Da bambino Omar era introverso e un po' controcorrente: impacciato nei giochi di cortile e più incline alla lettura che alla PlayStation. Che cosa gli ha permesso di diventare un uomo che ha coronato un sogno grandioso, quello di sfrecciare sui ghiacci con la sola forza delle sue gambe attraversando distese sconfinate, tanto remote e inospitali quanto suggestive ed emozionanti? In questo libro, l'atleta italiano che più si è distinto finora nell'ultracycling parte dal racconto mozzafiato della sua impresa del 2018 (oltre 1300 km sulla Arctic Highway, pedalati per la prima volta in inverno) per ritornare alle origini della sua passione per la bicicletta e scandagliare il senso della sfida con se stesso. Il percorso non è stato diretto, come in quella discesa a piedi su un pendio scosceso e scivoloso della Val Badia, quando lui ancora piccolo e suo padre furono colti da un temporale. Prima di trovare nell'ultracycling e nelle imprese invernali la propria dimensione, Omar si è misurato infatti con il ciclismo professionistico. Ma a un tratto ci sono stati il colpo di fulmine e la grande svolta: Di Felice ha trovato la ''Zona Omar'', quell'attitudine ad andare oltre che permette lo sbocciare del talento nascosto in ciascuno di noi. È questo il messaggio fortissimo e coinvolgente di Pedalando nel silenzio di ghiaccio: ognuno può individuare dentro di sé il limite da superare, oltre il quale c'è la felicità. Una felicità che, nel caso di Omar, è anche un trascinante romanzo d'avventura.

- 272 pagine
- Italian
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Pedalando nel silenzio di ghiaccio
Informazioni su questo libro
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Benvenuto nell’Artico canadese
Bonanza Golden Motel, Whitehorse, marzo 2018, giorno 1
La sveglia del mio iPhone è la più fastidiosa che si possa scegliere. Sara la maledice da sempre: tra la vastità di jingle presenti sul telefono ho optato per quello più perentorio. Il risveglio è quasi un richiamo all’ordine: «Alzati e inforca la tua bici».
Non ha molto senso affacciarsi alla finestra e controllare il meteo: per prima cosa fuori è ancora buio, la notte artica avvolgerà le prime ore di pedalata. Secondo, da quando mi sono lanciato nel mondo dell’ultracycling il meteo determina solo l’abbigliamento e il mezzo con cui affronterò la giornata, non è di certo un ostacolo in grado di far scattare eventuali ripensamenti.
Controllare la temperatura sarebbe un tremendo autogol anche se, in questo frangente, inizia la scommessa personale con Elia. Lui, che per primo mi ha accompagnato durante alcuni allenamenti artici (uno in particolare, il giro del Sellaronda con temperature fino a -9 °C, è stato il momento in cui ho capito che averlo in team avrebbe dato una marcia in più al mio tentativo di percorrere la Arctic Highway), mi ha lanciato il guanto di sfida: «Io ho pedalato a -20 °C sul Passo Giau, vediamo se riuscirai a battere questo mio record durante la tua avventura».
Tra una battuta e una colazione improvvisata inizio la vestizione. Il momento in cui decido cosa indossare è fondamentale: ogni scelta, anche quella che sembra più insignificante, può influenzare le sorti della tappa. Il programma di oggi prevede 180 chilometri per raggiungere Carmacks. La difficoltà più grande sarà entrare nel clima dell’avventura: i primi giorni servono per rodare la macchina e abituare il fisico a pedalare per almeno otto ore in condizioni di freddo estremo.
Questo caldo e accogliente motel sta per diventare un ricordo. Siamo tutti pronti, e mentre scendo le impervie scalette che ci portano all’uscita vedo che Elia ha già messo in moto l’auto: a queste latitudini è fondamentale che il motore resti acceso il più possibile e, durante la notte, per essere sicuri che la batteria riparta il mattino seguente, la vettura deve essere costantemente collegata a una presa di corrente, e infatti ogni casa, ogni struttura e ogni area di servizio è organizzata per questa necessità. Questo è l’artico: la vita quassù è veramente dura durante i mesi invernali. E penso che il proprietario del motel mi abbia preso per pazzo quando mi ha visto comparire compresso nella mia divisa attillata da ciclista! Non siamo in molti a pensare di svolgere un’attività sportiva così tanto contrastante con il clima che avvolge le terre estreme di questa zona del Canada durante i mesi più rigidi. Gli spiego brevemente che siamo qui per un’avventura da cui verrà tratto un docufilm, senza entrare troppo nei dettagli. Ho imparato che spiegare le motivazioni che mi spingono ad affrontare sfide così estreme può essere un’operazione lunga e complicata e, a quest’ora del mattino, con il freddo che già mi sta congelando i pensieri, ho bisogno di tutto fuorché di qualcuno che mi dia del “matto”.
