Memorie di un bruco sognatore #1
Chi ti prende in giro non lo sa quanto ti fa male: per loro sei solo un passatempo sadico, un insetto da torturare il più possibile e poi da mollare lì. Per te invece ogni risatina, ogni parola cattiva è una cicatrice indelebile, come un marchio a fuoco. Senti male dentro: qualcosa ti sanguina e non riesci a fermarlo.
Oggi li ho rivisti, i due stronzetti – non gli do degli stronzi tutti interi perché sarebbe un titolo d’onore per loro. Erano lì, sulle scale, che scendevano con in mano la roba di educazione fisica, mentre io tornavo in classe con Lucia dopo l’intervallo. Ci siamo incrociati e io ho abbassato lo sguardo. Come se fossi colpevole di qualcosa.
Ero terrorizzata. Li vedo spesso a scuola, ma mi tengo alla larga. Anche loro sono in seconda, qui allo scientifico Ariosto. Ma per fortuna loro nella C, io nella D.
«Tutto bene, Chiara?» mi ha chiesto Lucia.
Ho annuito e sono andata avanti. Come ho sempre fatto.
Chiara Castelli. Così mi chiamo, ma quei due stronzetti di Savonitti e Piccaluga quando eravamo in classe insieme alle medie non si sono mai rivolti a me col mio nome.
Anche alle medie andavo bene a scuola, proprio come ora. E, proprio come ora, ero molto timida. Parlavo poco e non avevo fatto amicizia con le mie compagne. Le ragazze della classe erano troppo diverse dalla mia amica Lucia e da quelle che frequentavo agli scout. Due mondi differenti, solo lontanamente imparentati tra loro. In terza media si davano ormai tutte arie da strafighe, truccatissime e desiderose solo di farsi sbavare dietro dai liceali della piazza in centro. E io non riuscivo a parlarci. Avevo il terrore dei loro sguardi taglienti, dei loro commenti ironici per il mio modo di vestire. Così ho imparato a starmene in disparte il più possibile, cercando di rimanere invisibile al mondo.
È stato un inferno.
E in tutto questo ci si sono messi pure Savonitti e Piccaluga. Non erano due bulli, erano peggio, due iene, sempre a riderti alle spalle con la faccia da bastardi. Prendevano di mira quelli più timidi, impacciati, insicuri e non gliene facevano passare una. Li imitavano, richiamavano l’attenzione sulla loro goffaggine, si avvicinavano fingendo di volergli parlare e aspettavano solo che si impappinassero per umiliarli.
Ovviamente io ero una delle vittime preferite. Mi avranno rivolto la parola sì e no dieci volte in tre anni, ma il loro mirino era sempre puntato su di me. Mi avevano soprannominata “Cestu”. Per un sacco di tempo non ho capito perché mi chiamassero così, con tutti che sghignazzavano.
L’età delle medie è la peggiore che ci sia. Si è stronzi come adolescenti e immaturi come bambini. La cattiveria non ha freni e i deboli come me soccombono.
Per mesi mi sono chiesta che diavolo volesse dire Cestu. Non ho mai avuto il coraggio di domandarlo a nessuno fino al giorno in cui, esasperata, a un cambio d’ora mi sono voltata verso Savonitti e Piccaluga e ho sibilato: «Basta con questo soprannome senza senso!»
«Senza senso?» ha esclamato Savonitti ad alta voce. Tutti si sono voltati.
«Dice che Cestu è un soprannome senza senso!» ha ribadito Piccaluga, ammiccando come un attore sul palco. Gli occhi di mezza classe erano puntati su di me.
«Ti sbagli!» ha continuato Savonitti. Parlavano alternandosi perfettamente, come i gemelli deficienti di Alice nel Paese delle Meraviglie.
«Un senso ce l’ha eccome» ha concluso Piccaluga ghignando. «Ce-Stu. Cesso Studioso. È perfetto, non vi pare?»
La classe è esplosa in un boato. Le strafighe ridevano sguaiate, schifose come topi di fogna. Sono corsa in bagno a piangere.
Quel pomeriggio mi sono rifugiata a casa di nonna Rosa, che è la mamma di mia mamma. È una casa da nonnina delle fiabe, una bomboniera-bunker che ti protegge dalle cattiverie del mondo.
Mi vergognavo da morire. Poi però, anche se mi veniva di nuovo da piangere, ho trovato il coraggio di raccontarle tutto. Mi aspettavo che mi dicesse qualcosa, che mi risolvesse magicamente il problema, come quando da bambina mi sbucciavo un ginocchio e papà me lo disinfettava e mi metteva un cerotto e tutto passava. Invece nonna Rosa non ha detto nulla, mi ha fissato seria seria per qualche secondo e poi mi ha abbracciato.
Non so per quanto tempo mi ha tenuta stretta, ma dentro quell’abbraccio ho capito che potevo farcela, che avevo la mia corazza. E così è stato.
