Le salite più belle d'Italia
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Le salite più belle d'Italia

  1. 320 pagine
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Le salite più belle d'Italia

Informazioni su questo libro

Per tutti coloro che amano il ciclismo, oggi sempre più numerosi, siano semplici appassionati o anche cicloamatori, le grandi salite di montagna sprigionano un fascino irresistibile poiché ciascuna racchiude ricordi di eroismo e fatica, strategia e gloria. E, per chi le affronta in prima persona, ciascuna rappresenta una sfida emozionante ogni volta diversa con se stesso. Ma quali sono le salite più belle d'Italia, Paese delle Alpi e degli Appennini? Forse è impossibile dirlo, ma Davide Cassani, ex ciclista professionista e fra le altre cose oggi CT della Nazionale maschile, ugualmente si è cimentato a sceglierne 15 per presentarcele in ogni aspetto e segreto insieme con il giornalista Beppe Conti. L'esercizio non è stato solo a tavolino e davanti a un computer: Davide è proprio montato in sella, appositamente per questo libro, e ha rifatto salite con cui si era già misurato nella sua carriera. Solo così è potuto nascere un racconto davvero unico e a 360° che parte dai ricordi personali - la durezza implacabile del Sestriere mentre meravigliosamente vinceva Chiappucci o la spettacolarità del colle Fauniera, spesso a torto dimenticato - per passare alla grande storia e agli eroi del ciclismo - Coppi sullo Stelvio (e sull'Abetone, sul Pordoi…) o Merckx il Cannibale sulle Tre Cime di Lavaredo - e terminare con le emozioni di Davide oggi, tornante dopo tornante, sullo Zoncolan, la salita più dura d'Europa, e su tutte le altre 14. Completato da un'appendice tecnica utilissima per chi come Cassani non resiste alla tentazione di inforcare la bici e partire immediatamente per le nostre splendide montagne, Le salite più belle d'Italia è insieme una lettura appassionante per chiunque e un ottimo strumento per i cicloamatori che vogliano informarsi accuratamente sulle nuove uscite. Ed è anche un vero atto d'amore da parte degli autori per questo sport che sempre più si sta dimostrando capace di suscitare in moltissime persone una forte passione, talvolta addirittura viscerale.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2018
eBook ISBN
9788858694886
Print ISBN
9788817104302

STELVIO

Cima Coppi
Altitudine: 2758 m
Regioni: Lombardia e Trentino-Alto Adige,
province di Sondrio e Bolzano
Vie di accesso: Trafoi, Bormio
Il ricordo