Salutiamo il simpatico proprietario e ci avviamo alla partenza. Se tutto andrà bene, al termine dell’avventura passeremo nuovamente di qui. E allora ci sarà tempo per racconti e spiegazioni.
Agganciare il pedale con un blocco di ghiaccio che si è formato non appena ho posato le tacchette delle mie scarpe sulla neve è un’operazione difficile. È fondamentale non coprirsi eccessivamente e percepire una buona sensazione di freddo iniziale: mi scalderò in fretta quando inizierò a pedalare e in questo modo si riduce al minimo la sudorazione, uno degli elementi peggiori quando ci si muove a queste temperature, visti gli effetti letali dell’eventuale successivo raffreddamento. Ma attendere l’intervento di Elia vestito il minimo indispensabile fa sì che io inizi a congelarmi prima ancora di partire. Benvenuto nell’Artico canadese, Omar!
Le prime due ore mi riportano indietro nel tempo: sono passati solo pochi mesi dalla mia ultima avventura artica in Islanda, ma il crepitio del ghiaccio sotto le ruote, il freddo intenso e il silenzio di questa natura mi ricordano cosa significhi pedalare quassù. Un amore che, dopo avermi rapito il cuore, continua ad alimentarlo senza alcuna incertezza.
I tempi sono quelli ormai collaudati dopo anni di esperienza e tentativi: alla seconda ora mi fermo per un rapido check del mezzo meccanico; Luigi ne approfitta per qualche foto alla bici su cui sto pedalando, la nuovissima Wilier Triestina Jena, ancora in fase prototipale che ho l’onore ma anche la responsabilità di testare in condizioni estreme prima della sua uscita sul mercato. Sara mi porge il thermos con del tè caldo ed Elia mi mostra la strada percorsa e quella ancora da percorrere.
Quando risalgo in sella Luigi, quasi compatendomi, mi svela che secondo lui la parte più difficile deve essere proprio questa ripresa dopo alcuni minuti trascorsi al caldo dell’auto. In realtà una sosta di qualche minuto ogni due ore, due ore e mezza per me è fondamentale, posso cadenzare lo sforzo ponendomi obiettivi parziali e, soprattutto, bere qualcosa di caldo e ingerire le calorie necessarie a esprimere la performance. Non dimentichiamoci che, ogni giorno, dovrò percorrere qualcosa come 150-180 chilometri in condizioni climatiche estreme e su un fondo stradale completamente ghiacciato. Devo essere al meglio, riducendo al minimo gli errori, per poter rispettare la tabella di marcia che mi sono prefissato.
Ultracycling: questa volta facciamo sul serio
Ancora Race Across the Alps, 2011
Dopo quella prima esperienza, a metà tra il serio e l’improvvisato, mi ero convinto a voler fare sul serio. La Race Across the Alps mi aveva spiegato in tutta la sua crudezza cosa significasse l’ultracycling, e al Tour du Mont Blanc avevo vinto le mie paure iniziali.
Così, una sera di settembre, mi decisi a scrivere un semplice messaggio al mio ex preparatore Fabio Vedana. Fabio, ex atleta dilettante, aveva trovato maggior fortuna nel mondo della preparazione sportiva, diventando con gli anni un guru in ambito di endurance e discipline estreme, accompagnando molti atleti di triathlon a ori olimpici e mondiali e stabilendo l’invidiabile record di riuscire a trionfare, con due suoi atleti italiani, per la prima volta nella difficile disciplina dell’ironman.
Unendo il suo invidiabile palmarès, che conta anche due prestigiose partecipazioni alla Race Across America in qualità di capo team, e le sue doti di pignoleria e precisione estrema con le mie ambizioni personali, quel messaggio si tramutò ben presto in un primo incontro.
Quel giorno, nel suo studio di Settimo Milanese, iniziammo a programmare il 2012, decidendo di ripetere l’esperienza della Race Across the Alps partendo da due punti fondamentali. L’ultracycling è uno sport di squadra e, in quanto tale, il team di supporto deve essere composto unicamente da persone esperte e di fiducia. Quando ti ritrovi a pedalare nel bel mezzo di una crisi, di notte, con la testa che ti dice “basta” e il fisico che non fa altro che mandare impulsi in quel senso, è fondamentale che chi ti è accanto sappia quali sono i tasti da toccare, le note da suonare per far sì che la mente e il cuore tornino a girare nella direzione giusta anziché indurti a mettere la freccia e fermarti.
