LA MATTINA DELLA PIOGGIA DI METEORE sono arrivata a scuola con Harold e ho trovato un Maggiolino Volkswagen arancio vivo parcheggiato al mio solito posto. Mentre mi infilavo nel posto vicino ho visto Daisy al volante. Ho abbassato il finestrino e ho detto: «Josephine della banca non ci aveva detto di non fare acquisti per sei mesi?».
«Lo so, lo so» ha detto lei. «Ma ho convinto il tipo dell’automercato a scendere da diecimila dollari a ottomilaquattrocento, quindi in un certo senso ho risparmiato. Lo sai come si chiama questo colore?» Ha fatto finta di rabbrividire. «Arancio frizzante! Perché frizza.»
«Non buttar via i soldi, okay?»
«Non preoccuparti, Holmesy. Il valore di questa macchina è destinato a crescere. Liam è un oggetto da futura collezione. L’ho battezzata Liam, tra parentesi.» Ha sorriso. Era una battutina tra noi che nessuno, proprio nessuno avrebbe capito.
Mentre attraversavamo il parcheggio Daisy mi ha passato un grosso libro, La Guida Fiske ai college. «Ho comprato anche questo, ma alla fine non serve perché andrò sicuramente alla IU. Lo sapevo già che il college costa tanto, ma alcuni di questi posti costano quasi centomila dollari l’anno. Che cosa fanno? Fanno lezione sugli yacht? Ti mettono a dormire in un castello con uno stuolo di elfi domestici come servitù? Nemmeno la Ricca Me può permettersi un college figo.»
Certo, se vai in giro a comprare macchine, avrei voluto dire, ma invece le ho chiesto della scomparsa di Pickett. «Per caso hai capito cosa vuol dire “la bocca del corridore”?»
«Holmesy» ha detto lei. «Abbiamo avuto la ricompensa. È finita.»
«Sì, lo so» ho detto, e prima che riuscissi ad aggiungere altro Daisy ha visto Mychal in fondo al parcheggio ed è corsa ad abbracciarlo.
Per tutta la mattinata mi sono persa nel libro sui college di Daisy. Ogni tanto suonava una campana, e mi spostavo in un’aula diversa, mi sedevo a un banco diverso, e poi mi rimettevo a leggere la guida tenendola in grembo sotto il banco. Non avevo mai pensato di andare a studiare in un posto che non fosse l’Indiana University o la Purdue – la mamma era andata all’Indiana e il papà alla Purdue – ed erano tutte e due economiche rispetto ad andare all’università in un altro Stato.
Ma passando in rassegna le centinaia di college del libro, che avevano dei punteggi su tutto, dal livello d’insegnamento alla qualità della mensa, non ho potuto non immaginarmi in un college piccolo, fatto di edifici vecchi di duecento anni in cima a una collina in mezzo al nulla. Ho letto di una scuola dove in biblioteca potevi usare lo stesso tavolo di Alice Walker. Bisognava dirlo, cinquantamila dollari erano una briciola della retta, ma forse potevo farmi dare una borsa di studio. I miei voti facevano tutt’altro che schifo, ed ero brava a superare i test di valutazione.
Mi sono concessa di immaginarlo: io che frequentavo corsi tipo Geografia politica e Donne inglesi del diciannovesimo secolo in letteratura, in piccole aule con tutti seduti in cerchio. Mi sono immaginata lo scricchiolio dei vialetti di ghiaia sotto i piedi mentre mi spostavo dall’aula alla biblioteca, dove avrei studiato con degli amici, e poi, prima di cenare a una mensa che serviva di tutto, dai cereali al sushi, ci saremmo fermati al caffè del college a parlare di filosofia o di sistemi di potere o delle cose di cui si parla al college.
Era così bello immaginare le possibilità: West Coast o East Coast? Città o campagna? Mi sembrava di poter finire ovunque, e fantasticare su tutti i futuri che potevo avere, tutte le me che potevo diventare è stata una splendida, benedetta vacanza dal vivere con la me attuale.
Ho smesso di leggere la guida ai college solo a pranzo. Mychal era impegnato in un altro dei suoi progetti artistici: tracciava meticolosamente le onde sonore di una canzone su un foglio sottile di carta trasparente, mentre Daisy ci intratteneva con la storia dell’acquisto della sua macchina senza rivelare come era arrivata ad avere il denaro necessario. Dopo qualche boccone di sandwich ho preso il telefono e ho scritto a Davis. Stasera a che ora?
Lui: Pare che stasera sarà coperto niente pioggia di meteore.
Io: Il mio interesse principale non è la pioggia di meteore.
Lui: Oh. Allora dopo la scuola?
Io: Prima devo fare i compiti con Daisy. Alle sette?
Lui: Alle sette va bene.
Dopo la scuola, io e Daisy ci siamo chiuse nella mia stanza a studiare un paio d’ore. «Sono solo tre giorni che mi sono licenziata da Chuck E. Cheese, ma è già incredibile quanto è più facile la scuola» ha detto aprendo lo zaino. Ha tirato fuori un computer nuovo di zecca e l’ha posato sulla mia scrivania.
«Gesù, Daisy, non spenderli tutti in una volta» ho detto piano perché la mamma non sentisse. Daisy mi ha scoccato un’occhiata. «Cosa c’è?»
«Tu ce li avevi già la macchina e il computer.»
«Sto solo dicendo che non devi spenderli tutti.»
