A qualche pontile di distanza dall’attracco da cui Oliver Wendell Holmes era sbarcato – soltanto mezz’ora dopo, stando all’orologio della torre del Salisbury Dock – un altro cittadino americano si stagliava sul ponte di un transatlantico. Il tre alberi Daniel Webster era appena arrivato in porto. Il visitatore in questione portava con sé in Inghilterra un unico baule di cuoio, due custodie per fucili e la missione di una vita: una missione che combinava in sé letteratura, vita e morte, e una grande ricchezza.
Simon Camp, accigliato fin dalla nascita, scrutava dal parapetto la massa di gente sporca lungo il pontile. L’agenzia investigativa Pinkerton aveva tagliato ogni legame con lui quando era stato condannato per estorsione e altri reati minori, anche se Camp si era fatto una risata riguadagnando la posizione perduta per mezzo di altre estorsioni dopo il suo rilascio: aveva ricattato il vecchio Allan Pinkerton in persona. Ora, però, l’agenzia investigativa l’aveva tolto dal libro paga una volta per tutte, dopo aver scoperto che era l’autore di quattro libelli da venti centesimi pubblicati in modo anonimo che trattavano di casi su cui lui aveva investigato. Camp aveva deciso di non opporsi al licenziamento. Per quel lavoro non valeva la pena di sopportare tutte le sciocchezze con cui aveva a che fare la maggior parte del tempo, e comunque preferiva sempre e comunque affidarsi al proprio giudizio piuttosto che a quello di qualcun altro.
Voleva scrivere un altro libriccino sul crimine e, con il tempo extra che ora aveva a disposizione dopo l’ultimo scisma con la corrotta, ambigua, bestiale Pinkerton, aveva trovato l’occasione perfetta. Quando aveva letto nelle rubriche degli esteri del «Boston Herald» del politico scoperto cadavere in un giardino pubblico di Londra, aveva riconosciuto diverse similitudini – probabilmente addirittura una connessione diretta – con gli orribili omicidi danteschi di Boston, scrivendo dei quali aveva guadagnato una discreta somma (somma che aveva susseguentemente perduto, ma quella era tutta un’altra storia). Era stato allora che aveva prenotato un passaggio attraverso l’Atlantico. Ora, appena arrivato, praticamente nel momento stesso in cui metteva piede sul pontile d’attracco, ecco una scena del crimine nuova e pronta per l’opuscolo che stava scrivendo!
Camp studiò attentamente gli agenti di polizia che si aggiravano per i pontili, alcuni dei quali erano gli stessi che Holmes aveva adocchiato poco tempo prima. I segugi abbaiavano e ululavano correndo su e giù lungo le code di passeggeri che attendevano di imbarcarsi. Quella non era una normale procedura doganale alla ricerca di libri da confiscare e di articoli sottoposti a limitazioni su cui lucrare con dazi e multe supplementari.
Liverpool, la sporca e brutta porta d’accesso all’Inghilterra, nel pigro tardo inverno dell’anno 1870, tra il fetore assolutamente inglese di pasticcio di montone e letame di cavallo, era testimone di un’orda di «bobbies» e dei loro cani che perlustravano il porto, tutti intenti a cercare, dar la caccia, perquisire: ma in cerca di cosa? Un terrificante assassino senza cuore la cui identità era ancora ignota a tutti tranne che al mostro stesso?
Scribacchiò rapidamente quelle parole in un taccuino formato tascabile, e sottolineò il suo impeto creativo con una risatina di gioia. Quando poco più tardi sarebbe giunto alla stazione del treno, vi avrebbe scoperto uno sviluppo ancor più promettente, per i suoi scopi, della vista degli agenti al porto. I giornali strombazzati dagli strilloni l’avrebbero informato che una donna era morta con modalità prese anch’esse da Dante. Alighieri possedeva un talento immaginativo naturale per inventare supplizi. In effetti, il burbero poeta italiano sembrava non essere mai a corto di idee, in tal senso.
Quella missione sarebbe stata ancora più semplice di quanto Camp non pensasse già.
E la narrazione sarebbe riuscita ad avere un nuovo campione, questa volta. Non goffi studentelli come nella storia dei cosiddetti disastri tecnologici del 1868 (un opuscolo che aveva intitolato Scienza fuori controllo), non poeti maestosi come quelli che erano apparsi nel suo originale libretto Gli omicidi di Dante, ma lui in persona, Simon Thomas Camp (S.T. Camp, pensava di firmarsi). Questa volta avrebbe risolto il mistero da solo, avrebbe svelato l’identità dell’assassino e, mentre lo faceva, avrebbe scritto la cronaca di ogni singolo stadio dell’indagine. Sarebbe stato l’alfa e l’omega. Sarebbe stato il narratore e al tempo stesso l’eroe del suo racconto. Come quel Dante, pensò tra sé, orgoglioso di come si fosse erudito dalla prima volta che aveva udito pronunciare quel nome dalle labbra di un parruccone di Harvard: Dante, un nome che già aveva cambiato il corso della sua vita, e stava per farlo una volta ancora.
