Ti chiami lupo gentile
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Ti chiami lupo gentile

  1. 208 pagine
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Ti chiami lupo gentile

Informazioni su questo libro

Litorale romano. Piccola delinquenza, piccola criminalità, piccole estorsioni. Affidate a bande di ragazzi — a volte poco più che bambini — che credono solo in una legge: quella del più forte. Claudio non è diverso. Anche lui, per obbedire al padre, e perché cosìì si fa, incendia, ruba, taglieggia. Però ha un suo senso della giustizia. E un amore che potrebbe salvarlo. Forse. Se tutto non si ridurrà a una rissa sulla spiaggia a colpi di coltello — per capire, ancora una volta, chi è il più forte.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2018
eBook ISBN
9788858693612
Print ISBN
9788817101967

XI

Più tardi, al bar, si ritrovò Zagaja tra i piedi. «’a Cla’, s-s-sei s-s-s-tato grande!»
Lui non gli rispose. Si limitò a guardarlo con aria interrogativa.
«Al S-s-s-orcio, dico, l’hai fatto nero…»
«Se l’è cercata.»
«S-s-sì, però adesso va cercando rogna.»
«Ancora?»
Zagaja fece di sì con la testa.
«E che, de no? Pare ’na biscia incazzata.»
«L’ho visto. Gli passerà.»
Zagaja restò a pensare un momento.
«Mica vero. Quello, appena capita…»
Ma che voleva Zagaja? Parlasse chiaro, no?
«Che fa?»
«Combina un guaio.»
«Peggio per lui.»
«No. A te co-co-combina un guaio.»
«Sai che paura!»
Zagaja si fece serio.
«Il Sorcio lo sai com’è fatto.»
«Lo so e lo tengo d’occhio.»
«L’occhio tuo non c’arriva.»
«Dove?»
Zagaja fece un gesto vago.
«Te fidi?»
«No.»
La risposta secca di Claudio sembrò colpire Zagaja come uno schiaffo.
«Perché?»
«Perché fino a ieri eri amico del Sorcio, senza discussioni. E adesso lo butti a mare e vieni da me.»
«Il Sorcio è les-s-s-so.»
«Appunto. Se tu sei amico suo…»
«Io s-s-s-to con que-que-lli che vincono.»
Zagaja non era amico di nessuno, solo di se stesso. Che aveva da rimproverargli se lo diceva, così, con naturalezza? Aveva capito i giochi, e tra il Sorcio e Claudio era quest’ultimo che vinceva. Così gli si metteva a fianco.
Claudio non ce lo voleva vicino uno come Zagaja. Però poteva essergli utile. L’odio negli occhi del Sorcio se lo ricordava bene. E non gli era piaciuto. Doveva difendersi dai suoi colpi bassi. Doveva affidarsi, anche se con cautela, a Zagaja, sapendo che era un voltagabbana.
«Sei sempre pronto a rivolta’ la casacca, eh?» gli disse con disprezzo.
«Se vale la pena.»
«Se vale la pena… già. Allora, che c’ha in mente il Sorcio?»
«Se io te lo di-di-co, poi pos-s-so es-s-s-sè dei tuoi?»
«I miei ce l’ho già. Ragno e Puzzetta.»
«Zagaja no?»
«Vedremo.»
Rimase in attesa, finché l’altro si decise a parlare.
«Non dico balle, Cla’. Il Sorcio…»
E si mise a raccontare di un piano mica male.
Il Sorcio s’era deciso a sprecare, sì, insomma, a usare la coca che teneva da conto. Quella che serviva per ingolosire qualche studente.
«Lo sai, no?»
Claudio lo sapeva. Funzionava che all’inizio la coca la regalavi, così quelli si pigliavano il vizio a gratis e dopo per avere un po’ di polvere da sniffare si vendevano pure le mutande.
Il Sorcio era uno specialista, in questo. E le bustine ce l’aveva sempre. Adesso un po’ le voleva usare. Mica tante, solo quelle che bastavano per inguaiare Claudio. Gliele aveva messe dentro allo scooter…
«E allora, che dimostra?»
«Dimostra che appena vai in giro, lui chiama e la pattuglia che sta sempre verso le giostre…»
Già, era semplice. Una telefonata anonima, tanto per dire che un pischello se ne andava in giro con la coca nel sedile e lui, Claudio, finiva al gabbio un paio d’anni.
«E pace!» concluse Zagaja.
Non c’era pace, invece.
Chiamò Ragno col cellulare e quello fu lì in pochi minuti.
«Sta’ qui. Attaccato come ’na cozza allo scoglio!»
Indicò Zagaja. Era lui lo scoglio da sorvegliare.
Claudio si precipitò fuori. Lo scooter suo era parcheggiato sotto un alberello di oleandro, all’ombra. S’avvicinò al portabagagli e lo aprì con la chiave. Dentro c’erano i soliti stracci e il casco.
