Everest. Alba di sangue
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Everest. Alba di sangue

  1. 500 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Everest. Alba di sangue

Informazioni su questo libro

Per come Dan Simmons ha concepito questo romanzo, verrebbe da pensare più a un genio del male che a uno scrittore. Con quale delizia ha costruito una macchina a orologeria che, nei momenti dovuti, inizia a fare scattare i suoi micidiali meccanismi. Tre alpinisti, nel 1925, raggiungono l'Himalaya per portare a termine la scalata dell'Everest. Ma non tutto è come sembra. Ognuno di loro ha un diverso progetto che è convinto, crede, di poter perseguire. Uno vuole davvero arrivare in cima, un altro ha promesso a una vecchia signora di trovare il corpo del povero nipote morto nel ghiacciaio, un altro ancora sembra avere una misteriosa intesa con una donna bellissima, comparsa improvvisamente al campo base. Nessuno di loro, però, ha fatto i conti con l'Eterna Signora dei Ghiacci, la Montagna del la Morte. Il freddo inizia a svolgere i l suo inesorabile lavoro: il moschettone gelato non si riesce ad aprire, la piccozza si incastra, il ghiaccio diventato nero per il sangue degli scalatori che non ce l'hanno fatta amplifica sguaiatamente il terrore e imprigiona qua e là una mano, un pezzo di corpo, una borraccia. Gli sherpa insistono nel non voler proseguire, raccontano la leggenda di bestie orrende avvistate in quei canaloni… Un giallo appassionante, ma anche un grande romanzo su come la natura possa essere affascinante, complessa e crudele. Dan Simmons si conferma, ancora una volta, l'inventore di una storia e di un'avventura indimenticabili, che affondano le proprie radici nell'inconscio dei personaggi e, come attraverso uno specchio deformante, fanno riaffiorare le nostre paure più vere.

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Informazioni

Print ISBN
9788845194429
eBook ISBN
9788865971116

PRIMA PARTE

Gli scalatori

La vetta del Cervino offre scelte molto chiare:
un passo falso a sinistra e muori in Italia,
uno a destra e muori in Svizzera

