Così muore la carne
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Così muore la carne

  1. 432 pagine
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Così muore la carne

Informazioni su questo libro

"Raven non avrebbe mai desiderato che la sua storia iniziasse col ritrovamento della povera Evie Lawson; a spronarlo fu l'intima certezza che nemmeno lei avrebbe voluto finire a quel modo." Giovane medico di belle speranze, Will Raven riesce a entrare come praticante nello studio del dottor Simpson, stimato luminare della borghesia scozzese, mosso dall'ambizione di costruirsi una brillante carriera e affrancarsi dalle difficoltà economiche. Will ha un passato complicato e conosce i bassifondi della Città Vecchia, ne conosce i bordelli e gli sgherri che ne infestano le strade di notte. Conosceva bene la prostituta Evie, che ha trovato senza vita nel suo letto disfatto. Un'immagine terribile che si porta dietro e che diventa la sua ossessione quando cominciano a morire altre donne. Così come Evie, tutte sembrano avere attraversato l'inferno prima di smettere di respirare, e Will non può impedirsi di cercare il nesso, il punto di raccordo in cui si sono incrociati i destini delle povere vittime. Ad accompagnarlo in questa cupa ricerca c'è Sarah, tuttofare di casa Simpson, capace e ambiziosa, anche lei mossa da un segreto motivo personale. Insieme, i due si ritrovano presto avvolti dalle ombre lunghe e nerissime che danno forma al sottosuolo della città. Per uscirne vivi, saranno obbligati a sciogliere la distanza che li separa. Così muore la carne è un giallo storico che catapulta il lettore nella Edimburgo del XIX secolo, riportando in vita personaggi realmente esistiti che ruotano intorno all'indagine del protagonista. Ma questo è solo uno dei pregi della firma di Ambrose Parry, che qui ricostruisce con dovizia di particolari i progressi nel campo dell'anestesia e il lato perverso della sperimentazione scientifica.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2018
eBook ISBN
9788858694398
Print ISBN
9788817103909