Ragno lo teneva d’occhio dalla soglia del bar, affiancato a Zagaja, che aveva gli occhi stretti e sembrava indifferente…
Guardò sotto al sedile e lì, tra la fodera e le molle, c’era una busta con la polvere bianca, quella farinella che mandava fuori di testa un mucchio di gente.
La prese e se la mise in tasca.
Riguadagnò la soglia del bar e passò la busta con la polvere a Ragno, che si chinò e la infilò nello stivale. Poi rimise a posto i jeans.
«Occhio, capito!» gli sussurrò Claudio.
L’amico alzò il pollice, a dirgli: “Sta’ tranquillo.”
«Dove m’aspetta, il Sorcio?»
«As-s-spetta che passi i giardini della ex colonia» borbottò Zagaja.
Claudio tornò fuori e inforcò lo scooter.
Via sulla strada, dritto verso il pontile. Parecchio prima c’era la ex colonia. Il Sorcio stava là, dentro chissà quale tana, aspettando la vendetta.
Mentre s’avvicinava all’edificio, evitò di guardarsi intorno. Non lo voleva vedere, il muso del Sorcio che lo spiava. Avrebbe avuto una bella delusione.
Sgasò un tantino, fece una specie di piroetta, prima di vedere il rettilineo che portava alla ex colonia.
La pattuglia della polizia stava là. Fermi sotto il sole, sudavano di certo. E di certo non erano contenti di farsi cuocere dentro quei panni pesanti, mentre la gente si bagnava nel mare e le ragazze gli passavano sotto il naso con i pareo trasparenti. Ridendo, spesso.
Vide alzarsi la paletta dell’ALT. Si fermò con calma.
«A capo, lo so che il casco non è allacciato, però…»
«Documenti!»
Li prese dalla tasca esterna della borsa dello scooter.
«È tutto a posto. Tutto in ordine.»
«Lascia che lo diciamo noi se è tutto in ordine.»
Erano in tre. Quello che lo controllava e due sbarbatelli di nemmeno vent’anni, a occhio. Sudavano, il berretto calato sulla fronte e le mani sul fucile.
«Apri il bauletto.»
«Non c’è niente.»
«Apri lo stesso, ché questo niente lo voglio vedere con gli occhi miei.»
Aprì. L’uomo smosse un po’ di oggetti e poi lo richiuse. Sulla faccia gli si era dipinta un’espressione storta, scocciata.
Fece un cenno a uno dei ragazzi e quello, sollecito, s’avvicinò a Claudio, mettendo il fucile dietro la schiena.
«Apri le gambe.»
«Capo, ma che, pure la perquisizione fate? C’ho proprio la faccia da delinquente?»
«Non ce l’hai, difatti. Per questo ti controllo. Quelli con la faccia perbene sono i peggiori» ironizzò l’uomo.
Intanto l’appuntato gli frugava le tasche, gli metteva le mani sotto la maglietta.
Claudio lo lasciava fare, quieto.
«Pulito, no?»
Il giovane carabiniere fece un cenno al maresciallo che, si vedeva, non si dava per vinto. Fissò dritto negli occhi Claudio.
«Tira su la sella.»
«Pure quella! Ma che cercate?»
Faceva un po’ di scena. Da qualche parte c’era il Sorcio che se la gustava.
Sollevò il sellino.
«Prego» fece al maresciallo.
E quello si mise a esplorare ogni centimetro, ogni molla. Ci si mise d’impegno e non trovò nulla.
«L’hai fatta franca, stavolta. Ma la prossima… Avanti, circolare.»
Lui diede gas e li mollò nel sole. Alla rotonda fece dietrofront. Tornava al bar, dove c’era Zagaja. Quell’infame gli aveva detto la verità. E il Sorcio? Dove stava il Sorcio?
Il bar era una grotta di calore.
Il Sorcio se ne stava lì, sudato, cupo, seduto accanto a Zagaja che s’era messo a fare il finto e ci parlava come se niente fosse, sbirciando la porta del retrobottega. Da lì era sgusciato via Ragno per evitare di farsi vedere dal Sorcio. Da lì, magari, sarebbe spuntato Claudio. Ma non arrivava.
Entrò Puzzetta, accaldato. Puntò dritto verso il Sorcio e Zagaja.
«Claudio, Claudio!» strillava.
«Che è? Che è successo?» Il banconista s’era precipitato fuori. Con lui gli altri. Il Sorcio se ne rimaneva fermo.
«Che è successo, Puzze’?»
«Non lo so. Claudio… lo scooter… ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I
  4. II
  5. III
  6. IV
  7. V
  8. VI
  9. VII
  10. VIII
  11. IX
  12. X
  13. XI
  14. XII
  15. XIII
  16. XIV
  17. XV
  18. XVI
  19. XVII
  20. Ringraziamenti