CAPITOLO DICIOTTO
Un risveglio traumatico
«Sveglia. Sabrina, svegliati!» Riemergo lentamente da un buio assoluto che mi ha cullato per tutta la notte. Niente sogni. Niente di niente. Solo la pace del riposo e del silenzio. E ora Tina mi sta urlando nell’orecchio.
«Zia! Ma che ci fai qui?» le chiedo mentre noto che è già vestita e truccata.
«Sono le nove, tesoro!»
«Cosa?» mi alzo precipitosamente e per un attimo vedo tutto nero.
«Hai dormito più del dovuto, temo.» Avevo messo la sveglia alle sette proprio per avere tutto il tempo di prepararmi con calma, fare colazione e magari anche qualche indagine su internet in vista del colloquio. E invece eccomi qui, a saltellare per la stanza in preda all’agitazione, cercando di scegliere cosa mettermi nonostante la zia si sia proposta di aiutarmi e accompagnarmi al colloquio che dista solo dieci minuti da casa.
«Dove hai l’abito stile Colazione da Tiffany?» mi domanda rovistando nella cabina armadio.
«Appeso lì.» E faccio un cenno vago che potrebbe comprendere tutta la stanza.
«Sei veramente disordinata!» commenta mentre lo stacca dalla gruccia.
«Lo so, ma non ho avuto tempo di sistemare le mie cose, e non sono neanche tutte! Aspetta che mia madre mi spedisca quelle che ho lasciato a Roma!»
«Dio me ne scampi» ribatte mentre si inginocchia per cercare sotto al letto le décolleté nuove.
«Ti passo i trucchi.»
«Non ho tempo per truccarmi» e lancio una occhiata sconsolata all’orologio. Afferro il mascara e lo infilo nella borsa. «Andiamo. Mi trucco in macchina mentre guidi.»
Nel tempo che Tina ci impiega a percorrere la distanza da casa all’azienda di Marco, mi raccolgo i capelli in uno chignon e mi metto un filo di mascara. Lo specchietto rimanda indietro unʼimmagine decente di me stessa.
«Andrà tutto bene. Stai serena, rilassata e sii te stessa» mi saluta Tina mentre scendo dall’auto e mi avvio all’ingresso.
L’entrata è maestosa. Delle grandi vetrate si aprono su un giardino interno ben curato. Il pavimento è di marmo chiaro e una TV al plasma è appesa al muro e ripropone immagini inerenti la preparazione del cioccolato. Alle spalle della receptionist noto una fotografia in bianco e nero che ritrae quella che immagino essere la prima fabbrica di cioccolato con in primo piano un signore che tiene per mano un bambino di circa cinque o sei anni. Deduco che sia Marco, il bambino, o potrebbe essere suo padre. Tina mi ha detto che l’azienda fu fondata dal nonno e poi tramandata al padre e ora a lui che, in soli dieci anni, l’ha portata a essere una multinazionale con una quota di mercato statunitense pari a oltre il trenta percento.
Mi presento e la receptionist mi fa accomodare in sala d’attesa. Sul tavolino di cristallo c’è un centrotavola colmo di cioccolatini di ogni tipo: al latte, fondenti, con le nocciole intere, ripieni di caramello, di crema ai lamponi, al tartufo. Per una golosa come me, resistere è impossibile. Ne prendo una manciata e me la infilo in borsa. Poi però mi rendo conto che non posso presentarmi a un colloquio senza avere nemmeno provato i prodotti dell’azienda e così ne scarto uno al cioccolato bianco ripieno di crema di lamponi. Ora capisco come ha fatto Marco a fare tutti questi soldi: non offre solo un dolce, ma una vera e propria esperienza sensoriale. Il cioccolatino, infatti, emana un profumo inebriante.
«Urca!» esclamo estasiata quando lo assaggio.
Sento ridere alle mie spalle: Marco ha appena varcato la porta e si sta godendo la scena.
Mi alzo in piedi di scatto. «Marco!»
«Sono contento che i nostri cioccolatini ti facciano questo effetto» e mi fa l’occhiolino per tranquillizzarmi. Se non altro devo dire che Marco mi piace proprio. È una di quelle persone che sa metterti a tuo agio. È pacato e sempre composto, anche se è proprietario di un impero multimilionario e potrebbe tranquillamente mettere in soggezione chiunque. Mi ritrovo a pensare che sarebbe perfetto per mia zia, che, al contrario di lui, è sempre in movimento.
Mi fa cenno di seguirlo e saliamo in ascensore fino a un ufficio grande quanto casa mia, terrazzo incluso, che si affaccia su Pittsburgh downtown. Lui si siede a una scrivania perfettamente in ordine. Io mi accomodo su una confortevole poltrona.
«Allora, Sabrina» esordisce, «tua zia mi ha detto che hai deciso di fermarti negli Stati Uniti e che sei alla ricerca di unʼoccupazione.»
«Sì. Ecco, ho lavorato fino a qualche giorno fa per unʼazienda del lusso con base a Roma. Durante una trasferta ho avuto un contrattempo e, dopo aver battuto la testa, ho perso la memoria per circa un giorno. Questo mi ha fatto riflettere sulle mie priorità. Quale migliore occasione per ricominciare da zero e avere l’opportunità di rimettermi in gioco?» dico poco convinta, nel timore di screditarmi ai suoi occhi.
Seguo il movimento delle sue sopracciglia che si sono aggrottate in un’espressione di preoccupazione.
«Ora sto bene» lo rassicuro.