Il secondo punto, non meno importante, era quello della programmazione e della simulazione sul campo di tutti quei fattori tipici dell’ultracycling: pedalare di notte, privarsi del sonno, andare avanti anche quando i morsi della fame sembrano mangiarti lo stomaco... sono solo alcune delle sensazioni che bisogna aver provato per non trovarsi impreparati nel momento in cui sopraggiungeranno nel bel mezzo di un passo alpino.
Massimo, fratello di Sara e appassionato di corsa a piedi e maratone, fu la prima persona ad accompagnarmi durante le lunghe simulazioni notturne. I sei mesi di avvicinamento all’appuntamento clou passarono in fretta, tra allenamenti di dodici ore e simulazioni notturne, con la sola luce della macchina guidata pazientemente da Massimo a illuminare i monti Simbruini su cui amavo testarmi. Ci è anche capitato di essere fermati nel bel mezzo della notte da una pattuglia di carabinieri, incuriositi e preoccupati nel vedere una macchina e un ciclista in giro per quelle strade popolate solo da qualche animale selvatico.
Il giorno della seconda Race Across the Alps arrivò velocemente. Si ripeterono tutti i riti dell’anno prima: la presentazione degli atleti alla vigilia, il briefing dell’organizzazione che impartisce le ultime disposizioni su percorso e regolamento da seguire e la veloce riunione con il team prima di un lungo sonno ristoratore. Anche in questa occasione, nonostante l’esperienza negativa che poteva gettare dubbi e ombre, riuscii a dormire profondamente e a non sentire l’ansia per ciò che mi attendeva. È sempre stato un mio punto di forza riuscire a mantenere una buona serenità pre gara: quando passi mesi interi programmando un obiettivo e sai di aver fatto tutto quello che andava fatto, il giorno in cui ti presenti al via sei tranquillo e con la coscienza a posto perché, comunque andrà, tu sai di non aver lasciato nulla al caso.
Il team, guidato da Giovanni e coordinato da Sara, non sarebbe potuto essere migliore: da un lato l’esperienza di chi mi conosceva a fondo dal punto di vista ciclistico, forte di un’amicizia che, nel tempo, si era rafforzata, contribuendo a forgiare il mio carattere e donandomi quel pizzico di cattiveria agonistica che era mancato durante la mia adolescenza sportiva, dall’altro la dolcezza della persona che, più di chiunque altro, aveva assistito silenziosamente ai mesi passati preparando questo obiettivo.
Stavolta, al via, decisi di lasciar andare i corridori più forti: questa era una sfida prima di tutto contro me stesso. Dovevo arrivare al traguardo, non importava quanto grande sarebbe stata la fatica. Ed è proprio questa la chiave per il successo. Troppe volte ci soffermiamo a guardare cosa fanno le persone accanto a noi, i nostri colleghi di lavoro o un rivale nello sport. Pensiamo troppo alle agevolazioni che possono aver avuto e, inconsciamente, iniziamo a porci dei limiti e a darci delle attenuanti. In realtà basterebbe abbandonare questi pensieri e concentrarsi solo su noi stessi per capire che è qui la chiave. Siamo noi a dover spostare i nostri limiti un po’ più in là, senza curarci di ciò che abbiamo intorno. Solo così facendo ci sveglieremo un giorno e rimarremo sorpresi del fatto che, probabilmente, avremo raggiunto obiettivi all’inizio impensabili.
Ancora una volta mi ritrovai alla base del Passo del Bernina, dove dodici mesi prima avevo iniziato la mia lunga e inesorabile discesa verso il ritiro, trovando la forza proprio in quella sconfitta e lanciando un guanto di sfida alla montagna: dovevo domarla per poter arrivare a Nauders e terminare la gara. Accelerai sempre di più, giungendo in cima a sfiorare addirittura il sogno di conquistare il podio! Ero quarto assoluto e il terzo era ormai era a tiro. Le ore successive furono un susseguirsi di slanci e poi piccole crisi, le posizioni si stabilizzarono e i due davanti a me respinsero i miei attacchi: la felicità con cui percorsi gli ultimi chilometri fu enorme. Conclusi la mia prima Race Across the Alps, quinto assoluto e primo tra gli italiani, in 23 ore e 45 minuti. Avevo realizzato qualcosa di neanche lontanamente immaginabile fino a qualche mese prima. Furono incredibili le ore immediatamente seguenti, con i ragazzi del team che dormivano, stravolti da una simile avventura, e io ancora sveglio, in preda all’adrenalina, nel silenzio della montagna. In quel momento, ripercorrendo nella mia mente la strada che mi aveva portato sin lì, posso dire di essermi sentito orgoglioso di me stesso.
