SECONDA PARTE
In un giorno qualsiasi, un gruppo di bambini dall’aria spaurita come quello sarebbe stato avvicinato da un adulto gentile, che avrebbe chiesto quale fosse il problema, se avessero bisogno d’aiuto, dove fossero i loro genitori. Ma quel giorno la banchina pullulava di centinaia di bambini, tutti dall’aria spaurita. Così, nessuno prestò molta attenzione alla bambina con i boccoli castani e gli stivaletti con i bottoni, né al fatto che le sue scarpe non toccassero terra. Nessuno badò al ragazzino dal viso pallido con il berretto né all’ape che gli volò fuori dalla bocca, sondò l’aria fuligginosa e tornò da dov’era venuta.
Nessuno posò lo sguardo sul bambino con gli occhi cerchiati di scuro, né vide l’omino d’argilla che faceva capolino dalla sua tasca prima che lui lo ricacciasse dentro. Nessuno fece caso al bambino che indossava un cilindro e un completo infangato di alta sartoria, con il volto tirato e smunto per la mancanza di sonno, al quale da giorni rifiutava di cedere, tanto era spaventato dai suoi stessi sogni.
Nessuno diede più di un’occhiata alla ragazzona dalle spalle larghe che indossava un impermeabile e un abitino semplice, e si era legata sulla schiena un baule più grosso di lei. Nessuno avrebbe mai indovinato quanto pesasse il baule, cosa contenesse o perché avesse dei forellini su un lato. Del tutto inosservato passò il giovane uomo di fianco alla ragazza, infagottato in un paio di sciarpe e con il bavero del cappotto alzato per nascondere ogni centimetro della faccia, nonostante fossero i primi di settembre e il clima fosse ancora mite.
Infine c’era un ragazzino americano, dall’aspetto talmente ordinario da meritare appena un briciolo di considerazione; gli occhi della gente non si soffermavano su di lui, anche se lui, in punta di piedi, scrutava chiunque, ruotando il collo e spazzando la banchina con lo sguardo come una sentinella. La ragazza che gli camminava accanto teneva le mani intrecciate per nascondere una lingua di fuoco che si ostinava ad avvolgerle l’unghia del mignolo: ogni tanto le succedeva, quand’era nervosa. Agitava le dita come per spegnere un fiammifero, poi ci soffiava sopra. Se non funzionava le metteva in bocca, e un ricciolo di fumo le usciva dalle narici. Anche questo passò inosservato.
In pratica, nessuno guardò con attenzione i bambini scesi dalla prima classe del treno delle otto e trenta, e nessuno notò niente di strano. E fu un bene.
CAPITOLO
OTTO
«Allora?»
«Mi serve ancora un minuto» dissi.
Bronwyn aveva appoggiato a terra il baule e io ci ero saltato sopra: la mia testa svettava sulla folla, e stavo passando in rassegna un mare increspato di volti. La lunga banchina brulicava di bambini. Si agitavano come amebe sotto la lente di un microscopio, e fila dopo fila sparivano in una nebbia fumosa. Treni neri che fischiavano si stagliavano su entrambi i lati, impazienti di inghiottirli.
Sentivo gli occhi dei miei amici sulla schiena, mi fissavano mentre osservavo la gente. In teoria avrei dovuto sapere se, in mezzo a quella calca sconfinata e tumultuosa, si celavano mostri pronti a ucciderci; e avrei dovuto capirlo a un rapido sguardo, valutando una vaga sensazione nella pancia. Quando un Vacuo era nelle vicinanze, di solito provavo qualcosa di netto e doloroso; ma lì, tra centinaia di persone, quel segnale avrebbe potuto manifestarsi come un sussurro, una fitta appena accennata, facilmente trascurabile.
«Gli Spettri sanno che stiamo arrivando?» chiese Bronwyn a voce bassa per paura di essere sentita da un Normale – o, peggio ancora, da uno Spettro. Avevano orecchie in tutta la città, o almeno così credevamo.
«Abbiamo ucciso tutti quelli che sapevano dov’eravamo diretti» rispose Hugh con orgoglio. «O, meglio, li ho uccisi io.»
«Il che significa che saranno furiosi» commentò Millard. «E non si accontenteranno certo di mettere le mani su Miss Peregrine. Vorranno vendicarsi.»
«Esatto, e noi non possiamo permetterci di perdere tempo» disse Emma dandomi un colpetto sulla gamba. «Hai finito?»
Persi la concentrazione. Presi un respiro e tornai a guardarmi intorno. «Ancora un minuto» risposi.
In realtà, non erano tanto gli Spettri a preoccuparmi, quanto i Vacui. Ormai ne avevo uccisi due, e ogni volta avevo rischiato la vita. Era probabile che la mia fortuna, se era stata la fortuna a salvarmi, fosse sul punto di esaurirsi. Quindi non volevo assolutamente essere colto alla sprovvista. Dovevo localizzarli a distanza ed evitare qualsiasi tipo di contatto. Fuggire da uno scontro non era un gesto particolarmente eroico, ma io non ero in cerca di gloria. Volevo solo sopravvivere.
Il vero pericolo, lo sapevo, non erano le sagome che si muovevano sulla banchina, ma le ombre che si annidavano dietro e in mezzo a loro; i recessi bui. Era lì che si concentrava la mia attenzione. Esercitare le mie abilità su una folla così estesa, spingersi negli angoli più reconditi alla ricerca di indizi pericolosi, era un’esperienza che avrei definito extracorporea.
Solo qualche giorno prima non avrei saputo come farlo, e invece ora mi accorgevo che ero in grado di usare la vista come un proiettore.
Cos’altro avrei scoperto su di me?
«Siamo al sicuro» dissi, scendendo dal baule. «Niente Vacui.»
