Alla notizia che i genitori sono morti in un incidente, Cameron prova uno strano miscuglio di dolore, senso di colpa e sollievo. Così non scopriranno mai quello che lei stessa ha appena scoperto baciando la sua migliore amica: Cameron è gay, inaccettabile nella rigidissima provincia americana in cui vive. Ma il sollievo svanisce in fretta, quando Cameron è costretta ad abitare con la zia ultraconservatrice. Per sopravvivere a Miles City, nel cuore del Montana, occorre omologarsi, scomparire, e Cameron ne diviene in breve un'esperta. Finché Coley Taylor non arriva in città: bella, spavalda, con il fidanzato perfetto. Presto un'amicizia inaspettata, intensa, comincia a trasformarsi in altro, ma Coley, sotto la pressione della famiglia, denuncia Cameron di fronte alla comunità. Costretta a trasferirsi in un centro di riorientamento per essere curata dall'omosessualità, Cameron dovrà lottare contro un metodo educativo che cerca di cancellare la sua più intima identità, contro l'ipocrisia e un malinteso senso di cura, per ritrovare una libertà nuova. Un debutto letterario indimenticabile, sulla scoperta della propria identità e sul coraggio di vivere la vita secondo le proprie regole.

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- Italian
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La diseducazione di Cameron Post
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Terza parte:
God’s Promise
1992-1993
Capitolo tredici
Fu Jane Fonda ad accompagnare Ruth e me nel tour di benvenuto ufficiale della Scuola cristiana e centro di cura God’s Promise.
Ci vollero sei ore di Fetomobile per arrivarci. Sei ore filate, a parte una sosta in un Git ’n’ Split a Big Timber dove Ruth fece rifornimento di benzina e “ghiottonerie” e mi lasciò andare a fare pipì. Ruth non fece nemmeno una pausa in bagno. Riusciva a trattenerla come un cammello.
A quei tempi a Big Timber c’era l’unico parco acquatico del Montana, che si trovava proprio a lato dell’autostrada. Quando lo fiancheggiammo, mi sporsi per vedere i bizzarri scivoli a spirale color verde dentifricio che incombevano su un campo che ospitava vasche di cemento colme di acqua troppo blu. Il parco era pieno zeppo.
Era l’ultima settimana di vacanza di agosto e, anche solo passandoci vicino in macchina, riuscivo ad avvertire l’eccitazione nei gesti dei ragazzini che sciamavano per l’area. Tutto era più vivo e intenso, così com’è sempre quando l’estate scivola via per lasciare spazio all’autunno, e tu hai meno di diciott’anni, e tutto quello che puoi fare è succhiare il tuo ghiacciolo alla ciliegia e lasciare che il cloro ti pizzichi il naso finché le palpebre inferiori diventano rosse, e stuzzicare con il telo da mare la tipa carina con le spalle bruciate dal sole, e speri che tutto questo ricominci fra un anno, ai primi di giugno.
Mi voltai sul mio sedile e continuai a guardare finché riuscii a malapena a distinguere quegli enormi riccioli di plastica verde. Sembravano tunnel di un futuro fantascientifico, con la catena delle Crazy Mountains color carbone e viola che si stendeva dietro di loro come se quello non fosse il suo posto, come il vecchio sfondo dipinto di una recita scolastica.
Al Git ’n’ Split Ruth comprò dei bastoncini di formaggio, dei piccoli cartoni di latte al cioccolato e un tubo di Pringles. Me li offrì nella Fetomobile come se mi avesse portato incenso e mirra.
«Odio le Pringles alla panna acida e cipolle» dissi rivolta al cruscotto dove avevo tenuto piantati i miei piedi finché Ruth non li aveva spinti giù.
«Ma se adori le Pringles!» Ruth scosse il barattolo, tanto per rafforzare.
«Odio qualunque cosa alla panna acida e cipolle. Come tutte le lesbiche.» Soffiai un mare di bolle nel mio latte con la piccola cannuccia inclusa nel cartone.
«Voglio che tu smetta di usare quella parola.» Ruth schiacciò di nuovo il tappo sul barattolo.
«Quale parola? “Panna” o “acida”?» Esplosi in una finta risata insieme al mio riflesso sul finestrino dal lato del passeggero.
