La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi
eBook - ePub

La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi

  1. 416 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi

Informazioni su questo libro

Da quando il nonno di Esther Solar ha incontrato L'Uomo Destinato a Essere la Morte, tutta la famiglia è perseguitata da un fato ricorrente: in seguito a una maledizione, ognuno di loro è convinto che morirà per effetto della sua paura più grande. Esther non soffre di una fobia in particolare ma per sicurezza decide di stilare una lista meticolosa e di evitare tutto ciò che potrebbe diventarlo: ascensori e grotte, spazi angusti e luoghi affollati, aragoste e oche... Jonah, ex compagno di classe delle elementari - che le ha spezzato il cuore abbandonandola il giorno di San Valentino all'età di otto anni per poi ricomparire molti anni dopo e derubarla alla fermata dell'autobus - le prospetta però una strategia diversa. Esther si imbarca con lui nell'avventura di affrontare una dopo l'altra le proprie paure per sconfiggerle e per avvicinarsi alla Morte quanto basta per convincerla a lasciare in pace una volta per tutte la sua famiglia. C'è però una paura che è sfuggita alla sua lista, la più grande di tutte: quella di abbandonarsi all'amore.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2019
eBook ISBN
9788858696217
Print ISBN
9788817108744
1

IL RAGAZZO ALLA FERMATA DELL’AUTOBUS

Esther Solar aspettava già da mezz’ora fuori dalla casa di cura e riabilitazione Lilac Hill quando ricevette la notizia che la maledizione aveva colpito di nuovo.
Rosemary, la madre, le aveva telefonato e le aveva spiegato che non sarebbe più stata in grado in alcun modo di andarla a prendere: aveva trovato sul cofano dell’auto di famiglia un gatto, nero come la pece e con gli occhi del demonio, gialli e stretti – un presagio abbastanza oscuro da impedirle di guidare.
Esther non fece una piega. L’insorgere naturale di fobie non era un fenomeno nuovo nella famiglia Solar, così si era avviata alla fermata del bus a quattro isolati da Lilac Hill: il mantello rosso che portava si muoveva nella brezza serale, attirando qualche sguardo dei passanti.
Camminando si mise a riflettere: una persona normale a chi si sarebbe rivolta in una situazione del genere? Suo padre era ancora sepolto nel seminterrato in cui si era confinato sei anni prima, Eugene era assente ingiustificato (Esther sospettava che si fosse infilato in una dimensione spaziale parallela – di tanto in tanto gli capitava), e suo nonno non aveva più l’abilità motoria necessaria per far funzionare un veicolo (per non parlare del fatto che non riusciva a ricordare che lei fosse sua nipote).
In pratica, Esther aveva pochissime persone che potessero salvarla da una crisi.
Per essere venerdì sera la fermata era deserta. C’era solo un’altra persona lì seduta ad aspettare, uno spilungone nero vestito come un personaggio di un film di Wes Anderson, con tanto di pantaloni di velluto a coste verde lime, giacca di camoscio e berretto calcato in testa. Il ragazzo stava singhiozzando in silenzio, così Esther fece ciò che si dovrebbe fare quando un completo estraneo mostra troppe emozioni in tua presenza: lo ignorò completamente. Si sedette accanto a lui ed estrasse la sua copia lacera del Padrino, sforzandosi di concentrarsi nella lettura.
Le luci sopra le loro teste ronzavano come un nido di vespe, accendendosi e spegnendosi a intermittenza. Se Esther avesse tenuto gli occhi bassi, i successivi dodici mesi della sua vita sarebbero stati decisamente diversi, ma lei era una Solar, e i Solar avevano la brutta abitudine di ficcare il naso dove non dovevano.
Il ragazzo singhiozzava in maniera plateale. Esther alzò gli occhi: sullo zigomo gli si stava formando un livido dalla sfumatura viola scuro nella luce fluorescente, e da un taglio sul sopracciglio gocciolava sangue. La camicia fantasia – sicuramente donata a un negozio dell’usato a metà degli anni Settanta – aveva il colletto strappato.
Il ragazzo singhiozzò ancora, poi le lanciò un’occhiata furtiva.
Esther in genere evitava di parlare con le persone se non era proprio necessario; a volte le evitava persino quando era davvero necessario.
«Ehi» disse alla fine. «Tutto bene?»
«Credo di essere stato rapinato» disse lui.
«Credi?»
«Non riesco a ricordare.» Si indicò la ferita sulla fronte. «Mi hanno preso il telefono e il portafoglio però, quindi credo sia stata una rapina.»
In quel momento lei lo riconobbe. «Jonah? Jonah Smallwood?»
Gli anni lo avevano cambiato, ma aveva sempre gli stessi occhi grandi, la stessa mascella forte, lo stesso sguardo di quando era bambino. Aveva più peluria ora: l’ombra della barba e una testa piena di folti capelli neri rialzati in una sorta di ciuffo alla Elvis. Esther pensò che somigliava a Finn nel Risveglio della Forza: un ottimo modo di presentarsi, almeno secondo lei. Il ragazzo la osservò: sembrava uscita da un quadro di Jackson Pollock: le lentiggini scure sparse sul volto, il petto e le braccia, e la chioma di capelli color pesca che le arrivava ai fianchi. Cercava di focalizzarla. «Come fai a sapere come mi chiamo?»
«Non ti ricordi di me?»
Erano stati amici solo per un anno, e all’epoca ne avevano avuti otto, ma cavolo! Esther sentì un moto di tristezza per il fatto che sembrava essersi dimenticato di lei – lei certo non si era dimenticata di lui.
«Abbiamo frequentato la stessa scuola elementare» gli spiegò Esther. «Ero insieme a te nella classe di Mrs Price. Mi chiedesti di essere la tua Valentina.»
Jonah le aveva comprato un sacchetto di dolciumi e le aveva preparato un biglietto con il disegno di due frutti e una scritta che diceva: Siamo le due metà di una mela. All’interno le aveva chiesto di incontrarlo all’intervallo.
