CAPITOLO
TRE
Nei moderni mattatoi, un attimo prima di essere stordita con una martellata, la mucca viene accompagnata lungo un tortuoso labirinto così che le ripetute e frequenti curve del tragitto non le consentano di vedere che qualche metro più in là: in questo modo, è solo agli ultimi passi, quando il labirinto improvvisamente si restringe e un collare si serra intorno al collo, che l’animale capisce la destinazione del viaggio. Io invece, mentre tutti e tre ci affrettavamo alle calcagna di Sharon, dritti nel cuore di Devil’s Acre, ero già sicuro di cosa ci sarebbe successo, anche se non sapevo quando né come. A ogni passo, a ogni svolta, penetravamo sempre di più all’interno di un groviglio dal quale, temevo, non saremmo riusciti a districarci.
L’aria fetida era spessa, immobile, dato che l’unico sfogo era una fenditura frastagliata che dava sul cielo, lontanissimo, sopra le nostre teste. Il vicolo era talmente claustrofobico – da una parte e dall’altra si ergevano pareti storte e piene di bozzi – che certe volte dovevamo girarci e camminare di fianco; e i passaggi più angusti erano segnati dagli aloni scuri lasciati dai vestiti di chi era passato di lì prima di noi. Non c’era niente di naturale, in quel luogo, non una sola foglia verde, niente che respirasse a parte i parassiti che zampettavano e le figure spettrali con gli occhi iniettati di sangue che ci sbirciavano da dietro gli usci vuoti e da sotto le grate della strada, e che di sicuro ci sarebbero saltate addosso se con noi non ci fosse stata la guida incappucciata di nero che procedeva con passo sicuro. La Morte in persona che ci conduceva verso le fiamme dell’Inferno.
Continuavamo a svoltare, ancora e ancora. Ogni nuova via era identica alla precedente. Non c’erano cartelli né indicazioni di alcun tipo. O Sharon aveva una memoria portentosa, oppure semplicemente si affidava al caso, cercando di seminare eventuali pirati che provassero a seguirci.
«Ma lo sa dove stiamo andando?» gli chiese Emma.
«Mi pare ovvio!» tuonò lui, imboccando bruscamente un vicolo laterale senza nemmeno voltarsi a guardarla. Poi però si fermò. Tornò sui propri passi, e scese una piccola rampa che portava a un uscio sotto il livello della strada. Oltre la porta c’era uno scantinato umido, con il soffitto non più alto di un metro e mezzo, rischiarato solamente da un lucore grigiastro. Corremmo accucciati lungo il passaggio sotterraneo sentendo sotto i piedi uno scricchiolio di ossa, con il soffitto che ci sfiorava la testa; superammo cose che facevo di tutto per non vedere, come una sagoma accasciata in un angolo, persone che tremavano e dormivano su squallidi giacigli fatti di paglia, un ragazzino vestito di stracci disteso a terra con il bicchiere per l’elemosina allacciato al polso. In fondo, il corridoio si apriva su una stanza e lì c’erano due povere donne inginocchiate sotto la luce che filtrava da un paio di finestrelle; strofinavano dei panni, chine sull’acqua del canale che si era raccolta in una pozza nauseabonda.
Ma noi salimmo su per una scala e uscimmo fuori, grazie a dio, sbucando in un cortile chiuso come se ne vedono spesso sul retro degli edifici. In una realtà parallela il cortile avrebbe avuto il suo bel praticello verde o un piccolo gazebo, qui però eravamo a Devil’s Acre e lo spiazzo era qualcosa a metà tra una discarica e un porcile. I rifiuti gettati dalle finestre si innalzavano in cumuli putrescenti contro i muri e lì in mezzo al fango, tutto storto, c’era un recinto di legno all’interno del quale un ragazzino pelle e ossa montava la guardia a un unico maiale ancora più scheletrico di lui. Una donna stava seduta a fumare e a leggere un giornale davanti a una parete di mattoni crudi e alle sue spalle una ragazzina le spidocchiava i capelli. La donna e la ragazzina neanche si accorsero del nostro passaggio, il ragazzino, invece, ci puntò contro il forcone. Quando capì che non eravamo interessati al suo maiale si lasciò ricadere a terra, stremato e senza forze.