L’avventura di Pambianco

Ornamento di separazione
Quanti ricordi s’affollano alla memoria quando si parla dello Stelvio. Il mio Stelvio. Una volta rimasi bloccato lassù per una settimana, perché c’era stata una slavina e non si poteva scendere. Non riuscivo neppure più a liberare l’auto. Restai lì ad allenarmi, a rilassarmi.
L’ho scalato più volte questo mitico passo, tenuto a battesimo da Fausto Coppi. L’ho scalato anche dopo aver smesso di correre. E una volta mi ha fatto soffrire più del previsto: stavo salendo in bicicletta con l’amico Francesco Guidolin, allenatore di calcio con una gran passione per il ciclismo. E lui mi ha staccato, non riuscivo a stargli dietro. Non ero allenato.
Ma basta pronunciare il nome di questo leggendario passo per risvegliare la memoria. Due versanti, da Trafoi e da Bormio, due scalate infinite per superare quota 2700 metri: quella che arriva allo Stelvio è fra le strade più alte d’Europa. In Francia hanno l’Iseran e la Cima della Bonnette, dedicate al Tour, che in quanto ad altitudine lo superano di poco. Ma la leggenda dello Stelvio è unica.
E a parte l’impresa di Coppi, fra le più grandi in assoluto del Campionissimo, da ragazzo mi ha affascinato parecchio l’avventura di Arnaldo Pambianco, romagnolo di talento che conosco bene e che vinse il Giro d’Italia del Centenario dell’Unità, nel 1961, difendendo alla grande la maglia rosa proprio sullo Stelvio quando tutti temevano potesse arrendersi agli attacchi di Charly Gaul e soprattutto di Jacques Anquetil, favoritissimo per la vittoria finale. Quest’ultimo, la stagione precedente, era stato il primo francese a conquistare la corsa a tappe italiana. E nel 1961 era pronto a ripetersi. Ma sullo Stelvio Pambianco fu più bravo di lui.
Il corridore romagnolo aveva indossato la maglia rosa nella tappa di Firenze, molto prima dello Stelvio, entrando nella fuga vincente durante la discesa dal Passo del Muraglione proprio mentre si scatenava una bufera. Un racconto epico: Pambianco si era accorto che Anquetil, maglia rosa, era a tal punto in difficoltà da mangiare un panino senza togliergli la carta che lo avvolgeva. Completamente cotto. E lo aveva attaccato, portandogli via la maglia rosa.
In tanti pensavano che sulle rampe dello Stelvio Arnaldo si sarebbe inchinato davanti alla classe del grande di Francia, ma così non fu. La storica ascesa fu affrontata dal versante di Trafoi: vinse la tappa il lussemburghese Gaul, fra i più eccelsi scalatori di tutti i tempi, forse alla sua ultima grande recita. E secondo a Bormio arrivò proprio Pambianco, a più di due minuti, ma precedendo di altri tre Anquetil e gli altri. E a Milano trionfò in rosa.
E poi come non ricordare, sempre salendo da Trafoi, lo spettacolare duello sulle onde radio tra Bertoglio e lo spagnolo Galdós, quando il celebre patron del Giro Vincenzo Torriani decise, nel 1975, di concludere l’ultima tappa della corsa rosa proprio quassù, su questa leggendaria montagna? La tv – visto lo strapotere di Merckx in quegli anni – trasmetteva il Giro soltanto in differita, verso le 19. E tutti ascoltarono alla radio la vittoria finale di Bertoglio, di nome Fausto, bresciano dalla carriera sin troppo breve.
Si passò da qui anche quando il Mortirolo tenne a battesimo Marco Pantani, durante il Giro 1994. Ancora da Trafoi, tappa da Merano all’Aprica. Sulla Cima Coppi passò per primo Franco Vona, corridore ciociaro dalla grande grinta. Lo riprese Pantani proprio sul Mortirolo. Ma prima che il Pirata entrasse in azione Chiappucci aveva attaccato alla sua maniera nella discesa dello Stelvio verso Bormio, in una tappa ricca di momenti spettacolari e avvincenti.
Decisiva la discesa anche nel 2014: questa volta, dopo aver già scalato il Gavia, si saliva dall’altro versante e ci si tuffava una volta scollinati verso Trafoi. Quintana, in una tormenta di neve, attaccò fra i grossi malintesi di chi pensava che la corsa – a causa delle condizioni del tempo – fosse neutralizzata.
Sì, una montagna leggendaria, da sempre e per sempre, se pensiamo che nel ricordo di Coppi c’è chi ha chiamato Stelvio anche un figlio. Oppure un’auto, oggi molto apprezzata.
A rifarla oggi