Avevo trascorso la settimana dopo il blitz passando dal torpore a una completa, palese ostilità nei confronti di Ruth, mentre lei, da parte sua, diventava sempre più ciarliera e positiva riguardo alla mia situazione. Si tenne impegnata con i tanti “preparativi” da organizzare per me: comprarmi il corredo per il dormitorio, annunciare ad Hazel il mio ritiro anticipato da Scanlan, compilare i moduli, prendere appuntamento per la visita medica obbligatoria, aiutare Ray a portare via dalla mia camera il telefono, il televisore e il videoregistratore. Quella fu la prima cosa che fece, in realtà. Ma il preparativo più importante fu la cancellazione del matrimonio. Cioè, lo posticipò.
«Non farlo» le dissi. Non mi aveva nemmeno dato la notizia, in verità. La sorpresi in cucina, dopo averla sentita parlare al telefono con il fioraio.
«Ora non è il momento» aveva detto Ruth. «La priorità è che tu stia meglio.»
«Dico davvero: non farlo. Non fermare lo show per me; anche se non potrò esserci, sopravvivrò.»
«Non si tratta di te, Cameron. Si tratta di me, e non ho intenzione di sposarmi mentre tu sei via.»
E poi aveva lasciato la stanza. Ma ovviamente aveva mentito. Si trattava totalmente di me. Totalmente.
Dovevo essere sorvegliata di continuo. Una persona nelle mie condizioni non poteva essere lasciata sola come se nulla fosse. Mi incontravo con il pastore Crawford ogni giorno, per un’ora o due alla volta, ma non dicevo mai molto. Erano semplicemente sessioni alla Nancy Huntley, con Dio buttato lì in mezzo. Facevo colazione con Ruth, pranzavo con Ruth, cenavo con Ruth e Ray. Passavo un sacco di tempo a guardare fuori dalla finestra. Un pomeriggio mi sembrò di vedere Ty che faceva il giro del nostro isolato sul suo pick-up, avanti e indietro, avanti e indietro. Ne ero sicura. Ma non accostò mai al marciapiede per parcheggiare; non salì mai di corsa le scale per impartirmi in versione violenta la lezione che God’s Promise avrebbe presto tentato di insegnarmi.
Durante il mio isolamento forzato, Ruth era Ruth: più allegra – forzatamente – ma più allegra. Ray era Ray: silenzioso e ancora più incerto su cosa dirmi. E nonna non era da nessuna parte. Per tutta la settimana si aggirò per la casa come un fantasma, faceva in modo di non trovarsi mai nella stessa stanza con me, se ne andava via sulla Bel Air per chissà dove e restava fuori ogni volta per ore. Un pomeriggio finimmo per incontrarci in cucina. Forse sperava che io fossi ancora fuori a uno dei miei incontri con Crawford, ma io la sorpresi mentre mescolava una scatoletta di tonno con della maionese.
Non cercai di fare l’orgogliosa. Pensai che forse avevo ancora una possibilità. «Non ci voglio andare, nonna» le dissi.
«Non guardare me, ragazza» disse lei, sempre mescolando la maionese in spessi strati. «Te la sei andata a cercare. È tutta colpa tua, dall’inizio alla fine. Non so se la soluzione di Ruth sia quella giusta, ma so che hai bisogno di invertire la rotta.»
Non credo si rendesse conto che c’era qualcosa di comico in quelle parole, anche se non era proprio il momento di ridere.
«Starai bene» aggiunse, rimettendo la maionese nel frigo e tirando fuori il barattolo di salsa agrodolce che non avrebbe dovuto mangiare. «Tu fa’ quello che ti dicono, ti leggi la tua Bibbia, e sei a posto.»
Sembrava che lo stesse dicendo tanto a se stessa quanto a me, ma la conversazione si fermò lì. La vidi solo un’altra volta prima della partenza. Uscì dal seminterrato mentre stavamo caricando i bagagli sulla Fetomobile, mi diede un abbraccio moscio che si fece un po’ stretto un attimo prima di sciogliersi.
«Ti scriverò, appena è permesso. Scrivimi anche tu» mi disse.
«Non per i primi tre mesi.»
«Non ti preoccupare. Voleranno.»