Ha sgranato un po’ gli occhi, e io ho detto un’altra volta cosa c’è, ma lei è sparita nel suo mondo online. Vedevo lo schermo dal letto: scorreva i commenti alle sue storie mentre io leggevo uno dei saggi del Federalista di Alexander Hamilton per storia. Continuavo a leggere le parole senza capirle, poi tornavo indietro e rileggevo mille volte lo stesso paragrafo.
Daisy è rimasta in silenzio per qualche minuto, ma alla fine ha detto: «Io ce la metto tutta a non giudicarti, Holmesy, ed è un po’ irritante quando tu giudichi me».
«Io non ti giudico…»
«Lo so che tu sei convinta di essere povera, ma non sai niente della vera povertà.»
«Okay, allora sto zitta» ho detto.
«Sei così chiusa dentro la tua testa» ha continuato. «È come se davvero non riuscissi a pensare a nessun altro.» Mi sono sentita rimpicciolire. «Mi dispiace, Holmesy, non dovrei dirlo. È che a volte è frustrante.» Quando non ho replicato è andata avanti. «Non voglio dire che sei una cattiva amica. Ma sei un po’ tormentata, e il tuo modo di essere tormentata qualche volta è doloroso anche per tipo tutti quelli che ti stanno intorno.»
«Messaggio ricevuto» ho detto.
«Non voglio fare la stronza.»
«Non lo sei» ho detto io.
«Ma hai capito cosa intendo?» mi ha chiesto.
«Sì» ho detto.
Siamo rimaste un’altra mezz’ora a studiare in silenzio e poi lei ha detto che doveva andar via per cenare coi suoi. Quando si è alzata abbiamo detto tutte e due “Scusa” nello stesso momento, poi ci siamo messe a ridere. Quando Davis mi ha scritto alle 6:52 mi ero quasi dimenticata.
Lui: Sono davanti a casa tua devo entrare?
Io: No no no no nonno no scendo subito.
La mamma stava svuotando la lavastoviglie. «Vado fuori a cena» le ho detto, e poi ho preso il giaccone e sono uscita prima che potesse farmi domande.
«Ciao» ha detto lui quando sono salita in macchina.
«Ciao a te» ho detto io.
«Hai mangiato?» mi ha chiesto.
«Non ho proprio fame, ma se tu hai fame possiamo andare a mangiare qualcosa» ho detto io.
«Io sono a posto» ha detto lui, facendo la retro. «Veramente odio mangiare. Ho sempre avuto uno stomaco nervoso.»
«Anch’io» ho detto, e poi mi è squillato il telefono. «È mia mamma. Stai zitto.» Ho premuto il tasto RISPOSTA. «Ehi.»
«Di’ all’autista di quel SUV nero di tornare subito indietro e di entrare in casa.»
«Mamma.»
«Questa cosa non va avanti se prima non me lo presenti.»
«Lo conosci già. Da quando avevamo undici anni.»
«Io sono tua madre, e lui è il tuo… quello che è, e io voglio parlarci.»
«Bene» ho detto, e ho chiuso. «Noi, ehm, dovremmo entrare se per te va bene, così parli con mia mamma.»
«D’accordo.»
Qualcosa nella sua voce mi ha ricordato che sua mamma era morta, e ho pensato a come tutti erano sempre un po’ a disagio quando parlavano dei loro padri davanti a me. Sembravano sempre preoccupati di ricordarmi la mia orfanezza di padre, come se potessi in qualche modo dimenticarmela.
*
Non mi ero mai resa conto di quanto fosse piccola casa mia finché non ho visto Davis che la vedeva: il linoleum della cucina arricciato agli angoli, le piccole crepe di assestamento sulle pareti, tutti i mobili più vecchi di me, le librerie scompagnate.
Davis era enorme e fuori posto in casa nostra. Non ricordavo l’ultima volta che avevo visto un ragazzo lì dentro. Non era molto più di uno e ottanta, ma la sua presenza faceva sembrare il soffitto più basso. Mi sono sentita in imbarazzo per i nostri vecchi libri impolverati e per le pareti decorate con le foto di noi invece che con opere d’arte. Sapevo che non dovevo vergognarmi, però mi vergognavo lo stesso.
«È un piacere vederla, Ms. Holmes» ha detto Davis tendendo la mano. Mia mamma l’ha abbracciato. Ci siamo seduti tutti al tavolo della cucina, che non aveva quasi mai più di due persone intorno: io e la mamma. Sembrava sovraccarico.
«Come stai, Davis?» gli ha chiesto.
«Tutto bene. Come forse ha sentito sono una specie di orfano, però sto bene. E lei come sta?»
«Chi si occupa di voi in questo periodo?» gli ha chiesto lei.
«Be’, tutti e nessuno, suppongo» ha detto lui. «Insomma, abbiamo una governante, e c’è un avvocato che si occupa dei soldi.»
«Fai il primo anno alla Aspen Hall, giusto?» Ho chiuso gli occhi e ho cercato di supplicarla telepaticamente di non aggredirlo.
«Sì.»
«Aza non è una qualunque delle ragazze che stanno dall’altra parte del fiume.»
«Mamma» ho detto.
«E lo so che tu puoi avere qualunque cosa quando la vuoi, e questo può far credere a una persona di possedere il mondo, di possedere gli altri. Ma spero che tu capisca che non hai il diritto di…»
«Mamma» ho detto di nuovo.
Ho scoccato a Davis uno sguardo di scusa, ma lui non se n’è accorto, perché stava guardando m...