Esther aveva aspettato, ma Jonah non si era fatto vedere. In realtà, da allora non lo aveva più rivisto.
Fino a quel momento.
«Oh già» disse Jonah con lentezza, mostrando finalmente di riconoscerla. «Mi piacevi perché avevi protestato fuori dalla libreria per la morte di Albus Silente una settimana dopo l’uscita del film.»
Esther recuperò quell’episodio nella memoria: rivide se stessa a sette anni, con un vivace caschetto rosso, a picchettare davanti alla libreria locale con un cartello che recitava SALVATE I MAGHI. E poi una breve comparsa nel telegiornale delle sei, con un giornalista inginocchiato accanto a lei che le chiedeva: «Ti è chiaro che il libro è stato pubblicato anni fa e che non si può cambiare il finale?» e lei che guardava ammutolita nella telecamera.
Tornò alla realtà. «Odio che esistano prove video di quella storia.»
Jonah indicò con la testa il suo abbigliamento, il mantello rosso legato al collo da un nastro e il cestino di vimini ai suoi piedi. «A quanto pare sei ancora stramba. Perché sei vestita da Cappuccetto Rosso?»
Erano molti anni che Esther non aveva bisogno di rispondere a domande sulla sua inclinazione per i travestimenti: gli sconosciuti per strada ipotizzavano sempre che lei stesse andando o tornando da una festa in costume. I suoi insegnanti – con grande irritazione personale – non riuscivano a trovare nei suoi abiti alcuna infrazione alle regole scolastiche sull’abbigliamento, e i suoi compagni erano abituati a vederla arrivare vestita da Alice nel Paese delle Meraviglie o Bellatrix Lestrange o altri personaggi, e non davano importanza a cosa indossasse, purché lei continuasse a introdurre dolci di nascosto. (Su questo torno tra poco.)
«Sono stata a trovare il nonno. Sembrava appropriato» fu la sua risposta, che sembrò soddisfare Jonah, perché il ragazzo annuì come se capisse.
«Ascolta, hai dei contanti dietro?»
Esther ne aveva in effetti, nel suo cestino da picnic stile Cappuccetto Rosso. Aveva cinquantacinque dollari, tutti destinati al suo fondo per darsela-a-gambe-da-quello-sputo-di-paese, che al momento ammontava a duemiladuecentotrentacinque dollari.
Ma torniamo ai dolci di cui sopra. Vedete, al terzo anno la scuola di Esther, l’East River High, aveva introdotto radicali cambiamenti nella mensa, fornendo solo alimenti sani. Erano scomparsi pizza, bocconcini e crocchette di pollo, patatine, panini con carne macinata e nachos, che rendevano il liceo semitollerabile. Le parole “Michelle Obama” ora venivano borbottate con esasperazione ogni volta che appariva sul menù un nuovo piatto tipo zuppa di porri e cavolfiore o pasticcio di broccoli. Esther vi aveva intravisto la possibilità di un affare e aveva infornato dei brownie al doppio cioccolato usando un preparato già pronto. Il giorno dopo li aveva portati a scuola e li aveva venduti a cinque dollari l’uno ricavandone un ottimo profitto, pari a cinquanta bigliettoni. Da allora era diventata la Walter White di Breaking Bad del junk food: il suo impero si era allargato al punto che i suoi clienti a scuola l’avevano ribattezzata “Cakenberg”, in omaggio a Heisenberg, l’alter ego criminale di White.
Di recente aveva allargato la sua attività alla casa di cura Lilac Hill, dove i piatti più invitanti del menù erano hot dog stracotto e purè insapore. Gli affari erano in forte espansione.
«Perché?» chiese cauta.
«Mi servono soldi per il biglietto del bus. Tu mi dai i contanti e io posso usare il tuo telefono per trasferire la cifra dal mio conto al tuo.»
Sembrava una proposta estremamente losca, ma Jonah era contuso e sanguinante e piangeva, e lei lo vedeva un po’ ancora come il dolce ragazzino a cui una volta era piaciuta abbastanza da spingerlo a disegnarle quel biglietto.
Così Esther disse: «Quanto ti serve?».
«Quanto hai? Li prendo tutti e ti faccio un bonifico.»
«Ho cinquantacinque dollari.»
«Ne prendo cinquantacinque.»
Jonah si alzò e andò a sedersi accanto a lei. Era molto più alto di quanto Esther avesse pensato, e più magro, come il fusto del mais. Lo osservò aprire l’app della banca sul suo telefono, loggarsi, inserire i dati del suo conto via via che lei glieli dettava e poi autorizzare il trasferimento.
“Trasferimento concluso con successo”, comunicò l’app.
Allora lei si chinò ad aprire il cestino e gli diede i cinquantacinque dollari che aveva guadagnato quel giorno a Lilac Hill.
«Grazie» disse Jonah stringendole la mano. «Stammi bene, Esther.» Poi si alzò, le fece l’occhiolino e svanì. Di nuovo.
Così, in una serata calda e umida di fine estate, Jonah Smallwood riuscì a estorcerle cinquantacinque dollari e, nello spazio di circa quattro minuti, a sottrarle:
  • il braccialetto di sua nonna, direttamente dal polso;
  • l’iPhone;
  • uno snack alla frutta dal cestino, che Esther si era tenuto da parte per il tragitto verso casa;
  • la tessera della biblioteca (che in seguito usò per totalizzare 19,99 dollari di multa per aver deturpato una copia di Romeo e Giulietta con graffiti di aragoste);
  • la sua copia del Padrino;
  • la lista semidefinitiva dei suoi incubi peggiori
  • e la sua dignità.
Esther aveva continuato a rivivere nella mente il ricordo imbarazzante del suo picchetto per Albus Silente e non si era resa conto di essere stata derubata finché sei minuti e diciannove secondi dopo non arrivò l’autobus. Solo a quel punto esclamò all’autista «Sono stata derubata» e questi le replicò «Niente parassiti a bordo!» chiudendole la porta in faccia.
(Forse dopotutto non fu Jonah a sottrarle tutta la dignità: l’autista dell’autobus le prese quei brandelli che l’altro non era riuscito a strapparle.)
Quindi potete vedere che la storia di come Esther Solar fu derubata da Jonah Smallwood è piuttosto semplice. Come invece arrivò ad amare Jonah Smallwood è un po’ più complicato.
2

