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Sfida totale
Informazioni su questo libro
Un missile balistico intercontinentale che impatta nel mar del Giappone. Un ex agente della CIA ucciso a Ho Chi Minh e una valigetta di documenti contraffatti che scompare. Le tessere del puzzle ci sono tutte, ma serve tempo per assemblarle. Tempo che il presidente Jack Ryan, suo figlio Jack Jr e la sua squadra di uomini scelti non hanno. La sfida che Ryan deve affrontare, mentre si trova nel pieno del suo secondo mandato, di fronte a uno scacchiere geopolitico in continuo mutamento, non è del tutto inattesa, ma stavolta la posta in gioco è terrificante. La Corea del Nord è in mano al giovane e paranoico Choi Ji-hoon, che fin dalla morte del padre ha un'unica, inquietante ossessione: vuole procurarsi un arsenale nucleare per colpire al cuore gli Stati Uniti, e con l'aiuto di alcuni agenti doppiogiochisti francesi e inglesi si sta avvicinando all'obiettivo. L'isolamento politico e le sanzioni internazionali hanno finora frustrato le sue ambizioni, e la scoperta del più ricco giacimento al mondo di terre rare potrebbe d'un tratto trasformare lo scenario e rendere più labile che mai la pace nel mondo. Bisogna agire, alla svelta. Non escludere nessuna opzione e mettere in campo gli uomini migliori. Jack Ryan è pronto a tutto, anche a una sfida totale. Tom Clancy ci trascina in un techno-thriller ad alto tasso adrenalinico, in un mondo da incubo sull'orlo della guerra nucleare che assomiglia in maniera spaventosa alla nostra realtà.
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Informazioni
Print ISBN
9788817097963eBook ISBN
97888586900931
Quando la donna si mise a sedere, Colin Hazelton guardò l’ora sullo smartphone con un gesto sfacciato. Era in ritardo di un’ora e voleva mostrarle tutto il suo disappunto, seppure in maniera passivo-aggressiva.
Solo dopo essersi sistemata l’orlo della gonna e aver incrociato le gambe, quella alzò lo sguardo. Sembrò accorgersi dell’occhiata che l’uomo aveva scoccato al cellulare, ma non disse niente. Prese il bicchiere d’acqua ormai calda e ne bevve un sorso.
Hazelton rimise il telefono in tasca e buttò giù metà del suo gin tonic. Doveva ammetterlo, quella donna era attraente quanto gli avevano detto. La descrizione fornita dal suo gestore era praticamente perfetta: una bionda statuaria, i cui modi ricercati davano una forte impressione di grazia ed eleganza. Tuttavia, Hazelton era troppo arrabbiato per esserne colpito. Non arrabbiato con lei, o non soltanto. Arrabbiato in generale. E di sicuro non era dell’umore giusto per concedersi pensieri tanto frivoli.
L’averla aspettata per un’ora, poi, toglieva alla donna gran parte del suo fascino.
Prima che uno dei due potesse dire qualcosa, arrivò il cameriere. Il Lion d’Or non era certo una delle tante bettole e sale da tè che riempivano la zona...
La donna ordinò un bicchiere di vino bianco in un francese perfetto, e Hazelton ebbe la riprova di un’altra informazione passatagli dal suo gestore, tra un commento sugli occhi color nocciola e uno sul corpo agile e snello: quella era la sua prima lingua. Ipotizzò che fosse un’ex spia francese. Magari della DGSE, o della DCRI; o, perché no, già della DST, diventata DCRI nel 2008. In effetti, quasi tutte le persone che Hazelton incontrava nelle sue missioni erano ex agenti segreti, quindi non era un’ipotesi così azzardata.
La donna non si presentò, ma questo non lo sorprese. A ogni modo, si era aspettato un minimo di scuse per quel ritardo. Ma niente, nemmeno un accenno. Esordì invece con una domanda. «Ha portato i documenti?»
Al che, Hazelton rispose con un’altra domanda. «Cosa ne sa dei dettagli dell’operazione?»
«Dettagli?»
«Il cliente. Le hanno spiegato di chi si tratta?»
Adesso sembrava confusa. «Perché avrebbero dovuto? L’identità del cliente non mi riguarda.»
