Chi di noi non ha delle abitudini che lo fanno star male ma che non riesce a cambiare? Chi non vorrebbe smettere di abbuffarsi, fumare, bere troppo ed evitare di rovinarsi la vita tra rimpianti e sensi di colpa? E chi non si è considerato almeno una volta un perdente per non essere riuscito a seguire i propri propositi di cambiamento?
Shahroo Izadi - terapista comportamentale che da anni si occupa con successo di trasformazione delle abitudini e superamento delle dipendenze - non ha dubbi sulla strada da percorrere: per poter cambiare bisogna prima di tutto imparare a essere gentili con noi stessi, e mettere a tacere quella voce interiore che continua a ripeterci che non ce la faremo mai, che la colpa è nostra e che in fondo ce la siamo meritata.
Il metodo della gentilezza è un nuovo modo di affrontare ciò che non ci piace della nostra vita, basato su un approccio estremamente versatile ed efficace: attraverso una serie di esercizi pratici semplici e facili da applicare, l'autrice ci insegna a mappare le nostre abitudini e a spostare l'attenzione dalle nostre debolezze alle nostre capacità, indicandoci le soluzioni per liberarci dei circoli viziosi che ci tengono intrappolati e riuscire finalmente a realizzare i cambiamenti, e la vita, che desideriamo.

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Il metodo della gentilezza
Liberati dalle abitudini che ti fanno male e impara a volerti bene
- 250 pagine
- Italian
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Il metodo della gentilezza
Liberati dalle abitudini che ti fanno male e impara a volerti bene
Informazioni su questo libro
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Capitolo 1
Momenti a-ah!
Essendo una persona ostinata e con abitudini compulsive, che portava sempre le cose all’estremo, decisi che se fossi riuscita a creare un programma efficace per me, avrebbe potuto funzionare anche con gli altri. Naturalmente, avevo già un programma su cui stavo lavorando, come tutti. Comunque vi stiate comportando adesso, lo potete considerare il «programma» che avete sviluppato nel tempo. Adottare Il metodo della gentilezza consiste nel sostituire il programma attuale con uno che avete creato in modo consapevole e volontario.
Nel mio caso, quando si trattò di dar vita a un programma che mi aiutasse a esaminare le mie dipendenze specifiche, volevo che fosse un procedimento privato. Volevo anche sentirmi al comando. Avevo senza dubbio bisogno di una struttura chiara da seguire, e questa volta doveva aiutarmi a sentirmi meglio su come me la stessi «cavando nella vita», anziché concentrarmi solo sulla taglia dei miei vestiti. Ero già riuscita a perdere peso in passato, ma dato che la mia autostima rimaneva bassissima, ciò non mi aveva mai trasmesso alcuna sensazione duratura di benessere. Era anche un risultato molto effimero che non migliorava nessun altro campo della mia vita. La sfibrante delusione di questa consapevolezza, ripetuta più volte, era sufficiente a imprigionarmi in un ciclo di ricadute e lasciarmi ogni volta più pesante e più disillusa.
Devo il nuovo «programma», che per me ora funziona, a una quantità di esperienze professionali e personali che mi hanno aiutato a capire perché ero intrappolata in un circolo vizioso, dandomi la comprensione necessaria per creare una strategia che potesse aiutare una vasta gamma di persone ad aiutare se stesse. Vorrei condividere con voi alcune delle intuizioni che mi hanno dato una mano a sviluppare gli elementi chiave de Il metodo della gentilezza. In ordine sparso, ecco i miei momenti a-ah!
Prima esperienza
Frequentare gli incontri dei Mangiatori Compulsivi Anonimi
Prima intuizione
Siamo tutti perfettamente in grado di identificare i nostri particolari bisogni, a condizione di avere una struttura chiara che ci guidi
Volevo sapere dove stavo mandando i miei pazienti a cercare un ulteriore aiuto nella comunità, così frequentai alcuni gruppi di mutuo aiuto, in cui dei non professionisti con qualcosa in comune si radunavano condividendo le loro esperienze e dandosi una mano a vicenda ad attenersi ai loro programmi. Sapevo che le associazioni come gli Alcolisti Anonimi si stavano dimostrando efficaci nell’aiutare le persone sul lungo periodo, così cercai di saperne di più.
Sedevo in preda alla soggezione in gruppi di persone che erano riuscite a smettere di bere impegnandosi a seguire un modello specificamente progettato per aiutarli a riabilitarsi. Ovvero, in questo contesto, ciò significava che si sarebbero sforzati di non toccare mai più le sostanze da cui erano dipendenti.