Emma si fermò al centro del cortile a guardare i fili del bucato che erano stati tirati tra le grondaie dei tetti. Ci fece notare un’altra volta che coi vestiti macchiati di sangue sembravamo proprio una banda di assassini, e propose che forse sarebbe stato meglio trovarne di nuovi. Sharon ribatté che da quelle parti gli assassini non facevano molta notizia, e le consigliò di darsi una mossa. Lei però rimase indietro, replicando che invece nella metropolitana uno Spettro aveva visto i nostri abiti sporchi di sangue e aveva avvertito i suoi compari via radio: eravamo troppo riconoscibili, così. In realtà, io pensavo che Emma, più che altro, si sentisse a disagio con addosso la camicia macchiata del sangue secco di un’altra persona. Lo ero anch’io, in effetti; e poi non avrei voluto che i nostri amici ci vedessero così, se e quando li avessimo trovati.
Con palese riluttanza, Sharon si arrese. Ci stava guidando verso un recinto sul lato del cortile, perciò girò sui tacchi e ci accompagnò all’interno di uno degli edifici. Salimmo due, tre, quattro rampe di scale, tanto che anche Addison cominciò a boccheggiare, e seguimmo la nostra guida oltre una porta aperta fin dentro una piccola stanza squallida. La pioggia entrava da chissà quanto tempo attraverso uno squarcio nel tetto e il pavimento era tutto deformato dall’umidità, pieno di onde come un laghetto e il muro era striato di muffa scura. Accanto a una finestra zozza, due donne e una ragazza erano chine su delle macchine per cucire a pedale poggiate su un tavolaccio.
«Ci servono dei vestiti» disse Sharon alle donne con un vocione che fece tremare le pareti di carta velina. Tutte e tre alzarono le facce pallide. Una di loro prese un ago da cucito e ce lo puntò contro come se fosse un’arma. «Prego» disse.
Sharon le si avvicinò e scostò appena il cappuccio del mantello, così che soltanto le sarte gli poterono vedere il volto. Si ritrassero con un gemito di terrore, poi crollarono svenute in avanti, con la faccia sul tavolo.
«Era veramente necessario?» gli chiesi.
Sharon si riabbassò il cappuccio. «Forse necessario no» disse. «Ma opportuno di sicuro.»
Le sarte stavano cucendo delle camicie e degli abiti senza pretese, usando scampoli di stoffa e pezzi di altri vestiti. Gli scarti giacevano ammonticchiati a terra, e i risultati delle loro fatiche, che contavano più toppe e imbastiture di quelle visibili sul corpo mostruoso di Frankenstein, erano appesi allineati fuori dalla finestra. Mentre Emma tirava il filo per poterli prendere, io scandagliai lentamente la stanza. Era fin troppo chiaro che non fosse esclusivamente un luogo di lavoro: quelle donne lì ci vivevano. C’era un letto assemblato usando pezzi di legno scompagnati. Sbirciai dentro una pentola ammaccata appesa sul focolare e ci vidi gli ingredienti che servono per cucinare una zuppa da poveri: pelle di pesce e foglie avvizzite di cavolfiore. E avevano fatto un mezzo tentativo di abbellire l’ambiente – c’erano un mazzolino di fiori secchi, un ferro di cavallo agganciato alla mensola del camino e un ritratto incorniciato della regina Vittoria – che però in definitiva era più triste del nulla assoluto che ci sarebbe stato altrimenti.
C’era in quella stanza un senso di disperazione palpabile, che pesava su ogni oggetto e addensava perfino l’aria che si respirava. Non avevo mai fatto i conti con una miseria così completa. Davvero era possibile che gli Speciali avessero una vita tanto reietta? Lo chiesi a Sharon, che stava portando dentro una bracciata di camicie. La mia domanda parve addolorarlo. «Gli Speciali non si ridurrebbero mai in simili condizioni. Questi sono comunissimi baraccati, intrappolati in un unico giorno che continua a ripetersi per sempre, com’è previsto dall’anello. I Normali occupano i margini infetti di Devil’s Acre; ma il cuore di questo posto appartiene a noi.»
Quindi erano Normali. Anzi, peggio: erano Normali intrappolati in un anello, come quelli di Cairnholm che cadevano vittime delle scorrerie dei ragazzi più crudeli durante i giochi di Razziamo il Villaggio. Normali che facevano semplicemente parte dello scenario di fondo, elementi del paesaggio come il mare o le scogliere, mi dissi. Eppure, guardavo le facce provate di quelle donne, seppellite fra gli stracci, e l’idea di derubarle non mi sembrava meno orribile.
«Sono sicura che riconosceremo gli Speciali, quando li incontreremo» disse Emma intenta a rovistare in un mucchio di camicie sporche.
