In Egitto al tempo di Ramses II giardini e palazzi dorati si stagliano accanto a capanne grigie e case di mattoni crudi, dove le pietre e i metalli preziosi vengono imitati con la pittura. Nei campi il sicomoro dalla vasta chioma e le tamerici abbelliscono con le loro macchie verdi il nero della terra arata; e poi risate, canti e musica riempiono gli appartamenti reali, mentre per le strade si incontrano schiavi con fagotti sulle spalle, artigiani e donne civettuole che amano adornarsi. La storia si intreccia con la leggenda, ma basandosi su reperti archeologici, iscrizioni e antichi papiri, Montet dipinge un brillante quadro della valle del Nilo del tempo, quando il volto di Ramses è scolpito ovunque nella pietra. Dai gesti più semplici ai riti più elaborati, dai costumi ai valori di un popolo solare, amante della vita ed estremamente devoto, che non si tira indietro di fronte al lavoro perché teme la carestia e ben conosce il valore di una terra unica al mondo. Per la prima volta un volume ricostruisce in modo sorprendentemente realistico la vita di tutti i giorni in un periodo così lontano e pieno di fascino: un appassionante viaggio tra i profumi e i colori dell'antico Egitto, all'epoca del suo massimo splendore e del suo faraone più grande.

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La vita quotidiana in Egitto ai tempi di Ramses
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Argomento
StoriaCategoria
Storia mondialeIV
Le occupazioni domestiche
La pulizia
Gli antichi Egizi erano assai puliti e curavano molto sia il loro corpo sia i loro abiti e le loro abitazioni.1 Quando Sinuhit rientra in Egitto dopo la grazia una delle gioie che prova è quella di togliersi le vesti di lana multicolore che portava presso i Beduini.2 Come Ulisse dai Feaci, allontana gli anni dalla sua carne. Si depila, si pettina, si friziona non più con unguenti d’albero ma con incenso di prima qualità, forse contenuto in un vaso di ossidiana e oro come quello che il re di Biblo Abichemu aveva ricevuto in dono da Amenemhat III, e indossa vesti di lino.3
Ci si lavava più volte al giorno, la mattina appena alzati, prima e dopo i pasti principali. Il materiale per la toilette era composto di solito da un catino e da un vaso a becco che abitualmente si depositava sotto il tavolino dei cibi. Il nome del catino, shâuti, sembra derivato da shâ, sabbia, e quello del vaso, hesmenyt, dal natron, hesmen. Probabilmente si metteva del natron nell’acqua del vaso e della sabbia nel catino. L’acqua per pulirsi la bocca era disinfettata con un altro sale detto bed. Con il nome di suabu, derivato da uâb, «pulito, puro», si indicava una pasta solidificata contenente una sostanza sgrassante e schiumosa, ad esempio della cenere o dell’argilla da spurgo.4
Dopo un primo lavaggio, gli uomini si affidavano al barbiere, al pedicure, al manicure, le donne al parrucchiere. Il risveglio del re era un avvenimento, a corte. I personaggi più importanti si facevano una gloria di assistervi e un merito di essere puntuali.5 Anche i visir, gli alti magistrati, i governatori avevano il loro risveglio cerimoniale. I fratelli e i clienti si radunavano intorno al capo. Gli scribi si accoccolavano per registrare gli ordini, con la penna alzata, o dispiegavano un lungo foglio di papiro che conteneva nomi, cifre, lavori fatti o da fare. Pedicure e manicure si impadronivano dei piedi e delle mani. Il parrucchiere radeva la barba e tagliava i capelli. Usava una lama a curve molteplici e a uncino, più comoda del rasoio in uso nell’Impero di Mezzo che aveva la forma di una cesoia da falegname. I rasoi venivano conservati in astucci di cuoio provvisti di un’ansa e gli astucci in eleganti cofanetti d’ebano dove prendevano elegantemente posto anche le pinze, le lime e le forbici del pedicure e del manicure.6 Il nostro personaggio usciva ben pulito, con la barba corta di forma squadrata e i capelli rasati o almeno rinfrescati. Era il momento di introdurre altri specialisti, esperti di droghe che portavano essenze e unguenti in vasi di cristallo, alabastro, ossidiana sigillati e, in sacchetti chiusi da un cordoncino, della polvere verde (malachite) e la polvere nera (galena) con la quale si truccavano gli occhi allungandoli secondo il gusto egizio.7
Così si difendevano anche gli occhi delicati dalle oftalmie provocate dal riverbero solare, dal vento, dalla polvere e dagli insetti.
