Chiara lo sa: l'amore guarisce qualsiasi ferita, asciuga ogni lacrima, riassesta le ammaccature dell'anima. Fin da bambina, glielo avevano insegnato i suoi due papà, Giancarlo e Angelo, allevandola a poesia e Galatine, tolleranza e Natale-tutto-l'anno. È grazie a questa palpitante certezza che Chiara riesce di nuovo a sorridere alla vita dopo che babbo Giancarlo ha lasciato per sempre lei, papà Angelo e tutta la loro variegata famiglia di zie eccentriche, Supreme e amiche tatuate. La crisi con Federico, per fortuna, è superata e insieme hanno eletto a loro nuovo nido il Voilà, quella casa nel Ghetto di Roma che tanto era già stata importante per Giancarlo e Angelo. Federico ne adora il bagno per via della carta da parati verde in rilievo, Chiara ci sente tutto il calore di un grembo in cui mettersi in posizione fetale.Ma la vita è un susseguirsi di scherzi, dispetti e imprevisti, e nessun luogo, nemmeno il Voilà, può dirsi sicuro. Un venerdì, infatti, mentre Angelo come d'abitudine frigge triglie per tutti, suona alla porta Eleonora, la mamma-non mamma di Chiara. Con sé ha un trolley e un motivo segreto per cui ha abbandonato Londra. E ora si installa proprio al Voilà. Muta, immobile, rigida presenza. Ingombrantissima, assordante. Ma che cosa vorrà? Sciuperà il germoglio di felicità appena spuntato tra Chiara e Federico? Porterà con sé altre sciagure?Dopo lo straordinario successo di Non parlare con la bocca piena che ha rivelato il generoso talento narrativo di Chiara Francini, prosegue in questo romanzo la storia di Chiara e degli altri personaggi in una trama sorprendente che va ad arricchirsi di temi e protagonisti nuovi. I lettori vi troveranno non solo le ruvidità e la dolcezza di un rapporto madre-figlia che nasce, ma un'improbabile combriccola femminile che si riscatta con l'azzardo, colpi di scena e tutto un caleidoscopio di emozioni raccontate con sensibilità e ironia. E una conclusione che fa bene: «Condividere è come il lievito. Fa la felicità profumata e croccante».

- 304 pagine
- Italian
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Mia madre non lo deve sapere
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LiteratureCategoria
Literature GeneralIl burraco
Il Circolo della Caccia.
Eccolo.
Eccole.
Eccoci.
Novantasei colonne accoppiate dentro al cortile. Colossali statue ellenistiche, il Ninfeo e le tre fontane in mostra con il bagno di Venere.
E poi quello scalone: inquietante e lucidissimo.
A guardarlo da giù, da dove loro sono sempre state, il Circolo sembra cattivo, languido e animato da un andirivieni continuo e affannoso di fattorini carichi di piante fiorite, scatoloni zeppi di fiaccole e tazze da consommé.
Vilma, ben riscaldatasi nel tragitto, si prepara a eseguire una delle sue complicate manovre fisiche: salirà con Egle. In spalla.
Senza mostrare alcuno sforzo se non gratitudine.
Eleonora, dalla veletta lilla, conta, controlla, tossisce, ragguaglia, intima: lei, vessillo, bandiera e gendarme di quelle Ancelle ormai divenute Gran Dame.
Per prima, come in una storia di intrighi e identità scambiate, tipo mutande in una lavatrice, superato cortile e scalini, arriva alla porta, retta da due valletti in polpe.
Si ferma. Si gira. Guarda tutte. Annuisce.
Quell’assenso diventa inchino.
Passa.
Passano tutte.
Sono dentro.
Il Circolo della Caccia è loco tanto suggestivo quanto elitario. Pauroso, terrificante e magnifico. Come le cattedrali gotiche, in cui, qualunque cosa tu sia, puoi sentirti solo un peccatore.
Fa sfoggio di saloni affrescati, di marmi e legni, e si accoccola al piano nobile, nomen omen, del cinquecentesco Palazzo Borghese, disegnato dal Vignola.
È il circolo più antico di Roma, fondato nel 1869 e riservato esclusivamente ai nobili. Ai ricchi. A pochissimi.
Eleonora aveva più volte raccontato alle Ancelle piena di brividi di piacere, come nelle votazioni d’ammissione al Circolo un “no” annullasse cinque “sì” e aveva precisato: «un mio “no” invece, annulla tutto».
