Dopo una notte agitata, Max si svegliò di soprassalto pensando ad Ahmed. Alla luce del giorno, la sua promessa gli sembrava priva di senso. Non poteva far finta che Ahmed non esistesse. Anche se era ancora arrabbiato con i suoi genitori, doveva raccontare tutto. Sarebbe stato meglio essere sincero e lasciare che gli adulti si occupassero della situazione.
D’altra parte, fidarsi degli adulti a che cosa aveva portato? A ritrovarsi bloccato in Belgio! Aveva ancora impressa nella mente la promessa fatta ad Ahmed, e quando scese al pianterreno non gli sembrò che quello fosse il momento adatto per affrontare la questione. Sua madre stava litigando con Claire riguardo a una festa a cui sua sorella aveva detto di voler partecipare quel venerdì, suo padre stava faticando con il francese per capire come pagare una bolletta e Teddy Roosevelt aveva vomitato sull’elegante parquet. Nessuno parve notare la presenza di Max, tranne Claire che smise di gridare contro sua madre un solo attimo per gridare a lui che aveva finito il latte.
«Max, dì a Madame Pauline di comprare del latte tornando a casa» intervenne sua madre mentre infilava alcuni documenti nella sua valigetta. «Non ho spiccioli, Michael, dov’è che mettiamo la moneta? Dovremmo starci un po’ più attenti, mica è il denaro del Monopoly! Dille che le restituirò i soldi del latte quando la pagherò alla fine della settimana.»
«Ok» disse Max, ma non era sicuro che sua madre l’avesse sentito. Si domandò se Ahmed avesse a che fare con la sparizione delle monete.
Pensò di parlare con suo padre mentre lo accompagnava a scuola a piedi. Il cielo si stava schiarendo oltre i tetti delle case, e la calma della strada lo invitava a fare conversazione. Ma Max si mise a cercare il numero 50, la casa di Albert Jonnart. La trovò oltre un piccolo terreno invaso dai cespugli di lamponi con il cartello in francese che recitava: “È proprietà privata, non una discarica”. La casa era libera su un lato, e aveva un frontone a gradoni che a Max ricordava due rampe di scale che si incontravano in cima. Max pensò che per potersi permettere una casa del genere Albert Jonnart doveva essere stato un personaggio molto importante. Eppure aveva deciso di dare la vita per nascondere un ragazzino che non era nemmeno belga.
«Sei taciturno questa mattina» osservò suo padre. «A che pensi?»
«A niente» disse Max. Esitò, poi aggiunse: «Alla Siria».
«Alla Siria?» domandò suo padre inarcando le sopracciglia.
«Ho visto un servizio» disse Max rimanendo vago. «Che sta succedendo laggiù?»
«C’è una guerra civile.»
Suo padre si lanciò in una complicata spiegazione su come fosse scoppiata la guerra, sulle tre fazioni e sul ruolo degli altri Stati, come la Russia e gli Stati Uniti. Quello che colpì Max più di tutto fu ciò che suo padre disse dei rifugiati: milioni di siriani erano scappati dalla violenza ed erano stati sistemati in campi provvisori sia in Medio Oriente che in Europa, troppo spaventati per tornare nel loro Paese.
«È una situazione terribile, soprattutto ora che sta arrivando l’inverno. Donne e bambini che dormono in tenda all’aperto. Alcuni di loro sono stati feriti in guerra, altri hanno perso membri delle loro famiglie e sono traumatizzati.»
Max immaginò che fosse quello il motivo per cui Ahmed era solo. I suoi genitori dovevano essere morti durante la guerra.
«E non c’è nessuno che li aiuta?»
«Certo. Ci sono associazioni come la Croce Rossa e l’International Rescue Committee, Medici Senza Frontiere, aiuti dei vari governi. Ma non è abbastanza, l’ultima volta che ci sono stati così tanti rifugiati in Europa è stato dopo la Seconda guerra mondiale. E con l’ascesa dello Stato Islamico in Siria, molti temono che alcuni di loro possano essere terroristi…»
«Per esempio Madame Pauline» disse Max. «Lei sostiene che siano tutti terroristi.»
«Oh, Madame Pauline» disse suo padre scuotendo il capo, addolorato. «Magari alcuni di loro lo sono davvero. Ma la maggior parte no.»
Max si sentì incoraggiato. Suo padre sembrava comprensivo verso i rifugiati. Era l’occasione perfetta per raccontare di Ahmed.
«Ci sono campi anche qui a Bruxelles?»
«Ce n’era uno grande al Parc Maximilien quest’estate» disse suo padre. «Ma il sindaco l’ha fatto chiudere in settembre, e ha spostato tutti in centri d’accoglienza.»
Centro, era quella la parola che aveva usato Ahmed.
«E sono… meglio?»
«Sono sovraffollati.»
«Magari potremmo ospitare un rifugiato. Casa nostra è grande abbastanza…»
Suo padre si fermò davanti alla Scuola della Tristezza e gli scompigliò i capelli. «Sei un bravo ragazzo, Max. Ma non possiamo farlo.»
Max spinse via il padre.
«Perché no?»
«Sono un consulente americano. Sarebbe una presa di posizione politica troppo forte per me.»
«Ma che c’è di politico nell’aiutare qualcuno?»
«Ascolta, Max. Prendersi cura di un’altra persona è un’enorme responsabilità, e staremo qui solo altri otto mesi. E poi» aggiunse con un ghigno «ti immagini che cosa direbbe Madame Pauline?»