1

Nessuna storia che si rispetti dovrebbe iniziare con la morte di una prostituta, e per questo domando scusa, perché so che le persone per bene non amano soffermarsi su certe cose. Tuttavia, fu proprio la convinzione che gli onesti cittadini di Edimburgo sarebbero inorriditi davanti a un fatto del genere a segnare fatalmente il cammino di Will Raven, nell’inverno del 1847. Raven non avrebbe mai desiderato che la sua storia iniziasse con il ritrovamento della povera Evie Lawson; a spronarlo fu l’intima certezza che nemmeno lei avrebbe voluto finire a quel modo.
La trovò al quarto piano nel Canongate, in una minuscola soffitta gelida e sbilenca. Dentro c’era puzza d’alcol e sudore, mitigata da un pietoso refolo di qualcosa di più profumato: sicuramente un’essenza di donna, ma così intensa e a buon mercato che solo una donna che si vendeva avrebbe potuto usarla. Con quell’odore nelle narici, chiudendo gli occhi avrebbe potuto ancora immaginarla viva, mentre si preparava a trascinarsi in strada magari per la terza o quarta volta in altrettante ore. Ma aveva gli occhi aperti, e non dovette neanche sentirle il polso per assicurarsi del contrario.
Raven aveva visto troppe persone morte per non capire che il suo passaggio da questa vita all’altra non era stato facile. Le lenzuola l’avviluppavano come in un vortice, segno che aveva avuto degli spasmi ben più forti di quelli che simulava durante i suoi amplessi, e che l’avevano impegnata più a lungo di qualsiasi cliente. Il suo corpo, tutt’altro che rilassato, appariva contorto, come se il dolore che l’aveva uccisa le fosse rimasto addosso, senza trovare alcun sollievo nella morte. Le sopracciglia erano ancora contratte, le labbra spalancate. Aveva delle tracce di schiuma agli angoli della bocca.
Raven le posò una mano sul braccio, e subito la ritrasse. Quel gelo lo turbò, anche se non avrebbe dovuto. Gli era già capitato di toccare un cadavere, ma non quello di una donna di cui aveva conosciuto il calore. In quel brevissimo contatto, fu colto da uno sgomento primordiale nel constatare come da persona fosse diventata cosa.
Molti prima di lui l’avevano vista trasformarsi in quella stanza; da compendio di tutti i loro desideri a mero recipiente del loro seme, adorata e poi disprezzata nell’istante stesso in cui si svuotavano.
Ma per lui era diverso. Ogni volta che erano stati a letto insieme, l’unica trasformazione che aveva desiderato era riuscire a salvarla da quella vita.
Lui non era un semplice cliente. Erano amici, giusto? Era per questo che Evie gli aveva confidato il suo sogno di diventare cameriera in una casa rispettabile, ed era per questo che le aveva promesso di darle una mano, quando fosse entrato nei giri giusti.
Era per questo che gli aveva chiesto aiuto.
Non volle dirgli a cosa le servissero quei soldi: disse soltanto che era urgente. Raven immaginò che li dovesse a qualcuno, ma era inutile insistere per cercare di scoprire chi fosse. Evie era troppo brava a mentire. In ogni caso, quando riuscì a procurarglieli, sembrò immensamente sollevata, e grata fino alle lacrime. Non le disse da dove venivano, celandole il sospetto di averli chiesti proprio allo stesso strozzino a cui s’era rivolta lei, e accollandosi di fatto il debito al posto suo.
Erano due ghinee, una somma che gli sarebbe bastata per campare varie settimane, e che quindi non aveva modo di restituire in tempi rapidi. Ma non si era neanche posto il problema. Voleva aiutarla. Sapeva che agli occhi di qualcuno il suo comportamento sarebbe apparso ridicolo, ma se Evie credeva di potersi reinventare come cameriera, lui era pronto a crederci doppiamente.
Comunque i soldi non l’avevano salvata, e ora tutto era perduto.
Si guardò intorno. Dei mozziconi di candela gocciolavano dal collo di due bottiglie di gin, e un terzo s’era già squagliato da un pezzo. Nel caminetto, le braci ardevano appena, dunque Evie aveva smesso di attizzare il fuoco già da qualche ora, con il poco carbone che teneva nel secchio. Vicino al letto c’era una piccola bacinella d’acqua, con degli stracci umidi appesi lungo il bordo e una caraffa accanto. Erano le cose che usava per lavarsi dopo averlo fatto. Poco più in là, sul pavimento, giaceva una bottiglia di gin, che al momento di rovesciarsi doveva essere già quasi vuota, a giudicare dal poco liquido intorno.
