La scelta di una madre
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La scelta di una madre

  1. 400 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La scelta di una madre

Informazioni su questo libro

Due donne, due madri, due famiglie. Madeleine ha un blog molto seguito in cui parla di maternità in tono ironico e dissacrante, Mamma matta. Tra ospitate in tv e contratti editoriali, la sua fama è in ascesa. Ha due figli, Clara di cinque anni e Jake di otto, e d'accordo con il marito Tom, spaventata dallo spettro dell'autismo, ha deciso di non vaccinarli. Dopo un viaggio in Florida, però, Clara si ammala di morbillo. Kate fa l'infermiera, è vedova e dalla morte del marito si dedica completamente alla sua bambina di cinque anni, Rosie. Piano piano riesce a ricostruire con lei un equilibrio fatto di abitudini e piccoli gesti, ma proprio quando a Kate sembra di poter tornare a respirare, anche Rosie si ammala. La diagnosi è morbillo, contro il quale la bimba, per una forma di allergia, non è vaccinata. Per la piccola, però, le complicanze mediche sono gravissime. È così che comincia lo scontro tra Kate e Madeleine, due madri come tante che loro malgrado si ritrovano capofila di schieramenti opposti, in una battaglia che si trascina fino alle aule dei tribunali. Un romanzo attualissimo e ricco di svolte inaspettate, che riflette sulle scelte impossibili cui ogni genitore è chiamato e cerca, senza dare giudizi sommari, di rispondere alla domanda più difficile: chi decide se una madre è buona o cattiva?