Ho guardato i miei ragazzi dormire e li ho idealmente accarezzati. Non sono mai stato bravo a esprimere i miei sentimenti, forse è per questo che ho sempre preferito affidarli ai miei scritti.
Ma sono sicuro che loro però in fondo sanno quanto grande sia la mia riconoscenza: Sara, silenziosa compagna nei giorni difficili; Giovanni, amico di una vita, sempre presente nei momenti delle scelte più importanti legate alla mia professione, che mi ha offerto quel punto di riferimento maschile che spesso mi è mancato; Fabio che è stato l’unico tecnico (anche se il termine “amico” si addice meglio a ciò che rappresenta per me e, soprattutto, a ciò che diventerà il nostro rapporto d’ora in avanti) a capire quale fosse la mia vera natura. Erano tutti lì, esausti quanto me.
Omar contro Omar
Il primo Tortour Switzerland, agosto 2012
Preso dall’euforia della Race Across the Alps il primo pensiero fu quello di chiamare Fabio e pianificare il resto della stagione. Volevo assolutamente capitalizzare quell’esperienza e spostare l’asticella delle ambizioni un po’ più in là. Lui, egualmente entusiasta e voglioso di salire in ammiraglia per ripetere un’esperienza che da troppi anni non lo vedeva direttamente protagonista sul campo, acconsentì a partecipare al Tortour Switzerland, che si sarebbe disputato di lì a poco più di un mese, nel pieno dell’estate.
Il Tortour Switzerland, allora la seconda competizione al mondo (dopo la Race Across America) in quanto a organizzazione e prestigio, misura oltre 1000 chilometri (il doppio della Race Across the Alps) e consiste nell’intero giro della Svizzera in modalità no-stop.
Purtroppo, però, era il periodo del grande tormento interiore dovuto alla mia situazione familiare che, proprio in quei giorni, mi poneva di fronte ad alcune delle scelte più importanti della mia vita. Ero nel bel mezzo della tempesta che avrebbe condizionato i mesi a seguire. Non so se partecipare a quella corsa, nonostante tutto, sia stata la scelta giusta. Ma una cosa è certa: aver avuto un obiettivo da perseguire mi ha aiutato a far sì che le giornate di solitudine passassero più in fretta e che i pensieri negativi lo fossero un po’ meno, preso com’ero da una avventura che si preannunciava come la più difficile che avessi mai affrontato.
Arrivati a Schaffhausen, sede di partenza e arrivo della gara, ci scontrammo da subito, però, con l’ostilità verso noi italiani. Il Briefing e il Roadbook (fondamentale per la navigazione in gara) realizzati solamente in lingua tedesca, ci diedero il benvenuto. Una vera impresa, per noi, decifrare le informazioni e comprendere il percorso, visto che nessuno si sforzava di comunicare quantomeno in inglese. Che qualcosa non andasse come volevo me lo confermò lo stato di agitazione del pre-gara. Nei minuti precedenti il via, la mia solita calma taciturna aveva lasciato spazio a una tensione palpabile e così, per cercare il giusto relax e la concentrazione necessaria, iniziai a guardare le stelle, esprimendo desideri che sapevo irrealizzabili.
La partenza fu un disastro. Passammo i primi 180 chilometri cercando di decifrare il Roadbook, sbagliando sistematicamente a ogni rotonda e svolta e perdendo posizioni su posizioni. La situazione migliorò solamente all’inizio del tratto alpino che ben conoscevo ma, anche qui, un mio errore di esuberanza fece sì che io abbia dovuto allungare di ben 5 chilometri la salita al Passo dell’Albula, perdendo nuovamente posizioni e tempo. Nonostante ciò arrivai all’inizio della seconda notte ancora in posizione buona per un piazzamento nei primi cinque, che era il massimo cui potevo aspirare considerando il livello per me ancora inarrivabile di Reto Schoch (fresco vincitore della Race Across America) e degli altri aspiranti alla vittoria.
I problemi veri, però, iniziarono la mattina seguente. Sotto un caldissimo sole e con ancora 300 chilometri da percorrere, i pensieri negativi cominciarono ad affollare la mia mente. In quel momento la lotta non era più contro il caldo, il sonno, la durezza degli strappi in salita o il valore degli avversari, ma contro me stesso. Il ricordo della felicità adolescenziale, di quegli infiniti viaggi accanto a mio padre, lo stesso che ora mi aveva voltato le spalle, riempiva i vuoti della mia mente, insinuandosi dentro di me fino a bloccarmi il respiro. La sensazione, che ancora mi porto dentro, è quella di un Omar che lottava contro un altro Omar. Uno fermamente deciso a tagliare il traguardo, l’altro completamente estraneo alla corsa e a ciò che stava compiendo, assorto nei pensieri e pervaso dal dolore che, tutto insieme, stava presentando il conto salato degli ultimi mesi. Quando ripenso a quella esperienza è come se una parte di me la rivivesse e ne sentisse ancora addosso il dolore. Riuscire a chiudere quella gara, nonostante tutto, e farlo addirittura in settima posizione assoluta, con un tempo di quarantaquattro ore, rimane, a oggi, la più grande “impresa” che io abbia compiuto.
