C'è un momento preciso della vita in cui, se ti guardi indietro, senti che sei diventato adulto. È l'istante in cui accetti di essere fragile. Laury, quella svolta, non l'ha ancora avuta. A quasi settant'anni si sente una ragazzina assieme al suo gruppo di amici fricchettoni, un mucchio di teste leggere e generose che le hanno riempito la vita. Quel momento non è arrivato neppure per sua figlia Elena, trentasette anni e un anonimo posto da impiegata alla Softy. Dal suo ufficio guarda il mondo a distanza, senza mai abbandonare una dieta a basso contenuto di emozioni. È rimasto fermo allo stesso punto anche Yves, nonostante i continui giri sulla Senna con la sua chiatta. Ogni settimana cena al bistrot della bella Béatrice, per la quale ha un debole da tempo, eppure non ha mai trovato il coraggio di farsi avanti... Cosa hanno capito di se stessi, dopo tanti anni? Forse poco. Ma a volte è il destino a metterti davanti agli occhi quello che sei. Così, quando tutto precipita, Laury non può più fingere di essere la leonessa dei suoi vent'anni ed Elena deve ammettere che ha bisogno dei sentimenti. E Yves, il coraggio per lasciarsi andare, dovrà cercarlo a ogni costo. Serena Dandini ha scritto un romanzo autentico e vitale che, con un umorismo irresistibile, ci mette di fronte alle nostre più intime debolezze. Personaggi tragicomici e strepitosi, pagine piene di ritmo, per raccontare anzitutto un conflitto attualissimo, quello tra due generazioni che non si capiscono ma devono provarci.

- 336 pagine
- Italian
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Il futuro di una volta
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Letteratura generale1
L’ufficio si era ristretto. Prima la sua stanza ospitava anche un ficus di plastica dove tutti nascondevano le cicche quando ancora si fumava. Chissà dov’era finito. Non aveva più visto neanche la signora con il carrello dei detersivi, forse le avevano solo accorciato l’orario. Lo schedario era stato il primo a sparire, dentro Elena ci aveva lasciato dei cioccolatini per i momenti di calo. Una mattina non c’era più. Via, con tutti i cioccolatini. Grazie alle moderne pareti mobili che si adattano al taglio degli esuberi non se n’era accorto quasi nessuno.
«È la globalizzazione» ripeteva quel piccoletto di Ambrosi, responsabile del catalogo prodotti, ma come ogni sua affermazione anche questa era caduta nel vuoto.
L’unica che non sembrava risentire della crisi era Tosca, la sua dirimpettaia di computer. Lo capivi dalle unghie sempre fresche di manicure che svolazzavano sulla tastiera come le farfalle impazzite della canzone di Zarrillo. Tosca continuava a cambiare smalto almeno una volta a settimana, ora era il turno di un gel semipermanente con decorazioni floreali fantasia: una microcomposizione molto elaborata con foglie dorate e piccole bacche rosse, adatta più a un clima natalizio che a quel lugubre febbraio, ma senza dubbio di forte impatto. La sua estetista Gina Glamur doveva essere proprio in gamba, e sicuramente non rientrava nelle categorie a rischio disoccupazione.
Elena e Tosca convivevano da tempo nell’ufficio centrale, il cuore amministrativo della Softy, la più grande società di distribuzione di componenti di elettronica, che poteva vantare punti vendita in ogni agglomerato urbano con almeno tre case e una sala giochi. Erano le ultime assunte a tempo indeterminato, dopo di loro l’abisso, solo precari avvelenati che ogni mattina le guardavano in cagnesco caricandole di ansia negativa. Così almeno diceva Tosca, che si era munita di un corno in pura plastica rossa, un antidoto indispensabile per scacciare gli spiriti dei contratti a progetto e delle partite IVA, che secondo lei gufavano sui suoi 1200 euro lordi mensili e – così almeno sperava – eterni.