I prodotti di bellezza abbondavano. Per combattere i cattivi odori del corpo nella stagione calda ci si poteva frizionare per più giorni di seguito con un unguento a base di trementina (sonté) e incenso (ânti) che si mescolava con semi non precisati e profumo. Altri prodotti dovevano essere applicati nei luoghi dove due parti del corpo si univano. C’erano prodotti per abbellire e rinnovare l’epidermide, per rassodare le carni e altri per combattere macchie e foruncoli del viso. Ad esempio per rassodare le carni si usava la polvere d’alabastro, quella di natron, il sale del nord mescolato con miele. Altre ricette sono a base di latte d’asina. Anche il cuoio capelluto era oggetto di cure continue. Si trattava di evitare i capelli grigi, di evitare l’ingrigimento delle sopracciglia, di combattere la calvizie, di farsi rispuntare i capelli. Per questa igiene era perfetto l’olio di ricino. Sappiamo anche di una ricetta contro la peluria e i peli superflui e di un’altra a disposizione delle donne che volessero far cadere i capelli della rivale.8
Un preparato particolarmente interessante, inserito alla conclusione di un trattato di chirurgia, ha un titolo abbastanza ambizioso: «Per trasformare un vecchio in un giovane». Ci si procurano degli spicchi di fiengreco (la helba araba). Quando sono secchi, li si perfora separando gli spicchi dai semi. Con questi semi e una eguale quantità di frammenti di polpa si fa una pasta e si fa evaporare l’acqua restante, si lava, si fa seccare il tutto. Se si impasta la polvere così ottenuta e la si riscalda, si vedrà che sulla superficie si formano delle piccole macchie d’olio. A questo punto si tratta di toglierlo, chiarificarlo e versarlo in un vasetto di pietra dura, ad esempio di ossidiana. Con questo prezioso olio si ottiene un incarnato perfetto; con lo stesso sistema scompaiono la calvizie, le macchie di vecchiaia, gli sgradevoli segni dell’età e i rossori spiacevoli che alterano la pelle.9
E un prodotto che è stato impiegato con successo milioni di volte. Ha il solo difetto di essere lungo da preparare, di poter essere ottenuto solo in piccole quantità e quindi di costare caro. I poveri andavano da un barbiere che operava all’aperto, sotto gli alberi. In attesa del turno, chiacchieravano o facevano un sonnellino senza nemmeno sdraiarsi, con la schiena curva e la testa fra le braccia, la fronte sulle ginocchia, qualche volta in due sullo stesso sgabello. Quando era il suo turno, il cliente si sedeva su uno sgabello a tre piedi e affidava la sua testa al barbiere che lo mandava via liscio come un ciottolo lavorato dall’acqua.10
La toilette delle donne agiate era un avvenimento importante, come quella dei loro mariti. Un bassorilievo ci fa assistere a quella di una favorita reale.11 La dama prende posto su una poltrona confortevole, con schienale e braccioli. Tiene in mano uno specchio composto da un disco di argento lucido con il manico d’ebano e oro a forma di colonna papiriforme. La pettinatrice intanto non rimane inattiva. Con dita sottili e agili confeziona una serie di treccioline, anche se i capelli della favorita sono piuttosto corti. Con una forcina d’avorio ferma le ciocche su cui non sta lavorando. Questo lavoro richiedeva tempo. Per far pazientare la signora, un servo le porta una coppa in cui versa il contenuto di una fiala. «Al tuo ka» le dice mentre la padrona porta la coppa alle labbra. Più modestamente, la moglie di Anupu, contadino piccolo proprietario, si acconcia da sola mentre il marito e il cognato sono nei campi: non ama essere disturbata. Se si alzasse potrebbe scompigliarsi l’acconciatura e dovrebbe ricominciare tutto da capo.12
L’abbigliamento
Mentre si procedeva alla sua toilette, l’uomo stava nella tipica tenuta da mattino, con la testa nuda, i piedi nudi, un corto perizoma e nessuno o pochi gioielli. Una volta completata la toilette, avrebbe potuto tenere il perizoma da mattino anche se doveva uscire, mettendosi però uno o più paia di bracciali, un anello e una collana a cinque o sei fili di perle chiusi da due fermagli a testa di falco. Aggiungendo un pendente di giada o di cornalina appeso a un lungo cordone il nostro Egizio era perfettamente presentabile e poteva andare a visitare le sue proprietà, ricevere uomini d’affari, andare in qualche ufficio. Poteva anche sostituire il perizoma con un gonnellino a sbuffo e calzare sandali.13 I sandali erano noti dalla più remota antichità ma si stava attenti a non usarli a sproposito. Il vecchio re Narmer camminava a piedi nudi scortato dai suoi camerieri, uno