Gli immortalisti
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Gli immortalisti

  1. 448 pagine
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Gli immortalisti

Informazioni su questo libro

Forse non sarebbe successo niente se non fossero stati nel cuore dell'estate, con un mese e mezzo di noia umida alle spalle e un altro mese e mezzo davanti. In casa non c'è aria condizionata e quest'anno - l'estate del 1969 - sembra che stia succedendo qualcosa a tutti tranne che a loro, i fratelli Gold. Mentre gli altri si sballano a Woodstock, New York non offre loro altro che un incontro con una veggente che, si dice nel quartiere, sarebbe in grado di predire la data di morte. I quattro ragazzi ci vanno, per gioco, per vestirsi di paura, per fare la rivoluzione a modo loro. Bussano alla porta della donna, entrano uno per volta, ed escono con una data. Nient'altro. Simon, Klara, Daniel e Varya sono figli di una famiglia di commercianti ebrei, sono il frutto di una storia dolorosa e felice insieme, ramificata tra Europa e Stati Uniti, e probabilmente non sono diventati quello che i genitori avrebbero voluto. E dopo quel giorno d'estate della loro adolescenza, marchiato da quel numero indimenticabile, niente sarà più come prima. I sogni e i progetti saranno altri. Non peggiori, diversi. Chloe Benjamin ha entusiasmato pubblico e critica americani con una storia che riesce a scaldare e a porre a ognuno la stessa, inevitabile domanda: cosa faresti se sapessi quando tutto finirà? Mentre osserviamo i quattro protagonisti crescere e diventare adulti ne vediamo la forza e le profondissime fragilità e li sentiamo vicini. Non è facile emozionarsi, oggi. Ma i fratelli Gold sono uomini e donne che non potremo dimenticare, vite incerte che ci riguardano, un intero sistema di affetti familiari inesorabile e commovente.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2018
eBook ISBN
9788858693957
Print ISBN
9788817103145