Sopra non c’era alcuna etichetta, la provenienza era sconosciuta e dunque sospetta. Non sarebbe stata la prima volta che una mescita di contrabbando stillava inavvertitamente un intruglio letale. A complicare quella tesi c’era la presenza di una bottiglia di brandy sul davanzale della finestra, ancora mezza piena. Doveva averla portata un cliente.
Forse lo stesso che aveva assistito agli spasmi di Evie, prima di darsela a gambe lasciandola nella stanza. Se così era stato, perché non aveva chiesto aiuto? Probabilmente perché, per qualcuno, farsi trovare insieme a una puttana agonizzante non era molto meglio che farsi trovare insieme a una puttana morta. Quindi perché attirare l’attenzione? Ecco com’era Edimburgo: decoro pubblico e peccato privato. Una città dalle mille doppie vite.
Già. A volte non dovevano neanche spargere il loro seme perché il recipiente si trasformasse in qualcos’altro.
Raven contemplò di nuovo il vuoto di quegli occhi vitrei, quella maschera contratta che sembrava una parodia del suo viso. Dovette ricacciare giù il groppo che aveva in gola. L’aveva vista per la prima volta quattro anni addietro, quand’era ancora uno studente, e alloggiava alla George Heriot’s. Ricordava i sussurri a mezza bocca dei compagni più grandi, che sapevano la verità su di lei e la spiavano mentre passeggiava lungo il Cowgate. Erano colmi di uno strano miscuglio di disprezzo e libidine, e spaventati da ciò che l’istinto li induceva a sentire. Già allora, la desideravano e la odiavano allo stesso tempo. Niente era cambiato.
A quell’età, il futuro gli sembrava irraggiungibile anche se gli andava incontro sfrecciando. Evie gli appariva come l’emissaria di un mondo in cui non gli era ancora consentito di abitare. Per questa ragione aveva continuato a sentirsi inferiore a lei, anche di fronte all’evidenza che il futuro era ormai diventato realtà, e che ottenere certe cose era fin troppo facile.
Gli era sempre sembrata più grande, più esperta di lui, finché non aveva compreso che, in realtà, Evie aveva visto solo una piccola, feroce parte del mondo che nessuna donna dovrebbe mai sperimentare. Donna? Ragazza. In seguito aveva scoperto che era più giovane di lui di quasi un anno. Doveva averne quattordici, quando la vedeva passeggiare lungo il Cowgate. E quanto era cresciuta, nella sua testa, quando la ebbe per la prima volta: in lei vedeva la promessa di una vera donna, con tutto ciò che nei suoi sogni una donna poteva offrire.
Il suo mondo era angusto e squallido. Meritava di conoscerne uno più grande, e migliore. Era per questo che le aveva dato il denaro, che adesso era svanito insieme a lei. Si chiese a cosa fosse servito indebitarsi.
Per un momento sentì che era sul punto di piangere, ma il suo istinto vigile gli consigliò di uscire dalla stanza prima che qualcuno potesse vederlo.
Se ne andò in punta di piedi, chiudendo delicatamente la porta. Si sentì un ladro, un vigliacco, mentre strisciava giù per le scale, abbandonando Evie in nome della sua reputazione. Da qualche parte, nel vicolo, gli giunsero i rumori di una coppia, le grida esagerate di una giovane donna che fingeva l’orgasmo per finire in fretta.
Si chiese chi l’avrebbe trovata. Probabilmente l’affittacamere, Mrs Peake, donna terribilmente infida.
Anche se all’occorrenza fingeva di cadere dalle nuvole, le sfuggiva ben poco di ciò che succedeva sotto al suo tetto, a meno che non avesse già ceduto ai fumi del gin. Raven sapeva che a quell’ora non poteva ancora dormire, per questo cercò di far piano.
Uscì dal retro passando tra la spazzatura e raggiunse il Canongate sbucando da una stradina, ad almeno una quarantina di metri dal vicolo di Evie. Lì, sotto il cielo nero, l’aria era fredda ma tutt’altro che pura. L’odore di escrementi era inevitabile da quelle parti, vista la quantità di esseri umani ammassati uno sull’altro in quel fetido labirinto che era la Città Vecchia, come la Torre di Babele di Bruegel o la Mappa dell’Inferno di Botticelli.
Raven sapeva di doversi rifugiare nella sua triste stanzetta di Bakehouse Close ancora per una notte. Il giorno dopo l’attendeva un nuovo inizio, e doveva riposarsi per bene. Ma sapeva anche che difficilmente avrebbe preso sonno, dopo quello a cui aveva assistito. In una notte così non si può rimanere soli, né sobri.
L’unico antidoto per far fronte alla morte era il caldo abbraccio della vita, per quanto fosse rozzo, puzzolente e sudato.

