Quarta parte
Il sentiero del tradimento
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«Con permesso, Vostro Onore» dissi, cercando di mostrarmi rispettosa, serena e allo stesso tempo determinata, come se ogni parola mi uscisse direttamente dal cuore. «Buonasera, signore e signori della giuria, come state?» fu la mia retorica domanda.
Undici paia di occhi mi guardarono come per dire: è estate, fa un caldo infernale e ci costringono a chiuderci in quest’aula, come vuole che stiamo?
Ci trovavamo nell’aula numero due del tribunale di prima istanza di Madrid; quel giorno gli operai che si occupavano della manutenzione avevano avuto un problema con i condensatori e l’aria condizionata non funzionava, un vero inconveniente (per dirla in modo elegante) in una città come Madrid in pieno agosto.
Con le finestre ermeticamente chiuse per sicurezza, tutti noi presenti, compresi i cinque avvocati e il magistrato, ognuno sotto una toga, eravamo fradici di sudore. Agosto, a dispetto di quanto si crede, non è un mese completamente inutilizzato dalla giustizia del nostro Paese e, in casi eccezionali com’era il nostro, si può anticipare di qualche giorno l’inizio di un processo per ragioni procedurali. Così, su richiesta della magistratura e d’accordo con le parti, dopo aver verificato che i testimoni sarebbero stati disponibili, l’inizio del dibattimento era stato fissato per quel soleggiato e assassino lunedì 21 agosto. Il nuovo ministro aveva incoraggiato i giudici e i funzionari del ministero della Giustizia a dare l’esempio, emancipandosi dalla loro abituale ortodossia in merito a calendari, lentezza dei processi e utilizzo di nuove tecnologie e procedure durante le udienze. Leopoldo Barrios, il giudice che presiedeva quell’aula, ne aveva preso diligentemente nota.
Fissai i giurati, il mio vero e unico punto di interesse, seduti in rigido ordine di selezione; a ciascuno di loro era stato assegnato un numero in modo aleatorio. Sette titolari in prima fila (quattro uomini e tre donne) e altri due in seconda fila (un uomo e una donna), più i due supplenti (entrambi donne) sempre in seconda fila. Condividevano tutti la medesima espressione annoiata, benché fosse soltanto il primo giorno. Alcuni si sventagliavano con le cartellette del tribunale, altri restavano immobili al loro posto, senza fare una piega. Sapevano che gli era stata data una grande responsabilità e, pur non avendo nessuna voglia di affrontarla, alla fine avrebbero fatto del loro meglio e si sarebbero lasciati coinvolgere più del previsto. Provai empatia per tutti loro e feci una carrellata sulle loro facce, dandogli solo il tempo di guardarmi e di familiarizzare con me; creare un legame di fiducia tra noi era fondamentale, se volevo ottenere un verdetto di colpevolezza.
«La maggior parte di voi in questo momento preferirebbe essere altrove» proseguii, «chi a digerire un bel pranzetto in compagnia di amici e familiari, chi, considerando il periodo, lungo disteso in spiaggia, o a passeggiare in montagna o a schiacciare un pisolino. Mi risulta che per diversi di voi, come avete fatto notare stamattina durante la selezione, fare parte di questa giuria in una causa penale sia fonte di un incredibile disagio. È un incredibile disagio: mi riferisco in particolar modo a quanti dovranno rinunciare a gran parte delle meritate ferie, e, se possibile anche di più, ai lavoratori autonomi che dovranno sospendere l’attività per alcuni giorni senza che nessuno possa sostituirli o ricompensarli. In fin dei conti, capiamo molto bene che preferireste essere lontani da qui a continuare la vostra vita, e non in quest’aula circondati da perfetti sconosciuti, a parlare di una questione che sulle prime non vi dirà molto, e su cui dovrete passare parecchio tempo pagati trentaquattro euro al giorno, svolgendo un compito che fino a poche settimane fa non avreste mai immaginato di dover assolvere. Come se non bastasse, abbiamo avuto problemi tecnici con il condizionatore.»