TERZA PARTE

L’Inquisizione

1991-2006

Daniel

20

Daniel aveva visto Mira tre volte prima di parlarle: la prima era seduta a una scrivania della Regenstein Library e prendeva appunti su un piccolo taccuino rosso; poi in un locale gestito da studenti nel seminterrato di Cobb, mentre usciva con una tazza di caffè in mano. Quel suo modo di camminare caricava l’aria di elettricità, e una scossa lo aveva attraversato nel momento esatto in cui lei lo aveva sfiorato passandogli accanto. L’aveva notata di nuovo un paio di settimane dopo, quando l’aveva vista correre lungo il perimetro dello Stagg Field, ma era stato solo nel maggio del 1987 che lei lo aveva avvicinato.
Era seduto in sala mensa e stava mangiando un sandwich con il maiale sfilacciato. (A Gertie sarebbe venuto un infarto se avesse saputo che mangiava maiale. Aveva iniziato ad apprezzare anche il bacon, che teneva nel frigorifero del suo appartamento di Hyde Park, anche se avrebbe giurato che sua madre riuscisse a sentirne l’odore tutte le volte che tornava a New York.) Alle tre del pomeriggio la mensa era quasi vuota; lui mangiava a quell’ora perché il suo turno di specializzando iniziava alle sei e finiva alle due e mezza. Sentì una folata di vento quando le porte si aprirono e un altro brivido quando riconobbe la ragazza sulla soglia. Lei abbracciò velocemente la sala con lo sguardo e poi si mosse nella sua direzione. Daniel fece finta di non averla vista finché non si fermò davanti al suo tavolo, che era da quattro posti.
«Ti spiace se…?» Aveva in spalla una grande borsa di pelle e tra le braccia una pila di libri.
«No» rispose, fingendo di essersi appena accorto della sua presenza; poi iniziò a darsi da fare. Spostò una lattina di Coca-Cola schiacciata e l’incarto di una cannuccia, insieme al cestino di plastica rossa con i residui del sandwich: chiazze di grasso di maiale e salsa granata. «Certo che no.»
«Grazie» rispose la ragazza in tono distaccato. Si sedette in diagonale rispetto a lui, tirò fuori un taccuino e un astuccio e si mise a scrivere.
Daniel era perplesso. Sembrava non volesse avere niente a che fare con lui. Ovviamente poteva aver avuto anche altre ragioni per scegliere quel tavolo: la distanza dal buffet o il fatto che fosse accanto alle finestre, in una scheggia di sole, cosa rara a Chicago.
Estrasse un libro a caso dallo zaino e la studiò con la coda dell’occhio. Era minuta ma non magrolina, con il viso rotondo che si assottigliava in un mento piccolo e armonioso. Aveva le sopracciglia folte ed eleganti e gli occhi color nocciola con ciglia sorprendentemente chiare. La pelle olivastra era spruzzata di lentiggini. I capelli lisci e castani le arrivavano poco oltre le spalle.
Le lancette dell’orologio segnarono le tre e mezza, poi le quattro. Alle quattro e un quarto Daniel si schiarì la voce. «Cosa studi?»
La ragazza teneva in grembo un walkman blu e argento. Si tolse le cuffie. «Come dici?»
«Mi chiedevo solo che cosa studiassi.»
«Oh!» esclamò lei. «Storia dell’arte. Arte ebraica.»
«Ah» fece Daniel, sorridendole in un modo che sperava denotasse interesse, anche se l’argomento non lo incuriosiva molto.
«Ah. Disapprovi.»
«Disapprovo? Certo che no!» Daniel arrossì. «Hai tutto il diritto di studiare quello che vuoi.»
«Grazie» fece lei impassibile.
Daniel diventò paonazzo. «Scusa. Forse ti sono sembrato condiscendente e non era mia intenzione. Sono ebreo anch’io» aggiunse in segno di solidarietà. La ragazza guardò ciò che restava del suo sandwich. «Di nascita, almeno.»
«Allora sei perdonato» gli sorrise. «Mi chiamo Mira.»
«Daniel.» Doveva stringerle la mano? Di solito non era così impacciato con le donne. Alla fine le sorrise e basta.
«Allora» disse Mira. «Non sei più credente?»
«No» ammise lui.
