Non ci resta che correre
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Non ci resta che correre

  1. 322 pagine
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Non ci resta che correre

Informazioni su questo libro

Il momento in cui ti innamori, anche se mentre lo vivi non te ne rendi conto, innesca conseguenze impreviste e irreversibili. È ciò che succede anche al protagonista di questo libro, quarantacinque anni, padre separato, quando un sabato pomeriggio di marzo mette su la prima maglietta di cotone che gli capita, un paio di vecchie scarpe e invece di andare in palestra tira dritto e comincia a correre lungo il Naviglio: due chilometri all'andata e due al ritorno. Perché sì, è della corsa che si innamora. Di quella cosa che "si fa per non impazzire", per tornare bambini o per preparare "il viaggio più bello della vita": la prima maratona. Ed è così che nasce questo libro che parla di running, da leggere tutto d'un fiato come un romanzo. Perché a dare il passo all'autore ci sono tanti personaggi incredibili: per esempio c'è Edoardo, che scopre la corsa a sessant'anni sotto gli sguardi irridenti dei suoi compaesani e che oggi, a settantotto, è il secondo ultramaratoneta al mondo della sua categoria; c'è Constantin, che corre in stampelle dopo l'amputazione di una gamba; c'è Mahanidhi, prototipo del corridore-cercatore; c'è persino Chet Baker, che appare come una visione in un'alba nebbiosa alle porte della città. E c'è appunto Milano, la Milano del Parco Sempione e quella delle periferie, di tanti luoghi nascosti e tanti sguardi possibili solo all'occhio di chi li attraversa correndo. Con il suo primo libro, Biagio D'Angelo scrive una dichiarazione d'amore coinvolgente, commovente e autoironica, che appassionerà tanto i runner di lungo corso quanto i neofiti alle prese con i primi chilometri.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817097277
eBook ISBN
9788858691267