«Questo lo sapevo anch’io» borbottò Enoch. «Se ci fosse un Vacuo nei paraggi, a quest’ora ci avrebbe già divorati!»
Emma mi prese da parte. «Se vogliamo avere qualche speranza, devi essere più veloce.»
Il che equivaleva a chiedere a qualcuno che aveva appena imparato a nuotare di partecipare alle Olimpiadi. «Sto facendo del mio meglio» ribattei.
Lei annuì. «Lo so.» Si voltò verso gli altri e schioccò le dita per richiamare la loro attenzione. «Andiamo a telefonare» ordinò, indicando una cabina alta e rossa sull’altro lato della banchina, seminascosta dalla calca impetuosa.
«A chi?» domandò Hugh.
«Addison, il cane Speciale, ci ha detto che tutti gli anelli di Londra sono stati razziati, e che le ymbryne sono state rapite» rispose Emma, «ma non abbiamo intenzione di credergli sulla parola, giusto?»
«Si può chiamare un anello temporale?» chiesi, esterrefatto. «Al telefono?!»
Millard mi spiegò che il Concilio delle ymbryne comunicava telefonicamente, ma solo all’interno della città. «È un metodo piuttosto ingegnoso, se si tiene conto delle differenze di fuso orario» aggiunse. «Vivere negli anelli temporali non significa essere fermi all’Età della Pietra, sai?»
Emma mi prese per mano e chiese agli altri di fare altrettanto.
«Dobbiamo rimanere uniti» disse. «Londra è enorme, e non esiste un Ufficio Bambini Speciali Smarriti.»
Ci facemmo strada fendendo la folla con le mani intrecciate, in una fila serpeggiante che si inarcava leggermente al centro, dove Olive procedeva come un astronauta sulla Luna.
«Sei dimagrita?» le chiese Bronwyn. «Ti servono scarpe più pesanti, mia piccola gazza.»
«Divento più leggera quando non mangio come si deve» confermò lei.
«Ma abbiamo appena pranzato come re!»
«Non io. Non c’era il pasticcio di carne.»
«Fai un po’ troppo la schizzinosa per essere una sfollata» osservò Enoch. «Comunque, visto che Horace ha sprecato tutti i nostri soldi, l’unico modo di ottenere altro cibo è rubarlo, o trovare una ymbryne disposta a cucinare per noi.»
«Ci sono rimasti dei soldi» protestò Horace sulla difensiva, facendo tintinnare le monete in tasca. «Anche se non bastano per un pasticcio di carne. Potremmo permetterci una patata al cartoccio.»
«Se ne mangio un’altra, mi trasformerò in una patata al cartoccio!» si lagnò Olive.
«È impossibile, cara» la tranquillizzò Bronwyn.
«E perché? Miss Peregrine si è trasformata in un uccello!»
Un ragazzo di fianco a noi si voltò a guardarci, e Bronwyn zittì Olive con un gesto secco. Parlare dei nostri segreti in presenza dei Normali era severamente proibito, anche se erano talmente assurdi da risultare incredibili.
Superammo a spallate l’ultimo gruppetto di bambini che ci separava dalla cabina telefonica. Poteva contenere solo tre persone, così Emma, Millard e Horace si strinsero all’interno mentre noialtri ci ammassammo contro la porta. Emma impugnò il ricevitore, Horace estrasse di tasca le ultime monetine e Millard cominciò a sfogliare lo spesso elenco appeso a un cordino.
«Ma è pazzesco!» esclamai, cacciando la testa dentro la cabina. «Le ymbryne sono sull’elenco?»
«Gli indirizzi sono finti» ribatté Millard, «e la chiamata va in porto solo se si conosce la parola d’ordine.» Strappò una pagina e la porse a Emma. «Prova con questa. Millicent Thrush.»
Horace infilò una moneta nella fessura e Emma compose il numero. Rimase in ascolto per un istante, poi si accigliò. «Suona a vuoto» disse. «Non risponde nessuno.»
«Non fasciamoci la testa!» suggerì Millard. «Era solo il primo tentativo. Fammene trovare un’altra…»
Fuori dalla cabina, la folla brulicante rallentò e si fermò. La banchina aveva raggiunto il limite. Eravamo circondati da bambini Normali che chiacchieravano, gridavano, si spintonavano; e ce n’era una, proprio di fianco a Olive, che piangeva disperata. Aveva le trecce e gli occhi gonfi, in una mano stringeva una coperta e nell’altra una logora valigia di cartone. Sulla camicetta era appuntato un biglietto con parole e numeri stampati in grande:
115-201
LONDRA → SHEFFIELD
Olive la osservò finché anche i suoi occhi si riempirono di lacrime. Quando non riuscì più a trattenersi, le domandò perché piangeva. La bambina distolse lo sguardo, fingendo di non aver sentito.
Lei insistette. «Che succede? Piangi perché sei stata venduta?» Indicò il biglietto. «Quello è il tuo prezzo?»
La bambina cercò di allontanarsi, ma un muro di persone glielo impedì.
«Mi piacerebbe comprarti per poi liberarti» proseguì Olive, «ma purtroppo abbiamo speso tutti i soldi per i biglietti del treno e non ne abbiamo più nemmeno per il pasticcio di carne, figurati per uno schiavo. Mi dispiace tantissimo.»
La bimbetta si voltò a guardarla in faccia. «Non sono in vendita!» protestò, pestando i piedi.
«Sei sicura?»
«Sì!» gridò lei, e in uno scatto di frustrazione si strappò via il biglietto dal petto e lo gettò a terra. «Ma non voglio andare a vivere in quella stupida campagna, ecco!»
«Nemmeno io volevo abbandonare la nostra casa, ma non abbiamo avuto scelta» riba...