«Il Circolo» aveva proseguito altolocata «è tradizionalmente legato all’aristocrazia bianca, a differenza del Circolo degli Scacchi, o degli “Stracci”, così detto perché pieno zeppo della povertà di certi nobili decaduti. Circolo, questo, da sempre feudo dell’aristocrazia nera papalina. Il nero sfina tutti, il bianco è per pochi, si sa» aveva concluso sazia.
Questa sera Eleonora, oltre alla veletta e al cappello lilla, indossa un abito cipria e avorio. Cattivo. Impenetrabile e vincente.
Le Ancelle sono confezionate con gli ultimi avanzi delle collezioni passate donate dalla Signora del Negozio Abbigliamento Donna.
Eleonora era riuscita ad addobbare creazioni assolutamente perfette.
«Eleganza è sinonimo di classico. E il classico è fuori moda, per natura. Non sarebbe classico. Si chiamerebbe moderno. Una sciarpa di ciniglia fa subito copricapo berbero. Un prendisole color bruciato, se sottoposto e accostato a una finta pelle verde marcio con pelo a boccoli, fa subito Mongolia. Alta Mongolia» aveva detto quando qualcuna si era lamentata degli spilli idonei a comporre quei pezzi unici.
Egle in particolare si era assai risentita che le fosse stato fornito solo un plaid tartan e un dolcevita nero. «Starai seduta tutta le sera. E oltre. Non sprechiamo stoffa e tempo prezioso» aveva detto Eleonora passando a fasciare il punto vita di Zia Bebè con del Domopack.
Le Ancelle sembrano manichini di negozi di tessuti. Gran sera davanti. Pezzi di scampoli appiccicati con gli spilli dietro.
Questo spiega assai bene l’andamento in fila indiana con cui avanzano.
Eccole, sfilano davanti ai ritratti blasonati di Re e Principi.
Carmela quasi apre bocca per la gioia di aver intravisto un ritratto di Duca o nobiluomo della Rumenìa. Eleonora la fulmina con un sottilissimo colpo di tosse. Malvagio.
Pellicce. Tante. Vere. Brillantina. Lacca d’annata.
Un collasso uno.
Due caftani due.
EdVard seduto al tavolo, con quell’indiano.
La guarda come si fossero dati appuntamento a quello spigolo di tavolo.
Eleonora traballa nelle scarpe, si avvicina con la nuca e sibila: «Cosa sei venuto a fare?». E guardando Asib fulminea: «Tu lo so. A dare una mano con il consommé».
«Mi sei mancata, Eleonora» EdVard le tocca un guanto.
«Pensa, io non mi manco per nulla.»
«E io ti sono mancato?»
«Purtroppo sì.»
«Sono venuto per vincere», continua calmo come un lago, «e per riportarmi a casa un bel tesoro. Esattamente come te.»
Eleonora impercettibilmente mossa nella veletta: «Ti saluto. Mi avvio al bagno. Spero che tu, Asib, lo abbia pulito a dovere. Altrimenti non capisco cosa abbiano chiamato a fare rinforzi da Londra?» e sfila via, scossa, come dopo un bacio al gioco della bottiglia sulla spiaggia.
EdVard sorride e fa volare uno schiocco che fa trampolino su indice e medio insieme. Eleonora sta già camminando attigua alle Ancelle che si preparano a posizionarsi. Bisbiglia: «Alla fine della prima manche vi attenderò in toilette. Dove voglio solo sentire un fruscio. Non di scampoli. Ma di carta. Ben esibito».
E va.
Vincono.
Maledettamente.
Vincono.
Diademi che cadono dalle teste coronate a ogni mugolio. A ogni guscio. Perché poi alla fine Carmela uno in tasca se l’era portato.
Zia Bebè sotto il tavolo tiene i piedi in quinta posizione. Le porta fortuna.
Vincono.
Come dannate.
Vincono.
Come benedette.
Siamo a metà serata. Siamo a metà dell’opera.
Si spostano in bagno come compite tesserine di un effetto domino che termina alle spalle di Eleonora.
Eccole, geishe gentili e difettose che si stringono vicine l’una all’altra intorno a un cesso.
Eleonora le sta aspettando.
Si ritocca il maquillage. Ovvero. Senza alzare la veletta vaporizza qualcosa che sa di rosmarino.