Da bambino Daniel trovava conforto nella sinagoga: gli uomini barbuti con i loro scialli di seta e i loro rituali, le mele con il miele e le erbe amare, le preghiere. Aveva elaborato una preghiera personale che ripeteva ogni sera con scrupolosa devozione, come se una sola frase tentennante potesse fargli abbattere addosso una grande disgrazia. Ma grandi disgrazie, di fatto, gli si erano abbattute addosso: la morte di suo padre, poi di suo fratello. Poco dopo la morte di Simon, Daniel aveva smesso del tutto di pregare. Aver abbandonato la religione non lo turbava. In fin dei conti non c’era stato alcun conflitto. La sua fede era scomparsa senza esitazioni, in modo logico, come sparisce l’uomo nero quando guardi sotto il letto. Quello era il problema con Dio: non reggeva a un’analisi critica. Non si difendeva. Scompariva e basta.
«Sei un uomo di poche parole» gli fece notare Mira.
Qualcosa nel suo tono lo fece sorridere. «È solo che… be’, parlare di religione… può creare imbarazzo nelle persone. O spingerle a mettersi sulla difensiva.» Nel caso in cui Mira stessa fosse sul punto di mettersi sulla difensiva, aggiunse: «Ma riconosco un grande valore nella tradizione religiosa».
Lei piegò la testa con aria interessata. «Per esempio?»
«Mio padre era molto devoto. Io rispetto mio padre, perciò rispetto quello in cui credeva.» Daniel si prese una pausa per raccogliere le idee; non le aveva mai espresse ad alta voce prima di allora. «In un certo senso, considero la religione una delle massime conquiste dell’uomo. Inventando Dio abbiamo sviluppato la capacità di rispettare i nostri limiti e abbiamo dotato Lui di quelle utilissime scappatoie che ci permettono di rifugiarci dietro l’idea che il controllo che esercitiamo sul mondo è limitato. La verità è che la maggior parte delle persone prova sollievo di fronte a una parziale impotenza. Ma io credo che il controllo ce l’abbiamo noi… al punto tale che ci spaventa a morte. Dio potrebbe essere il dono più grande che abbiamo fatto a noi stessi come specie. Il dono della sanità mentale.»
La bocca di Mira formò un piccolo semicerchio capovolto. Ben presto quell’espressione sarebbe diventata familiare per Daniel, come le sue piccole mani fredde o il neo che aveva sul lobo sinistro.
«Io seguo le tracce delle opere d’arte rubate dai nazisti» disse dopo poco. «E quello che ho notato è quanta strada faccia ogni opera. Prendi il Ritratto del dottor Gachet di van Gogh. Fu dipinto nel 1890 ad Auvers-sur-Oise, circa un mese prima che van Gogh si suicidasse. Il quadro passò di mano quattro volte – dal fratello di van Gogh alla vedova del fratello e poi a collezionisti privati – prima di essere acquistata dallo Städel di Francoforte. Quando i nazisti saccheggiarono il museo nel 1937, il quadro fu requisito da Hermann Göring, che lo vendette a un collezionista tedesco. Ma a questo punto la cosa si fa interessante: quel collezionista lo vendette a sua volta a Siegfried Kramarsky, un banchiere ebreo che nel 1938 sbarcò a New York per sfuggire all’Olocausto. È straordinario, non trovi? Che dopotutto il quadro sia finito in mani ebree, per giunta grazie al tramite di un conoscente di Göring.» Mira sfiorò le cuffie. D’un tratto si fece timida. «Penso che forse abbiamo bisogno di Dio per lo stesso motivo per cui abbiamo bisogno dell’arte.»
«Perché è bella da vedere?»
«No. Perché ci mostra cosa è possibile.»
Era proprio il genere di idea consolatoria che Daniel aveva respinto tanto tempo prima, ma questo non intaccò la sua attrazione per Mira. Quel fine settimana bevvero vino e ascoltarono Graceland di Paul Simon dallo stereo che Mira aveva appoggiato sul davanzale della finestra aperta dell’appartamento al terzo piano del suo palazzo senza ascensore. Quando lei gli mise le mani nelle tasche posteriori dei jeans e lo attirò a sé, Daniel restò sconcertato dalla propria felicità. Non aveva capito quanto fosse solo o per quanto tempo lo fosse stato.