2

La taverna di Aitken era un intrico di corpi da cui si levava un gran fragore di voci maschili in gara per sovrastarsi, il tutto avvolto in una fitta coltre di fumo di pipa. Raven non fumava ma gli piaceva quell’odore dolce nel naso, tanto più in un posto come quello, con tutto ciò che nascondeva.
Restò in piedi accanto allo scaffale per le bottiglie sorseggiando birra da un boccale, senza parlare con nessuno in particolare, solo ma in compagnia. Era un buon posto per perdersi, quel gran chiasso era meglio del silenzio come sfondo per i suoi pensieri. In più poteva anche distrarsi spostando l’orecchio da una conversazione all’altra, come tanti siparietti messi in scena per intrattenerlo. Certi parlavano della nuova stazione della Caledonian Railway che era in via di costruzione in fondo a Princes Street, e c’era chi temeva che un’orda di irlandesi morti di fame potesse farsi strada lungo il binario da Glasgow.
Ogni volta che girava la testa scorgeva un volto noto, e alcuni li conosceva da prima che gli fosse consentito entrare in un locale del genere. La Città Vecchia brulicava di migliaia di persone che potevi incrociare una volta senza rivedere mai più, eppure, allo stesso tempo, sembrava di stare in un paese. Ovunque guardassi vedevi sempre qualcuno di familiare, quando non era lui a tenerti gli occhi addosso.
Notò che un uomo con un cappellaccio logoro continuava a lanciargli delle occhiate. Non ricordava chi fosse, ma il tizio pareva averlo riconosciuto, e non aveva un’aria molto amichevole. Di certo s’erano azzuffati, ma la sbronza che aveva scatenato la rissa doveva avergli anche offuscato la memoria. A giudicare dal suo sguardo truce, cappellaccio era arrivato secondo.
In realtà, era possibile che l’alcol non fosse stato l’unica ragione, almeno da parte di Raven. Di tanto in tanto sorgeva in lui un impulso oscuro, che ormai stava imparando a conoscere, se non a controllare. L’aveva sentito risvegliarsi in quell’orribile soffitta, e onestamente non sapeva dire se fosse entrato da Aitken per soffocarlo o per dargli sfogo.
Incrociò di nuovo lo sguardo di cappellaccio, che a quel punto si precipitò verso la porta. Chi va in taverna, in genere, non ha mai troppa fretta di uscire: lui invece lanciò un’ultima occhiata a Raven e sparì nella notte.
Raven tornò a concentrarsi sulla sua birra, e se lo tolse di mente.
Mentre alzava il boccale sentì una pacca sulla schiena, e una mano che gli stringeva la spalla. D’istinto girò sui tacchi serrando il pugno e ritraendo il gomito, pronto a colpire.
«Tranquillo, Raven. Ti sembra il modo di salutare un collega? Che per giunta ha ancora qualche spicciolo in tasca!»
Era il suo amico, Henry. In mezzo a tutta quella gente non l’aveva notato.
«Perdonami» rispose. «Oggi come oggi la prudenza non è mai troppa, da Aitken. L’ambiente è molto peggiorato, e mi dicono che ormai fanno entrare perfino i chirurghi.»
«Non pensavo che un uomo dal futuro tanto radioso frequentasse ancora le bettole della Città Vecchia. Non dovevi muoverti verso più verdi pascoli? Non mi sembra il massimo, come inizio, presentarti al nuovo principale con la birra della notte prima ancora nello stomaco.»
Raven sapeva che Henry non faceva sul serio, ciononostante il richiamo gli parve opportuno: meglio non esagerare. Una o due birre gli avrebbero conciliato il sonno, ma adesso che era in compagnia difficilmente si sarebbe fermato a un paio.
«E tu allora?» ribatté. «Non hai da lavorare, domattina?»
«Certo che sì. Ma sapendo che il mio vecchio amico Raven sarebbe stato indisposto, ho chiesto l’assistenza di un altro collega, Mr John Barleycorn, per alleviare gli affanni di questa lunga giornata.»
Henry allungò qualche moneta al barista, e i loro boccali furono riempiti di nuovo. Raven lo ringraziò e lo guardò tracannare un lungo sorso di birra.
«Una specie di sgravio fiscale?» gli domandò.
«Teste sfondate, ossa rotte e un’altra morte per peritonite. Una ragazza anche stavolta, poveretta. Non c’era niente che potessimo fare. Il professor Syme non è riuscito a individuare la causa, il che ha suscitato in lui grande indignazione perché, come al solito, la colpa era degli altri.»
«Quindi ci sarà un’autopsia.»
«Sì. Peccato che tu non possa venire. Sono certo che ci avresti aiutato molto più del patologo che abbiamo adesso. È più morto di un campione da laboratorio.»
«Una ragazza, hai detto?» chiese Raven, pensando a quella che aveva appena abbandonato nella soffitta. Evie non avrebbe goduto di tanta attenzione, dopo il ritrovamento.
«Sì, perché?»
«Niente, così.»
Henry bevve un lungo sorso e lo guardò meditabondo. Raven capì di essere sotto esame. Le diagnosi di Henry erano sempre formidabili, e non solo rispetto ai mali del corpo.
«Sicuro di star bene, Raven?» domandò con tono sincero.
«Starò meglio dopo essermi scolato questa» rispose lui, sforzandosi di apparire allegro. Ma non era facile ingannare Henry.
«È solo che… hai ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Così muore la carne
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. 51
  55. 52
  56. 53
  57. 54
  58. 55
  59. 56
  60. 57
  61. 58
  62. 59
  63. 60
  64. 61
  65. 62
  66. 63
  67. Ringraziamenti
  68. Copyright