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Informazioni

1

Suona la campanella e con un tempismo perfetto cominciano a uscire tutti insieme, come un gregge in fuga.
Mentre mi faccio da parte per lasciar passare la prima ondata di bambini, tremando per il freddo e il vento di fine marzo, tiro fuori le mani dalle tasche e mi calco più forte il cappello di lana sulle orecchie, infilandoci dentro i capelli neri e sottili. Un’altra folata di vento mi sferza la faccia, e le guance diventano di un rosa ancora più acceso.
So che potevo restare in macchina al caldo, ad aspettare che Rosie, mia figlia di cinque anni, uscisse dalla scuola di Applewood dove fa la prima elementare. Ma noi due abbiamo un rituale tutto nostro, e l’inclemenza tipica del clima irlandese non riuscirà a modificarlo.
Ogni giorno la aspetto proprio fuori dall’edificio, lungo il vialetto d’ingresso che porta all’atrio principale. Nei mesi più miti facciamo la strada a piedi, poco meno di un chilometro fino alla casa in cui viviamo, a Knockroe, un paesino a circa quaranta minuti di macchina da Dublino.
Da quando Rosie ha iniziato la scuola, sette mesi fa, mi sono sempre fatta trovare al nostro solito posto. Ho deciso che la aspetterò sempre lì, almeno fino a quando non sarà lei stessa a dirmi che vuole tornare a casa da sola o con gli amici. Non sono uno di quei genitori ossessivi ma, costi quel che costi, farò in modo di esserci, a maggior ragione perché Rosie continua ad avere gli incubi dopo quel giorno all’asilo: il giorno in cui a prenderla non c’era nessuno.
Sono già passati quasi due anni da quell’evento fatidico, eppure sembra che sia successo solo ieri. Ho un brivido lungo la schiena, questa volta non per il freddo.
Quando Rosie andava all’asilo ci pensava mio marito Greg ad andare a prenderla. Lavorando da casa come progettista informatico freelance, aveva orari più flessibili e di solito riusciva a staccare dall’ufficio, allestito nella camera degli ospiti, per recuperarla. Io lavoro come infermiera nella clinica di una cittadina accanto alla nostra e ho ritmi meno regolari.
Mi sono sempre ritenuta fortunata ad avere un marito che poteva svolgere un ruolo così attivo durante l’infanzia di Rosie, soprattutto perché io ero piena di impegni e non potevo essere presente quanto avrei voluto.
Oggi i miei impegni sono cambiati.
Perché un giorno Greg non si è presentato come al solito alle 12:45 fuori dall’asilo. Non perché non volesse farlo, perché se ne sia dimenticato o perché fosse in ritardo, ma perché quella mattina in cucina, mentre si preparava una tazza di tè, ha avuto un collasso.
All’improvviso la morte si è portata via l’uomo della mia vita; questione di secondi, probabilmente lui non se n’è nemmeno reso conto.
Quel pomeriggio, quando la maestra dell’asilo mi ha chiamata sul lavoro per dirmi che a casa Greg non rispondeva, non sapevo ancora di essere diventata vedova. Ne ho avuto la terribile certezza solo più tardi.
Mentre gli telefonavo sul fisso e sul cellulare, cercando di capire cosa stesse succedendo, ricordo di essermi infastidita che Rosie e la maestra avessero dovuto aspettare. Ero irritata con Greg, mi chiedevo dove fosse e perché non rispondesse. Ho detto alla mia capa che dovevo andare a prendere mia figlia a Knockroe e portarla da suo padre, e che più tardi sarei rientrata per finire il turno.
Mi sono precipitata a scuola, mi sono scusata con la maestra e sono corsa a casa con la mia bambina. Solo allora mi sono resa conto che la mia vita non sarebbe più stata la stessa. Se solo potessi tornare indietro nel tempo ed entrare io in cucina per prima per impedire a Rosie di trovare suo padre immobile sul pavimento, lo farei.
Ma siccome è andata così e non c’è modo di cambiare il passato, farò di tutto per trovarmi sempre là, al suono della campanella, in modo che lei non debba temere la stessa sorte per sua madre. Per avere solo cinque anni e mezzo, ha già dovuto sopportare troppo.
Mia figlia è tutto per me, tutto quello che ho in questo momento.
Vedo avvicinarsi i compagni di classe di Rosie, e torno alla realtà, evito di entrare per l’ennesima volta in quell’oscuro vortice di pensieri che affiora quando rifletto sulla nostra vita senza Greg. Passo in rassegna il gruppetto dei bambini di prima elementare e scorgo subito il berretto verde bandiera di Rosie, a forma di testa di dinosauro. La mia piccola non è mai stata una fan delle principesse. La fanno impazzire i dinosauri, i lupi, i draghi – tutto ciò che è feroce e spietato – e forse ancora di più da quando è morto suo padre. Spesso mi chiedo se, nel suo piccolo, non tragga conforto dalla loro forza.