Lindsey chiamò una volta, casualmente, forse per sapere cos’avessi pensato del suo pacco. Ma fu Ruth a rispondere. Le disse che sarei andata a scuola da un’altra parte quell’anno e che non avrei potuto intrattenere ulteriori comunicazioni con lei. Tutto qui. Sono sicura che lei provò a richiamare, ma non mi era permesso rispondere al telefono. Jamie fece un salto da noi e Ruth gli concesse almeno di mettere un piede nell’ingresso, ma lei continuò ad aggirarsi nella stanza accanto, facendoci capire che stava ascoltando.
«Adesso lo sanno tutti, eh?» gli chiesi. Non c’era motivo di sprecare fiato girando intorno all’unica questione che meritava di essere discussa in quel momento.
«Sanno una versione della storia» disse Jamie. «È Brett che ne parla in giro. Non Coley, penso.»
«Be’, è l’unica versione a cui crederebbero, comunque» replicai.
«Probabilmente.»
Mi diede un abbraccio veloce, mi disse che sarebbe venuto a trovarmi per Natale, se il secondino dava il permesso. Questo mi fece ridere.
Sarei potuta sgattaiolare fuori. Avrei potuto fare telefonate di nascosto. Avrei potuto cercarmi degli alleati. Avrei potuto. Avrei potuto.
Non lo feci. E nemmeno ci provai.
Eravamo partite da un’ora da Miles City, e Ruth aveva già smesso di farmi la predica su quanto avrei dovuto vedere come un dono di Dio il fatto che ci fosse una struttura come quella proprio nel nostro Stato. Credo che avesse rinunciato a farmi vedere il lato positivo anche da prima che ci mettessimo in strada, ma mi citò ugualmente qualche versetto delle Scritture e mi snocciolò le sue frasi come se si fosse scritta un discorsetto in anticipo. E conoscendo Ruth, probabilmente lo aveva fatto – forse nel suo diario delle preghiere quotidiane, forse sul retro di una lista della spesa. Ma a quel punto le parole di Ruth suonavano così trite che quasi non le sentii. Guardai fuori dal finestrino con il naso affondato nella spalla e sentii l’odore di Coley. Indossavo una delle sue felpe, anche se era troppo pesante per la stagione. Ruth aveva pensato che fosse mia, altrimenti l’avrebbe impilata nella scatola di cartone con le cose di Coley, le cose di noi due, che lei e Crawford avevano confiscato. Molti di quegli oggetti erano ricordi della nostra amicizia, e non di quel che eravamo diventate in quelle ultime poche settimane, qualunque cosa fosse: istantanee, tra cui molte foto del ballo scolastico; bigliettini scritti su carta a righe e piegati fino a diventare piccoli come monete da cinquanta centesimi; il grosso rotolo di biglietti del cinema trattenuti da un elastico di gomma, ovviamente; e anche un paio di fiori di cardo seccati, un tempo grandi e pieni di spine e di un viola sfacciato, ora secchi e lievi e con solo una parvenza del loro colore originale, che si sfarinavano in mano se li stringevi troppo forte, il che fu precisamente quello che fece Ruth. Erano i fiori di cardo che avevo raccolto al ranch di Coley e avevo riportato in città, e che avevo attaccato capovolti al muro sopra la mia scrivania. Ma la felpa, sepolta sul fondo del mio cestino della biancheria sotto a teli da mare puliti ma non ancora ripiegati e canotte, si era salvata. Profumava ancora del falò della festa in cui Coley l’aveva indossata l’ultima volta, e anche di qualcos’altro che non riuscivo a distinguere, ma qualcosa che era inconfondibilmente suo.
Per chilometri e chilometri lasciai che Ruth continuasse con il suo ronzio. Le parole si sgretolavano prima di raggiungermi, si polverizzavano come quei fiori di cardo, e ricadevano sui sedili e sul cruscotto. E intanto sentivo il profumo di Coley, e pensavo a Coley, e mi chiedevo quando avrei iniziato a odiare Coley Taylor, quanto tempo sarebbe dovuto passare prima che questo succedesse, perché ne ero ben lontana, ma pensavo che forse avrei dovuto odiarla. O che forse un giorno l’avrei fatto. Alla fine Ruth smise di parlarmi e girò la manopola della radio finché non trovò il programma di Paul Harvey e si mise a ridere come un’ubriaca, manco fosse la prima volta che sentiva qualcuno fare battute alla radio.
