American War
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American War

  1. 448 pagine
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American War

Informazioni su questo libro

«Nella luce vermiglia del crepuscolo, i Chestnut entrarono in quell'immensa favela fatta di tende che, fino alla notte del grande massacro, sarebbe diventata la loro città.»Quando scoppia la guerra civile, nel 2074, Sarat Chestnut ha solo sei anni, eppure sa già perfettamente che il petrolio è fuorilegge, che metà della Louisiana, dove vive, è sommersa dalle acque del mare e che i Corvi, minacciosi droni che solcano il cielo, non sono lì per proteggere lei e i suoi fratelli. Il giorno in cui la guerra arriva a lambire la loro casa, la famiglia fugge nel cuore del territorio dei Rossi, i secessionisti, fino a Camp Patience, un immenso accampamento per le decine di migliaia di profughi del Sud.È qui che Sarat diventerà adolescente e poi donna, abbandonando i giochi da maschiaccio e i sogni da bambina per scoprirsi improvvisamente troppo adulta. È qui che incontrerà un misterioso uomo, Gaines, che le aprirà gli occhi sulle ingiustizie che la sua gente subisce per mano dei soldati Blu dell'Unione. Ed è sempre qui, dopo il terribile massacro che spazzerà via le ultime speranze di una vita normale, che Sarat imparerà il sapore della violenza e della vendetta.American War è uno spaccato crudele e senza riserve sull'incommensurabile rovina che la guerra porta nella vita di una nazione, di una comunità, di una famiglia, di un singolo individuo. L'esordio di Omar El Akkad, «intenso e terrificante» come lo ha definito il Washington Post, ci mostra un futuro molto vicino, un paesaggio immaginato eppure sempre più realistico, lo scatto vivido, inquietante, di cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti usassero su se stessi le loro devastanti politiche, contro gli americani le armi dei loro eserciti.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817096096
eBook ISBN
9788858691458