«Mamma!» fa lei, agitando la mano, come se non l’avessi ancora vista, i riccioli neri rimbalzano mentre cammina, gli occhi verdi sono spalancati dall’emozione. Sta trascinando il suo dino-zaino e mi avvicino per tirarlo su da terra. Non ho nessuna intenzione di comprarne uno nuovo a breve. Essendo rimasta sola, faccio tutto il possibile per evitare le spese inutili perché viviamo solo con il mio stipendio.
Anche se avevamo entrambi quasi quarantanni e lavoravamo tutti e due, rientravamo comunque in quel gruppo sempre più folto di famiglie irlandesi che non possono permettersi di acquistare una prima casa, e i soldi che avevamo risparmiato (non molti, a dire il vero, perché gli affitti a Knockroe non sono bassi) ora vanno nelle spese quotidiane, e in un fondo per gli imprevisti, in caso di necessità.
Di questi tempi credo ciecamente negli imprevisti.
«Ehi, tesoro» rispondo, avvicinandomi a lei. «Da’ qua, non trascinarlo.» Esuberante di natura, Rosie non ha molta cura delle scarpe e delle cose di scuola, e io sono sconcertata dalla velocità con cui i vestiti le diventano stretti. Mi prende la mano senza rallentare il passo e con fare sicuro prosegue verso la nostra Astra vecchia e malconcia, con me al seguito.
«Attenta a non mettere i piedi nel fango» le raccomando in automatico. «Perché non ti sei messa gli scarponi? Dove sono?» le chiedo osservando incredula le ballerine leggere che sfoggia in quel momento.
«Sono nella borsa. Non mi servono, tanto dobbiamo solo salire in macchina.» Fa spallucce e, per l’ennesima volta, resto sorpresa da quanto assomigli a Greg. Sempre paciosa e spensierata, mentre io sono più incline alle preoccupazioni.
Arrivate alla macchina apro la portiera per farla salire dietro. «Allacciati la cintura. Macchina o non macchina, tesoro, preferisco che tu ti metta gli scarponi con questo tempaccio. Non voglio che ti prenda un raffreddore e gli scarponi sono più caldi.» Chiudo la portiera e mi dirigo verso il lato del guidatore. Mentre salgo mi sfilo dalla tasca l’iPhone e glielo passo. «Prego, deejay» le dico anticipandola, perché so che quando è in macchina le piace mettere della musica, e che di solito opta per i classici del rock americano tanto amati da suo padre. «Allora, come è andata oggi a scuola?»
Avvio il motore ed esco dal parcheggio, col riscaldamento al massimo, Rosie mette Take It Easy degli Eagles e inizia a raccontarmi la sua giornata. Descrive tutto quello che le è successo, dalle nuove lettere dell’alfabeto che stanno imparando alla figura del brachiosauro che ha disegnato a educazione artistica. Commento con parole di incoraggiamento, ma poi lei dice qualcosa che mi agita.
«Poi Ellie è andata a casa dopo pranzo perché è malata.»
«Cos’ha?» le chiedo con aria indifferente. Ellie Madden è la compagna di banco di Rosie. Non che io sia ipocondriaca o simili – da infermiera non posso esserlo, altrimenti impazzirei – ma sto molto attenta alla salute di mia figlia, e anche a quella dei suoi compagni di classe.
Devo farlo.
«Ha la varicella» risponde Rosie in tono drammatico, ma senza distogliere lo sguardo dal mio iPhone.
“Varicella.” Mi sento subito più rilassata, benché dispiaciuta per la povera Ellie e i suoi genitori.
Queste malattie sono un normale rito di passaggio per i bambini in età scolare, in particolare nel periodo immediatamente successivo alle vacanze di Pasqua, quando l’infezione tende a dilagare tra gli amici e nelle famiglie dopo gli incontri legati alle feste. Ma la varicella Rosie l’ha avuta due anni fa, per cui non devo preoccuparmene. Eppure questo non vuol dire che posso stare tranquilla.
«Ah, ho capito. Chissà se in classe tua ce ne sono tanti che non l’hanno ancora avuta.» Provo a pensare ai poveri bambini della sua scuola che potrebbero prenderla, e ai loro genitori.
«La maestra Connely l’ha chiesto, dopo che ha visto i puntini sul collo di Ellie. Sono in pochi: Kevin, Abigail e Clara, credo. Io non posso prenderla di nuovo, vero?» Rosie alza lo sguardo dal cellulare con gli occhi preoccupati, mentre io svolto nel vialetto e parcheggio fuori dalla piccola casa a due piani in cui ci siamo trasferiti tutti insieme due anni e mezzo fa.
Scuoto la testa mentre scendo dall’auto e l’aiuto a prendere le sue cose.