LA CASA DELLA LUCE E DEI FANTASMI

Esther impiegò in tutto tre ore, tredici minuti e trentasette secondi per arrivare a piedi a casa, nella periferia della periferia: la città si era allargata in direzione opposta alle aspettative dei costruttori, affondando il quartiere in mezzo al nulla.
Durante quella lunga passeggiata il cielo si squarciò e scaricò acqua, così quando Esther arrivò agli scalini d’ingresso era zuppa, infangata e tremante.
Casa Solar riluceva come sempre, un gioiello fluorescente in una strada altrimenti in penombra. Una leggera brezza sfiorava gli alberi che avevano messo radici nel giardino davanti, una foresta in mezzo alla periferia. Alcuni vicini si erano lamentati qualche anno prima per le luci sempre accese. Rosemary Solar aveva risposto...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. Il ragazzo alla fermata dell’autobus
  4. 2. La casa della luce e dei fantasmi
  5. 3. Il ragazzo del falò
  6. 4. Fili di luci e serial killer
  7. 5. L’Angelo della Morte e le aragoste grandi come cavalli
  8. 6. La maledizione e il Mietitore
  9. 7. 1/50: Aragoste
  10. 8. Il bandito dell’armadietto
  11. 9. Il terribile segreto di David Blaine
  12. 10. 2/50: Falene
  13. 11. Shakespeare, le stelle e un transformer acquatico
  14. 12. Lo Storage King
  15. 13. L’Uomo Destinato a Essere la Morte
  16. 14. 4/50: Spazi angusti
  17. 15. Ci sono modi di morire più efficaci di falene e aragoste
  18. 16. 5/50: Fulmini
  19. 17. 6/50: Scogliere
  20. 18. 7/50: Campi di granturco
  21. 19. Una bella giornata per un matrimonio in bianco
  22. 20. 8/50: Guidare l’auto
  23. 21. 9/50: Satana in persona, cioè le oche
  24. 22. E poi gli adulti si chiedono perché gli adolescenti bevono
  25. 23. Il bacio gelido della morte
  26. 24. 15/50: Cadaveri
  27. 25. 17/50: Bambole
  28. 26. Le sorelle Bowen
  29. 27. 18/50: Cimiteri
  30. 28. 21/50: Edifici abbandonati
  31. 29. La luce si spegne
  32. 30. 24/50: Seppellita viva
  33. 31. La porta della Morte
  34. 32. Eugene
  35. 33. Il ragazzo ombra
  36. 34. Tradimento
  37. 35. Il grande furto delle orchidee
  38. 36. La donna rossa
  39. 37. Fratello mio
  40. 38. I fantasmi del passato di Esther
  41. 39. Come riprendersi dall’odioso tradimento del tuo amico/ragazzo in quattro semplici mosse
  42. 40. La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi
  43. Nota dell’autrice
  44. Fonti
  45. Un grande ringraziamento
  46. Copyright