Al suo matrimonio, quando lanciò un’occhiata ai presenti e vide solo Gertie e Varya, qualcosa nel suo cuore si spezzò, come il ramo di un albero. Che Klara e Mira non si fossero mai conosciute restava uno dei rimpianti più grandi della sua vita. Mira era estremamente pratica e Klara di certo non lo era, ma condividevano un senso dell’umorismo provocatorio e una giocosa – a volte non così tanto – vena polemica. Non aveva capito quanto contasse per lui questo lato di sua sorella finché non aveva conosciuto sua moglie.
Durante la tradizionale rottura del bicchiere considerò che anche la vita così come l’aveva conosciuta fino a quel momento stava andando in frantumi: la sua ignoranza e la sua angoscia, le sue perdite enormi e insignificanti. Da quei pezzi sarebbe nato qualcosa di nuovo con Mira. Guardò quegli occhi intensi color nocciola che scintillavano sotto un velo di lacrime e la sua anima si rilassò come in un bagno caldo. Per tutto il tempo in cui tenne gli occhi su di lei, quel senso di pace pulsò verso l’esterno, sospingendo il dolore ai margini della sua coscienza.
Più tardi, mentre era nudo a letto con sua moglie – Mira russava, la fronte sudaticcia sul suo petto –, fu colto dal panico. Pregò. Le parole uscirono in modo spontaneo e inevitabile, come urina. (Un’analogia terribile, se ne rendeva conto – Mira sarebbe inorridita se l’avesse condivisa con lei –, eppure gli sembrava più appropriata delle metafore solenni che gli propinavano durante l’infanzia.) “Ti prego, Dio” pensò. “Ti prego, fa’ che duri.”
Nelle settimane successive, ogni volta che quella preghiera si affacciava nei suoi pensieri, Daniel provava disagio, ma anche un senso di leggerezza; come se si fosse tagliato una ciocca di capelli. Non pensava che la religione potesse avere quell’effetto su di lui. A dirla tutta, i germi del suo ateismo erano stati seminati anni prima della morte di Klara, di Simon e di Saul. Tutto era iniziato con la donna di Hester Street. Si era sentito schiacciare dalla vergogna, per il proprio paganesimo, per il proprio desiderio di conoscere l’inconoscibile, al punto da tramutare la vergogna in rifiuto. Nessuno, aveva giurato, avrebbe più avuto un simile potere su di lui: nessun uomo, nessun dio.
Forse però Dio non aveva niente a che fare con la fascinazione sinistra che lo aveva portato dall’indovina, né con le affermazioni insensate della donna. Per Saul Dio aveva significato ordine e tradizione, cultura e storia. Daniel credeva ancora nel libero arbitrio, ma forse questo non precludeva la fede in Lui. Si era immaginato un nuovo Dio, uno che ti dà una tirata d’orecchie quando prendi la strada sbagliata ma che non usa mai le maniere forti, un Dio che consiglia ma che non insiste. Un Dio che lo avrebbe guidato come un padre. Un Padre.
Diversi anni dopo, quando vivevano a Kingston, nello stato di New York, aveva chiesto a Mira se tutti quegli anni prima si fosse seduta di proposito accanto a lui nella sala della mensa.
«Ovvio» aveva risposto lei. E quando era scoppiata a ridere, un raggio di sole era entrato dalla finestra della cucina trasformando i suoi occhi in monete d’oro. «La mensa era vuota: perché mai avrei dovuto scegliere proprio il tuo tavolo?»
«Non lo so» le aveva risposto, imbarazzato per averglielo chiesto, o per aver avuto dei dubbi. «Magari volevi compagnia. O magari cercavi il sole. C’era il sole, me lo ricordo.»
Mira gli aveva dato un bacio. E Daniel aveva sentito la fede di lei, una fascia d’oro uguale a quella che portava lui, premergli sulla nuca.
«Sapevo esattamente quello che stavo facendo.»