Veniamo a conoscenza della scomparsa di Mallory e Irvine sull’Everest mentre stiamo pranzando sulla vetta del Cervino.
È una splendida giornata di fine giugno del 1924 e la notizia spicca sulla prima pagina di un quotidiano inglese di tre giorni prima che qualcuno, nella piccola locanda di Breuil, ha usato per incartare i nostri panini con roastbeef e rafano. Senza saperlo, ho portato nello zaino questa notizia – che avrebbe presto gravato sui nostri cuori come un macigno – fino alla cima del Cervino, insieme a un otre di vino, due bottiglie d’acqua, tre arance, una trentina di metri di corda e un grosso salame. Non notiamo subito l’articolo che cambierà la nostra giornata. Siamo troppo presi dalla vetta e dal panorama.
Per sei giorni non avevamo fatto altro che scalare e riscalare il Cervino, evitando la vetta per ragioni note soltanto al Diacono. Eravamo partiti da Zermatt per esplorare la cresta dell’Hörnli – lo stesso itinerario seguito da Whymper nel 1865 – evitando le corde fisse e i cavi metallici che solcano la pelle della montagna come cicatrici. L’indomani avevamo fatto la traversata per scalare quella di Zmutt. Il terzo giorno, che era stato particolarmente lungo, eravamo saliti di nuovo dal versante svizzero fino alla cresta dell’Hörnli, attraversando la friabile parete nord poco sotto la vetta che il Diacono ci aveva vietato, per poi scendere dal crinale italiano e, al tramonto, rientrare al campo base sui prati d’altura a sud, verso Breuil.
Solo il quinto giorno mi accorsi che stavamo ripercorrendo i passi di chi aveva reso famoso il Cervino – l’intrepido artista-alpinista Edward Whymper e i suoi tre compagni di cordata inglesi: il reverendo Charles Hudson («il cappellano militare della guerra di Crimea»), il suo pupillo di diciannove anni Robert Hadow e lord Francis Douglas (un giovane baldanzoso che aveva appena superato brillantemente i test d’ammissione all’esercito britannico), figlio dell’ottavo marchese di Queensberry e alpinista neofita. Insieme a questo gruppo di scalatori, con esperienze e capacità così diverse, c’erano tre guide: Peter «il Vecchio» Taugwalder (che aveva soltanto quarantacinque anni ma era già considerato un veterano), Peter «il Giovane» Taugwalder (ventun anni) e Michel Croz (trentacinque), che vantava una lunga esperienza di arrampicate. In realtà, il solo Croz sarebbe stato sufficiente, ma Whymper aveva promesso un impiego ai Taugwalder, e l’alpinista inglese manteneva sempre la parola, anche a costo di rallentare la spedizione.
Le nostre tende – le chiamavano ancora Whymper perché erano state disegnate da lui appositamente per questa montagna – erano piantate sui verdi prati sopra i ghiacciai inferiori, e al crepuscolo, a volte anche col buio, tornavamo al campo per consumare un pasto leggero, chiacchierare attorno al fuoco e sprofondare per qualche ora nel sonno prima di alzarci e riprendere ad arrampicare.
Scalammo la cresta di Furggen, ma scegliemmo di aggirare gli impressionanti strapiombi vicino alla cima. Non fu però una sconfitta: per molto tempo avevamo passato in rassegna i possibili approcci a quel picco mai conquistato e avevamo capito di non avere né l’attrezzatura né le capacità per affrontare la diretta. La nostra scelta di non rischiare la vita in un’impresa impossibile – considerate le attrezzature e le tecniche del 1924 – mi riportò alla mente il mio primo incontro con il trentottenne inglese Richard Davis Deacon e il venticinquenne francese Jean-Claude Clairoux alle pendici dell’inviolata parete nord dell’Eiger, la mortale Eigerwand. Ma questa è un’altra storia.
Dopo quell’incontro, Deacon – noto come «il Diacono» ai suoi molti amici e compagni di cordate – e Jean-Claude, che era appena diventato una guida ufficiale di Chamonix, avevano deciso di portarmi con loro per qualche mese sulle Alpi. Non avrei potuto immaginare un regalo più bello. Gli anni di Harvard erano stati importanti, ma quei mesi con il Diacono e Jean-Claude, che ben presto avrei chiamato «J.C.», furono l’esperienza più divertente e ardua della mia vita. Almeno fino all’incubo dell’Everest…
Gli ultimi quattro giorni compimmo un’ascensione parziale della parete ovest del Cervino e poi ci calammo a corda doppia lungo l’insidiosa parete nord, uno dei luoghi più pericolosi delle Alpi (Franz e Toni Schmid l’avrebbero scalata sette anni più tardi, dopo aver bivaccato una notte in parete. Sarebbero arrivati in bicicletta da Monaco e dopo l’ascensione-lampo sarebbero rimontati in sella e tornati a casa).
