Trentuno
Flavia aveva appoggiato la testa sul suo torace, dopo l’amore, e avevano cominciato a parlarsi. La posizione era perfetta: intimità e protezione. E la possibilità di non guardarsi, mentre ci si raccontava le storie di quegli anni separati.
Avevano dovuto dividere gli occhi e le parole, usarli in momenti diversi, per governare il fuoco d’artificio che era esploso, quando quella porta si era aperta, e la carne e le ossa del passato di Giovanni per la prima volta avevano fatto irruzione nella sua nuova esistenza.
Il movimento di quel perno aveva ricongiunto, come una macchina del tempo, trentatré anni di vita.
Per Giovanni, fino a quel momento, il passato poteva anche essere un puro sogno, un’allucinazione, una costruzione della mente.
Ma adesso Flavia era lì. Era lei la sua vita precedente. Era la prova che Giovanni era esistito davvero. Era la cerniera della sua esistenza.
Parlarono per ore.
A un certo punto Flavia si ricordò di Giulia al bar che li aspettava. Le mandò un sms per scusarsi. Ma la suora, donna di mondo, le rispose di non preoccuparsi, che aveva immaginato non sarebbe stata una cosa breve, che era già tornata in ospedale.
Parlò Flavia, e a Giovanni piaceva sentire, sulla pelle del torace, il movimento delle sue labbra.
Gli raccontò i momenti concitati dopo l’incidente in piazza. L’ambulanza, l’angoscia dei suoi, la diagnosi atroce dei medici che ipotizzavano pochi giorni di vita. Poi la situazione si era stabilizzata, ma lui non era mai uscito dal coma.
Ettore e Maria proteggevano Flavia e la sua gravidanza, le risparmiavano visite dolorose e la tenevano informata di ogni minimo cambiamento delle condizioni del figlio.
Quando nacque Francesca, lo stato di Giovanni era stato giudicato irreversibile. Flavia discusse a lungo con i suoi genitori sul da farsi. Poi decisero, insieme. Pensarono, tutti, che la persona più importante del mondo, del loro mondo, fosse Francesca e che a lei non si potesse riservare una vita a metà.
L’avevano immaginata rispondere alle domande dei compagni di scuola; l’avevano vista camminare lungo i corridoi dell’ospedale, per arrivare dove era il suo papà, muto e sofferente.
Avevano pensato al giorno in cui tutto sarebbe finito. Al dolore per un padre mai conosciuto, vivo e morto insieme.
Furono proprio Ettore e Maria a dire l’ultima parola, convinti che quella sarebbe stata anche la scelta di Giovanni.
Flavia, mentre gli carezzava il torace, gli raccontò che lei era tornata ogni giorno a trovarlo in ospedale, nonostante la cura della bambina. Gli parlava, lo pettinava, lo rasava. Lo guardava a lungo, in silenzio, e Giovanni le sembrava sempre bellissimo.
Poi Francesca cominciò la scuola, lei trovò un lavoro, lui non dava alcun segno di miglioramento…
E così aveva smesso di andare da lui con regolarità.
Per un attimo Flavia cessò di parlare e sollevò la mano dal petto di Giovanni. Voleva sentire se c’era una reazione.
Lui disse solo: «Radermi, pettinarmi… Tutte cose che poi ha fatto per anni suor Giulia».
Flavia aveva conosciuto Giulia durante una delle visite che, ogni tanto, faceva in ospedale. Si era confidata con lei e da quel momento erano rimaste in contatto. Flavia, ai tempi, aveva già incontrato Tommaso, un bravo ragazzo che si era innamorato di lei.
Lei che si sentiva sola, lei che aveva bisogno di conforto e sicurezza. Insomma, dopo un lungo corteggiamento, si erano messi insieme.
«Con Scortichini Guido?» domandò Giovanni.
«Con Tommaso» rispose lei senza capire, seria e un po’ a disagio.
Cosa fare ora con Francesca?
Lei aveva il diritto di conoscere il suo vero padre, anche se col tempo si era convinta che fosse Tommaso quel padre che Flavia le aveva sempre detto essere partito per un lungo viaggio. E Tommaso era stato un genitore bravo e affettuoso e le aveva sempre voluto bene come se fosse davvero sua figlia.
Flavia si era bloccata, pentita di aver pronunciato le ultime parole, preoccupata di aver ferito Giovanni.
“Francesca è mia figlia, non la figlia di Scortichini Guido” aveva pensato lui.
Ma senza replicare. In fondo Tommaso si era preso cura di Francesca mentre lui dormiva. Gli doveva rispetto, si disse.
Era combattuto. Il suo sistema di valori, quello che gli serviva per condursi nella vita, era sottoposto a scosse telluriche devastanti.
Ogni buon argomento morale a sostegno di una condotta possibile veniva scacciato, nella mente, da un altro di pari dignità, eguale e contrario.
Flavia e lui non si sarebbero rivisti. Almeno non a breve. Giovanni non voleva incasinare la vita della ragazza che aveva amato.
E il passato si può rivivere come emozione, così era stato l’amore di quel giorno, ma non torna mai uguale a prima. I pezzi si possono sfiorare ma il puzzle non si ricompone. Mai.