Dante, abbreviazione del nome proprio italiano, Durante, o almeno questo era ciò che Camp ricordava di aver letto in qualche libro noioso e pesante come il piombo.
Dante: un nome che stava per portargli gloria e ricchezza.
L’opera si rivelò un grande successo. Applausi spontanei interruppero la performance diverse volte, all’intervallo quasi un terzo del pubblico si levò in piedi per acclamare, le richieste di bis riportarono la cantante solista sul palco, e soltanto ventiquattro spettatori furono visti dormire.
Forse altrettanto soddisfacente era il numero di persone distinte tra il pubblico, tra cui politici, uomini d’affari, filantropi ed elementi di spicco del mondo delle lettere come il poeta Robert Browning.
L’elemento naturale di Browning: la società. La cravatta bianca e il panciotto, l’impeccabile redingote scura. Il più grande con cui uscire a cena e il secondo più grande poeta d’Inghilterra… Browning tentò di soffocare le parole che ancora gli risuonavano in testa dalla sua visita allo studio di Arthur Hughes. Quando aveva raggiunto il palco nella fila superiore che aveva prenotato per la recita, ad attenderlo c’era dello champagne e un piatto di galantina. Si era inchinato all’applauso tributatogli da coloro tra il pubblico che l’avevano visto entrare – come se fosse uno dei tenori. Le sue spalle erano larghe quanto le loro, comunque.
L’opera raccontava la storia di una donna che soccorreva il marito dalla prigione. Non che Browning si concentrasse molto sul dramma, all’opera, non con così tante altre cose che gli passavano per la mente, a partire dai piani fatti quella stessa mattina per finire con eventi che avevano avuto luogo cinquecentocinquanta anni prima (approssimativamente parlando).
I pensieri che abitavano in quei secoli lontani appartenevano al mondo di Dante Alighieri. A Browning era venuto in mente che ora aveva più o meno l’età di Dante quando era morto. Al contrario del mondano Browning, però, il fiorentino era stato un uomo duro e severo sotto diversi aspetti, per quanto sufficientemente cortese come si conveniva a un poeta – almeno finché non lo si provocava. Mentre Dante percorreva le strade isolate dei remoti villaggi della toscana, la punta del berretto rosso che gli ricadeva da un lato, si era ritrovato di fronte a uno dei tanti bivi della sua vita.
Sua moglie e i suoi figli si struggevano per lui fin dall’esilio. La vittima nascosta della sua adorazione per la memoria di Beatrice era Gemma, la moglie, il cui destino ingrato poteva essere paragonato alla perfezione angelica. Ora il poeta doveva scegliere se dedicare tutto se stesso al suo poema – un’opera che probabilmente avrebbe richiesto il resto della sua vita per essere completata – oppure se dare inizio a tutte le complicate manovre necessarie per far giungere la sua famiglia al proprio fianco. Era una decisione che tutti i poeti e gli artisti devono prendere, prima o poi: porre un freno alla propria arte in nome delle persone che amano oppure no?
C’era un aneddoto, risalente più o meno allo stesso periodo, che raccontava di quando Dante, mentre passeggiava in contemplazione, avesse udito cantare uno dei suoi sonetti, ma con l’aggiunta di frasi che non gli appartenevano. Aveva seguito quel canto fino a trovare un fabbro che batteva sulla sua incudine. Era entrato nella bottega, aveva preso il martello, l’aveva lanciato dall’altra parte della strada e aveva fatto lo stesso con altri utensili dell’artigiano.
Quest’ultimo, livido in volto, sul punto di strapparsi i capelli per la rabbia, gli si era avvicinato. «Siete impazzito? Che cosa diavolo state facendo?»
«E voi, che state facendo?»
«Il mio mestiere, e voi rovinate i miei attrezzi lanciandoli per la via!»
«Se non volete ch’io rovini il vostro lavoro, voi non rovinate il mio» aveva risposto il poeta. «Voi cantate canzoni uscite dalla mia penna, ma non come io le ho scritte. Non conosco altro mestiere, e voi lo state rovinando.»
Da quel momento in avanti il fabbro aveva cantato versi di Tristano, di Lancillotto, di Grendel: qualsiasi cosa, ma non Dante.
C’erano alcuni scrittori che volevano che tutto il mondo li leggesse. E poi c’erano scrittori come Alighieri, che volevano solo i lettori che erano in grado di capirli.