Una piccola grande impresa

Ornamento di separazione
«Dal punto di vista ciclistico lo Stelvio rappresenta una delle sfide più ambite e difficili, non solo per la difficoltà e la lunghezza della salita ma anche perché le sue rampe hanno vissuto pagine epiche e memorabili del ciclismo»: ecco le parole che ho usato qualche anno fa per descrivere lo Stelvio quando, in bicicletta, ho affrontato le salite più importanti d’Italia. In effetti questa salita è considerata la cattedrale del ciclismo: lunghezza, imponenza, difficoltà e storia ne fanno un vero e proprio simbolo.
Basta l’altitudine a mettere i brividi: con i suoi 2758 metri quella dello Stelvio è una delle strade carrozzabili più alte d’Europa. Poi la lunghezza: 24,5 chilometri, che tradotto in tempo significa pedalare per circa due ore. Dislivello? Più di 1500 partendo da Bormio, più di 1200 da Trafoi, addirittura 1800 da Prato allo Stelvio. Sono tanti. Tantissimi. Così come il numero dei tornanti: 48.
Io parto proprio da Prato allo Stelvio. Per fortuna i chilometri iniziali sono facilissimi, c’è tutto il tempo di scaldarsi un po’. Il primo è praticamente pianeggiante, il secondo è un falsopiano, il terzo sale al 6%, come il quarto, mentre il quinto, al 7%, mi porta a Gomagoi, piccolo abitato all’imbocco della Valle di Trafoi.
Sono a 1250 metri di altitudine. Quindi… ne mancano ancora 1500. Forse era meglio non farlo, questo calcolo. Manca troppo. Per fortuna dopo l’abitato di Gomagoi c’è un bel tratto in pianura: 500 metri, pochi ma utili per prepararsi allo Stelvio, quello vero. Mancano 18 chilometri e sto pedalando da 18’: ora la salita è cominciata. Pendenze intorno al 9%, velocità 16 orari, sto usando il 34x19. Frequenza cardiaca? 150, tutto sotto controllo. Dopo 8,3 chilometri arrivo al primo tornante dei quasi cinquanta che dovrò affrontare. Per adesso sto bene. La salita è lunghissima e devo dosare le forze, non si può fare altrimenti. È importante tenere le frequenze cardiache sotto controllo e non esagerare. Sono bravo in questo, mi conosco e conosco il ritmo che devo tenere in base alla lunghezza dello sforzo.
Quando partecipo a un maratona cercando di ottenere il mio personale so che devo stare per almeno 30 chilometri intorno alle 152-154 pulsazioni. Il cuore è importante, ma le sensazioni ancora di più. Per questo motivo preparo un “piano tattico”: parto senza guardare nulla e nei primi 2 chilometri cerco di trovare il ritmo giusto, consapevole della distanza che devo percorrere.
So che non posso superare le 152 pulsazioni ma anche che, a 8 chilometri dall’arrivo, potrò aumentare il ritmo. Facendo così a Pisa, nel 2014, sono riuscito a chiudere la maratona in 2 ore e 45’, facendo gli ultimi 3 chilometri a 3’45”: questo per dirvi che ogni volta che si affronta una salita si deve stabilire la velocità in base alla lunghezza dello sforzo.
Adesso è dura, sto salendo ai 12 orari e le pendenze sono intorno al 9%. È uno dei tratti più difficili, e non sono arrivato neanche a Trafoi. Quando la raggiungo, 10 chilometri sono alle spalle. È un bel paesino, e i ciclisti lo apprezzano perché proprio all’ingresso ci sono 200 metri al 4% di pendenza: sarà l’ultimo tratto facile da qui al passo. Senza contare che ha dato i natali a Gustav Thöni, uno dei più grandi sciatori nella storia dello sci: uno sport che io adoro anche perché le salite si fanno in funivia e si va solo in discesa. Una meraviglia, per un ciclista come me.
Ma ora sono qui a faticare, e tanto, ma nonostante tutto amo i momenti come questo. Sono da solo, immerso nella natura, e ho un obiettivo in testa: raggiungere lo Stelvio.
Ogni volta che inforco la bici torno bambino. Con lei sono cresciuto, sono diventato grande. È lei che mi ha fatto scoprire il mondo. Sì, è proprio così. Abitavo a Solarolo, un paesino romagnolo in provincia di Ravenna. Da casa mia vedevo gli Appennini e mi sembravano lontanissimi. Il mondo finiva lì, dove arrivavano i miei occhi. Poi, un giorno, ho inforcato la mia bici da corsa, ho oltrepassato la via Emilia e sono riuscito a raggiungerli. È la bicicletta che mi ha portato a scoprire il mondo, come dicevo, ma la cosa fantastica è che mi ha permesso di conoscere meglio anche me stesso. Ed è così ancora oggi: ogni volta è un nuovo viaggio, una nuova avventura, vecchie e nuove emozioni.