Le due ragazze condividevano un tavolo bifronte, un vicinato bonario ma senza troppa confidenza, solo due monitor a fare da séparé, schermi sottili per garantire un poco di privacy come paraventi di un antico boudoir. Bastava abbassare la testa per immergersi in apnea nella propria buca asfaltata di post-it, piccoli peluche, penne ricordo di aziende farmaceutiche e scartoffie varie. Per Tosca anche il corno scaramantico. Per Elena una cartolina dei Caraibi mandata da un’amica che ormai non sentiva più da tempo.
Fanno tristezza le cartoline tropicali attaccate alle pareti degli uffici, palme scolorite che hanno perso il loro richiamo seducente; promettevano una vita diversa, dove si poteva ancora andare in vacanza. Ora, fallita pure l’agenzia di viaggi, non si sa neanche dove prenotare.
Ogni mattina il sole si affacciava cauto nello stanzone della Softy attraverso le piccole finestre alte, rettangolari, e spalmava una luce debole da Europa del Nord, ma solo per mezz’ora al giorno. In tutto l’ufficio le pareti divisorie erano sottili come carta velina giapponese e non arrivavano al soffitto. Ambrosi diceva che anche al “New York Times” erano così ma non gli credeva nessuno.
Tutti parlavano forte, quasi sempre al telefonino, non si rendevano conto del volume spropositato che riuscivano a produrre, il suono saliva, si propagava, si miscelava e ti arrivava come un’arma impropria dritto nel padiglione auricolare senza ripari. Era proibito tenere le cuffiette con la musica, faceva parte della policy aziendale; non si sarebbe potuto neanche andare su Facebook durante l’orario di lavoro ma nessuno osava impedirlo: sarebbero tutti scesi in piazza, precari compresi, per difendere la libertà di twittare e taggare, l’unico diritto inalienabile per cui valeva ancora la pena di combattere.
Visti dall’alto sembravano pupazzi di un videogioco, ma di quelli antichi abbandonati da tempo per altre versioni più moderne. Qui non si esce mai dal primo livello, stand by, come topolini andati a male, criceti invenduti di un negozio di animali di periferia con le gabbie che odorano di semi di girasole ed escrementi di pappagallo. Una volta Elena in uno di quei negozi ci aveva visto un cucciolo cieco da un occhio, per questo lo davano via a meno, ma non aveva avuto il coraggio di comprarlo. Poi si era pentita, ora l’avrebbe voluto con sé. È bello pentirsi quando non c’è più niente da fare. Un senso di colpa facile, senza troppe conseguenze, come piaceva a lei.
Elena era per le strade in discesa, il minimo del rischio con il minimo delle soddisfazioni; uno dei principali motivi di attrito con sua madre Laury, che avrebbe preferito adottare Giovanna d’Arco con tutta l’armatura piuttosto che ritrovarsi una figlia così tiepida. Non lo diceva, certo, ma glielo leggevi scritto negli occhi con tanto di punteggiatura. Elena non aveva preso niente dalla madre, o almeno così sperava. Nel tempo era riuscita a raffinare una personale tecnica per impacchettare e surgelare ogni emozione superflua e ne andava anche fiera.
Il rimpianto per il cucciolo orbo, una volta Elena l’aveva confessato a Tosca, in un momento di pericolosa confidenza, e la dirimpettaia si era subito incantata in una paresi di meraviglia, sfoggiando due occhi tondi da cartone animato giapponese. Ogni tanto cercava di trovare una sponda in Tosca, ma erano troppo diverse, o meglio, era Elena che non riusciva a decifrare quasi nulla della misteriosa creatura smaltata con cui condivideva la scrivania, proprio come leggere i geroglifici prima della stele di Rosetta. Era in grado solo di scambiare qualche commento sulle migliori tecniche di acquisto nei nuovi shop online o sull’ottimo lavoro di Gina Glamur in materia di manicure. Ogni volta che le sembrava di aver aperto un varco per penetrare nel meraviglioso mondo di Tosca, veniva rimbalzata a boomerang dai suoi occhi sgranati.
Ma forse era Elena a non essere così interessante, l’aveva sempre saputo di non meritare una grande curiosità. Nessuno gliel’aveva detto proprio in faccia ma certe cose si intuiscono, non c’è bisogno di avere un quoziente di intelligenza da premio Nobel. Se è per questo bastava avere una madre come Laury, e avanzava.