II

Luglio 2081
Iuka, Mississippi

Capitolo cinque

Camp Patience aveva la struttura di un cerchio diviso in quattro quarti. La sezione del Mississippi occupava il quadrante nord-ovest, quella della Georgia il sud-ovest, a nord-est c’era l’Alabama e a sud-est la South Carolina. Le tende venivano assegnate ai profughi in base al loro stato di provenienza. I Chestnut, che erano degli intrusi, fin dal loro arrivo vivevano nel settore del Mississippi, ormai da sei anni.
I quattro settori del campo si incontravano al centro del cerchio, dove c’erano gli uffici amministrativi, la sala d’accoglienza, la cappella, l’ambulatorio medico e la mensa. Fuori dagli edifici, un’esplosione centrifuga di tende investiva tutto il territorio circostante.
A ovest, il campo confinava con i resti martoriati dell’ex riserva di caccia della Contea di Tishomingo. A nord, oltre il tratto più alto e minaccioso della recinzione, c’era la distesa del Tennessee. D’inverno, quando il cielo era limpido, gli occupanti delle tende più settentrionali riuscivano a scorgere, camuffati tra gli alberi, i primi avamposti dei Blu; e di notte sentivano le risa e le imprecazioni delle milizie schierate con l’Unione, che braccavano tra i cespugli chiunque osasse aprirsi un varco verso nord.
Alcuni si ostinavano a provarci, e venivano ammazzati a fucilate. Altri andavano e venivano, scegliendo di tentare la fortuna nei bassifondi intorno alla capitale sudista di Atlanta. L’unica eccezione erano i profughi della South Carolina, che a Patience di fatto si erano trasferiti in pianta stabile: avevano rinunciato alla speranza di tornare a casa, perché il loro Paese di un tempo, ormai, non esisteva più. Infettato da un virus della crescita all’inizio della guerra – per opera degli agenti segreti dell’Unione, che speravano così di sedare i feroci moti secessionisti – si era ridotto a un lazzaretto. I malati, imprigionati dietro alle mura di quarantena, non potevano più uscire, e i sani erano rimasti chiusi fuori dalle loro case.
* * *
La vicina di Martina, Lara, bussò alla porta della tenda dei Chestnut ed entrò. Trovò Martina al solito posto, seduta al tavolo di plastica che aveva trasformato in scrivania. Il tavolo era il cuore del suo ufficio improvvisato, in cui passava quasi tutto il giorno, trascrivendo migliaia di appelli e richieste d’aiuto per conto dei profughi analfabeti.
«Com’è andata l’intervista?» chiese Martina.
«Come al solito» rispose Lara. «Li conosci i giornalisti dei Blu, fanno sempre le solite domande. Gli insurrezionalisti di su, i secessionisti di giù… Se non altro ho rimediato qualche dollaro per lo spaccio. Poteva andar peggio.»
«Vieni, siediti un po’» disse Martina. «Bevi un po’ d’acqua, che fuori si brucia.»
Lara aprì il piccolo frigorifero accanto alla scrivania e tirò fuori due bottiglie d’acqua. Ne arrivavano degli scatoloni il 10 di ogni mese, qualche giorno dopo che le navi con gli aiuti approdavano ad Augusta. I cartoni avanzati erano i giacigli più diffusi nel campo.
«Di che si tratta, stavolta?» chiese Lara, sedendosi su una seggiolina pieghevole accanto a Martina, e sbirciando da sopra la sua spalla verso lo schermo del vecchio tablet, che funzionava ancora per miracolo.
«Una ragazza arrivata da poco, sta al trentasei, dodici dell’Alabama. Vuol chiedere ad Atlanta di far uscire il marito di prigione con un anno di anticipo» rispose Martina. «Dice che le Teste di Rame l’hanno costretto ad arruolarsi puntandogli un fucile alla tempia, e che non ha mai sparato un colpo in vita sua.»
«Vuoi puntare sul fatto che tra un po’ è il Giorno dell’Indipendenza?»
«Già.»
«E dici che funzionerà?»
«Certo che no. Ma in cambio mi ha offerto un pacchetto di Yuxis. Mica potevo rifiutare.»
«Sai, mi viene in mente» disse Lara «quella ragazza del settore della Georgia di cui ti avevo parlato, Madison… Quella che ha il figlio con il labbro leporino. Alla fine pare che abbia cambiato idea. Non vuole più che le scrivi quell’appello per il signor Sharif.»
«Ha trovato un altro modo per far operare il figlio?»
«Macché. Ha detto che qualche giorno fa è venuta a cercarti e ha visto quella.» Lara indicò la statua della Vergine tutta scheggiata, che svettava su un paio di cassette d’acqua accanto all’ingresso della tenda.
«Cos’ha che non va?» disse Martina.