1

Il tema di Laura

Freddie e i suoi amici questa mattina hanno attaccato alle quattro e mezza e io mi sento come in certi vecchi film di Buster Keaton: c’è un me stesso che, dopo aver messo a tacere la sveglia, si è voltato dall’altra parte e si è rimesso a dormire.
E poi c’è l’altro me stesso.
Lui ha solo abbassato appena il volume della musica, rigirandosi tra le lenzuola e assaporando quell’ultimo tepore notturno. Sembrava si stesse riaddormentando poi, timidamente, come quando al mare si saggia la temperatura dell’acqua, dal piumone è venuto fuori un piede, e poi una gamba. Ha emesso un grugnito, ha acceso la lampada sul comodino e si è alzato.
Senza rivolgere nemmeno uno sguardo a quell’altro, al letto, a nulla, come rassegnato a una condanna a morte, questo me stesso si è diretto verso il bagno, ma non prima di aver messo la caffettiera sul fuoco, già pronta dalla sera come a suo tempo gli ha insegnato a fare sua madre, per quelle volte in cui ci si deve alzare molto presto, al mattino.
Rieccolo, è ancora lui: mezz’ora dopo è già in strada. La temperatura è poco sopra lo zero. Con un rapido calcolo mentale realizza che rispetto al letto l’escursione termica è di circa venticinque gradi. Ma all’aria fredda è ormai abituato.
No, non è vero un cazzo: al freddo delle cinque del mattino non ci si abitua mai. Come non ci si abitua a vedere la piazza e la città deserte, e le poche macchine in giro con la gente che torna a casa dopo la notte in discoteca.
Abita di fronte a un parcheggio dei taxi e neppure i tassisti che stazionano lì davanti si sono ancora abituati a vederlo uscire presto al mattino, in pantaloncini e maglietta colorata, e con un cappellino, colorato anche lui.
Ma certe domeniche mattina – e questa è una di quelle – esce molto prima del solito, imbacuccato anche lui in un giubbotto pesante, come la gente normale, e ha un borsone a tracolla.
Nell’uniformità blu notte delle cinque, del giubbotto, delle facce stanche dei tassisti illuminate dai loro smartphone, l’unica cosa a risaltare sono le sue scarpe modello Adrenaline azzurre e verdi.
Ecco, anche solo fino a pochi mesi fa io non l’avrei mai detto, ma quello lì, quello con il borsone a tracolla, quello che sotto il giubbotto indossa una maglietta gialla e una calzamaglia nera, con ai piedi un paio di Adrenaline azzurre e verdi, quello che si è alzato dal letto alle quattro e mezza per andare con altri come lui in un paesino a duecento chilometri da Milano, be’, quello sono io.
Questa mattina, sulla macchina che imbocca l’autostrada, siamo in quattro: due uomini insonnoliti e due donne che, ovviamente, già parlano.
Stiamo andando dalle parti di Verona, verso posti i cui nomi sembrano inventati da un Tolkien di casa nostra: Monteforte d’Alpone, Costalunga, il castello di Soave... Posti che per una domenica, a gennaio, vengono invasi da quasi ventimila corridori. Tutti lì per la Montefortiana.
Poco dopo le sette abbiamo fatto la nostra sosta caffè all’autogrill e stiamo superando Desenzano e già da un pezzo parliamo di corse. Tutti i runner quando si vedono a cena o quando si incontrano per strada, ma soprattutto quando vanno assieme da qualche parte a correre, parlano solo di questo. «Ieri mi sono fatto un’oretta di ripetute»; «Sono tre giorni che non corro, che ho un dolorino al ginocchio»; «Come ti trovi con quelle scarpe?»; «Stavo pensando di rifare la Stramilano. Tu che maratona stai preparando?»
Già, la maratona. Per placare l’anima – diciamo così – una volta c’era chi si sparava un colpo in testa, chi partiva per la guerra, chi teorizzava una rivoluzione, chi si imbarcava per rimanere un anno o due in mezzo all’oceano a caccia di balene. Le donne restavano a casa, facevano figli, invecchiavano presto. Oggi siamo tutti personcine più moderate, o più fantasiose, dipende dai punti di vista.
Nell’ultimo anno, solo in Italia, quasi quarantamila persone (39.098 per l’esattezza) hanno corso una maratona. Di queste, oltre il sedici per cento (6394 per l’esattezza) erano donne. Per capirci: questa gente si è iscritta a una gara pagando almeno sessanta o settanta euro (ma a volte molto di più), e si è sobbarcata mesi e mesi di preparazione e allenamenti costanti per presentarsi alla partenza di una competizione il cui obiettivo è arrivare a un traguardo oltre quarantadue chilometri più in là.
Le ragioni per cui le persone si iscrivono a una maratona possono essere le più diverse. Come diverse possono essere le ragioni per cui le persone ogni tanto fanno cose bruttissime o bellissime. A volte lo si fa per non impazzire.