Per fortuna, ogni pausa stupefatta di Tosca era inondata dal brusio del formicaio, parole sconnesse che saltavano come palline da una scatola all’altra.
«Finché arriva lo stipendio, sai che m’importa?»
«Le mando la mia e-mail con un sms, poi il piano glielo stampo in PDF, ma se avesse bisogno mi chiami al cellulare.»
«Fino al prossimo mese non tagliano nessuno, l’ha detto Ambrosi.»
«Allora siamo a posto...»
«C’è il rischio di default di Cipro? E che c’entriamo noi?»
«A che ora fai pausa?»
«Ah, non mangi, stai a dieta, ma da quando?»
«Ma io ti avevo già girato l’ordine, ora ricontrollo la posta, c’era o no l’allegato?»
«Sarà finito nello spam...»
Elena era finita più volte nello spam. Un limbo senza identità, inodore, insapore, l’anticamera della depressione conclamata. Ci puoi rimanere una vita nello spam, se non ti vengono a cercare prima o poi finisci nel cestino. È la dura legge di Steve Jobs.
Elena aveva trentasette anni e gli occhi piccoli. Un cruccio, non gli anni ma la dimensione degli occhi. Non poteva farci niente. La chirurgia plastica è la scienza dei miracoli, oggi riescono addirittura a restringerti la vagina ma non è ancora previsto niente per l’ingrandimento degli occhi: così le aveva spiegato un esperto del ramo da cui era andata per un consulto. In compenso si era offerto di aumentarle il seno, ma già portava una terza e le sembrava un vero spreco di soldi.
A parte gli occhi e i capelli troppo fini, che sembravano fili elettrici non a norma ma che le davano personalità – come asseriva sua madre – per il resto il suo aspetto rientrava a pieno titolo nella categoria “ragazze passabili”, in certe giornate saliva addirittura sul podio delle “niente male”, ma solo in certe giornate. “Poco se mi guardo, molto se mi confronto!” Glielo diceva sempre Ilde, la capa dell’amministrazione, la veterana tuttofare della ditta. Ilde aveva cinquant’anni dichiarati ma non percepiti, era molto bassa e non si capiva mai dove le finivano i fianchi e iniziava il culo. Era un quadrilatero felice con un’anima da libellula, viveva sotto l’inganno ottico tipico delle persone troppo ottimiste. La prova del nove era nel tubino tigrato che indossava impunemente.
Lì alla Softy erano tutti più o meno così, facevano finta di essere in perfetta sintonia con la modernità, si dichiaravano a tutti i costi abili e adatti a quell’epoca straordinaria di gossip digitale e acquisti PayPal; in realtà non ci credeva nessuno, ma il terrore di proiettare sul resto del mondo un’immagine fallimentare era più forte di ogni verità. Non l’avrebbero ammesso neanche sotto tortura che si sentivano degli sfigati. Molti si erano anche tatuati, così, per poterne parlare, per postare una foto sul profilo e vedere quanti “mi piace” arrivavano, tanto per fare giornata e attirare un po’ di quell’attenzione virtuale che ormai tutti scambiavano per affetto. Elena non giudicava, piuttosto si astraeva.
Nell’ufficio gli ascensori odoravano di fritto e lavanda. Il tasto del terzo piano, quello della mensa, era il più consumato, si leggeva a malapena. Ora la mensa non c’era più, avevano affittato lo stanzone a un’azienda a nero di pellami in cui erano stipati una ventina di cinesi a lavorare h24, ma l’olezzo di minestra era rimasto e superava ancora quello degli involtini primavera.
Elena aveva un vero talento per gli odori, percepiva tutte le sfumature, anche quelle più sgradevoli; avrebbe potuto intraprendere una carriera da “naso”, come le diceva sempre sua madre, che invece non distingueva un accidenti perché era sempre immersa nella sua personale nuvola di patchouli. Oggi alla Softy si era inceppata la stampante, Elena l’aveva capito subito annusando fin dal corridoio la carta imbevuta di inchiostro. Il foglio incastrato nel rullo cigolava come un insetto in trappola, roba da rimanere ipnotizzati per tutto l’orario di lavoro, che fortunatamente per lei non era continuato.