Quando sono uscita per l’ultima volta dal portone di quella scuola maledetta, il giorno degli esami, ho guardato il cielo azzurro. Ho sentito il caldo dell’estate che sbocciava sulla mia pelle. Ero piena di lividi ma ero viva. Ho capito che le cose possono passarti addosso senza schiacciarti.
E per la prima volta nella mia vita mi sono sentita forte e sicura.
In gita con papà
Oggi finalmente è domenica e posso andare in gita con papà.
Stamattina mi sono svegliato alle undici: per domani niente compiti, c’è il primo tema dopo le vacanze. La giornata è iniziata alla grande: quella sfigata di mia madre non ha neanche tentato di mandarmi a messa. Non ci riesce più da tre anni, ma a volte rompe ancora.
Poveretta: alla sua età non ha ancora capito che il Vangelo e tutte le altre favolette della Bibbia non sono nient’altro che roba per deboli, per gente che non si sa difendere da sola e allora ha bisogno di tirare in ballo Gesù, Dio, la giustizia nell’aldilà e bla bla bla. A me basta e avanza l’aldiquà per ora e di quello che ci sarà dopo la morte me ne frego alla grande. Gesù e Allah sono reali quanto Giove, Marte e Poseidone. Ma mia madre, ottusa com’è, non l’ha ancora capito.
Mia madre è una bigotta da antologia: tutte le domeniche va in chiesa e a volte mi dice pure «Edoardo, ho pregato per te» con una faccia da incenso che mi manda a male. Lavora in banca e non finisce tardi, ma invece di godersi la vita come farebbe ogni persona normodotata a livello cerebrale si sbatte dietro inutili associazioni per casi umani. Il lunedì accompagna chissà dove i disabili con la macchina del Comune. Il martedì e il giovedì fa volontariato a una specie di sportello di ascolto per imbecilli.
Provo un misto di fastidio e pena per lei: si veste alla moda e va dal parrucchiere, ma non riesce a non emanare un’infinita tristezza. Lei è limitata, lei è tutta qui.
Ovvio che papà se n’è andato.
Da mio padre ci vado tutti i finesettimana, o il sabato o la domenica pomeriggio.
Oggi ho trovato subito il posto per parcheggiare il motorino. A quest’ora c’è poca gente.
Speriamo di arrivare in cima alla collinetta, anche se è quasi ottobre c’è un bel sole: stare dentro la clinica in un pomeriggio così sarebbe troppo brutto.
Purtroppo però papà oggi arriva solo alla fontanella alla fine dell’aiuola all’ingresso, si è stancato subito ed è più giallo che mai. Parla poco e mi guarda con due occhi imploranti, e allora capisco. Lo riaccompagno in stanza perché ho paura che crolli. Lui si mette subito a letto e sembra che si addormenti all’istante, e invece no, ha solo chiuso gli occhi.
«Grazie della gita, Edo» mi dice sorridendo.
Anche con il fegato spappolato, ha una voce da invincibile. Quella cosa nera che se lo sta mangiando dentro non trionferà mai sul suo carattere d’acciaio, perché papà è un lottatore come Ettore.
Eppure quando lascio la clinica mi viene da piangere. E io odio piangere. Non è da uomini.
Ettore e Hitler non piangevano mai.
Proprio di fronte alla clinica dove è ricoverato papà c’è un bar. Mentre m’infilo il casco, fisso la titolare con tutto il disprezzo che posso. Se ne sta sul marciapiede e si guarda intorno.
È una tipa sulla trentina, magra, con i capelli scuri che le incorniciano la faccia.
Una faccia piatta, con il naso a patata schiacciato e gli occhi a mandorla. Una faccia da cinese.
La barista cinese mi guarda e mi sorride. Io le sfreccio davanti in motorino, penso al negozio di papà e le sputo quasi sui piedi.
Memorie di un bruco sognatore #2
Mi fisso allo specchio e mi accorgo che somiglio sempre di più a mia madre. Mamma ha gli stessi miei capelli ricci e castani. Gli stessi occhi azzurri e sinceri. Lo stesso naso affilato, ma meno sproporzionato del mio. Lo stesso viso ovale, ma con la pelle più liscia della mia. È come me, ma più bella. È perfetta. A volte mi perdo a lungo a guardarla, così perfetta e immobile come una principessa delle fiabe.
Chissà se anche lei alla mia età era tanto incasinata, se anche lei provava questo desiderio di qualcosa di immenso che neanche sai cos’è ma sembra sfuggirti sempre, queste emozioni che ti frustano e sembrano bruciarti.
Un fuoco divorante imprigionato dentro il manichino di una brava ragazza, ecco come mi sento io. L’energia allo stato puro in una forma ridicola.
Tutto questo è potente, dolcissimo, indescrivibile. Ma fa anche tanto male sentire che hai il mondo in mano e che allo stesso tempo ti scappa via come un palloncino.
È tremendo tutto questo. È una malattia, questa mia età.