Non sono certo, però, che con Laura abbia funzionato. Siamo in macchina da pochi minuti e già chiede a ciascuno di noi che distanza immaginiamo di correre (alla Montefortiana si può scegliere tra ventuno, quindici o anche solo sette chilometri), se pensiamo che farà freddo, se le salite saranno molto faticose, se non stiamo andando troppo forte con la macchina e a che ora crediamo di tornare a Milano, perché deve avvisare suo marito.
Poi capisco: prima dell’estate si è fatta male e ha ripreso a correre solo da qualche settimana. Il suo livello di ansia è ancora alto. Però le basta cominciare a parlare di maratone per iniziare a rilassarsi un po’.
Laura è una di quelle donne che in questa stagione si incontrano sull’autobus alle otto del mattino, e che sembra abbiano sempre troppo freddo, nonostante i cappotti pesanti, i tre giri di sciarpa attorno al collo, i cappelli e i guanti.
Per le donne come lei correre è anche un modo per spogliarsi, per mostrare ancora le gambe, per pensare che vale la pena depilarsi ogni tanto, che superare un uomo lungo una salita dà soddisfazione, anche solo nel farsi guardare il culo.
Siamo sui sedili di dietro e le racconto che è poco tempo che corro, che a febbraio farò la mia prima mezza maratona, cose così.
«Allora quest’anno farai anche la tua prima maratona» dice lei.
«Veramente non ci ho ancora pensato» rispondo io. «Vorrei andare per gradi.»
«La prima maratona è importante, devi sceglierne una bella.»
«Noi andiamo a New York» mi informa l’Anna. Sta guidando, e accanto a lei c’è suo marito Cesare. Ci siamo conosciuti solo da un paio di settimane, a una corsa in campagna poco fuori Milano.
«Se vuoi restare in Italia fai Roma» commenta Cesare, «ma è a marzo. Oppure Firenze.»
«Ma che dici?» interviene l’Anna. «Venezia mille volte.»
«Venezia sì» annuisce Laura. «L’ho fatta due anni fa, la mia maratona più bella. Si parte dalla riviera del Brenta...» E mi racconta del percorso sul fiume e di quel senso di attesa che pervade tutte le maratone, ma quella più delle altre: un senso di attesa che ti accompagna via via che corri, finché non arrivi sul lungo ponte che conduce fino alla città e questa finalmente ti appare, come se sorgesse dalla nebbia autunnale, come in un sogno, come in una visione romantica. E tutto ciò lo dice inframmezzando il suo racconto con brevi sospiri, come fanno le ragazzine quando ti svelano un segreto, e ancora con un filo d’ansia, mentre Venezia si fa via via più reale – per quanto Venezia possa mai diventarlo, tra le lacrime del maratoneta sfinito e commosso insieme, città instabile per definizione nell’instabilità generale del passo ondeggiante del corridore − «e c’è addirittura un ponte di barche» dice, «pensa, sulle barche, lo costruiscono appositamente per la maratona, e infine arrivi in piazza San Marco e non è ancora finita perché devi correre lungo gli ultimi ponti» e Laura chiude gli occhi, sospira di nuovo, sembra finalmente rilassarsi del tutto mentre la macchina corre anche lei, a centocinquanta all’ora in autostrada. Solo adesso la vedo come è davvero, o meglio come deve essere stata: una bambina timida e sovrappeso, di quelle che siedono all’ultimo banco, e che in cinque anni di scuola elementare non hanno avuto una vera amica del cuore; eccola che davanti alla classe, accanto alla cattedra, ha finito di leggere a voce alta il suo tema, e il titolo del tema è Il viaggio più bello della mia vita, e la maestra ha detto a tutti che il più bello questa volta l’ha scritto lei. E Laura conclude proprio così: «È per questo che la maratona di Venezia è stato il viaggio più bello della mia vita». Punto.
Nella macchina cala il silenzio. Come deve essere accaduto in quella classe dopo la lettura del tema. Poi l’Anna, in qualità di maestra, dice: «Bello, grazie Laura, adesso va’ pure a sedere».
E Laura, tutta timida e rossa, che ha appena realizzato di aver aperto il suo cuore davanti a una classe fino a un attimo prima perlopiù assonnata o distratta – qualcuno quella volta l’avrà presa sicuramente in giro, qualcun altro non si sarà neppure accorto di lei che leggeva in mezzo all’aula –, tornerà a testa bassa al suo banco giù in fondo. Io solo sarò andato da lei, al suo banco, dopo il suono della campanella, e le avrò detto: «Brava Laura, bello il tuo tema, bello il tuo viaggio, grazie».
Ecco, credo che sia partito tutto quel giorno. O forse no. Forse, anzi sicuramente, è partito tutto un po’ prima. Ora vi racconto.