«Come succede sempre» aggiunse Addison. «Il passare inosservati non è mai stato il punto forte della nostra specie.»
Mi sfilai la maglietta sporca di sangue e la barattai con l’indumento meno sudicio che riuscii a trovare: una camiciola senza collo che avrebbero potuto consegnarmi in un campo di prigionia, a righe e con le maniche di lunghezza diversa, cucita insieme usando pezzi di stoffa più ruvidi della carta vetrata. Ma mi andava giusta, e con l’aggiunta di un semplice cappotto nero che trovai gettato sullo schienale di una sedia sarei potuto tranquillamente passare per un abitante del luogo.
Ci girammo quando Emma si provò un vestito informe che le arrivava ai piedi. «La vedo difficile, correre con questo» si lamentò subito dopo. Prese un paio di forbici dal tavolo delle sarte e cominciò a darci dentro con la grazia di un macellaio, tagliando e strappando finché l’orlo frastagliato non arrivò poco sotto il ginocchio.
«Fatto.» Rimirò il suo improvvisato lavoro di sartoria davanti a uno specchio. «Un po’ malandato, ma comunque…»
«Horace potrebbe fartene uno migliore» dissi io soprappensiero. Non so come, avevo dimenticato che i nostri amici non erano lì con noi, ad attenderci nella stanza accanto. «Voglio dire… quando li rivedremo…»
«Stai zitto» disse Emma. Per un attimo sembrò tristissima, completamente inerme, poi però si riscosse, mise giù le forbici e si avviò decisa verso la porta. Quando si voltò a guardarci, l’espressione sul suo volto si era fatta determinata. «Forza. Abbiamo già perso anche troppo tempo qui dentro.»
Possedeva questa straordinaria capacità di trasformare la tristezza in rabbia e la rabbia in volontà, e per questo motivo non c’era nulla che potesse abbatterla veramente. Così, io e Addison – e Sharon, che solo in quel momento, pensai, aveva davvero capito con chi aveva a che fare – la seguimmo fuori dalla porta e giù per le scale.
* * *
Il Devil’s Acre vero e proprio – o almeno il cuore del mondo Speciale – si trovava a poco più di una decina di isolati di distanza. Dopo essere usciti dal ricovero per mendicanti, staccammo una tavola da una recinzione di legno e ci infilammo in un vicoletto soffocante che portava a un altro vicolo un po’ meno soffocante e poi a un altro un po’ più largo e poi ancora a un altro sufficientemente ampio da permettermi di camminare fianco a fianco con Emma. Più procedevamo, più le vie si allargavano, come arterie che si dilatano dopo un attacco di cuore, e alla fine sbucammo in una strada che poteva bene o male meritarsi quel nome, lastricata di mattoni rossi e con un marciapiede che correva su entrambi i lati.
«State indietro» mormorò Emma. Ci appiattimmo dietro un angolo e sbirciammo fuori in stile commando, le nostre tre teste tutte in fila.
«Si può sapere cosa state facendo?» chiese Sharon. Lui era ancora per strada, e più che preoccupato per la propria incolumità sembrava alquanto imbarazzato dalla nostra tattica.
«Evitiamo un’imboscata e studiamo vie di fuga» rispose Emma.
«Qui di imboscate non ce ne sono» ribatté Sharon. «I pirati operano solo nella terra di nessuno. Non ci seguiranno. Siamo in Louche Lane.»
In effetti ora un cartello c’era, il primo che mi capitava di vedere a Devil’s Acre. LOUCHE LANE, c’era scritto, vergato a mano. E nella stessa grafia: LA PIRATERIA NON È GRADITA.
«Non è gradita?» esclamai. «E per gli omicidi che si fa? Sono mal visti?»
«Diciamo che l’omicidio è “tollerato con riserva”.»
«Esiste qualcosa che sia illegale da queste parti?» chiese Addison.
«Le sanzioni delle biblioteche per i ritardi nella riconsegna sono molto rigide. Dieci frustate al giorno, ed è la pena minima, quella per i tascabili.»
«Perché, qui c’è una biblioteca?»
«Ce ne sono due. Anche se una non effettua il servizio di prestito. Ha solo libri rilegati in pelle umana, quindi molto preziosi.»
Scivolammo fuori dal nostro nascondiglio e ci guardammo intorno stupefatti. Nella terra di nessuno mi era sembrato di avvertire la morte in agguato a ogni angolo di strada, ma questo Louche Lane sembrava propri...