Gli indeterminati avevano la pausa pranzo, mentre i determinati, quelli a progetto e quant’altro erano costretti a un orario più indefinito che continuato. Senza mensa, ognuno si organizzava per conto proprio. Tosca andava a barrette, cambiava marca con la stessa frequenza dello smalto per le unghie. Forse c’era un nesso nascosto?
Chissà da quanto si era incastrata la carta nella macchina infernale. Elena doveva stampare le analisi per la dottoressa, ma continuava a fissare incantata la Epson Laser 2012 che si lamentava come un moscone ferito, quando la “cosa” era ritornata all’assalto.
Succedeva sempre più spesso, ormai. Una sensazione inaspettata, come un uomo maldestro che ti abbranca da dietro, ti mette le mani sugli occhi per farti una sorpresa e invece ti crea solo un gran disagio. Una “cosa” che arriva alle spalle e ti avvolge come un asciugamano bagnato, poi segue a ruota un buco allo stomaco, ma anche se è ora di pranzo non è la fame. Toglie il fiato e lascia spossati, un senso di mancanza, come quando non trovi più la borsa sulla spalla o il cappello in testa. Elena non riusciva a individuare la fonte di questo malessere cronico, che arrivava insieme a un dolore sottile, diffuso ma imprendibile. Le ricordava quando da piccola la portavano dal dottore e non era capace di descrivere dove le faceva male, eppure lo sentiva, ma il dolore era furbo, svagheggiava, si muoveva tra le ossa e le ghiandole, scompariva per poi riemergere più forte di prima quando era già tornata a casa.
Era così che la “cosa” arrivava. E per fortuna era anche così che se ne andava, lasciando però quella strana nostalgia, ma di che? Non di un periodo di vita passato, non di un episodio, nemmeno di una persona, anche se Antonio ancora le bruciava, ma di qualcosa che sarebbe potuto avvenire e ora le sembrava scaduto il tempo. Ecco, era così. Aveva nostalgia della sua innocenza, di quello stato d’animo vago di attesa, quando si è ancora fiduciosi che qualcosa di bello e di nuovo possa sorprenderci. “Cosa bella, cosa nuova!” diceva la figlia di una sua amica, battendo le manine desiderosa.
Siamo tutti bimbi in attesa di una notte di Natale che stenta ad arrivare. Poi un bel giorno ti accorgi che Babbo Natale non esiste e a seguire sei tempestato da una raffica interminabile di cattive notizie.
Qualcosa di bello che doveva arrivare di lì a poco, ma poi non è arrivato più e non ha avvertito.
Elena non aspettava più niente ormai da tempo, ma senza drammi, serena. Si era convinta che il suo treno non sarebbe passato, forse avevano proprio eliminato la linea o “magari hai aspettato alla stazione sbagliata!”, come le diceva con una punta di sarcasmo Marta, per la cronaca la sua migliore amica.
Fatto sta che ’sto treno giusto, Frecciarossa, prima classe, quello che ti fa subito venire voglia di fare figli e portare avanti un progetto, non l’aveva visto.
Per fortuna i figli non li aveva fatti con Antonio. Che vuol dire per fortuna? Per fortuna o purtroppo? Se li giri sono la stessa cosa. Come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, nel mezzo del cammin di nostra vita. Elena era fiera di avere solo trentasette anni... oppure si doveva dire che ne aveva quasi quaranta?
Gianna Nannini l’aveva fatto a cinquantaquattro anni e l’aveva partorito da dentro di lei. Anche se le uova mi sa che non erano le sue, Tosca gliel’aveva spiegato com’era la storia del figlio della Nannini, ma l’aveva già dimenticato. Lei nel caso avrebbe voluto usare le sue, di uova, così per tradizione. Ma il suo treno non era passato. Quando era stata l’ultima volta che aveva sperato in qualcosa di bello e di nuovo? Neanche se lo ricordava.