2

Prime volte

La prima volta che sono entrato in un negozio per comprare un paio di scarpe da corsa era d’estate, ed ero con mia madre. Aveva deciso che me le avrebbe regalate lei. Il negozio era dentro un centro commerciale. Alcuni bambini mangiavano il gelato, altri rognavano per andare in spiaggia. Io avevo quarantacinque anni.
Avevo cominciato a correre quella primavera, con ai piedi un vecchio paio di Nike Air Max nere, di quelle che si portavano ancora alla fine degli anni Novanta e che usavo per andare in palestra.
Era successo così. Durante un esperimento nel mio laboratorio chimico avevo avuto un incidente: una provetta contenente ossido di deuterio, isotopo dell’idrogeno, mi era caduta e si era rotta senza che me ne accorgessi. Avevo inalato i suoi gas per ore. Era finita che ero svenuto rimanendo due settimane in coma. Quando mi sono svegliato ho cominciato a correre e non mi sono più fermato.
No, mica vero. Quello è Flash, il supereroe. Io avevo solo cambiato casa da un po’ e la nuova palestra a cui mi ero iscritto faceva pietà: gli attrezzi e i macchinari consumati, le pedalatrici solitarie sulle cyclette, e poi il linoleum logoro del pavimento. Perché uscito dal chiuso di un ufficio mi dovevo rinchiudere da un’altra parte, a correre su un nastro trasportatore?
Era successo così. Un sabato pomeriggio di marzo, sul tardi, avevo messo su una maglietta di cotone, la prima che mi era capitata, pantaloncini marca Adidas al ginocchio e quelle vecchie scarpe e quando ero arrivato davanti alla palestra avevo tirato dritto e me n’ero andato a correre lungo il naviglio: due chilometri all’andata e due chilometri al ritorno. Poi qualche giorno dopo l’avevo rifatto. E ogni volta avevo provato ad aggiungere un pezzettino di strada in più. Dalla palestra avevano cominciato a telefonarmi, preoccupati. Avevo detto loro di star tranquilli. Stavo bene. Correvo due o tre volte alla settimana.
All’inizio di agosto, il giorno prima di partire per le vacanze in Sicilia, sono riuscito a correre tutti di seguito i miei primi dieci chilometri. Era un sabato pomeriggio che minacciava pioggia e Milano, certe volte, sa come tener fede alle sue minacce. Ho attraversato l’ultimo incrocio alzando le braccia al cielo, bagnato fradicio. Nel fare le valigie, la mattina dopo, quelle scarpe, brutte, sporche e bagnate, le ho lasciate a casa. In Sicilia tanto mi riposo, ho pensato.
Macché. In Sicilia, dopo i primi giorni, mi era tornata la voglia di correre. Forse erano i sensi di colpa per le granite con la panna a colazione. Allora l’ho detto a mia madre, le ho raccontato della corsa, e lei mi ha guardato con un vago stupore che voleva dire «Tu? La corsa?». Dopo un po’ mi ha detto: «Andiamo, te lo regalo io un paio di scarpe». E allora abbiamo preso la macchina e siamo andati, io, lei e Nicco, in questo negozio nel centro commerciale. La commessa, quando le ho detto che volevo delle scarpe per correre, mi ha guardato anche lei con un vago stupore (come a voler dire «Tu? La corsa?»). Mi ha chiesto che numero portavo ed è tornata con in mano un paio di scatole dicendo che le erano rimasti pochissimi modelli. Dentro una di queste c’era un paio di Nike Free qualchecosa bianche con i lacci verde acqua e quando Nicco le ha viste non si è trattenuto: «Belleee».
E allora è finita così: che sua nonna le ha comprate a me, numero 43, e io le ho comprate a lui, numero 34.
«Visto Nicco? Gli stessi numeri, solo al contrario. Adesso possiamo andare a correre assieme.»
La mattina dopo eravamo usciti verso le nove, io e lui, ma il caldo era talmente soffocante che dopo un quarto d’ora eravamo già tornati a casa, a scofanarci una granita alla fragola con la panna.