Vidi qualcuno annuire, compresa la titolare numero quattro, che sbuffò apertamente, in segno di approvazione. Si trattava di una signora anziana che aveva espresso la propria sorpresa quando si era trovata tra i candidati durante il colloquio di selezione della mattina. «Con tutti gli spagnoli che ci sono, doveva toccare a me» aveva detto con un’invidiabile spontaneità. Aveva sessantasette anni ed era l’unica pensionata degli undici, compresi i due supplenti. Riponevo in lei molte speranze; anche se aveva assicurato che non giocava al bingo e nemmeno ad altri «giochi di internet», aveva ammesso di avere, all’occasione, infilato qualche monetina nelle slot machine. Intuivo che la buona donna doveva conoscere più di un bar e che, magari, nascondeva altre cose, non dico una dipendenza vera e propria, ma almeno una conoscenza diretta dei giochi popolari della strada, se così possiamo dire. Era evidente che, a priori, un giurato che giocasse o che avesse una persona vicina che lo faceva ci avrebbe favorite. Se la numero quattro aveva passato la selezione era solo perché la difesa aveva esaurito subito le sue possibilità di ricusare i giurati e quindi aveva dovuto mandarla giù. Avevo già deciso che sarebbe stata una dei miei giurati preferiti e che mi sarei rivolta direttamente a lei in più di un’occasione.
«Sarò sincera» proseguii. «Vi capisco: anche a me piacerebbe essere altrove. Vorrei che in Spagna non ci fossero più di un milione di persone affette da dipendenza dal gioco a diversi livelli e con diversa gravità, questo stando ai dati del ministero della Salute. Vorrei che lo Stato non permettesse gli annunci televisivi che reclamizzano le sale da gioco negli orari di massima audience, e che in questo settore imponesse le stesse restrizioni applicate al tabacco e all’alcol. Avrei preferito che il signor Alejandro Tramel non contraesse una delle dipendenze più gravi, secondo quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Avrei preferito che il casinò di Robredo non approfittasse di un malato, pur essendo a conoscenza del suo malessere, con il solo scopo di mandarlo in rovina. Avrei preferito che non lo minacciasse e vessasse in ripetute occasioni, nell’arco di due anni, come dimostreremo nel corso di questo processo con prove inconfutabili esaminate e ammesse da diversi periti qualificati. Avrei preferito che, dopo averlo privato di tutto quello che aveva, e anche di quello che non aveva, il casinò di Robredo e i suoi responsabili non avessero indotto al suicidio il signor Tramel in modo vile, premeditato e con l’aggravante della crudeltà. E, infine, avrei preferito che, anche dopo averlo distrutto e accompagnato per mano a morire, al colmo della viltà e dell’avidità, il signor Emiliano Santonja, che potete vedere seduto alle mie spalle, con la sua perfetta abbronzatura e il suo costosissimo abito su misura, non avesse avuto la sfacciataggine di querelare la vedova e l’orfano del defunto per costringerli a pagare un debito del quale loro erano già rientrati mille volte e che era stato pagato con la carne del defunto signor Tramel sotto forma di sangue e dolore.»
Feci una pausa, perché quelle undici persone potessero assimilare per bene il mio appello, in tutta la sua portata, e perché, con un po’ di fortuna, guardassero Santonja e lo mettessero a fuoco. Il giurato numero uno, e portavoce provvisorio (fino a quando non fosse terminato il dibattimento e avessero dovuto votare per scegliere un presidente e un portavoce ufficiali), era un militare in congedo di quarant’anni, al momento responsabile della sicurezza di una azienda di informatica. Non mi toglieva gli occhi di dosso. Mi parve di non essergli troppo simpatica. Forse, pensai, a causa della sua educazione castrense e per il suo senso del dovere e della disciplina non simpatizzava troppo con una donna che difendeva un uomo debole, che non solo aveva sviluppato una dipendenza dal gioco ma si era anche tolto la vita, lasciando soli e indifesi la moglie e il figlio piccolo. Inoltre mi dava l’impressione che non gli piacessero troppo le cicatrici che avevo in faccia. Era una cosa su cui avevo riflettuto molto, avevo valutato a fondo l’opportunità o meno di presentarmi in tribunale con quell’aspetto, e avevo persino considerato l’eventualità che fosse Sofía a farlo, siccome era molto più giovane di me, e aveva una bella pelle liscia (non dico per scherzo) che non mostrava i danni delle botte – fisiche e morali – che avevo incassato io negli ultimi tempi; quanto a me, avrei potuto agire nell’ombra, come una specie di Cyrano del foro, per così dire. Ma entrambe eravamo arrivate alla conclusione che fossi io il vero motore del caso, pertanto ero io che li dovevo affrontare nonostante tutto. E poi, volete mettere il gusto di godersi lo spettacolo dalla prima linea?