«Non le piacciono i cattolici, credo.»
«Stai scherzando?»
«Nossignora.»
Martina scosse la testa. «Valla a capire, certa gente» disse. «Be’, per me non c’è problema. Che si faccia curare il figlio da quell’incantatore di serpenti di Birmingham, visto che gli è tanto devota.»
Lara scoppiò a ridere. «Ormai non lo fanno più venire al campo. Era troppo scalmanato, per i loro gusti. Al posto suo hanno preso un battista di Atlanta, un mollaccione. Conosci il genere: siamo nelle mani di Dio, bla bla bla.» Lara controllò l’orario sul tablet di Martina. «A proposito, ci vieni a messa?»
«Non ho tempo» rispose lei. «Devo finire questa e poi attaccare con quella dei Buckhorn.»
«Che diavolo vogliono ancora?»
«Credo che gli scontri lungo la frontiera est della Georgia siano finiti. Atlanta ha dichiarato che la loro città è tornata a essere sicura.»
«E vogliono un passaggio fin lì, o roba del genere?»
«No, chiedono di restare.»
«Questa è nuova» disse Lara.
«Come dargli torto. Sono qui da più tempo di noi. Probabilmente a casa loro non troverebbero altro che un gran buco per terra.»
Qualcuno bussò alla porta, interrompendo la conversazione. Lenny, un ragazzo di diciassette anni, che in virtù dei suoi innumerevoli contatti era considerato il maneggino del campo, entrò nella tenda con un mucchio di soldi in mano.
«Buongiorno signore» disse. «No, non ditemi che non siete contente di vedermi, perché so che non è vero.»
«Sono contenta di vedere quello che hai mano» ribatté Lara. «Quanto sei riuscito a spillargli?»
«Solo la tariffa standard, Mrs Boswell» disse Lenny. «Contenta?» Poi contò trecento dollari e li separò dal rotolo di banconote che aveva in mano, quindi posò i soldi sul tavolo. «E questo nonostante il modo francamente sgradevole in cui ha trattato il nostro ospite, stamattina.»
«Cosa volevi, che gli facessi un balletto? Che gli cantassi una canzone?»
«Almeno poteva evitare di offenderlo.»
«Io non ho offeso nessuno.»
«Gli ha dato del bugiardo» disse Lenny. «E per un fior di giornalista nordista, non c’è offesa peggiore.»
Martina allungò una mano. «E per la mia bambina? Dov’è la sua parte?» disse.
«Eh?»
«“Eh” un cavolo. Posa qui il tuo lato migliore.»
«I miei lati sono tutti migliori» disse Lenny. E passò a Martina duecento dollari.
«Tutto qua?» disse lei. «Che diamine, l’hanno ripresa per quasi un’ora.»
«Per adesso è tutto. Ma non si preoccupi, Dana Chestnut diventerà una star. Gli avvoltoi della stampa estera pagheranno qualsiasi cifra pur di riprendere una piccola, dolce sfollata del Sud: e sua figlia, come sfollata, è una delizia.»
«Non diventerà un’abitudine» disse Martina.
«Come vuole. Ma torneranno a chiedere di lei, ne sono certo.» Lenny si inginocchiò accanto al frigo dei Chestnut e riemerse con una bottiglia d’acqua. Si sedette al tavolo con le due donne, asciugandosi il sudore dal viso.
«Secondo me si sbaglia, su quel reporter dei Blu» disse a Lara. «Non credo che potrà usare granché, dell’intervista che le ha fatto; per la metà del tempo, ha detto solo stupidaggini.»
«Cosa vuoi che me ne importi se la usa o no?» disse Lara. «C’è ancora qualcuno che non sa che siamo in guerra?»
Lenny sghignazzò. «Sapete che continua a chiedermi di accompagnarlo nel settore della Carolina? Io gliel’ho detto: guarda che quelli ti tagliano la gola appena ti vedono. Ma lui è convinto – come ha detto? – oh, già, che “riconosceranno la sua neutralità”.»
«Oh, qualcosa riconosceranno di certo» disse Lara. «In quello sono sveltissimi.»
Lenny finì la bottiglia con due sorsi e la posò sul tavolo. Era basso e smilzo, magro al punto da sembrare rachitico. Con anni di esercizi era riuscito ad aumentare la massa muscolare di una spalla e ad acquistare una postura leggermente sghemba, in modo che la metà del viso devastata, con la pelle fusa e l’orecchio accartocciato su se stesso, rimanesse sempre un po’ nascosta. Indossava, quasi esclusivamente, t-shirt sbiadite e pantaloni da trekking, nelle cui tasche teneva svariati taccuini pieni di nomi e indirizzi, nonché gli unici tre telefoni funzionanti di tutto il campo.
«Signore» disse alzandosi, «è stato un piacere, come sempre. Sono sicuro che ci rivedremo presto. Restate il più possibile a sud della recinzione. Il mio compare dice che le milizie su a nord stanno ricominciando a scaldarsi.»