Era quel genere di dedizione che doveva aver condotto Dante alla sua decisione finale. Si sarebbe lasciato alle spalle la famiglia, per non vederla mai più. Forse non solo a causa delle complessità dei suoi bisogni creativi e le difficoltà del suo esilio politico, ma anche perché il suo capolavoro si incentrava sull’amore per una donna che non era sua moglie. Il suo amore per una donna morta – Beatrice – era diventato più sacro, per lui, del rapporto con la sua famiglia.
Browning era sempre più convinto che Dante avesse trascorso la maggior parte della sua vita in cerca dei motivi per cui Beatrice era dovuta morire. Ne era sicuro perché aveva fatto la stessa cosa quando era successo alla sua Ba, anche se entrambe le donne – Beatrice nel 1290, Elizabeth nel 1861 – erano decedute per cause naturali. Pensava sempre a come le cose sarebbero potute essere diverse se Ba fosse stata scelta come poetessa di corte al posto di Alfred Tennyson. I Browning sarebbero tornati in Inghilterra dall’Italia? La salute di lei sarebbe migliorata, sarebbe diventata più forte? Sarebbe potuta sopravvivere?
Ba era solita ricordare al marito la sua infanzia, quando da bambina andava a dormire ogni notte con una balia accanto perché suo padre insisteva nel dire che fosse troppo fragile per rimanere da sola. Non mi piacerà crescere, ricordava di aver pensato più volte, perché allora non avrò nessuno che si prenderà cura di me… nessuno di cui fidarmi per prendersi cura di me.
A Browning chiedevano spesso della figura settecentesca di Pompilia, la giovane moglie uccisa dal marito nell’Anello e il libro. Pompilia era al centro del poema che gli aveva portato molta ricchezza e molto rispetto. Ma lo era anche Ba. Era il motivo per cui aveva avuto paura di scriverlo e, al tempo stesso, il motivo per cui sapeva di doverlo fare.
Sarebbe potuta sopravvivere?
Alla fine dell’opera, Browning accettò l’invito a partecipare al banchetto con i musicisti e i sostenitori della compagnia dell’opera, comprese alcune bellissime donne scintillanti di diamanti.
Quella serata di musica e di festeggiamenti era insolita. Tutti i proventi sarebbero andati alla famiglia di Lillian Brenner, la primadonna della compagnia recentemente deceduta. (Deceduta suonava troppo pacifico. Recentemente distrutta era più accurato.) I proventi rimasti, in realtà, dopo aver pagato le spese dell’elaborato allestimento scenico e del banchetto.
Nella sala del ricevimento, in mezzo alla folla scintillante, i suoi occhi si soffermarono su una giovane donna in un angolo che si copriva il volto con le mani. Tipico di Robert Browning: interessarsi all’unica donna che si nascondeva.
Cominciò a farsi strada verso di lei quando venne interrotto dal proprietario della compagnia teatrale, che insistette per presentarlo ad altri distinti ospiti invitati al banchetto.
«Alcuni membri della vostra tribù sono qui» sussurrò il direttore, prendendolo per un braccio e tirandolo in una direzione diversa. «Intendo i letterati. Venite.» Poi, a voce più alta: «Forse vi conoscete già? Signor Browning, posso presentarvi uno stimato visitatore da Boston, il famoso “autocrate”, il dottor Oliver Wendell Holmes – poeta, saggista, professore di medicina, non c’è niente che non faccia quest’uomo? E poi, a questo tavolo, la cara, unica e sola signorina Christina Rossetti che, credetemi o meno, era in platea in mezzo alla gente comune».
«Ma che sorpresa» disse Browning con un sorriso esagerato.
«I poeti indagano. Non è così? Non è ciò che facciamo ogni giorno?» aveva filosofeggiato Browning alla Tudor House.
Questo accadeva quattro giorni prima dell’opera.
Sembrava che volesse rassicurare se stesso, anche se, esteriormente, aveva pronunciato quel commento per convincere Christina e Holmes, che discutevano su come estendere la ricerca di indizi dopo che Lillian Brenner era diventata la seconda vittima.
La Tudor House aveva completato la sua metamorfosi: dall’essere la casa di Dante Gabriel Rossetti era passata a essere la loro versione di Scotland Yard. Da quando Christina l’aveva incontrato alla fermata dell’omnibus, William si era rifiutato di prendere ancora parte a quella che definiva la loro folle impresa, anche se continuava a recarsi a Chelsea per aiutare a mettere ordine nella corrispondenza fittissima di Gabriel e nelle fatture da pagare, oltre che a badare agli animali e alla proprietà; l’arrivo del dottor Holmes aveva compensato la perdit...