dei quali reggeva un paio di sandali. Uni prese delle misure per impedire ai soldati intenti al saccheggio di sottrarre i sandali dalle mani dei passanti.14 Dalle mani e non dai piedi. I contadini quando avevano una commissione da fare portavano i sandali in mano o appesi a un bastone e li indossavano una volta arrivati a destinazione. Durante il Nuovo Impero e in particolare sotto i Ramessidi se ne faceva maggior uso. Si facevano sandali di papiro intrecciato, di cuoio e addirittura d’oro. Dalla punta della suola partiva un cordoncino che passava fra il primo e il secondo dito e si univa, sul collo del piede, ad altre cinghie che formavano una specie di staffa e si annodavano dietro il tallone. Se la suola era d’oro, erano d’oro anche le cinghie. In questo caso dovevano rischiare di ferire chi portava quei sandali soprattutto se li portava solo ogni tanto.15 I papiri medici ci informano che gli Egizi avevano spesso mal di piedi.16
Alcuni uomini portavano vesti sostenute da bretelle che andavano dal petto alle caviglie ricadendo diritte e senza ornamenti.17 A questa tenuta austera, la maggior parte degli Egizi preferiva la veste pieghettata di lino che lasciava libero il collo, modellava il dorso e si allargava verso le braccia. Anche le maniche, piuttosto corte, erano svasate. Al di sopra di questa veste si annodava un’ampia cintura composta di una sciarpa pieghettata dello stesso tessuto disposta in modo che ricadesse formando una specie di grembiule triangolare. La tenuta di gala era completata da una grande parrucca arricciata che circondava bene la testa e dall’esibizione di lussuosi gioielli, collane e gorgere, pettorali a doppia catena, braccialetti ai polsi e ai bicipiti, sandali ai piedi.18
L’abbigliamento di una gran dama non era molto diverso da quello del marito. Comprendeva una sottilissima camicia e una sopravveste bianca pieghettata trasparente come quella degli uomini che si annodava sul seno sinistro e lasciava scoperto quello destro, aprendosi sopra la cintura e scendendo fino ai piedi. Le maniche adorne di frange lasciavano scoperti gli avambracci lasciando ammirare le mani lunghe e sottili e i polsi carichi di bracciali. Ce n’erano di molti tipi: rigidi con due placche d’oro cesellato unite da una cerniera. Anelli d’oro massiccio, cascate di perle, trecce o nastri d’oro. La parrucca arricciata copriva la schiena e le spalle e i capelli erano adorni di un bel diadema di turchese, lapislazzuli e oro splendente, annodato posteriormente con due cordoncini decorati da ghiandine. Sull’edificio complicato dell’acconciatura si reggeva in equilibrio, come per miracolo, un cono. Non ne conosciamo la composizione ma riteniamo che consistesse in una pomata profumata. Non era, però, appannaggio delle sole donne: anche gli uomini ne portavano spesso di simili.19
L’abbigliamento che abbiamo descritto era compatibile soltanto con l’ozio più assoluto. Il popolo dei lavoratori era vestito con abiti più pratici. I contadini, gli artigiani si accontentavano come un tempo di un perizoma semplice tenuto fermo da una cintura larga come una mano senza ricami né ornamenti e senza le ghiandine che abbellivano il perizoma degli Asiatici. Le persone di condizione modesta, però, amavano i gioielli e gli ornamenti come i privilegiati. In mancanza di quelli d’oro, portavano gioielli di ceramica o di bronzo. Le musiciste di professione portavano, come le dame, l’ampia veste trasparente oppure non indossavano niente altro che dei gioielli, collana, bracciali e orecchini e una cintura. Le serve di casa, che spesso è difficile distinguere dai bambini, giravano nude, soprattutto quando i padroni ricevevano degli invitati e all’ammirazione dei quali esse offrivano arditamente il loro piccolo corpo esile e agile.
Il cibo
Gli Egizi che conoscevano il valore della loro terra e non lesinavano nel lavoro, temevano la carestia. Sapevano che un’inondazione troppo debole o troppo violenta era seguita da cattivi raccolti. Il dovere principale de...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La vita quotidiana in Egitto ai tempi di Ramses
- Cronologia
- Prefazione. di Jean Yoyotte
- Introduzione
- I. L’abitazione
- II. Il tempo
- III. La famiglia
- IV. Le occupazioni domestiche
- V. La vita in campagna
- VI. Le arti e i mestieri
- VII. I viaggi
- VIII. Il faraone
- IX. L’esercito e la guerra
- X. Gli scribi e i giudici
- XI. L’attività nei templi
- XII. I funerali
- Abbreviazioni principali
- Bibliografia
- Copyright
Domande frequenti
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