Mancano 13 chilometri e sto pedalando in mezzo a un bosco. Per ora di tornanti ne ho fatti ben pochi ma eccone uno. Il cartello riporta il numero 44, un lungo conto alla rovescia fino all’1 finale.
In ogni tornante si può recuperare qualche secondo. Non lo prendo stretto, non voglio piantarmi: sfrutto tutta la sede stradale per poter restare seduto in sella, rifiatare, mantenere costante la mia andatura. Farò qualche metro in più, ma la fatica è minore: lo consiglio a tutti.
Tornante 41: sono a 1700 metri di quota. Ora sì che sento di essere sullo Stelvio. Non è una salita qualsiasi, è la salita, la Cima Coppi. Niente di meno, e da qui sono passati tutti. Fausto Coppi, che nel 1953 andò a vincere un Giro che sembrava ormai perso. Arnaldo Pambianco, che nel 1961 riuscì a tenere a distanza Anquetil vincendo poi la corsa rosa. Bernard Hinault, che proprio qui staccò tutti nel 1980, riprese il suo compagno di squadra Bernaudeau, andato in fuga prima della salita: arrivarono insieme a Sondrio con 5’ su tutti gli altri. Marco Pantani, che scollinò tranquillamente sullo Stelvio prima di lanciare il suo attacco sul Mortirolo nella mitica tappa del 1994.
Sono sul rettilineo più duro di tutti. Mancano 10 chilometri e ho visto un 10% di pendenza sul mio computerino. Anche la velocità è calata: ora vado ai 10 orari e sto usando il 34x27.
Per fortuna un tornante mi consente di alleggerire la pedalata (mai come in queste occasioni impari ad apprezzare i tornanti: è come ci fosse una persona a spingerti), ma i rettilinei sono proprio tosti. Cosa faccio? Pedalo. Pedalo e mi guardo intorno. Raggiungo quota 2000 e il tornante numero 29; mancano meno di 9 chilometri alla vetta.
Spettacolo. Guardo giù è vedo la vallata sotto di me. È bellissima. Sto salendo da un’ora e devo assolutamente mangiare un gel perché mi servono energie. Su salite come queste si consumano 800-900 calorie ogni ora e non si può stare troppo tempo senza assumere nulla. Bisognerebbe mandar giù un po’ di zuccheri ogni 40’, ed è quello che faccio.
Mancano 7 chilometri, e l’altura comincia a farsi sentire. Sono come una candela accesa: mi sto consumando piano piano e spero di arrivare in cima senza spegnermi.
Sempre più in alto, sto pedalando da un’ora e 10’ e sono ormai a 6 chilometri dalla cima.
Non ci saranno più pendenze impossibili, ma sto facendo fatica. È la lunghezza che mi sfianca: anche quando correvo mal sopportavo salite come questa. Ora che nessuno mi corre dietro le cose sono diverse, ma dopo tutti questi chilometri comincio ad andare in sofferenza.
Ora che ne mancano 5 arrivo a un tratto facile facile: una manna dal cielo. È come tornare al mondo, ma dopo un altro tornante ripiombo alla realtà: 10%.
Bisogna gestire la fatica e scegliere i rapporti giusti. Ora sto usando il 34x27 e vado a 11 chilometri orari.
Ci vuole un gel, comincio a sentirmi vuoto, ma di chilometri ne mancano solo 4.
Sarà l’effetto dell’altura, ma ho l’impressione di pedalare su una salita durissima anche se le pendenze sono solo all’8%. Sono stanco.
3 chilometri alla vetta, sono a quota 2400. Ho bisogno di ossigeno ma ce n’è sempre meno. Meglio bere un sorso d’acqua, ma non di più, altrimenti si va in affanno.
Ancora 2 chilometri: manca poco, e il morale torna a migliorare. L’impressione è che la salita sia sempre più dura ma non è così: è tutta colpa della fatica. Ho perso anche la voglia di pensare, ho un solo chiodo fisso, arrivare lassù. Orm...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le salite più belle d’Italia
  4. Premessa di Beppe Conti
  5. Sestriere
  6. Colle delle Finestre
  7. Colle Fauniera
  8. Colle dell’Agnello
  9. Stelvio
  10. Gavia
  11. Mortirolo
  12. Pordoi
  13. Passo Giau
  14. Passo Fedaia
  15. Tre Cime di Lavaredo
  16. Monte Zoncolan
  17. Abetone
  18. Terminillo
  19. Vulcano Etna
  20. Appendice tecnica
  21. Alimentazione
  22. Allenamento
  23. Attrezzatura
  24. Abbigliamento
  25. Copyright