«Ricche. Siamo diventate ricche!» esclama Carmela sfregandosi l’uovo sulla gota.
«Cos’è una rosticceria o qualcuno ha tirato un peto dopo essere stato in rosticceria?» Egle dal basso della sua carrozzina e dall’alto dei suoi sensi.
Eleonora smette di spruzzare.
L’effetto del vapore che permane regala un’immagine sospesa.
«Bene, sì. Ma non perdiamo questo prolifico status quo.»
Pausa.
«Secondo voi perché i negri si abbronzano?» Chiede Eleonora.
Le Ancelle tra gli effluvi cercano nello specchio una risposta.
«Perché sono perfezionisti» conclude voltandosi tra le emanazioni acquose.
«Siate come i negri.»
«Ma cosa c’è? Vorremmo vederti più felice!» urla Zia Bebè terminando con un inchino.
«Lo sono. Ma non esageriamo. Donne come me sono ben complesse. Non basta il solo denaro.»
«Ah no?» domanda Ermenengarda, con una complicata crocchia apparecchiata all’ucraina da Giocastra.
«Proprio tu!» guardandola con occhi di fessura.
«Io? Ma in coppia con Egle ho vinto la mano più fortunata!» colpita risponde la portinaia.
«Tu la sfortuna ce l’hai in grembo. Ed è diventata anche la mia, di sfortuna. La nostra.»
Tutte tacciono.
C’è qualcosa di incrinato in Eleonora. Qualcosa di macchiato, sbeccato, disarmonico, di non filologico alla sua natura color cipria.
Qualcosa le pesta il cuore.
Forse l’aver visto EdVard?
Forse il timore di non poter salvare il Voilà?
Forse l’aver sacrificato la felicità della figlia con quel suo primo e unico consiglio da madre?
«Tuo fratello Alfio sta portando via la casa a Chiara» dice diritta e salata.
Ermenengarda abbassa sguardo e crocchia.
«Le ha chiesto cinqu...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Mia madre non lo deve sapere
- La gattona e la Scandinavia
- Rumenìa, Ucraina e Filippina
- Cesso, carta da parati e Dio
- Alici con la panna
- “Via, via, via, via!”
- EdVard
- I pensieri a pranzo
- Ermenengarda
- Il tè con l’amido
- Nove di gennaio Duemilaesedici
- Post-it sulla porta della camera da letto
- Sta in punta
- Felicità e ustioni
- Quindici di gennaio Duemilaesedici
- Uccelli e burraco
- Il lurido Alfio, la rosa Bea, la bianca Blanche e la raccomandata
- Diciotto di gennaio Duemilaesedici
- Le Ancelle del panno verde
- Post-it in frigo sopra yogurt malto aperto
- Canapa, grasso, carne e Guttalax
- Egle, Carmela, Giocastra e Vilma
- L’ingiustizia
- Ventuno di gennaio Duemilaesedici
- Sciacquone
- Vafangul America
- A che ce serv o’ mar?
- A che ci serve il mare?
- Post-it dentro cassetto mutande
- Il giallo della notte
- Post-it sul frigo
- L’anno bisestile
- Ventinove di gennaio Duemilaesedici
- Fino a tardi le piace di più
- Post-it sul telecomando
- Mal di pancia, smerli e Saba
- Post-it sull’abat-jour dalla parte di Chiara
- Chiedi a un gatto
- Post-it sul pulsante del WC
- London calling
- Il Clow Contento e Il Piccolo Principe
- Te l’ho detto?
- Post-it sulla porta di casa
- Prospettiva e culo
- Salopette
- Dodici di febbraio Duemilaesedici
- Pakistan e sgroppini
- Post-it sul barattolo dello zucchero
- Cin cin a colazione
- Allora, ti aspetto?
- Post-it sulla porta, all’interno
- Giornata piena di valigia. Piena
- Ventinove di febbraio
- Post-it su Agata junior
- Chiudete le tende
- Primo di marzo Duemilaesedici
- Il burraco
- Post-it sul Guttalax
- Mia madre non lo deve sapere
- Post-it sul rotolo della carta igienica
- La Madonna ed Eleonora
- Post-it sulla sua propria cipria
- Io e te adesso
- Mamma e Chiara
- 9 mesi dopo. In 16
- Venti di dicembre Duemilaesedici
- Post-it sulla culla
- Ringraziamenti
- Indice
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