Da quel giorno in poi il mio concetto di dolore è stato completamente riscritto. Fino a quel momento pe...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. Kilpisjärvi, Finlandia, gennaio 2019
- Insieme verso l’obiettivo. Volo Roma-Vancouver, marzo 2018
- Niente selfie, solo ricordi. Alta Badia, agosto 1988
- La ricerca di uno sport. Nettuno, via Ventotene, gli anni della scuola
- Pensieri in volo. Volo Roma-Vancouver, marzo 2018
- La paura di cadere. Nettuno-Velletri, 1995
- La “Zona Omar”. Vancouver, marzo 2018
- L’inizio dell’amore. Selva di Val Gardena, Strada Statale delle Dolomiti, 1996
- L’arrivo a Whitehorse. Whitehorse, marzo 2018
- Sulla via dell’estremo senza “saperlo”. 1998
- La laurea e il sogno del professionismo. 2001-2007
- Super size. Whitehorse, marzo 2018
- La mancanza dell’aria sulla pelle. Roma, piazza Verdi, aprile 2010
- Le ruote sul ghiaccio. Whitehorse, marzo 2018
- Mani senza guanti. Stoccolma, 2011
- Finalmente ultracycling: la Race Across the Alps. Nauders, 2011
- Benvenuto nell’Artico canadese. Bonanza Golden Motel, Whitehorse, marzo 2018, giorno 1
- Ultracycling: questa volta facciamo sul serio. Ancora Race Across the Alps, 2011
- Omar contro Omar. Il primo Tortour Switzerland, agosto 2012
- Padre Carl. Marzo 2018, giorno 1
- La magia diventa realtà. Da Lourdes a Santiago de Compostela, novembre 2012
- Quando il gioco si fa duro. Marzo 2018, giorno 2
- Il più forte al mondo. Race Across Italy, 2013
- Il Tortour Switzerland, un anno dopo. Schaffhausen, 2013
- Un altro incrocio. Stewart Crossing, marzo 2018, giorno 2
- Quel bambino, quella macchina gialla. Dicembre 2013
- Nulla potrà spaventarmi di nuovo. Verso la Dempster Highway, marzo 2018, giorno 2
- Oltre il Circolo Polare Artico. Tromsø, Norvegia, 2013
- Sulla via dell’oro. Marzo 2018, giorno 3
- In nome di Marco. Cesenatico, febbraio 2014
- Fall in love. Dempster Highway, marzo 2018, giorno 4
- La luce dell’ostinazione. Mont Ventoux, maggio 2014
- Il Tortour Switzerland: dalla gioia più grande alla delusione più cocente. Schaffhausen, agosto 2014
- La fine dell’incanto, la magia delle Dolomiti. Dolomiti, settembre 2014
- Benvenuti a Eagle Plains. Eagle Plains, Canada, marzo 2018, giorno 5
- Da Parigi a Roma, in piena zona Omar. Parigi, febbraio 2015
- Un anno da incorniciare: campione italiano di ultracycling. 2015
- Il funambolo del ghiaccio. Canada, marzo 2018, giorno 6
- Back to the Arctic. Alta, Norvegia, 2016
- Il ritorno. Islanda, febbraio 2016
- Appuntamento con il destino. Velletri, aprile 2016
- The Queen Stage. Canada, marzo 2018, giorno 7
- Sulle Cime della Leggenda. Pirenei e Alpi, settembre 2016
- I Territori del Nord-Ovest. Canada, marzo 2018, giorno 8
- Tutte le strade portano a Capo Nord. Helsinki, febbraio 2017
- Nella terra degli Inuit. Inuvik, Canada, marzo 2018, giorno 9
- Italy Unlimited. Giro d’Italia no-stop, settembre 2017
- La terra del ghiaccio e del fuoco. Islanda, gennaio 2018
- The Arctic Highway. Canada, marzo 2018, giorno 10
- Epilogo. Anse Soleil, Seychelles, ottobre 2018
- Ringraziamenti
- Inserto fotografico
- Copyright