21

Dieci giorni prima della Festa del Ringraziamento del 2006, Daniel è nell’ufficio del colonnello comandante Bertram della stazione di reclutamento di Albany. Nei suoi quattro anni lì dentro, è stato nell’ufficio del colonello solo una manciata di volte – in genere per discutere di un caso particolare, una volta per ricevere la promozione da medico a primo ufficiale medico – e oggi spera in un aumento.
Il colonello Bertram è seduto su una poltrona di pelle dietro una grande scrivania lucida. È più giovane di Daniel, con un casco ordinato di capelli biondi rasati ai lati e un fisico asciutto e atletico. Dimostra solo qualche anno in più degli zelanti neodiplomati dell’accademia militare che arrivano a frotte per la valutazione.
«Il suo percorso è stato eccellente» gli dice.
«Chiedo scusa?»
«Il suo percorso è stato eccellente» ripete. «Ha servito bene il suo Paese. Ma sarò franco, maggiore. Alcuni di noi pensano che sia venuto il momento che si prenda una pausa.»
Daniel si era arruolato dopo la specializzazione e aveva trascorso i primi dieci anni a West Point, al Keller Army Community Hospital. Quello era il genere di lavoro che aveva sempre voluto fare, grandi rischi e tanti imprevisti, ma era sfinito dagli orari e dalla sofferenza che non dava tregua. Quando si era aperta una posizione alla stazione di reclutamento, Mira lo aveva incoraggiato a presentare la propria candidatura. Non era particolarmente esaltante, ma aveva finito per apprezzarne la stabilità e adesso non riusciva quasi a immaginare un ritorno in ospedale o, peggio, uno spiegamento sul campo.
A volte teme che la sua preferenza per la routine sia in realtà una forma di codardia. Il paradosso del suo lavoro – verificare che giovani soldati siano abbastanza sani da poter andare in guerra – non gli sfugge. D’altro canto, si considera anche un guardiano. Ha il compito di fare da setaccio: separare quelli che sono pronti per la guerra da quelli che non lo sono. I candidati lo guardano con aria speranzosa e una certa ansia, come se da lui si aspettassero il permesso di vivere, non la licenza di morire. Naturalmente ci sono anche quelli sul cui viso si legge il terrore allo stato puro, e dietro le loro facce Daniel vede l’adolescenza con un padre militare o la povertà senza prospettive che li ha spinti a entrare nelle forze armate. Chiede sempre se sono sicuri di voler andare in guerra. E loro rispondono sempre di sì.
«Signore.» Per un attimo Daniel ha un black-out mentale. «È per Douglas?»
Il colonnello piega la testa. «Douglas era idoneo. Avrebbe dovuto ottenere il via libera.»
Daniel ricorda i documenti del ragazzo: la spirometria di Douglas e gli esami del picco di flusso espiratorio erano ben al di sotto del normale. «Douglas aveva l’asma.»
«Douglas è di Detroit.» Il sorriso del colonello Bertram è scomparso. «Tutti quelli di Detroit hanno l’asma. Crede che dovremmo smettere di arruolare i ragazzi di Detroit?»
«Certo che no.» Per la prima volta la gravità della situazione gli appare chiara. Sa che le richieste di arruolamento sono calate del dieci per cento. Sa che l’esercito ha abbassato gli standard per i test attitudinali psicologici: era dagli anni Settanta che non ammettevano così tanti candidati di Categoria IV. Ha sentito dire che alcuni ufficiali hanno concesso deroghe dopo condanne per cattiva condotta: piccoli furti, aggressioni, persino omicidi stradali. «Ma non si tratta solo di Douglas.»
«Maggiore.» Il colonello Bertram si allunga in avanti e la sua spilla di comandante – una stella inscritta in una corona di foglie di alloro – cattura un raggio di sole. Daniel se lo vede tutto curvo sulla scrivania a lucidare la sua preziosa stella con un batuffolo di ovatta. «Lei è pieno di buone intenzioni; lo sappiamo. Ma appartiene a un’altra generazione. È prudente, e va benissimo: non vuole vedere arruolato nessuno che non abbia tutte le carte in regola per esserlo. E alcuni di questi ragazzi non le hanno, glielo concedo. C’è un motivo se li sottoponiamo alle visite. Ma questo non è il momento per essere prudenti, maggiore. Abbiamo bisogno di uomini, abbiamo bisogno di grossi numeri, per Dio e per il Paese, e qualche volta reclutiamo un ragazzo con un ginocchio messo male o un po’ di tosse, ma se il suo cuore è...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Gli Immortalisti
  4. PROLOGO. La donna di Hester Street 1969 Varya
  5. PRIMA PARTE. Ce la fai a ballare, ragazzo? 1978-1982 Simon
  6. SECONDA PARTE. Proteo 1982-1991 Klara
  7. TERZA PARTE. L’Inquisizione 1991-2006 Daniel
  8. QUARTA PARTE. Il posto della vita 2006-2010 Varya
  9. Ringraziamenti