Max nascose la sua delusione dietro un sorriso, e s’incamminò strascicando i piedi verso la Scuola della Tristezza. In realtà suo padre non pensava che fosse un bravo ragazzo, ma solo un caso perso.
A scuola Max cercò di concentrarsi; tuttavia cercare di impedire che le parole di Madame Legrand si mescolassero, mentre cercava di decidere che cosa fare, gli risultò ancora più difficile del solito. Gli sembrava stupido incoraggiare Ahmed a rimanere in cantina. I genitori di Max l’avrebbero mandato in un centro se l’avessero scoperto. E che dire dell’ispettore Fontaine, che aveva promesso di tenere d’occhio la casa? Sarebbe stato ancora peggio per Ahmed se l’ispettore avesse scoperto che viveva in una casa che sembrava considerare propria.
Durante l’intervallo, mentre il gruppetto “Parli inglese?” si stava divertendo a imitare alcuni insegnanti, Max continuava a guardare verso casa sua. Si chiese che cosa facesse Ahmed mentre lui era a scuola. Frugava nella stanza di Max? Non si era mai accorto che qualcosa mancasse o fosse fuori posto, ma lui lasciava sempre tutto in giro, la biancheria sporca, il suo iPad e gli altri apparecchi elettronici, libri, fumetti, giochi da tavolo. Non gli era mai importato di essere disordinato, ma ora si sentiva un po’ in imbarazzo pensando a cosa potesse pensare Ahmed di tutte quelle cose lasciate in giro.
All’improvviso gli venne in mente che forse Ahmed era scappato non appena Max era tornato in camera. In quel caso, pensò Max, non avrebbe dovuto prendere alcuna decisione. Quell’eventualità non fece altro che farlo sentire peggio. Immaginò Ahmed che camminava lento sotto la pioggia o che teneva in mano un cartello con una scritta come i mendicanti agli angoli della strada e nella metropolitana per chiedere l’elemosina.
Un grido interruppe i suoi pensieri. Tornò con lo sguardo al cortile della scuola, e vide che Oscar lo stava fissando con il pallone da calcio sotto un piede.
«Arrête de me regarder comme ça!»
Con sua grande sorpresa, Max si rese conto di avere capito. Smettila di fissarmi così.
Il gruppo “Parli inglese?” smise di ridere. La partita di calcio era stata interrotta.
«Je ne te regarde pas» disse Max.
Non ti sto guardando.
Oscar protese il volto in avanti.
«Si tu me regardais!»
Sì, invece.
A Oscar era sembrato che Max lo stesse fissando, quando invece stava solo guardando casa sua, ma spiegarlo non sarebbe servito a niente, visto che quello ce l’aveva con lui. Max sapeva che avrebbe dovuto contare fino a dieci, e invece fece un passo avanti.
Jules, il più gentile della banda “Parli inglese?”, mise un braccio intorno a Max e cercò di farlo voltare.
«C’est un idiot» disse a bassa voce.
Oscar è un cretino.
Ma Max si liberò di lui.
«Et alors?» disse fissando Oscar dritto in viso.
Max non era nemmeno sicuro che quella fosse l’espressione corretta per dire “e se anche fosse?”, ma forse massacrare la lingua era già di per sé un insulto abbastanza forte. Oscar sembrava furioso.
«Forse tu capisci, stupido» disse Oscar in inglese. «Niente amore tra maschi, qui.»
Max sentiva il battito del cuore rimbombare nelle orecchie. Non gli importava se gli altri ragazzini avessero capito o meno, o se pensassero che fosse gay. Non gli importava di infrangere le regole della scuola né di disobbedire ai suoi genitori che lo avevano avvertito di non colpire mai più nessuno. Ne aveva avuto abbastanza del bullismo di Oscar. Scattò in avanti e si avventò contro di lui.
Oscar era di qualche centimetro più alto e più pesante di lui, ma aveva un piede sul pallone e perse l’equilibrio. Mentre cadeva a terra riuscì comunque a colpire di striscio il naso di Max con un pugno. Il dolore lo stordì per un istante, poi la rabbia lo accecò. Balzò sopra Oscar e cominciò a picchiarlo.
«Mex How-Weird!»
Quando Max sentì pronunciare il proprio nome completo con accento francese, Madame Mansouri, una delle bidelle, si era già fatta strada nel gruppo di ragazzini radunato intorno a loro due. Afferrò Max e lo tirò con forza verso di sé. Oscar si prese lo stomaco tra le mani e cominciò a gridare parole così veloci che Max colse soltanto gli affondi rabbiosi del suo dito grassottello verso di lui.
E capì di essere in guai seri. Oscar non aveva vinto la lotta a pugni, ma poteva senza dubbio vincere la guerra a parole. Non aveva idea di quello che stava dicendo, magari che Max era un americano pazzo che lo tormentava. Era come se stesse rivivendo l’incidente del ragazzino e della bicicletta.
Pochi istanti più tardi, una voce dietro di lui si unì alla discussione.
«Non, c’est pas vrai.»
No, non è vero.
Max si voltò per capire chi lo stesse difendendo. Era Farah.
«È stato Oscar a essere crudele nei confronti di Max» continuò, parlando in un francese lento e calmo, in modo che Max potesse capire. «Voleva che Max lo attaccasse.»
Ci fu un mormo...