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Domenica 5 giugno 2005
Il risorto festival di Jarocin è un grande successo: diecimila persone assistono al concerto delle rock band Dżem, Armia e TSA. La Generazione Giovanni Paolo II prende parte al meeting di preghiera annuale a Lednica. Zbigniew Religa, cardiochirurgo e politico, ha annunciato che si presenterà alle presidenziali e che vuole essere «il candidato della riconciliazione nazionale». Alla decima edizione dell’Air Picnic di Góraszka sono esposti due caccia F–16 che suscitano reazioni entusiastiche. A Baku la squadra polacca batte l’Azerbaigian 3 a 0, nonostante una performance deludente, e l’allenatore dell’Azerbaigian picchia l’arbitro. A Varsavia la polizia diffonde foto raccapriccianti di vittime di incidenti d’auto come monito agli automobilisti. Nel sobborgo di Mokotów un bus numero 122 prende fuoco, e in via Kinowa un’ambulanza si ribalta mentre trasporta un fegato destinato al trapianto. L’autista, un’infermiera e un medico vengono portati all’ospedale con modeste lesioni, il fegato è intatto e viene trapiantato il giorno stesso a un paziente dell’ospedale di via Stefan Banach. Temperatura massima nella capitale: venti gradi. Brevi piogge.
I
«Vi racconto una fiaba. Tanto, tanto tempo fa in una piccola città di provincia viveva un falegname. La gente era povera, non poteva permettersi nuovi tavoli e nuove sedie, e così anche il falegname era senza soldi. Faticava a mettere insieme pranzo e cena, e più diventava vecchio meno credeva che il suo destino potesse cambiare, anche se lo desiderava più di chiunque altro su questa Terra, perché aveva una bella figlia e voleva che lei riuscisse meglio di lui nella vita. Un giorno d’estate a casa del falegname si presentò un ricco signore. “Falegname” disse, “mio fratello verrà a trovarmi dopo moltissimo tempo che non ci vediamo. Voglio fargli un regalo speciale, e poiché lui viene da una terra ricca di oro, argento e pietre preziose ho deciso di donargli un forziere per gioielli di straordinaria bellezza. Se riesci a farmelo per la domenica dopo la prossima luna piena non dovrai mai più lamentarti per la tua povertà.” Naturalmente il falegname accettò l’incarico e si mise subito al lavoro. Fu un’opera insolitamente complicata e faticosa, perché volle combinare molti tipi di legno diversi e decorare il forziere con minuscole incisioni di creature leggendarie. Mangiò poco e quasi non dormì: lavorò e basta. Nel frattempo la notizia della visita del ricco signore e della sua insolita commissione si diffuse in città. I cittadini volevano molto bene all’umile falegname, e tutti i giorni qualcuno andava a offrirgli parole gentili e cercava di aiutarlo nel lavoro. Il panettiere, il mercante, il pescatore, perfino l’oste: tutti presero lo scalpello, il martello e la lima, perché desideravano che il falegname finisse la sua opera in tempo. Purtroppo nessuno di loro era in grado di fare il suo lavoro, e la figlia del falegname stava a guardare malinconica il padre che invece di concentrarsi sulle proprie mani doveva sistemare tutte le cose malfatte dagli amici. Ormai mancavano solo quattro giorni alla scadenza del patto e l’artigiano si strappava i capelli, disperato. Allora sua figlia si parò sulla soglia della loro casetta e cacciò via tutti coloro che venivano a offrire aiuto. L’intera città si offese, e nessuno parlò più del falegname se non come di un rozzo ingrato, e di sua figlia dicevano che era una vecchia zitella sgarbata. Mi piacerebbe potervi dire che perse gli amici ma riuscì a incantare il ricco signore col suo complicato lavoro, ma non sarebbe la verità. Perché la domenica dopo la luna piena il gentiluomo arrivò e se ne andò subito, furibondo, a mani vuote. Solo molti giorni più tardi il falegname riuscì a finire il forziere, e lo regalò alla figlia.»
Finita la storia, Cezary Rudzki si schiarì la voce e si versò una tazza di caffè dal thermos. I suoi tre pazienti, due donne e un uomo, erano seduti dall’altra parte del tavolo. Mancava solo Henryk.
«E qual è la morale?» chiese Euzebiusz Kaim, l’uomo seduto a sinistra.
«È quella che decidi di trovarci» fu la risposta di Rudzki. «Io so che cosa volevo dire, ma voi sapete meglio di me quello che volete capire e qual è il senso di cui avete bisogno in questo momento. Non si discutono le fiabe.»
Kaim tacque. Anche Rudzki taceva, accarezzandosi la barba bianca, che secondo alcuni gli conferiva una certa somiglianza con Hemingway. Si chiese se in qualche modo doveva alludere agli eventi del giorno prima. Secondo le regole no. Però…
«Approfittando dell’assenza di Henryk» disse, «vorrei ricordare a tutti voi che non sono solo le fiabe che non discutiamo. Non si discute nemmeno l’andamento della terapia. Questa è una delle regole fondamentali. Anche dopo sedute intense come quella di ieri. Tanto più si deve restare in silenzio.»