L’ultimo giorno esplorammo alcune vie sull’inespugnabile «Naso di Zmutt», sulla parete nord, per poi passare sul versante italiano; quando il Diacono, con un cenno del capo, ci autorizzò a scalare gli ultimi trenta metri, arrivammo finalmente sulla stretta cima, in questa splendida giornata di fine giugno.
Dopo esserci imbattuti in temporali, grandinate, nevicate improvvise e bufere di vento, oggi il cielo è limpido e la temperatura mite. Il vento è così debole che il Diacono riesce ad accendere la pipa con un solo fiammifero.
La vetta del Cervino è una sottile cresta lunga circa 90 metri, che collega la più bassa e larga «cima italiana» alla più alta e stretta «cima svizzera». Il versante italiano è una parete di roccia che scende a picco per 1200 metri, quello svizzero un ripido pendio nevoso costellato di creste di roccia. Negli ultimi nove mesi il Diacono e Jean-Claude mi avevano insegnato che tutte le montagne impongono delle scelte. La vetta del Cervino offre scelte molto chiare: un passo falso a sinistra e muori in Italia, uno a destra e muori in Svizzera.
La cresta non è esattamente una «lama di coltello», come amano definirla i giornalisti. Le impronte dei nostri scarponi lo confermano: se fosse una vera lama di coltello, le orme sarebbero visibili su entrambi i versanti poiché la tecnica migliore per attraversarla è arrancare lentamente come una papera, con una gamba su un lato e una sull’altro. Procedendo così, se Dio lo vorrà, un passo falso potrà costarti soltanto un trauma ai testicoli e non un volo nel precipizio.
Una cresta leggermente più larga permette invece di fare quello che Jean-Claude chiama «il salto della corda». Bisogna legarsi ai propri compagni di scalata e, quando uno davanti o dietro a te scivola di lato, devi subito saltare da quello opposto per poi restare entrambi sospesi nel vuoto nella speranza che: a) la corda non si rompa e b) il tuo peso bilanci il suo.
Funziona. Ci eravamo allenati sul Monte Bianco. Ma là, se sbagliavi o si rompeva la corda, c’era uno scivolo di neve di 15 metri, non un salto di 1200.
Io sono alto un metro e ottantasette e peso novantanove chili, e quando facevo «il salto della corda» con il povero Jean-Claude (che era più basso e magro di me), la logica avrebbe voluto che lui volasse sopra la cresta, come un pesce preso all’amo, e precipitassimo entrambi lungo il pendio, ma lui portava sempre lo zaino più pesante (ed era anche il più veloce e il più abile con la piccozza da ghiaccio), ed eravamo quindi sempre riusciti a bilanciarci: la corda tesa affondava nel cornicione di neve finché non trovava la roccia o il ghiaccio.
Ma, come ho detto, la cresta sulla vetta del Cervino è un boulevard parigino in confronto a una lama di coltello: larga abbastanza per camminarci sopra in fila indiana e – se siete molto coraggiosi, estremamente esperti o del tutto irresponsabili – con le mani in tasca e la mente immersa in altri pensieri. Proprio quello che sta facendo il Diacono, che si muove avanti e indietro sullo stretto passaggio fumando la sua vecchia pipa.
Il Diacono può restare in silenzio per giorni interi, ma questa mattina sembra particolarmente espansivo. Sbuffando fumo, ci fa segno di seguirlo fino a dove possiamo vedere il versante italiano, affrontato dalla maggior parte dei primi scalatori, compreso Whymper, che però, al momento dell’ascensione decisiva, scelse quello svizzero, apparentemente più difficile ma in realtà più facile per l’angolazione dei lastroni di roccia.
«Carrel e i suoi compagni passarono di qui» dice il Diacono, indicando un tracciato a un terzo del percorso. «Dopo tutti quegli anni di sforzi, Whymper ha raggiunto la vetta due o tre ore prima del suo vecchio amico dall’altro versante.»
Sta parlando dell’italiano Jean-Antoine Carrel, amico, rivale ed ex compagno di scalate di Whymper. Il giorno in cui l’inglese conquistò la vetta era infatti tallonato dalla spedizione di Carrel, che cercava di batterlo sul tempo: era il 14 luglio 1865.
«Perché Whymper e Croz non li hanno fermati lanciando delle pietre?» chiede Jean-Claude.
L’altro lo squadra per capire se sta scherzando e poi scoppiano a ridere tutti e due.
Il Diacono indica la parete di roccia alla nostra sinistra. «Whymper voleva attirare l’attenzione di Carrel. Urlò e gettò dei sassi dalla parete nord, non verso la cresta sulla quale si stavano arrampicando gli italiani, naturalmente. Ma a Carrel e ai suoi dovettero sembrare comunque colpi di cannone.»
Abbassiamo gli occhi, come se vedessimo la guida italiana e i suoi compagni guardare verso l’alto, amareggiati e sconfitti.