«No, è impossibile» le confermo. «In realtà, tecnicamente puoi prenderla di nuovo da grande, ma si chiama fuoco di Sant’Antonio.» Rosie è di natura un tipo curioso e assorbe come una spugna fatti e nozioni generali. I miei genitori sono più tradizionalisti di me, vengono dal West Cork, e hanno sempre trovato strano che io e Greg le parlassimo con franchezza sin da piccola, invece di offrirle una versione semplificata delle cose, come facevano quelli della loro generazione.
«Meno male» dice lei entrando in casa, «non lo sopporto il prurito.»
Io e Greg ci siamo conosciuti a Dublino dove abbiamo vissuto e lavorato nei cinque anni di matrimonio prima che arrivasse Rosie, ma venivamo entrambi dalla provincia, e pensavamo che trasferirci in una comunità più compatta, in un contesto più rurale, avrebbe fatto bene a Rosie, in particolare con l’inizio della scuola. Così, quando mi hanno offerto un posto da infermiera in una nuova clinica a Glencree abbiamo deciso che la piccola e caratteristica Knockroe, a cinque miglia di distanza, sarebbe stata il luogo perfetto in cui mettere radici.
Il posto mi piace moltissimo, ma non mi sento ancora davvero inserita nella comunità, soprattutto avendo perso mio marito dopo nemmeno un anno da quando ci siamo trasferiti qui. Siccome lavoro nel paesino accanto, non mi sono fatta grandi amicizie tra gli abitanti di Knockroe, a parte gli altri genitori della scuola e alcuni vicini. Sono tutti gentili per lo più, ma tendono a lasciarmi alle mie occupazioni e siccome sono timida di natura, mi va bene così.
Negli ultimi sette mesi però, con i viaggi per accompagnare Rosie e per andare a riprenderla e con tutti gli eventi organizzati dalla scuola come lo spettacolo di Natale, le raccolte fondi e qualche sporadico compleanno o pomeriggio di giochi, sono stata costretta a uscire dal guscio.
Seguo Rosie dentro casa, vado dritta in cucina e appoggio le sue cose sul bancone. Sento i passi lungo le scale mentre sale in camera sua. Non l’ha mai ammesso, ma di solito evita di andare direttamente in cucina quando entra in casa. Non gliel’ho chiesto, ma immagino sia un meccanismo di difesa che ha sviluppato da sé, avendo dovuto gestire l’esperienza di quel giorno.
Apro il suo zaino e tiro fuori i libri, il cestino del pranzo e un paio di lettere della direzione indirizzate ai genitori. Eccola lì, ce n’è appunto una sulla varicella in cui chiedono alle famiglie di prestare attenzione. È simile a quella sui pidocchi che abbiamo ricevuto prima di Pasqua.
Le gioie delle elementari.
Ma tutti quei virus scolastici fanno emergere in me un’altra paura che si è temporaneamente assopita e a cui non voglio pensare. Non sopporto che qualcuno me lo ricordi, ma la verità è che Rosie non è vaccinata contro nessuna di quelle tipiche malattie infantili: orecchioni, morbillo e simili.
Ho scoperto molto presto che quando uno rivela una cosa del genere al personale sanitario, ai dirigenti scolastici o, peggio ancora, agli altri genitori, viene subito giudicato. Bollato come irresponsabile, stupido, un emerito imbecille.
Ma la verità è che Rosie è gravemente allergica alla gelatina contenuta in gran parte dei vaccini vivi.
Io e Greg l’abbiamo scoperto quando ha avuto una reazione cardiorespiratoria terribile al primo ciclo di vaccinazioni. Ci siamo trovati davanti a una scelta difficilissima, eravamo tra l’incudine e il martello.
Se non la vaccinavamo, nostra figlia poteva rischiare la vita, ma se la vaccinavamo il rischio era garantito.
Come ti muovi sbagli.
Così, dopo interminabili ricerche, esami di coscienza e infine su consiglio del nostro medico di base, non ci è rimasta altra scelta che non sottoporla al programma di vaccinazione standard e sperare che avrebbe prevalso l’immunità di gruppo.
È per questo che sto così attenta agli avvisi sulle malattie infettive che arrivano da scuola. Non posso permettermi di non esserlo.
Proteggerla è compito mio.

2

«Clara Rose e Jake Alan, sbrigatevi voi due, dobbiamo andare!» urla Madelei...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La scelta di una madre
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
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  14. 11
  15. 12
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  17. 14
  18. 15
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  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. 51
  55. 52
  56. 53
  57. 54
  58. Epilogo
  59. Ringraziamenti
  60. Copyright