Qualche giorno dopo era venuto a trovarci Peppe, ed era rimasto con noi per un po’. Non ricordo com’era venuto fuori il discorso di New York, erano anni che non facevamo una vacanza assieme.
Ne avevamo parlato per una serata intera a Ganzirri, eravamo andati a mangiarci le cozze, poi non avevamo più toccato l’argomento.
Però lui, tornato a casa sua a Siracusa, non si era dimenticato, e ogni tanto mi scriveva un messaggio o mi chiamava e allora io, una volta a Milano, in quell’ultima settimana di agosto quando la città rimane in bilico, quando non è più estate e non è ancora autunno e in ufficio la gente si annoia, facevo quello che fanno tutti: andavo a guardare su Internet le offerte dei voli per il week-end dei morti, che si chiama proprio così e uno se ci pensa fa un po’ impressione: il «week-end dei morti».
Poi ero tornato a correre con le mie scarpette nuove, le Nike Free qualchecosa di cui ero tutto fiero, e ogni tanto ce le mettevamo insieme io e Nicco per farci una passeggiata al parco della Barona o un giro in bici. Tempo un paio di mesi i suoi piedi sarebbero cresciuti e già in primavera, quando avrebbe compiuto dieci anni, gli sarebbero andate strette. Allora gliele facevo tenere il più possibile, anche in casa, sul divano o per andare a scuola.
Due settimane dopo il nostro ritorno a Milano ci siamo iscritti alla Color Run.
Alla Color Run si corre con una maglietta bianca e ci sono dei volontari lungo il percorso che ti tirano addosso delle polveri colorate che quando arrivi alla fine, dopo cinque chilometri, sembri una specie di cartone animato, tipo un personaggio di Spongebob. Ci siamo divertiti quel giorno, c’erano un mucchio di persone alla Color Run, però poi dalle scarpe il colore mica è venuto via del tutto. Sono rimaste così e forse, a pensarci ora, era anche il loro bello.
«Allora, Peppe» gli avevo detto una mattina al telefono, «ho qui davanti le tariffe. Il biglietto viene meno di cinquecento euro a testa, andata e ritorno. Partenza il 30 ottobre, ritorno il 7 novembre. Arriviamo giusto giusto per vederci anche la maratona. Che ne dici? Da domani poi mi metto a cercare un appartamento con Airbnb. Vado?»
«Vai.»
Con Peppe ci conosciamo dai tempi dell’università, e sono già passati più di ven...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. 1. Il tema di Laura
  5. 2. Prime volte
  6. 3. Tutti scoreggiano
  7. 4. La corsa di Edoardo
  8. 5. Il Naviglio Grande
  9. 6. Di corsa a Corsico
  10. 7. La corsa più pazza del mondo
  11. 8. Il sentiero di Mahanidhi
  12. 9. And so to fade away
  13. 10. Cosa c’era dentro quel vin brulé?
  14. 11. In Jamaica non ci sono i leoni
  15. 12. Lego Christmas
  16. 13. Soglie
  17. 14. Stelle
  18. 15. Lo stretto necessario
  19. 16. La corsa di Vincenzo
  20. 17. Ma tu da cosa sei vestito?
  21. 18. Laghi
  22. 19. La Montagnetta
  23. 20. La corsa di Davide
  24. 21. La corsa di Fabrizio
  25. 22. La corsa di Constantin
  26. 23. La corsa della Mimma
  27. 24. La corsa di Siria
  28. 25. Mucche
  29. 26. Tutta la pazienza del mondo
  30. 27. L’ennesima apocalisse
  31. 28. Fora de la Valsugana
  32. 29. Un atto sovversivo
  33. 30. Squarci
  34. 31. Un milanese a Bologna
  35. 32. Gonna Fly Now
  36. 33. La donna senza paese
  37. 34. L’Ultimo Cavalcavia
  38. 35. Costruire
  39. 36. Fotografie tristi
  40. 37. Altre fotografie
  41. 38. Non prendersi troppo sul serio
  42. 39. Il talento non basta
  43. 40. Il Ponte della Libertà
  44. 41. Pasta e fagioli
  45. 42. Qualcosa di incurabile
  46. .195. Il giorno della maratona
  47. Due anni dopo
  48. Ringraziamenti
  49. Indice