della sua immagine. In Gianni Agnelli convivono elementi dell’Italia risorgimentale ed elementi di modernità cosmopolita. L’educazione impartita dal fondatore della Fiat, il nonno senatore Giovanni, ha alcuni tratti ottocenteschi: il servizio al Paese assume la forma iniziale dell’arruolamento nel primo reggimento Nizza Cavalleria e poi della pratica della guerra, sul fronte russo e africano. Nelle definizioni di sé e della Fiat, i concetti di dovere e di servizio sono espressi di frequente e riecheggiano la ricerca continua di un profilo istituzionale ricalcato appunto sulla dimensione sabauda della cosa pubblica.
Allo stesso tempo, Gianni Agnelli è un personaggio che sta fra la borghesia italiana ritratta – fra Torino, Milano e Roma – con calligrafia sadica e suadente da Alberto Arbasino e il jet set internazionale, che ha in New York il nido dei suoi divertimenti e dei suoi interessi, descritto con cinica amichevolezza da Tom Wolfe e con ambigua adesione da Truman Capote.
Gianni Agnelli si fa icona. Gianni Agnelli allo stadio Comunale di Torino a vedere la partita della Juventus. Gianni Agnelli e le donne. La moglie Marella fotografata da Richard Avedon che la soprannomina, per l’eleganza e la lunghezza del collo, «Il Cigno». Gianni Agnelli ovunque. Sui rotocalchi e sulle riviste d’arte. Nell’immaginario degli italiani e nelle frequentazioni dei circoli Wasp (White Anglo-Saxon Protestant, bianchi di origine anglosassone e protestanti) fra Boston e Washington e nei salotti dei radical chic newyorkesi.
Questa ubiquità, però, fa il paio con una dimensione tutt’altro che aerea ed evanescente della sua persona. Le sue scelte – nel bene come nel male – sono determinanti. Il 30 aprile 1966 Vittorio Valletta lascia nelle sue mani la guida della Fiat, il quinto produttore di automobili al mondo dopo General Motors, Ford, Chrysler e Volkswagen. Da allora è lui, insieme al fratello cadetto Umberto, a determinare – sotto lo sguardo della Mediobanca di Enrico Cuccia – le strategie e le alleanze del maggiore gruppo industriale italiano.
Gli anni Settanta sono complessi: il fatturato di Fiat Spa – peraltro con inflazione crescente – tende ad aumentare (da 1820 miliardi di lire nel 1971 a 2938 miliardi nel 1975), il numero dei dipendenti esplode (nel 1973 vanno per una volta sopra i 200.000) e i guadagni sono ridotti a poco o nulla (nel 1975 l’utile netto è di 100 milioni di lire, una cifra poco più che simbolica).
Le cose vanno male. Tanto che diventa essenziale, nel 1976, l’ingresso della Lafico (Libyan Arab Foreign Investment Company), la holding di investimenti della Libia di Mu’ammar Gheddafi che – per il 9,5% del capitale – paga in dollari l’equivalente di 395 miliardi di lire di allora.
La presenza dei libici stabilizza l’azionariato e consolida l’assetto patrimoniale. Il che, in un tempo di ferro e di fuoco come la seconda metà degli anni Settanta, fluidifica una gestione estremamente difficile, che vede un ampliamento del fatturato di Fiat Spa (da 3597 miliardi di lire nel 1976 a 4298 miliardi nel 1978), un minimo di ritrovati guadagni (il «massimo» sono i 74 miliardi nel 1978) e un calo degli addetti (dai 143.000 del 1976 ai 124.000 nel 1978).
Negli anni Ottanta l’Avvocato persevera nella strategia di un gruppo con interessi industriali e finanziari compositi, ma con una focalizzazione sull’automobile. Nella Fiat di Gianni Agnelli, nel 1988 l’ingegnere dell’auto Vittorio Ghidella – dopo uno scontro di potere che ha anche parti oscure relative agli interessi privati di quest’ultimo nella rete di forniture della Fiat – lascia. Cresce il potere del dottor Cesare Romiti, un manager di estrazione pubblica selezionato quattordici anni prima con i buoni uffici di Mediobanca, attuatore della trasformazione del gruppo in una conglomerata di cui la produzione delle auto è una parte del tutto.
Gianni Agnelli determina il corso delle cose. È tutt’altro che un flâneur della Storia, non si limita a passeggiare distrattamente sulle strade del lusso e della ricchezza. Nel 1975 è lui a firmare, come presidente di Confindustria, l’accordo con i sindacati sul punto unico della scala mobile, un accordo che in linea teorica preserva il benessere delle famiglie italiane agganciando con una serie di automatismi gli aumenti salariali all’andamento dell’inflazione e che, invece, negli anni successivi si rivelerà una fornace in grado di incendiare il caro-prezzi.
Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli muore. Due giorni dopo si tengono i funerali. In una città come Torino, che conosce i riti e le discipline delle capitali monarchiche dell’Ottocento, gli viene riservata l’affettuosa e addolorata deferenza propria dei sovrani, con migliaia di persone in coda per il saluto alla salma, nella camera mortuaria allestita in cima al Lingotto, sulla pista di prova delle auto: l’immagine che si poteva osservare quel giorno è quella di una lunga e paziente fila che, dalla strada, alimenta per ore e ore la spirale ascendente di uomini e donne, di qualunque censo e di qualunque classe sociale, che salgono verso di lui per l’ultima volta. Con la sua morte tocca al fratello Umberto gestire una situazione così delicata nei conti e fissare un principio di autorità e di autorevolezza in una famiglia Agnelli composta da molti rami.
Umberto è un uomo gentile. È riuscito a non rimanere nel cono d’ombra del fratello maggiore. In particolare, ha sviluppato – con la sua particolare forma di intelligenza paziente e rapida utile alla finanza – gli investimenti della famiglia.
La Ifi e la Ifil, che porteranno poi alla Exor, sono gestite con perizia. Per esempio, secondo l’ufficio studi di Mediobanca, il capitale investito della sola Ifil, l’holding operativa delle partecipazioni della galassia Agnelli, ammonta nel 1982 – primo anno della presidenza di Umberto Agnelli – a 100 miliardi di lire. Nel 2001, ultimo anno della sua presidenza, il valore del capitale investito è pari a poco meno di 3 miliardi di euro. In vent’anni, i soci – fra cui gli Agnelli, con una quota compresa fra il 55 e il 60% – hanno ricevuto dall’Ifil dividendi per 670 milioni di euro.
Umberto Agnelli sceglie come capo azienda operativo Giuseppe Morchio, un manager di estrazione Pirelli che il 28 febbraio 2003 è nominato amministratore delegato del gruppo. Lo snodo essenziale per cogliere le linee dello scenario in cui si inserisce l’arrivo di un dirigente come Sergio Marchionne, che non aveva mai avuto alcun rapporto con l’establishment industriale, finanziario e politico italiano, si situa dunque nei mesi – convulsi – fra il 2003 e il 2004.
Il tentativo di ristrutturazione portato avanti da Morchio procede con tutte le difficoltà del caso. Le malferme condizioni di salute di Umberto Agnelli – il cui ruolo non va sottovalutato, in quanto fratello dell’Avvocato e in quanto portatore di un carisma più discreto ma comunque efficace nel regolare gli equilibri della numerosa famiglia Agnelli – si aggravano.
Il 27 maggio 2004 Umberto Agnelli si spegne all’età di sessantanove anni. In quei giorni la Fiat si trova, per la prima volta nella sua storia, senza un riferimento di potere e di autorevolezza, di organizzazione e di strategia nella famiglia Agnelli. In questo vuoto, Giuseppe Morchio – titolare di un patrimonio personale formato ai tempi del gruppo Pirelli dai 150 milioni di euro lordi delle stock options esercitate in occasione della cessione di una piccola società specializzata in fotonica, Optical Technologies, alla americana Corning – tesse una tela per diventare presidente del gruppo italiano e assumere anche un ruolo da azionista. A rompere questa tela provvedono i due collaboratori anziani più vicini alla famiglia Agnelli: l’avvocato Franzo Grande Stevens e il dottor Gianluigi Gabetti.
Grande Stevens è lo specialista che, fin dagli anni Settanta, lavora a stretto contatto con la famiglia Agnelli per le questioni giuridiche e societarie più complicate. È un uomo colto e delicato, deciso e diplomatico: appartiene a una grande famiglia della borghesia anglo-napoletana, una delle comunità più raffinate e cosmopolite dell’Italia del Novecento. Di quella matrice assorbe la capacità di coniugare la cultura giuridica e una visione del mondo più complessiva, unendo il caso particolare alla dimensione generale.
Gabetti è un altro uomo del Novecento. Ha lavorato alla Banca Commerciale di Raffaele Mattioli, nella sede di Torino. Poi è passato alla Olivetti di Adriano, occupandosi in part...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Marchionne lo straniero
- Prologo
- 1. 2004: Fiat anno zero
- 2. 2009: Operazione Chrysler
- 3. Tra l’Italia e l’America: Fca
- 4. La nuova geografia dell’auto, tra sogno e realtà
- 5. L’eredità di Marchionne e il futuro di Fca
- Ringraziamenti
- Nota di metodo
- Bibliografia
- Copyright