«Perché?» chiese Euzebiusz Kaim, senza alzare lo sguardo dal piatto.
«Perché altrimenti ricorreremmo a parole e tentativi di interpretazione per coprire ciò che abbiamo scoperto. Nel frattempo, la verità deve cominciare a fare effetto. Trovare una via d’ingresso per la nostra anima. Sarebbe disonesto verso tutti noi uccidere la verità con una discussione accademica. Vi prego, credetemi, è meglio così.»
Continuarono a mangiare in silenzio. Il sole di giugno si riversava dalle strette finestre simili a feritoie, dipingendo strisce luminose nella sala buia. La stanza era molto semplice. Un lungo tavolo di legno senza tovaglia, alcune sedie, un crocifisso sopra la porta, una piccola credenza, un bollitore elettrico e un minuscolo frigo. Nient’altro. Rudzki era contentissimo di aver trovato quel posto, un rifugio tranquillo nel cuore della città. Aveva pensato subito che le stanze annesse alla chiesa sarebbero state più adatte alla terapia che non gli agriturismi che aveva affittato in passato. Aveva ragione. Nell’edificio trovavano posto una chiesa, una scuola, un ambulatorio medico e parecchi uffici privati, e la strada Łazienkowska passava proprio vicino, però c’era un gran senso di pace, lì. Ed era quello di cui i suoi pazienti avevano più bisogno.
La pace aveva il suo prezzo. Non c’era cucina, e aveva dovuto comprare lui il frigo, il bollitore, il thermos e le posate. I pasti li ordinava da fuori. Dormivano in celle singole, e avevano a disposizione anche il refettorio, in cui sedevano al momento, e un’altra piccola aula per le sedute. Aveva la volta a crociera, sostenuta da tre robuste colonne. Non era proprio la Cripta di San Leonardo nella Cattedrale di Wawel, ma quasi, a confronto delle stanzette dove riceveva di solito i pazienti.
Al momento però si chiese se non avesse scelto un luogo troppo tetro e opprimente. Era come se le emozioni liberate dalle sedute restassero prigioniere tra le pareti, rimbalzandovi contro come palle di gomma per colpire chiunque avesse la disgrazia di trovarsi sulla traiettoria. Era sopravvissuto a fatica agli eventi del giorno prima, ed era contento di sapere che presto sarebbe finito tutto. Voleva uscire prima che poteva.
Bevve un sorso di caffè.
Hanna Kwiatkowska, la donna di trentacinque anni seduta di fronte a Rudzki, si rigirava un cucchiaino tra le dita senza distogliere lo sguardo da lui.
«Sì?» disse Rudzki.
«Sono preoccupata» disse lei con voce legnosa. «Sono già le nove e un quarto, e Henryk non è qui. Forse dovrebbe andare a vedere che sia tutto a posto, dottore.»
Lui si alzò.
«Vado» disse. «Immagino che stia dormendo sulle emozioni di ieri.»
Percorse uno stretto corridoio – tutto in quell’edificio era stretto – fino alla stanza di Henryk. Bussò. Nessuna risposta. Bussò di nuovo, più forte.
«Henryk, è ora di alzarsi!» gridò, per farsi sentire.
Aspettò un altro istante, poi abbassò la maniglia ed entrò. La stanza era vuota. Il letto era stato rifatto e non c’erano effetti personali. Rudzki tornò al refettorio. Tre teste si voltarono insieme verso di lui, come se appartenessero a un solo corpo, alla maniera dei draghi nelle illustrazioni dei libri per bambini.
«Henryk ci ha lasciati. Vi prego di non prenderla come un’offesa personale. Non è la prima né l’ultima volta che un paziente abbandona la terapia all’improvviso. Soprattutto dopo una seduta intensa come quella di ieri. Spero che ciò che ha vissuto cominci a funzionare, e che si senta meglio.»
Hanna Kwiatkowska non batté ciglio. Kaim alzò le spalle. Barbara Jarczyk, l’ultima dei tre – quattro, fino a poco prima – pazienti, guardò Rudzki e chiese:
«È finito? Allora possiamo andare a casa?».
Il dottore scosse il capo.
«Vi prego di tornare nelle vostre stanze e restarvi mezz’ora, per riposare e calmarvi. Ci vediamo in classe alle dieci precise.»
I tre – Euzebiusz, Barbara e Hanna – annuirono e uscirono. Rudzki aggirò il tavolo, controllò se era rimasto del caffè nel thermos e se ne versò una tazza. Poi imprecò: si era dimenticato di lasciare il posto per il latte. O ne buttava un po’, o doveva berlo. Non sopportava il sapore del caffè nero. Ne rovesciò un po’ nella pattumiera. Aggiunse del latte e si avvicinò alla finestra. Fissò le auto che correvano lungo la strada e lo stadio del Legia dall’altra parte. Possibile che quegli inetti avessero perso di nuovo il campionato? Nemmeno secondi, sarebbero arrivati: fare a pezzi il Wisła e vincere 5 a 0 due settimane prima non era servito a nulla. Ma forse almeno sarebbero riusciti a vincere la coppa: l’indomani c’era la prima semifinale contro il Groclin. Contro il Groclin, che il Legia non batteva da quattro anni. Un’altra stramaledetta maledizione.