Esistono simili «gruppi dei dodici passi» che affrontano comportamenti separati ma assai spesso collegati, e che usano la stessa metodologia. Per esempio, alcuni dei miei pazienti, da anni in riabilitazione dall’alcol attraverso l’astinenza, potrebbero iniziare a frequentare gruppi per affrontare i loro comportamenti sessuali, o la codipendenza, usando una struttura e un programma che già funzionano per loro.
Nel periodo in cui iniziai a frequentare gruppi di questo tipo per approfondirne la conoscenza ai fini del mio lavoro, scoprii che esisteva un gruppo dei dodici passi di nome «Mangiatori Compulsivi Anonimi» (OA, Overeaters Anonymous). Naturalmente, mi interessava sul piano personale. Essendo entrata in una routine di costanti abbuffate, dialogo interiore negativo e isolamento sociale, fu più o meno a quell’epoca che mi trovai a toccare il massimo del mio peso. Perciò, andai dagli OA.
Con mia sorpresa, ero chiaramente, e di gran lunga, la persona più in sovrappeso tra i presenti. Ma non si trattava affatto di un gruppo per il dimagrimento. Scoprii che alcuni dei partecipanti non erano mai neanche stati sovrappeso, e tuttavia la dipendenza dal cibo aveva reso le loro vite ingestibili. Ero circondata da persone che erano riuscite, proprio come i membri degli Alcolisti Anonimi, a trovare la «riabilitazione» adottando un programma specifico. Una cosa però era diversa, in questo gruppo: non ci si può astenere dal cibo. Bisogna nutrirsi. Ero circondata da un nuovo tipo di persone che si definiscono drogate: quelle che ogni giorno devono maneggiare e consumare la sostanza di cui abusano. Ciò significava che tutti, nel gruppo degli OA, avevano sviluppato livelli di consapevolezza di sé impressionanti.
Nessuno parlava di carboidrati o calorie, com’ero abituata. Qui discutevano delle loro emozioni, di autostima e di capacità di recupero.
I membri del gruppo OA avevano identificato quali particolari cibi li facevano precipitare nella spirale della loro personale definizione di «ricaduta». Anche se tutti seguivano un modello tradizionale basato sull’astinenza, ognuno aveva una definizione molto personale di ciò che significava riabilitazione. Nessuno parlava di carboidrati o calorie, com’ero abituata nei gruppi di dimagrimento che avevo frequentato in precedenza. Qui discutevano delle loro emozioni, di autostima e di capacità di recupero. Le storie che condividevano sull’intensità della loro dipendenza erano spesso impressionanti e umilianti quanto quelle che avevo sentito raccontare dagli alcolisti.
Coloro che stanno guarendo da quelle dipendenze dalle quali non ci si vuole, o non ci si può, astenere del tutto hanno una cosa in comune: hanno definito con chiarezza quali sono i loro «confini invalicabili». Si tratta di comportamenti che hanno identificato come dannosi per la loro riabilitazione, per una particolare fase del processo o per tutta la vita. Ogni comportamento che li supera viene considerato una sbandata o una ricaduta. Questi comportamenti sono differenti per ciascuno, proprio come diversi sono i fattori scatenanti. La saggezza che ho appreso dagli OA mi ha enormemente aiutato a creare un programma di dimagrimento che finalmente ha funzionato per me. Una delle differenze principali tra questo programma e quelli che in precedenza avevano fallito fu che avevo stabilito per me stessa dei «confini» non negoziabili. Nelle fasi iniziali del cambiamento, mi definivo in «riabilitazione» se mi astenevo da quei particolari cibi che non ero mai stata capace di mangiare in quantità moderata. (Alcuni erano alimenti molto salutari, ma per qualche motivo sembravano sempre dare il via a una spirale verso una gigantesca abbuffata.)
Seconda esperienza
Assistere pazienti che erano stati obbligati dal tribunale a lavorare con me per la cura dell’abuso di sostanze
Seconda intuizione
Spostare il focus dagli esiti prescrittivi al benessere olistico può allontanare i comportamenti indesiderati in maniera naturale
Uno dei ruoli più interessanti che ho ricoperto nel trattamento delle dipendenze è stato lavorare con persone obbligate per legge a completare un percorso di riabilitazione (DRR, Drug Rehabilitation Requirements). Nel Regno Unito, questo tipo di condanna è inflitta a «tossicodipendenti problematici» che sono colti a commettere reati per pagarsi la droga da cui dipendono. A seconda del «livello» del DRR assegnato, dovevano presentarsi da una a tre volte a settimana ed essere disponibili a lavorare con me per affrontare il loro abuso di sostanze, oltre a doversi sottoporre a test antidroga. Io avevo la responsabilità di fare rapporto alla commissione per la libertà vigilata, riferendo come si stavano comportando. Il mancato rispetto del programma di riabilitazione significava il ritorno in tribunale per aver violato l’ordinanza. Ciò avrebbe dunque potuto portare a una nuova condanna e al carcere.