Quando se ne fu andato, Martina ripose il tablet e tornò a sedersi sulla sua sedia. Negli ultimi sei anni aveva sviluppato un sesto senso per le variazioni climatiche; stava per arrivare un’altra tempesta di sabbia. C’era un’arsura familiare, un invisibile aumento del peso dell’aria. Nel giro di un paio di giorni, una foschia color bronzo sarebbe tornata a levarsi in cielo, e per una settimana lo spaccio sarebbe rimasto a corto di bombolette d’ossigeno e salviette umidificate.
«Da quant’è che traffica, il ragazzo?» chiese a Lara.
«Lenny? Da quando aveva dieci o undici anni, almeno. Ha cominciato portando le sigarette ai soldati Blu schierati sul confine, pensando che nessuno avrebbe mai sparato a un ragazzino. E ha avuto fortuna, direi, perché non l’hanno fatto. Dopo di che ha cominciato a lavorare con i giornalisti. È così che ha perso mezza faccia. Credo che uno di quei reporter volesse dare un’occhiata a nord di Corinth, dove i ribelli ammazzavano tutti quei Blu con le autobombe, così lui ce l’ha accompagnato. E manco a dirlo…»
«Hai visto quanti soldi aveva?» disse Martina. «Deve aver messo da parte un bel gruzzolo, ormai.»
«E non spende manco un centesimo. Ha dei progetti per il futuro. Ogni volta che fa un lavoro per un reporter del Nord o per un soldato dei Blu, gli chiede di scrivergli una lettera di presentazione, così può fare la domanda per uscire dalla Zona Rossa. Tutti gli dicono di sì, ma poi quasi nessuno gliele scrive. Non usa neanche il suo vero nome, con loro. Si è inventato un’altra identità, solo per i traffici coi Nordisti. Sono convinti che si chiami Christian, o qualcosa del genere.»
«Lavora ancora per i soldati Blu?»
«Già. A quelli gli conviene avere un Sudista dalla loro, se vogliono imbucarsi in qualche città del Sud, e contare sulla collaborazione della gente del posto.»
«Strano che i ribelli non l’abbiano già impiccato.»
Lara fece spallucce. «È uno che fa amicizia con tutti, e di amici ne ha tanti» disse. «Prima o poi lo beccheranno. Ma almeno ha uno scopo nella vita. Non come noi altre, che ce ne stiamo qui sedute ad aspettare che ci mettano sottoterra.»
Lara si alzò in piedi. «Sicura che non vuoi venire a messa?» domandò. «Dopo danno un piccolo ricevimento, con quel succo d’arancia che sa di arancia vera.»
«Ti raggiungo» disse Martina. «Ci vediamo stasera alla partita.»
Lara scosse la testa. «Che tristezza, i cattolici non praticanti» disse.
Dopo che la sua amica se ne fu andata, Martina riaprì il tablet e cercò di terminare la lettera a cui stava lavorando. Ma le parole non le venivano. Posò il tablet e se ne andò a letto, sul retro della tenda. Si stese sulla branda, e le molle di metallo cigolarono sotto al suo peso.
Negli ultimi anni aveva scritto centinaia di lettere – richieste d’indulgenza, confessioni di piccoli reati, appelli di famiglie sempre più numerose che chiedevano tende più grandi e meglio collocate, messaggi rivolti ai direttori di remote testate giornalistiche, visti per viaggiare al Nord, lettere d’amore, elogi funebri.
A parte questi ultimi, il grosso di ciò che scriveva si rivelava inutile; una lettera su venti al massimo riusciva nel suo scopo. Le lettere che andavano a buon fine – la prova tangibile del suo impegno – le stampava e le conservava in un piccolo schedario accanto al letto. Erano quelle lettere ad assicurarle un posto nell’ecosistema imprenditoriale del campo – al pari di quel tizio del settore dell’Alabama che riusciva a trasferire nel Paese qualsiasi somma di denaro in quattro giorni al massimo, o della nonnina della Georgia che solo in virtù della collocazione della sua tenda poteva agganciarsi alla rete wireless degli uffici dell’amministrazione. Il lavoro ti garantiva uno scopo, un senso di appartenenza, di partecipazione.
A forza di scrivere lettere, Martina aveva imparato alcune cose in merito alle sottili peculiarità degli intermediari del Sud. Gli Scissionisti del Mississippi, come la maggior parte degli altri gruppi ribelli, preferivano essere chiamati Fratelli; le lettere destinat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. American War
  4. Prologo
  5. I. Aprile 2075 St. James, Louisiana
  6. II. Luglio 2081 Iuka, Mississippi
  7. III. Ottobre 2086 Lincolnton, Georgia
  8. IV. Gennaio 2095 Lincolnton, Georgia
  9. Ringraziamenti