Prese a ridere piano. Incredibile come funziona il cervello, incredibile che riuscisse a pensare al campionato in un momento simile. Guardò l’orologio. Ancora mezz’ora.
Appena prima delle dieci uscì dal refettorio per andare in bagno a lavarsi i denti. Superò Barbara Jarczyk nel corridoio. Vedendolo andare nella direzione opposta rispetto alla classe, lei lo guardò con aria interrogativa.
«Vengo subito» disse lui.
Nemmeno il tempo di mettere il dentifricio sullo spazzolino, e sentì un urlo.
II
Teodor Szacki fu svegliato da ciò che lo svegliava sempre la domenica. No, non era il mal di testa, la sete, o il bisogno di pisciare, la luce del sole attraverso le tendine di bambù o la pioggia che tamburellava sulla tettoia del balcone. Era Helka, la figlia di sette anni, che gli saltò addosso con tanto impeto che il divanoletto dell’Ikea cigolò sotto di lui.
Aprì un occhio e fu accecato da un ricciolo castano.
«Visto? La nonna mi ha fatto i ricci.»
«Visto» disse lui, togliendosi la ciocca dall’occhio. «Peccato che non li abbia usati per legarti.»
Baciò la figlia sulla fronte, la spinse via e si alzò per andare in bagno. Era sulla soglia quando qualcosa si mosse dall’altra parte del letto.
«Mettimi su l’acqua del caffè» borbottò qualcuno da sotto il piumino.
La rivincita della casalinga, come tutti i finesettimana. Che nervi. Aveva dormito dieci ore, ma era spaventosamente stanco. Non ricordava come fosse cominciata, ma ormai poteva stare a letto anche mezza giornata e si alzava comunque con un saporaccio in bocca, la sabbia negli occhi e un dolore intenso tra le tempie. Non aveva senso.
«Perché non mi chiedi di farti il caffè e basta?» disse a denti stretti alla moglie.
«Perché me lo faccio io» rispose lei in modo quasi indistinguibile. «Non voglio seccarti.»
Szacki sgranò gli occhi. Helka rise.
«Lo dici sempre, ma te lo faccio io sempre e comunque.»
«Non sei obbligato. Io ti chiedo solamente di mettermi su l’acqua.»
Pisciò e fece il caffè alla moglie, cercando di non guardare la pila di pentole sporche nel lavandino. Un quarto d’ora di lavoro, se voleva preparare la colazione come aveva promesso. Dio, com’era stanco. Invece di dormire fino a mezzogiorno e poi guardare la tivù, come tutti gli altri uomini in quel Paese patriarcale, era lì che tentava di fare il supermarito e il superpapà.
Weronika si trascinò fuori dal letto e si guardò con aria critica nello specchio del corridoio. Anche lui la squadrò con un’occhiata critica. Era sempre stata sexy, ma non aveva mai avuto il corpo di una modella. Però era difficile trovare una scusa per il doppio mento e la ciambella attorno alla vita. E quella maglietta. Lui non pretendeva che dormisse vestita di pizzo tutte le notti, ma santiddio, perché continuare a mettersi quella maglietta sbiadita con la scritta DISCO FUN? Doveva risalire ai tempi delle razioni. Le diede una tazza di caffè. Lei lo guardò con gli occhi gonfi e si grattò sotto un seno. Gli disse grazie, gli scoccò un bacetto automatico sul naso e andò a farsi la doccia.
Szacki sospirò, si passò una mano nei capelli di un bianco latteo e andò in cucina.
Che cosa c’è che non va? pensò, cercando di disseppellire una spugna da sotto i piatti sporchi. Il caffè, poi le cose da lavare, poi la colazione. Solo una stupida mezz’ora e tutti sarebbero stati contenti. Si sentì ancora più stanco al pensiero di tutto il tempo che gli scivolava via tra le dita. Ore prigioniero del traffico, migliaia di ore perse in tribunale, pause inutili al lavoro, quando non poteva far altro che un solitario aspettando qualcosa, aspettando qualcuno, aspettando di aspettare. Aspettare come scusa per non fare un accidente di niente. Aspettare, la professione più faticosa del mondo. Un minatore è più riposato di me, si commiserò cercando di mettere un bicchiere sullo scolatoio anche se non c’era posto. Perché non aveva tolto le cose asciutte prima di cominciare? Al diavolo tutto quanto. La vita è così faticosa anche per gli altri?
Suonò il telefono. Rispose Helka. Sentì la conversazione mentre entrava in salotto asciugandosi le mani su uno strofinaccio.
«Papà è qui, ma non può venire al telefono perché sta lavando i piatti e ci sta facendo le uova strapazzate…»
Sfilò il ricevitore alla figlia.
«Pronto, è Szacki.»
«Buongiorno, signor procuratore. Non voglio angoscia...