«Carrel riconobbe gli ampi pantaloni bianchi di Whymper» racconta il Diacono. «Pensava gli mancasse un’ora o poco meno alla vetta, aveva già superato i punti più impegnativi ma, quando vide Whymper, fece dietrofront e scese insieme ai suoi compagni.» Aspira una lunga boccata dalla pipa e osserva le montagne, le valli, i prati e i ghiacciai sotto di noi. «Carrel scalò il Cervino due o tre giorni dopo, sempre dal versante italiano» dice sottovoce, quasi parlando a se stesso, «aprendo per primo quella via dopo la netta vittoria degli inglesi.»
«Una vittoria netta, oui… ma tragica» commenta Jean-Claude.
Raggiungiamo gli zaini, appoggiati a una roccia all’altra estremità della cresta. Jean-Claude e io tiriamo fuori il cibo per il pranzo. È il nostro ultimo giorno sul Cervino e potrebbe pure essere l’ultimo in cui ci arrampichiamo insieme… anche se spero ardentemente che non lo sia. Vorrei trascorrere il resto del mio Wanderjahr europeo scalando le Alpi con questi nuovi amici. Ma il Diacono ha degli affari da sbrigare in Inghilterra e Jean-Claude deve partecipare all’assemblea annuale delle guide di Chamonix.
Scaccio questi tristi pensieri di addii e separazioni e guardo di nuovo il panorama. I miei occhi hanno più fame della mia pancia.
Non c’è nemmeno una nuvola. Le Alpi Marittime, 200 chilometri a sud, sono chiaramente visibili. La Barre des Écrins, conquistata da Whymper e Croz, si staglia imponente contro il cielo come i fianchi di un’enorme scrofa bianca. Voltandomi verso nord, vedo gli alti picchi dell’Oberland. A ovest, il Monte Bianco sovrasta le vette più basse, il riflesso del sole sui ghiacciai è così forte che devo strizzare gli occhi. A est i pinnacoli digradano all’orizzonte. Alcuni li ho scalati insieme ai miei compagni in questi ultimi mesi, altri aspettano di essere conquistati e altri ancora non lo saranno mai.
Il Diacono e Jean-Claude addentano i panini e bevono dalle borracce. Mi riscuoto dai miei sogni e mangio anch’io. Il roastbeef freddo è delizioso. Il rafano e il bagliore del Monte Bianco mi fanno lacrimare gli occhi.
Nel frattempo, contemplo il panorama che Whymper ha celebrato nel suo libro Scalate nelle Alpi. Ricordo perfettamente le pagine che ho letto ieri a lume di candela nella tenda sopra Breuil, le parole con cui viene descritta la vista dalla vetta del Cervino il 14 luglio 1865, la stessa che sto divorando con gli occhi in questa tarda mattinata: «C’erano oscure foreste nere, vividi prati ridenti; salti di cascate e acque immobili nei laghi; terre fertili e distese selvagge; pianure soleggiate e gelidi plateaux. C’erano le forme più irregolari e i profili più aggraziati, ardite pareti di roccia verticale e gentili pendii ondulati; montagne rocciose e montagne innevate, umili e solenni, o bianche e lucenti, con muraglie, torri, pinnacoli, piramidi, cupole, coni e punte! C’era ogni tipo di combinazione che l’universo possa offrire, e ogni genere di contrasto che il cuore possa desiderare».
Come molti altri scalatori della seconda metà dell’Ottocento, l’età d’oro dell’alpinismo, Edward Whymper era un incorreggibile romantico. Anche io lo sono. Fa parte della mia natura. E benché mi sia laureato in Letteratura inglese ad Harvard per scrivere libri di viaggio e romanzi nello stile asciutto dei narratori moderni, scopro ora che la florida prosa ottocentesca di Whymper mi commuove fino alle lacrime.
Quelle parole scritte più di cinquant’anni fa dal sentimentale Edward Whymper mi vibrano nel cuore e il panorama che le ha ispirate mi riempie l’anima. Il grande alpinista aveva venticinque anni quando scalò per la prima volta il Cervino, io ne ho compiuti ventidue da poco. Mi sento molto vicino a lui e a tutti gli scalatori – alcuni cinici incalliti, ma altri romantici come me – che hanno guardato a sud, verso l’Italia, da questo trono di roccia.
Nel corso degli ultimi mesi in cui ho scalato le Alpi con Jean-Claude e il Diacono, dopo ogni ascensione ci sono state lunghe chiacchierate, momenti in cui ho potuto chiedere quello che volevo sull’alpinismo e sulle montagne. Tra di noi lo chiamavamo catechismo. Al mio arrivo in Europa dagli Stati Uniti, ero un discreto scalatore; sotto la guida gentile, a volte scherzosa ma mai pedante, di Jean-Claude e del Diacono stavo diventando un alpinista di prim’ordine. Ero entrato a far parte di una confraternita molto ristretta. Ma soprattutto, loro due mi avevano insegnato...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. PRIMA PARTE - Gli scalatori
  5. SECONDA PARTE - La montagna
  6. TERZA PARTE - L’Abominevole
  7. EPILOGO