Ero pronta. In un certo senso, tutto ciò che avevo fatto nella vita era servito a prepararmi per quel giorno, tutte le interminabili ore di studio, l’esperienza di anni nei tribunali, la mia caduta, tutte le mie penose dipendenze, tutte le bugie e gli inganni, la sofferenza, le difficoltà, ogni più piccola cosa era stato un intenso, sconcertante e talvolta straziante apprendistato che mi aveva portato fino a quel momento.
«Adesso vi chiedo di guardare tutti per un attimo il calendario elettronico che vedete sulla parete alla vostra sinistra» proseguii. «Guardatelo, per favore.»
Circa un metro e mezzo sopra la testa del giudice c’era un orologio-calendario che doveva essere lì dal giorno in cui avevano inaugurato l’edificio, intorno agli anni Cinquanta.
«Sedici e quattordici di lunedì 21 agosto» lessi. «Primo giorno utile del nuovo corso giudiziario in questa venerabile aula numero due del tribunale di prima istanza di Madrid. Bene, vi consiglio di prestare attenzione al calendario ogni mattina in cui entrerete in quest’aula. Perché ogni minuto, ogni ora, ogni giorno che passeremo qui dentro, in compagnia del signor Emiliano Santonja, sarete sempre più convinti che sia colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio dei reati di minaccia grave, coazione, estorsione e istigazione al suicidio, e avrete anche la certezza che se quest’uomo la spunterà e uscirà da questo tribunale senza una condanna, continuerà ad agire in assoluta impunità contro altri innocenti. Non perdete di vista quel vecchio calendario.»
Dopodiché, mi giocai il tutto per tutto.
«Secondo il calendario delle convocazioni, è previsto che il 31 agosto, o al massimo il giorno dopo, questo processo termini. Ebbene, io scommetto con voi la mia reputazione di avvocato, il mio presente, il mio passato e il mio futuro professionale, scommetto persino il risultato di questa causa, che prima che il processo si concluda e che quel vecchio calendario arrivi al giorno 31, il signor Santonja e i suoi avvocati mi proporranno un patteggiamento perché io ritiri la denuncia. Ci offriranno dei soldi, per indurci a farci da parte. Accadrà, ne sono certa, e lo faranno per un semplice motivo: perché sanno di essere colpevoli, perché ci sono prove che lo dimostrano, perché ci sono testimoni che lo diranno quando saranno seduti là, su quella poltrona vuota al centro dell’aula. E, soprattutto, perché sanno che voi siete persone giuste, libere, non corruttibili, e che li condannerete.»
«Protesto energicamente, Vostro Onore» disse balzando in piedi Jordi Barver in persona, che finalmente si era messo a capo della difesa, declassando la Tomé a un ruolo secondario. Lo fece con estrema educazione, senza alzare il tono della voce.
«Per quale ragione specifica, signor avvocato?» chiese il giudice. «O protesta solo perché non le piace quello che dice l’avvocato dell’accusa?»
Il processo era presieduto dal magistrato titolare dell’aula, Leopoldo Barrios, uno dei più noti e considerati della città, per diverse ragioni.
«Come l’avvocato sa bene, non è pertinente menzionare possibili accordi tra le parti, Vostro Onore» replicò Barver, «è pura e semplice speculazione con l’intento di confondere la giuria.»
«Che io abbia sentito, ha menzionato solo un ipotetico accordo» replicò Barrios. «Facciamo una cosa. Vi ho permesso in via eccezionale di fare la vostra esposizione iniziale oralmente, invece di presentarla per iscritto, dato che entrambe le parti erano d’accordo e sembrava il modo migliore per far comprendere alla giuria di cosa dibatteremo. Ora, durante questa esposizione non sono ammesse proteste, repliche e controrepliche, che avrete occasione di fare a partire da domani. Se uno degli avvocati eccede e supera una certa linea, provvederò io a ricordarglielo. La prego, pertanto, di farmi il favore di restare in silenzio fino a quando arriverà il suo turno. E lei, dal canto suo, avvocato, può proseguire, anche se la invito a non divagare; sia concreta, per favore. Il suo tempo sta per finire, non sprechi la pazienza della giuria con ipotetiche scommesse non p...