Qualcun altro invece non aveva mai smesso di aspettare, tipo sua madre. Incredibile, alla sua “tenera” età, si alzava ancora la mattina con quella luce di attesa negli occhi, come un diavoletto che brilla e promette. Laury era convinta che al massimo verso il pomeriggio sarebbe arrivato un evento magnifico a ribaltarle la giornata. Poi non succedeva niente, ma lei non perdeva la fiducia nel suo futuro sconosciuto. Perché lei e il futuro erano amici da sempre, complici, alleati, compagni di bisbocce e di avventure.
Elena avrebbe voluto confidarsi con sua madre, ma non ci era mai riuscita. Poi, da quando lavorava alla Softy, i rapporti si erano complicati. Laury non considerava “lavoro” le occupazioni che non avessero a che fare con qualcosa di fortemente creativo. Non ti dico per forza pittore o regista, ma almeno ufficio stampa in una qualche casa editrice, magari piccola, meglio se alternativa. Tutto meno che l’impiegata di settimo livello in una ditta di distribuzione di software, che poteva vantare un punto vendita in ogni agglomerato urbano con almeno tre case e una sala giochi. Le aspettative di mamma Laury erano andate a gambe all’aria e non riusciva a dissimulare la sua disapprovazione. Alla fine era sempre una madre, con quel fastidioso piglio di madre che non si cancella anche se hai passato metà della giovinezza sulle spiagge di Goa e hai il simbolo dell’Om tatuato sulla spalla.
«Allora è arrivato questo allegato?»
«Oggi c’è una connessione bassissima in tutto l’ufficio.»
«Mi sa che stanno facendo dei lavori per la banda larga» bisbigliò Ambrosi, ma nessuno si prese la briga di rispondere.
2
Quella era l’ultima primavera in cui Elena si sarebbe potuta definire giovane, ma ancora non lo sapeva. Non si sa mai prima come ti cambiano gli anni, lo capisci solo dopo un po’. Non era più giovane, ma neanche vecchia. Era una cosa indefinibile, nella fase di passaggio, ragazza senza tempo e senza età, che si avviava al galoppo verso i quaranta, scadenza una volta considerata ancora rispettabile per una donna, oggi giudicata senza pietà l’anticamera di ogni declino.
Chi invece si poteva definire vecchia, senza ombra di dubbio, era la madre di Elena. Lauretta o meglio Laury, come la chiamavano da sempre, con uno di quegli inglesismi che si portavano ai tempi di Carnaby Street, ma che ora suonavano decisamente ridicoli. Laury e le sue amiche avevano nomi che finivano con la “y”, soprannomi che ricordavano divinità orientali, strani dittonghi impronunciabili o vezzeggiativi più adatti agli eroi dei fumetti che a delle signore della terza età. Perché a settant’anni, che tu lo voglia o no, sei dentro la terza età con tutte le scarpe, anche se indossi un tacco 12.
Laury li avrebbe compiuti a luglio e già fervevano i preparativi. Gli amici – il gruppo, come lo chiamava lei – erano in fibrillazione per organizzare qualcosa di memorabile. Elena era terrorizzata: imprevedibile cosa potesse scaturire da quelle teste sciroccate che abusavano di cannabis e quant’altro da almeno cinquant’anni. Quest’anno av...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Capitlo 1
- Capitlo 2
- Capitlo 3
- Capitlo 4
- Capitlo 5
- Capitlo 6
- Capitlo 7
- Capitlo 8
- Capitlo 9
- Capitlo 10
- Capitlo 11
- Capitlo 12
- Capitlo 13
- Capitlo 14
- Capitlo 15
- Capitlo 16
- Capitlo 17
- Capitlo 18
- Capitlo 19
- Capitlo 20
- Capitlo 21
- Capitlo 22
- Capitlo 23
- Capitlo 24
- Capitlo 25
- Capitlo 26
- Capitlo 27
- Capitlo 28
- Capitlo 29
- Capitlo 30
- Capitlo 31
- Capitlo 32
- Capitlo 33
- Capitlo 34
- Capitlo 35
- Capitlo 36
- Capitlo 37
- Capitlo 38
- Capitlo 39
- Indice
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