A volte vorrei solo un po’ di pace, un po’ di sicurezza. Quelle cose che avevo da bambina, quando ancora sapevo chi ero. Quando ancora bastava papà a risolvere tutto. Non la vorrei mai una vita tranquilla, ma in alcuni istanti mi basterebbe solo restare ferma. Un piccolo letargo, nient’altro.
Io sono un bruco sognatore. Così mi sento: una creatura che deve mutare completamente e che non sa come né quando avverrà la trasformazione. Che teme di cambiare natura e al tempo stesso non desidera altro. Che sogna ciò che non è ma forse un giorno diventerà.
Sono un bruco ancora strisciante, lento e insicuro.
Chissà se ce la farò mai a volare. A diventare farfalla.
Pomerium
La Frigida ci ha spiegato che per i Romani il confine della loro città era sacro. Si chiamava pomerium ed era assolutamente vietato entrarci armati.
Anche io ho uno spazio sacro, protetto da una soglia invalicabile: camera mia.
La mia camera è uno spazio sacro perché mi difende dalla bolla di sfiga che gravita perennemente intorno a mia madre.
Su una parete ho messo un grande specchio. Non puoi pianificarti la vita se non vedi bene come appari agli occhi degli altri. Perché l’apparenza è tutto, poche balle: la gente ti guarda e in un secondo si è già fatta un’idea di te, che non la scardini neanche a morire.
Blindato qui dentro studio, ascolto musica e penso a Giulia. Leggo, faccio progetti e penso a Giulia. Sogno, cazzeggio su Facebook e penso a Giulia.
La mia vita è come un’equazione impossibile di cui Giulia è l’incognita: quello che sento dentro di me ogni volta che siamo insieme respinge la ragione come il campo di forza della Donna Invisibile dei Fantastici Quattro.
Mi guardo fieramente riflesso nello specchio e mi ritrovo sempre uguale: biondo, con gli occhi azzurrissimi, i capelli ricci e corti e la carnagione chiara. Un perfetto ariano. Esattamente il contrario di Giulia.
Perché Giulia è mora, con una cascata di capelli lisci e gli occhi verdissimi che sono due pugnalate quando ti fissa; la pelle di velluto lievemente ambrata che solo a guardarle le mani senti la delicatezza; le labbra da urlo e i denti più bianchi del mondo.
Io, silenzioso e introverso, guardo il mondo dall’esterno, come se le persone fossero pesci in un acquario.
Giulia invece è sempre in compagnia, parla con tutti, e sorride da spezzarti l’anima. Non puoi non notarla con i suoi vestiti colorati e i suoi movimenti decisi ma eleganti.
Io e Giulia siamo perfettamente complementari, due pezzi vicini di un puzzle enorme e incasinato. Per questo la nostra storia d’amore è bellissima.
Io e Giulia siamo nati per stare insieme e lei lo sa benissimo. È una legge matematica, e la matematica non sbaglia mai. Le persone sbagliano, il mondo sbaglia, ma in matematica tutto torna sempre. Non per niente matematica è la mia materia preferita. Per questo ho scelto il liceo scientifico.
Memorie di un bruco sognator #3
I cinesi sono arrivati anche qua. Non c’è da stupirsi, visto che ormai a Cordaro sono ovunque. Ma adesso una famiglia ha affittato il locale al pianoterra del mio palazzo e ha aperto un negozio di parrucchiere per uomo e donna. Si chiama Bellicapelli, da quanto leggo sulla vetrina. Solo dei cinesi potevano scegliere un nome simile.
Non che mi dia fastidio. Non sono mai stata razzista. Anzi, i cinesi in generale mi sembrano persone gentili. Questi hanno anche affittato l’appartamento al primo piano. Sono in quattro: padre, madre e due fratelli. Il più piccolo deve avere grosso modo la mia età. Chissà come se la passa qui a Cordaro. Non credo sia facile per lui. Con quella faccia sei sempre al centro dell’attenzione, come se te ne andassi in giro con un bersaglio costantemente appeso alle spalle.
Gli auguro solo di non incontrare bastardi della razza di Savonitti e Piccaluga. Chissà come se la caverebbe. Chissà di che razza è lui. Che razza di adolescente, intendo, al di là del fatto che è cinese. Chissà in che branco si infilerà.
Perché gli adulti ci vedono tutti uguali: spavaldi, volgari, rumorosi. Siamo gente che le mamme al parco giochi eviterebbero volentieri come la peste, gente con cui avere a che fare il meno possibile. Perché gli adulti si sono dimenticati di avere avuto la nostra età.
Ma noi non siamo uguali. Siamo divisi in branchi, appunto. Come gli altri mammiferi.
Abbiamo bisogno di stare in un branco, perché siamo tutti fragili. Anche quelli che vanno in giro a urlare bestemmie o che fumano davanti a tutti a tredici anni. Io lo vedo in me in maniera spaventosa e lo vedo in u...