Per quelle lunghe sei ore, gli unici altri scorci di dialogo tra di noi, a parte la schermaglia sulle Pringles, furono:
RUTH: Chiudi il finestrino per favore; ho acceso l’aria condizionata.IO: Chiedimi quanto me ne importa.RUTH: Vorrei che tu la smettessi di stare così stravaccata. Stai incurvando le spalle, finirai per diventare una vecchietta con la gobba.IO: Ottimo. Farà pendant con le corna diaboliche che mi stanno spuntando.RUTH: So che hai letto il regolamento, Cammie; ti ho vista. Dice che bisogna entrare a Promise con un cuore aperto, se si vuole che il metodo funzioni.IO: Può darsi che io non abbia un cuore, aperto o meno.RUTH: Non vuoi che funzioni? Non riesco proprio a capire come si possa voler rimanere così, quando si può cambiare.IO: Rimanere così come?RUTH: Sai esattamente come.IO: No, non lo so. Dillo tu.RUTH: Rimanere in uno stato di peccato sessuale.IO: In questo stato rientra anche il sesso prematrimoniale?RUTH: (Lunga pausa). E questo cosa vorrebbe dire?IO: Ah, fa’ tu.
Qualche chilometro prima della svolta per Promise passammo davanti all’insegna del lago Quake. Era malconcia e il metallo era piegato nel mezzo, come se fosse caduta, poi stata schiacciata da un camion e infine riappesa. Ruth e io la notammo esattamente nello stesso momento, perché lei si voltò verso di me, anzi, distolse gli occhi dalla strada per guardare me, per pochi secondi. Ma riuscì a non dire nulla. E io non dissi nulla.
Svoltammo a un angolo e nello specchietto retrovisore c’erano solo alberi e strada, e quell’insegna non significava più nulla di importante, era solo uno dei tanti cartelli stradali che avevamo superato nel nostro viaggio. O almeno fingemmo entrambe che fosse così.
La ragazza che ci venne incontro nel parcheggio di Promise aveva con sé una cartellina per appunti arancione, una macchina fotografica Polaroid, e indossava una protesi alla gamba destra (dal ginocchio in giù). Sembrava avere più o meno la mia età, di sicuro andava al liceo, e sventolò la sua cartellina in segno di saluto mentre veniva verso la Fetomobile con una rapidità sorprendente. Forse non avrei dovuto sorprendermi: indossava pantaloncini da corsa.
Ruth non ebbe nemmeno il tempo di dire qualcosa tipo “Oh, guarda, poverina” che la poverina era già arrivata davanti al suo sportello, lo aveva spalancato e aveva scattato una foto, e tutto contemporaneamente, o così almeno mi parve.
Ruth emise un suono a metà tra un respiro soffocato e uno squittio, poi scosse la testa avanti e indietro sbattendo le palpebre come un personaggio dei Looney Tunes dopo che è andato a cozzare contro un muro di mattoni.
«Scusate se vi ho spaventato. Voglio sempre farne una subito» disse la ragazza lasciando penzolare dal collo la pesante macchina fotografica, che la costrinse ad abbassare un po’ la testa. La foto scivolò fuori come una lingua, ma lei non la estrasse. «Appena qualcuno arriva qui ne scatto una. Devo coglierlo nel primo momento; è il migliore.»
«Perché il migliore?» le chiesi, girando intorno alla Fetomobile solo per vedere quella gamba da vicino. La gamba vera era ossuta e di un bianco pastoso, ma quella artificiale era più grossa, aveva come una rifinitura plasticosa e il colore abbronzato delle gambe della Barbie Vita da Spiaggia.
«Non ci sono parole per descriverlo, solo le foto. Credo che sia perché è il momento più puro. Il più genuino.»
Nel sentire quelle parole, Ruth fece una strana risatina. La ragazza che era ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prima parte:. Estate 1989
- Seconda parte:. Liceo. 1991-1992
- Terza parte:. God’s Promise. 1992-1993
- Ringraziamenti
- Copyright