«Be’, mi permetta allora di aggiornarla. Il cliente è...»
La donna alzò una mano per interromperlo. Aveva unghie curate e una pelle lucente. «Se non mi dicono qualcosa, è perché non sono tenuta a saperlo.» Osservò Hazelton con attenzione. «Lei non mi sembra un novellino, per cui capirà.» Parlava con un forte accento francese, ma a parte quello il suo inglese era perfetto.
Hazelton prese un altro sorso di gin tonic. «A volte è meglio sapere.»
«Potrà anche essere la sua filosofia, ma di certo non è la mia.» Il tono era quello di chi vuol chiudere il discorso e andare avanti. «Allora... li ha portati o no?»
Hazelton parlò a voce bassa, lentamente e scandendo bene ogni parola. Visto tutto l’alcol che aveva buttato giù, tra l’attesa lì e al bar dell’albergo, non voleva rischiare di farfugliare. «Quella... cazzo... di... Corea... del... Nord.»
La donna non batté ciglio.
«Lo sapeva?» le chiese.
La bionda non rispose. Invece disse: «Lei è molto emotivo, vero? La cosa mi sorprende. So che le hanno affidato l’incarico all’improvviso, dopo che qualcuno si è ammalato e si è tirato indietro costringendo i piani alti a chiamare lei, però New York non dovrebbe mandare gente così emotiva». Sotto al tavolo, Hazelton sentì la punta di una scarpa col tacco sfiorargli la caviglia. In un altro periodo della sua vita si sarebbe eccitato, ma adesso era diverso. Stava lavorando, e sapeva benissimo che la donna cercava solo di capire se avesse una ventiquattrore sotto al tavolo. Poco dopo, sentì il piede di lei toccare la valigetta accanto alla propria gamba.
«La faccia scivolare verso di me, per favore.»
Il robusto americano non accennò a muoversi. Invece, tamburellò sul tavolo con le dita, riflettendo sul da farsi.
Si era aspettato che la donna desse segni di frustrazione per l’attesa, invece rimase stranamente calma. Aspettò alcuni secondi, poi ripeté la frase con lo stesso tono di voce: «La faccia scivolare verso di me, per favore».
Lui non aveva ancora deciso cosa fare. Avrebbe consegnato i documenti, o li avrebbe strappati e gettati in un fiume come mangime per i pesci? Per tutto il giorno si era affannato a considerare le conseguenze di ciascuna scelta, preoccupato. Eppure, ora era calmo. «Sa una cosa?» si ritrovò a dire. «Non ho accettato questo incarico per fare da fattorino a degli psicopatici assassini.» Poi aggiunse: «Ci sono molti altri lavori da svolgere, senza doversi abbassare a tanto».
«Non capisco» rispose la donna, lanciando con noncuranza un’occhiata alla strada. Sembrava annoiata, ma Hazelton sapeva che stava controllando di non essere sorvegliata.
Con un gesto di stizza, esclamò: «Al diavolo! Io mi chiamo fuori».
Lei non tradì alcuna emozione. «Si chiama fuori?»
«Non le darò i documenti.»
«È per i soldi?» chiese sbuffando. «In questo caso, dovrà parlare con New York. Non sono autorizzata a...»
«No, non è per i soldi. È una questione di bene e male. Qualcosa che lei non sembra capire, vero?»
«Il mio lavoro non ha a che vedere né con l’uno né con l’altro.»
Hazelton le lanciò un’occhiata sprezzante. Ormai era deciso, e non avrebbe cambiato idea. «Se lo dice lei... ma di sicuro non avrà questi documenti.» Diede un calcio alla valigetta, abbastanza forte perché lei sentisse il rumore.
La donna annuì. Era l’immagine della calma. Un distacco che Hazelton trovava strano: si era aspettato urla e grida... Invece, lei si limitò a dire: «Questo complica le cose. New York non ne sarà felice».
«Che si fotta!»
«Spero non si aspetti che io mi unisca alla sua crociata...»
«Bella mia, non me ne frega un cazzo di quel che farà lei.»
«Allora non gliene fregherà un cazzo nemmeno se adesso esco e faccio una telefonata.»