I pazienti con cui lavoravo in quel campo non erano quelli che credevano di aver «toccato il fondo». Non erano entrati a chiedere aiuto. Si potevano considerare costretti a sottoporsi al trattamento. Cionondimeno, la maggior parte di loro completava ugualmente con successo quanto ordinato dal tribunale e affrontava con efficacia l’abuso di sostanze. In moltissimi casi, semplicemente, non erano stati consapevoli di quale tipo di sostegno fosse disponibile o non conoscevano altri modi di vivere, essendo cresciuti in un ambiente in cui l’abuso di sostanze era la norma.
Uno di loro, in particolare, mi insegnò moltissimo. Secondo i rapporti del tribunale, era stato colto più volte a rubare perché era un tossicodipendente che non poteva trovare in altro modo i soldi per acquistare la droga. Aveva acconsentito ad affrontare la terapia per intervenire sulla sua dipendenza e per questo doveva presentarsi a sessioni settimanali con me per sei mesi. Complessivamente, i miei compiti consistevano nel lavorare con lui sui suoi livelli generali di motivazione a partecipare alle sessioni (particolarmente alti, nel suo caso) e aiutarlo a consegnare esiti negativi ai test antidroga (come risultò sempre). In effetti, fin dalla primissima seduta i risultati dei suoi test furono negativi, e continuarono a esserlo in seguito, ogni singola settimana.
Mentre lo guidavo nel processo di compilazione delle mappe e nell’utilizzo degli strumenti per aumentare la sua fiducia e per modificare i comportamenti legati all’uso di droga, notai che fin dall’inizio aveva un livello particolarmente alto di sicurezza in se stesso. Divenne via via più chiaro che possedeva una quantità di risorse pratiche, sociali e finanziarie. Aveva anche tre cellulari che nel corso delle sedute non smettevano di squillare. Molto spesso doveva scusarsi perché rispondeva brevemente, chiedendo alla persona che aveva chiamato di ritelefonargli alla fine della seduta.
Temendo di fare supposizioni scorrette, nei primi due mesi continuai a lavorare con questo paziente come se fosse stato davvero, fino a poco prima, un tossicodipendente grave che faceva regolare uso di droghe. Come da procedura, spesso discutevo di lui con colleghi più esperti negli incontri di gruppo multidisciplinari e nelle sedute di supervisione. Condividevano i miei sospetti: forse quell’uomo era stato colto in possesso di droghe illegali non perché ne faceva uso lui, ma piuttosto perché era uno spacciatore. Naturalmente ne discussi con gli altri servizi coinvolti nell’assistenza del paziente, ma a sostegno del nostro sospetto c’erano poche prove e, francamente, nessun medico o assistente sanitario e sociale benintenzionato e diligente vuol dire «Questo paziente sta andando troppo bene, è un problema». Perciò continuai a incontrarlo ogni settimana.
Riflettei sul fatto che l’esito ideale del mio lavoro con questo paziente era lo stesso che avrebbero desiderato i tribunali, le commissioni per la libertà vigilata e i servizi per la cura delle dipendenze. Volevamo tutti che fosse un membro produttivo della società; uno che non indulgeva in comportamenti illegali che mettessero in pericolo lui o altri. Perciò ebbi un’idea. Che fosse uno spacciatore o un tossicodipendente o entrambe le cose, che cosa sarebbe successo se fossi riuscita a lavorare con lui per abbassare la probabilità che sul lungo periodo dovesse presentarsi a sedute con altri come me? E se si fosse sentito in grado di crearsi una vita migliore rispetto a quella che aveva in quel momento? Non poteva essere una pacchia avere a che fare con la giustizia penale e rispondere di continuo a telefonate che gli chiedevano di correre da un posto all’altro. Non ce lo vedevo a credere di poter sopportare quello stile di vita in età anziana.
Perciò spostai l’attenzione altrove. Iniziai a chiedergli del tipo di vita che desiderava. Discutemmo delle qualità delle persone che rispettava e riflettemmo su ciò che voleva diventare quand’era più giovane. Parlammo degli hobby che aveva trascurato con il tempo, e di dove si vedeva fra cinque e dieci anni. Esaminammo emozionati che cosa avrebbe fatto se il suo «rapporto con le droghe» non fosse più esistito.