«Sei sposata?» Ecco, e ora che gli dico? Lo guardo dritto in faccia ma noto che il suo sguardo si è spostato sulla mia mano o, più precisamente, sulla fede che porto ancora al dito. Mi maledico per non aver pensato di toglierla. Ora dovrò spiegargli tutto e penserà che sono completamente folle, o quasi sicuramente una da non assumere, nemmeno per far colpo sulla donna della propria vita.
«Diciamo di sì…» dico arrendevole. Le sue labbra si aprono in un sorriso sincero e aspetta in silenzio il seguito. Gli racconto così del temporale che mi ha impedito di prendere l’aereo, dell’incontro con Paul, e anche del matrimonio a Las Vegas. Tanto ormai non mi assumerà più, tanto vale essere sincera e sentire la sua opinione al riguardo. Con mia grande sorpresa però nel suo sguardo non c’è disappunto ma divertimento e, pochi secondi dopo il mio racconto, scoppia in una fragorosa risata che invade l’intero ufficio e mi lascia di stucco.
«Magari anche tua zia fosse così impulsiva! Non sai quanto tempo ho passato a invitarla fuori a cena! Mai una volta che abbia accettato! E stasera ho l’impressione che il merito sia tutto tuo!»
«Be’, mia zia è molto impulsiva ma quando si tratta di sentimenti…»
«È decisamente più controllata» conclude lui per me. Io annuisco e resto in silenzio soppesando il fatto che forse dovrei parlare del lavoro che facevo in Italia.
Mi precede lui.
«Raccontami un po’ di cosa ti occupavi nella tua azienda.»
Cercando di dilungarmi il più possibile per evitare che ritorni sull’argomento matrimonio, gli spiego del marchio di cui mi occupavo. Del fatto che il marketing sia il mio mondo e che amavo il mio lavoro oltre misura perché mi permetteva di viaggiare e di non annoiarmi mai. Ero brand manager per la Vestiaire Collection, un marchio di nicchia facente parte del ben più strutturato gruppo del lusso XPR. Guadagnavo bene, gestivo un team di cinque persone e lavoravamo tutti per un unico obiettivo. Erano la mia famiglia, in un certo senso, e ora, mentre gli racconto tutte queste cose, mi rendo conto di quanto mi manchino e di quanto io mi senta sola, lontana da tutti i miei affetti e dalla routine. Mi domando se ho fatto la scelta giusta, se non debba invece tornare al mio passato e cercare di metterci una pezza. Fino a che punto non dobbiamo accontentarci nella vita? Spesso pensiamo di volere altro, di meritare di più, ma se ciò che abbiamo fosse invece proprio quello che davvero desideriamo?
«Sabrina?» Marco mi richiama al presente. Gli sorrido.
«Oh, scusami tanto. Sicuramente è il peggior colloquio della storia …»
«Ti posso assicurare che non è così. Potrei scrivere un libro con tutti i personaggi bizzarri che ho incontrato in tanti anni di business. Ma torniamo a noi. Mi pare di capire che hai una vasta esperienza nel marketing, anche che non conosci la food industry…»
Ecco, ora mi vuole liquidare nel modo più carino che conosce.
«… però hai carattere. E questo è proprio quello che cerco nei candidati e, credimi, è una cosa rara al giorno d’oggi. Sei una gran lavoratrice e sono certo che ti metterai subito al passo. Per cui, se per te va bene, possiamo trovarci con il responsabile delle risorse umane per definire il tuo contratto, in modo che tu possa entrare a far parte del nostro organico al più presto. Che ne dici? La prossima settimana sarà nella nostra sede di Austin, ma credo che non ti dispiaccia avere una settimana in più per riordinare le ultime cose. Facciamo il lunedì dopo, okay?»
Non posso credere alle mie orecchie. Mi vuole assumere davvero? Ho un lavoro? Sorrido compita ma vorrei tanto mettermi a saltare.
«Ma certo!» E mi alzo per stringergli la mano. Abbracciarlo non mi sembra appropriato in questo contesto.
«Ah, Sabrina» mi richiama mentre ho già un piede fuori dalla porta, «ci vediamo stasera.» E mi fa l’occhiolino.
Una volta fuori chiamo mia zia, ma sento un clacson alle mie spalle. Mi volto ed è lei. Ha atteso fino a ora, bigiando l’apertura della pasticceria.
«Zia, che ci fai qui?» salgo in auto e la abbraccio forte.
«Come potevo andare al lavoro? Ero in ansia per te. Raccontami tutto!»
«È andata magnificamente! Tra due lunedì mi faranno la proposta ufficiale. Ho fatto un colloquio pessimo ma Marco deve essere talmente innamorato di te che ha deciso di darmi una possibilità!»
«Non essere sciocca, Sabrina. Marco ha capito che sei meritevole. Ha fiuto per gli affari e credimi, non ti assumerebbe mai se non pensasse che sei un plus per la sua azienda» ribatte secca abbassando il finestrino.
«Certo, comunque stasera avremo modo di ringraziarlo di persona…»
«Oh tesoro… ma devo proprio? Non mi sembra il caso di disturbare te e Paul. Avrete di che parlare e non credo che due giovani abbiano interesse a uscire con due vecchi come noi.» Il suo broncio mi ricorda quello di una bambina capricciosa, ma so che in fondo è contenta e non vede l’ora di incontrare Marco! Altrimenti perché avrebbe prenotato estetista e parrucchiere?
«Ma che vecchi, zia. Io e Paul avremo modo di parlare dopo cena, così vi lasciamo anche la casa libera…» Le do un buffetto sul braccio prima che lei possa replicare. «Ecco, lo sapevo!» sbotto all’impro...