Quando Flavia se ne andò, a pomeriggio ormai inoltrato, era scossa, ma serena. Si raccolse i capelli dietro le orecchie senza concitazione, con un gesto morbido. Si avviò verso il posteggio dei taxi, camminando veloce.
E così non si accorse che al bar, seduta, c’era suor Giulia.
Che la vide passare, gli occhi pieni di sole, e sorrise.
Quando finirono i funerali di Maria, Giovanni salutò i presenti: gli amici ritrovati, il dottor Ferrante, le anziane vicine di casa della madre che lo strinsero commosse.
C’erano suor Giulia, che gli prese la mano e la strinse a sé, Daniela ed Enrico che lo avevano accompagnato, e Flavia che, dopo lunghi pensamenti, aveva deciso di venire al funerale insieme a Tommaso. Lui aveva conosciuto bene Maria, e Flavia non si era sentita di dirgli di restarsene lontano.
Giovanni lo riconobbe, mentre si liberava da un abbraccio di circostanza, e fu contento che il vetro che inevitabilmente li separava cadesse in pezzi lì, davanti alla bara della donna che aveva deciso, per tutti, il corso delle cose.
Perché, sicuramente, aveva deciso Maria, non Ettore.
L’abbraccio, no. Non esageriamo.
A Scortichini Guido furono assicurati, da Giovanni, una sincera stretta di mano e un sorriso non di circostanza.
Francesca non era con loro, non quel giorno. Tutto le sarebbe apparso confuso. Non lì, non in quel modo.
Flavia e Giovanni avevano concordato di non farle sapere ancora nulla della morte di quella che lei credeva fosse una zia.
Giovanni tornò a casa con Daniela ed Enrico. Il ragazzo, sistemato sui sedili posteriori, notò che i due “grandi” seduti davanti, mentre Giovanni cambiava dalla seconda alla terza, si erano sfiorati la mano.
Non disse nulla e sorrise.
Questa cosa che stava accadendo lui l’aveva capita.
E gli piaceva.
Ma Giovanni quel giorno non salì a casa con loro, non mangiò con loro, non preparò il caffè a Daniela, non giocò alla PlayStation con Enrico.
Chiese le chiavi dello scooter, passò dal suo appartamento per prendere qualcosa e mise il casco. Daniela gli aveva spiegato che era diventato obbligatorio per legge.
Giovanni aveva deciso: era venuto il momento che aspettava dal suo risveglio. Che quello, il giorno di Maria che finiva, era il tempo giusto.
Salì le strade che portano a San Saba, un bel quartiere isolato, non lontano da Garbatella.
Aveva avuto l’indirizzo da Giulia. Non poteva chiederlo a Flavia, l’avrebbe messa in allarme.
Mentre percorreva viale Aventino si chiedeva cosa avrebbe fatto. Se l’avrebbe riconosciuta. Se…
Sedette sulla panchina del piccolo parco di piazza Bernini che fronteggiava il condominio dove abitava Francesca. Aveva portato un libro, un romanzo di Kent Haruf che Daniela gli aveva consigliato. Il titolo gli era subito piaciuto: Le nostre anime di notte.
Leggeva sempre le stesse righe, quelle in alto nella pagina, per tenere d’occhio il portone.
Finché lei uscì. Era identica a Flavia, alla Flavia della spiaggia: l’avrebbe riconosciuta tra mille.
Era bellissima, era leggera, era elegante.
Era sua figlia.
Lei non si accorse di lui, che intanto si era alzato dalla panchina e la seguiva con lo sguardo, da lontano. Gli alberi erano come una quinta teatrale e scorrevano coprendo solo per un attimo l’incontro con la sua bambina.
Non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto.
Se gli sarebbe bastato vederla, sapere dove abitava, essere certo che fosse in buona salute e felice.
O se fermarla dicendo di conoscere Flavia e poi Ettore e Maria, invitarla a sedersi con lui in quel parco deserto e dirle la verità.
La verità: la frase che gli ronzava in testa da quando aveva saputo della sua esistenza.
Sono io, tuo padre.
Era la verità. E la verità, avrebbe sostenuto Ettore, “è sempre rivoluzionaria”.
Lui non aveva nulla, non aveva nessuno, non aveva una storia.
Finita Maria, persa Flavia, solo Francesca avrebbe potuto ricongiungerlo con i suoi giorni migliori. Solo il loro rapporto sarebbe stato la prova che lui esisteva, prima di oggi. La prova inconfutabile che lui stava vivendo una vita, spezzata, ma una. Non due mozziconi.
La seguì, la pedinò, con il cuore in gola. Doveva decidere in quel momento. Era quello, il giorno. Lei entrò in un negozio, una lavanderia. Uscì dopo aver ritirato diversi capi, confezionati in involucri di plastica trasparente che teneva ripiegati sulle braccia.
Fu allora che Giovanni decise.
Si posizionò nella direzione opposta a Francesca e avanzò veloce verso di lei. Nelle mani stringeva il cellulare e, come aveva imparato a fare, teneva la testa bassa fingendo di controllarne il display.
Aveva bali...