Con sorprendente rapidità, le cose iniziarono a cambiare. Dapprima, durante le sedute cominciò a essere molto interessato alla pianificazione della sua vita e a visualizzare le proprie ambizioni professionali. Ricominciò a giocare a calcio. Alla fine, si iscrisse a un programma di tirocinio durante il quale avrebbe imparato a riparare motociclette (cosa che amava fare da adolescente, come avevo scoperto). Riuscì a ottenere un lavoro che lo impegnava dalle nove alle cinque e lo lasciava troppo esausto per fare molto altro di sera. Cominciò a utilizzare le nostre sedute per progettare l’impresa che voleva fondare da solo (dimostrando al contempo di avere abbondanza di capacità nella costruzione delle relazioni, nella proiezione dei flussi finanziari e nella gestione del debito).
Alla fine dei sei mesi ordinati dal tribunale, aveva un solo telefono che suonava di rado. Era entusiasta della sua vita e, anche se immagino che non ne avrò mai la certezza, sospetto che il suo coinvolgimento con le droghe illegali – qualunque forma avesse avuto nella realtà – fosse cessato. Il che significava che i tribunali, insieme a un sacco di altri servizi, erano contenti. E da un punto di vista professionale, lo ero anch’io.
Per modificare davvero i nostri comportamenti indesiderati, dobbiamo «zoomare all’indietro» e concentrarci sulla vita che vogliamo condurre nella sua interezza.
Questa esperienza mi insegnò che per modificare davvero i nostri comportamenti indesiderati, dobbiamo «zoomare all’indietro» e concentrarci sulla vita che vogliamo condurre nella sua interezza. Possiamo permettere che i piccoli successi alimentino la nostra convinzione di poter sorprendere noi stessi con quello che siamo in grado di fare. Quando possiamo emozionarci per la persona che vogliamo essere su una scala più ampia, le abitudini adatte alla nostra vita ideale seguiranno in maniera naturale e quelle che non ci sono più utili verranno gradualmente abbandonate. Con questo approccio, possiamo evitare lo spaventoso periodo «vuoto» dell’astinenza, quando il modo di vivere che abbiamo sempre conosciuto ci è stato portato via prima di averlo sostituito con innumerevoli cose migliori.
Terza esperienza
Studiare i traffici di droga della parte oscura della Rete
Terza intuizione
Abbiamo tutti bisogno di luoghi dove poter esaminare con onestà i pensieri e i comportamenti di cui non siamo fieri, senza timore di essere giudicati
Nel 2014 avevo appena iniziato ad applicare ciò che sapevo delle dipendenze al mio dimagrimento. I progressi erano stati lenti ed ero perfettamente consapevole di avere davanti una lunga strada. Una sera, sentendomi a rischio di autosabotaggio con un’abbuffata, decisi che sarei uscita per imparare qualcosa di nuovo finché le voglie e la possibilità di uno scivolone fossero passate.
E fu così che partecipai a una conferenza alla Goldsmiths University, dove Jamie Bartlett parlava di un libro che aveva scritto, The Dark Net. Non avevo assolutamente idea di che cosa aspettarmi. Durante la conferenza ci fu spiegato della «Via della Seta», un mercato on line dove si potevano acquistare droghe illegali e se ne poteva parlare in maniera praticamente anonima. Fui davvero sorpresa nello scoprire quanto quel sito fosse simile a quelli che conoscevo, per esempio Amazon. I venditori e le loro droghe venivano recensiti in maniera onesta e c’erano forum dove la gente condivideva apertamente le proprie esperienze raccontando comportamenti di solito stigmatizzati. All’epoca lavoravo in prima linea contro l’abuso di sostanze e già sospettavo ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- IL METODO DELLA GENTILEZZA
- Prefazione
- Introduzione
- Capitolo 1. Momenti a-ah!
- Capitolo 2. Lezioni dalla dipendenza
- Capitolo 3. Prepararsi a cambiare
- Capitolo 4. La «Lettera istantanea»
- Capitolo 5. Sono felice di essere così
- Capitolo 6. Ciò di cui vado fiero
- Capitolo 7. Quando sono in stato di grazia
- Capitolo 8. Che cosa è andato storto
- Capitolo 9. Quel che dico di me
- Capitolo 10. Qualcuno che amo
- Capitolo 11. Che c’è di male?
- Capitolo 12. Perché non sono già cambiato?
- Capitolo 13. Che cosa mi metterà alla prova?
- Capitolo 14. Il futuro conta
- Capitolo 15. Che differenza c’è?
- Capitolo 16. Il piano
- Capitolo 17. Basta scuse
- Capitolo 18. Mettersi alla prova di proposito
- Capitolo 19. Alcol
- Capitolo 20. Ricadere... (e rialzarsi)
- Capitolo 21. Pilota automatico
- Ringraziamenti
- Copyright