Hazelton rimase in silenzio per qualche secondo. La tensione accumulata tra l’incarico e il viaggio era ormai evidente sul suo volto. «Faccia pure.»
«Manderò qualcuno a prendere la valigetta.»
Hazelton le sorrise. «Faccia quel che vuole. Ma, come ha intuito, non sono proprio un novellino. Ho degli assi nella manica.»
«Lo spero proprio. Per lei.» La donna si alzò e si allontanò, passando accanto a un cameriere sorridente che si avvicinava al loro tavolo. Le stava portando il vino, su un vassoio d’argento.
Jack Ryan Junior, appostato sul tetto dall’altra parte della strada, aveva osservato l’intera scena attraverso l’obiettivo della fotocamera. Non aveva potuto ascoltare la conversazione, certo, ma il linguaggio del corpo di quei due era stato fin troppo chiaro.
«Se era un appuntamento al buio, direi che non è andato benissimo.»
Ding e Sam risero, pur senza perdere la concentrazione. Guardarono la donna alta tirar fuori un cellulare dalla borsa e parlare con qualcuno, prima d’incamminarsi verso nord.
Driscoll attivò la comunicazione. «Clark? Rimaniamo con Hazelton o vuoi qualcuno sulla donna?»
La risposta arrivò all’istante. «Era venuta a prendere il contenuto di quella valigetta, quindi ora fa parte della missione... Voglio saperne di più su di lei, sì: uno di voi la segua. Gli altri rimangano dove sono: occhi puntati sulla valigetta.»
Jack e Sam si staccarono dagli obiettivi per fissare l’agente operativo senior, al centro. «Io rimango qui» commentò Chavez. «Vedetevela voi due.»
Jack lanciò un’occhiata a Sam, che con lentezza rimise l’occhio sullo spotting scope. «Va’ pure.»
«Ti devo un favore, Sam.» Il sorriso radioso di Jack era la cosa più luminosa su quel tetto. Dopo pochi secondi era già in piedi, diretto verso la scala antincendio mentre riponeva la fotocamera nello zaino.
Sam e Ding guardarono Colin Hazelton scolarsi l’ennesimo gin tonic, per poi chiedere al cameriere di portargliene un altro.
«Cosa ci fa ancora lì? Non gli è bastato un due di picche?» domandò Sam, retorico. Clark, che stava pensando la stessa cosa, rispose con voce roca e carica di frustrazione: «A quanto pare dovremo sorbirci un quarto giro».
Quando il cameriere arrivò al suo tavolo, Hazelton aspettò che posasse il bicchiere e poi gli disse qualcosa. Probabilmente, pensarono i tre che ne studiavano le mosse, aveva chiesto della toilette, perché il cameriere indicò verso il retro dell’edificio. In ogni caso Hazelton si alzò in piedi, lasciando drink, giacca e valigetta dov’erano, e si diresse sul retro.
Per un attimo negli auricolari degli americani non si sentì nessuna comunicazione. Poi Ding domandò: «John? Ti sembra normale?».
Clark aveva capito cosa intendesse il suo vice, ma anziché pronunciarsi preferì cogliere l’occasione per un piccolo test. «Sam, tu cosa vedi?»
Driscoll aggiustò lo spotting scope mettendo a fuoco il tavolo ormai vuoto, la giacca appesa allo schienale di una sedia e la valigetta su quella accanto. Osservò anche gli altri tavoli, i clienti facoltosi, seduti o in piedi. «Se il contenuto di quella valigetta è così importante, tanto che Hazelton si è rifiutato di consegnarla al suo contatto, perché lasciarla incustodita mentre va in bagno?»
«Infatti» concordò Clark.
«Quindi la valigetta era un’esca.»
«Esatto.»
«Il che vuol dire...» Driscoll ci arrivò in un attimo «... che Hazelton non tornerà al tavolo. E sospetta di essere sorvegliato, quindi ha deciso di uscire dal retro.»
«Il classico “bevi e fuggi”, direi» confermò Ding.
«Bingo» disse Clark. «Io entro nel ristorante ed esco dal retro. Il vicolo va da nord a sud, ma il suo albergo è dietro di noi. Voi rimanete dove siete e tenete d’occhio gli incroci. Non ci sfuggirà. A meno che non riesca a teletrasportarsi.»
Clark lasciò alcune banconote arrotolate sul tavolo della sala da tè, pagando per una bevanda che gli aveva fatto rivoltare lo stomaco, e si diresse verso il Lion d’Or dall’altra parte della strada. Aveva appena messo piede sull’asfalto quando qualcosa lo fece fermare di colpo. Risalì sul marciapiede, guardandosi intorno.
Poi, a voce bassa, parlò nella ricetrasmittente. «Ryan. Mantieni la posizione.»
Jack Ryan Junior stava risalendo Dao Cam Moc, ma non appena sentì l’ordine di Clark si fermò. «Ricevuto.» Andò davanti a un negozio di elettronica chiuso e fece finta di guardare la vetrina.
«Dove ti trovi?» chiese Clark.
Jack controllò la cartina dell’area sullo schermo del cellulare. Dei puntini colorati mostravano la posizione dei quattro uomini della squadra; o, per essere più precisi, la posizione del localizzatore GPS che ognuno di loro aveva nel passante della cintura. Il puntino verde di Clark era a due isolati a sudest, ancora davanti alla sala da tè.
«Due isolati a nordovest rispetto alla tua posizione» rispose.
Clark spiegò a tutti cosa stava succedendo. «Ho visto quattro motociclisti sconosciuti avvicinarsi da direzioni opposte. Sembrano una squadra.»
Un attimo dopo Chavez, ancora sul tetto, domandò: «Ducati nere?».
«Esatto» rispose Clark. «Arrivano da punti diversi e indossano abiti differenti, ma le moto e i caschi sembrano identici. Non è una coincidenza.»
Ding scorse le quattro moto nel traffico. Non fu facile, perché erano distanziate. «Accidenti, John: che occhio.»
«Non è la prima volta che vengo qui. Me ne accorgo subito se c’è qualcosa di strano. Jack, continua verso nord. Se Hazelton se la fa tutta dritta attraversando il distretto, puoi precederlo quando sbucherà in Pham The Hien. Ma fai in fretta. E attento ai motociclisti: non devono accorgersi che stai sorvegliando Hazelton.»
Ryan era ancora fermo davanti alle costose videocamere esposte in vetrina. E, per la prima volta in quella missione, sentì il cuore accelerare. Di colpo, una serata che si preannunciava noiosa aveva preso una piega inaspettata. Si mise a correre. «Vado. Mi muovo in parallelo rispetto ai motociclisti e cerco di arrivare alla fine del vicolo prima di Hazelton.»

«Sam e Ding, voi raggiungete Ryan il prima possibile.»
«Ricevuto» rispose Chavez. «Ci vuole un minuto per scendere dal tetto, per cui ne abbiamo tre di ritardo rispetto a te, Jack. Vacci piano finché non arriviamo.»
Colin Hazelton uscì nel vicolo sul retro del ristorante e s’incamminò verso nord, le mani in tasca.
Sapeva benissimo che avrebbe pagato cara la sua decisione. Primo, quei quattro giorni di lavoro non gli sarebbero stati pagati; secondo, avrebbe perso il lavoro per aver mandato a monte la missione; e terzo, aveva lasciato al tavolo una giacca sportiva da trecento dollari e una valigetta da quattrocento. Tutte pessime notizie per un uomo a fine carriera, con un debito di sessantamila dollari e poche abilità fuori dal campo dello spionaggio.
Ma, nonostante tutto, per la prima volta da quella mattina si sentì in pace. Gli venne persino in mente che, sebbene avesse lasciato al ristorante tutta quella roba costosa, si era risparmiato un conto da almeno cinquanta dollari. Una piccola vittoria da non trascurare.
Abbozzò addirittura un sorriso. Che, però, sparì quasi subito. Ripensò agli eventi che lo avevano portato in que...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Sfida totale
- Personaggi principali
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
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- 28
- 29
- 30
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- 58
- 59
- 60
- 61
- 62
- 63
- 64
- 65
- 66
- 67
- 68
- 69
- 70
- 71
- 72
- 73
- 74
- 75
- 76
- Epilogo