Il combattente. Come si diventa Pertini
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Il combattente. Come si diventa Pertini

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il combattente. Come si diventa Pertini

Informazioni su questo libro

Esistono uomini talmente smisurati, complessi e contraddittori che sembra impossibile raccontarli. Per esempio, come si racconta la vita di uno come Sandro Pertini, che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni del Novecento italiano? Da dove si parte: dal giovane soldato in azione tra le trincee della Prima guerra che, pur contrario al conflitto, combatte furiosamente e conduce i suoi soldati in imprese al limite della follia? Dal militante socialista, picchiato e bandito dal fascismo, che al fianco di Turati fugge dall'Italia su un motoscafo nel mare in tempesta? Oppure dal partigiano che, dopo quattordici anni fra carcere e confino, diventa intransigente giustiziere di camicie nere? O magari dall'ultima fase, dall'immagine benevola del vecchietto con la pipa? Rispondere a queste domande è la sfida del Giancarlo De Cataldo protagonista di questo libro. Sfida doppia, perché da un lato è chiamato a sceneggiare un film sul "Presidente di tutti gli italiani", dall'altro cerca di spiegare a suo figlio tredicenne la grandezza di quell'uomo, e il contrasto, doloroso, tra passato e presente. Ma per lui il combattente Pertini è qualcosa di più: è un'affinità elettiva, è l'integrità che illumina la lunga notte del regime e della prima repubblica, è l'orgoglio delle idee, è la furia della battaglia. È l'eroe incorruttibile, libero, severo, ma anche guascone e maldestro, che tutti noi vorremmo avere accanto.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
Print ISBN
9788817097482
eBook ISBN
9788858691601

Come iniziare un film.

Un eroe riluttante

Il 21 agosto 1917, il I battaglione del 277° reggimento fanteria veniva inviato, staccato dagli altri due battaglioni, a rinforzare la brigata Milano, impegnata nell’attacco dello sperone a monte di Decla, fra Plava e Canale, sulla sinistra dell’Isonzo. La sera stessa la sezione dell’aspirante Pertini, appostatasi tra i sassi al completo scoperto, rintuzzava efficacemente i vari tentativi del nemico di cacciarci dalle posizioni raggiunte. Durante l’intera notte, malgrado il temporale, il Pertini rimase vigile al suo posto, battendo furiosamente le linee avversarie. Il 22, a mezzogiorno, ripresa l’azione per travolgere di forza la resistenza nemica, il Pertini, con la sua sezione, compiva prodigi di audacia. Noncurante del pericolo, il Pertini avanzava con una mitragliatrice sulla destra del fronte di attacco, si portava all’altezza delle linee avversarie, e con fuoco efficacissimo e ben aggiustato dava modo alle truppe frontali di balzare sulle linee munitissime del nemico e di fare ampio bottino di armi e prigionieri. Anche nella giornata successiva il Pertini con la sua sezione compiva audacie su audacie; con un’arma, che aiutava a portare, e della quale s’era trasformato tiratore, puntava sempre avanti, senza soste, trascinandosi i più audaci, entusiasmati della sua baldanza e della sua sicurezza.
Con questa lettera del ’26, che contiene qualche imprecisione geografica, il comandante della compagnia mitragliatrici Fiat – che aveva avuto alle proprie dipendenze il giovane sottotenente Sandro Pertini – fornisce testimonianza alla commissione incaricata di conferire al futuro Presidente la medaglia d’argento al valor militare.
«Ero comandante» ricorda Pertini, «di una sezione mitraglieri sulla Bainsizza, durante l’avanzata; a un determinato momento, come accade in tutte le azioni di guerra, e come accadeva anche allora, una parte del nostro fronte si frantumò, ci ritirammo, incominciammo a ritirarci. Vidi un colonnello piangere di rabbia. Gli dissi: “Ma perché si fa vedere piangere?”. Ecco dunque le ragioni della medaglia. Presi la rivoltella d’ordinanza, incitai i miei soldati e gli altri che si ritiravano, distribuendo anche qualche scappellotto, ricostruii la trincea e andammo avanti, invece di ritirarci riu scimmo a conquistare altre posizioni.»
Pertini – ventun anni – è, nelle note del suo comandante, “di temperamento forte, fermo forse fin troppo per la sua età, decisissimo nelle sue idee, forse anche un po’ spinte (che però conservava per sé senza lasciarle intravedere ai dipendenti). Il Pertini era in complesso un ottimo subalterno per la guerra guerreggiata. I suoi uomini, che sapeva trascinare dove voleva, lo amavano, i superiori lo stimavano al pari dei colleghi, per l’intelligenza viva e il tratto signorile”.
Ma la medaglia non arriverà che nel luglio 1985, al termine del mandato presidenziale. Quale il motivo di un ritardo lungo settant’anni? Dapprima uno smarrimento di carte. Poi, l’antifascismo: non poteva certo, il regime, decorare come eroe di guerra un suo così irriducibile avversario!
Per giunta, un socialista conclamato. Uno che la guerra, fosse dipeso da lui, non l’avrebbe fatta. Eh, sì. Mentre la mejo gioventù italiana spasima per rompere le corna ai crucchi, Pertini, già socialista a diciott’anni, nel ’14 osa prendere pubblicamente la parola, durante un infuocato comizio del guerrafondaio D’Annunzio, per gridare contro la carneficina. Un gesto clamoroso: ne compirà molti nella sua lunga vita, e alcuni contribuiranno a renderne leggendaria la figura. Ma anche un gesto “estetico”: nel senso che all’estetica urlata della guerra, propagandata dal Vate, il giovane Sandro contrappone un’estetica della pace, anch’essa urlata e, in quel contesto minoritario (tanti ragazzi volevano la guerra, ardevano per la guerra, spasimavano per la guerra), scandalosa. Una contrapposizione diretta e immediata: tu gridi che la guerra è bella, io grido, con altrettanta forza, che è uno schifo. Scendo sul tuo terreno e ti combatto con le stesse armi. E forse, chissà, sono anche capace di alzare la voce più di te, anche se tu sei un poeta celebrato e io un oscuro studentello. Sono le prove generali di un modus operandi che diverrà il marchio di fabbrica del militante, del partigiano, del politico e del presidente. Una tendenza all’agire senza mediazioni che Pertini sintetizza nel motto che ama ripetere: a brigante, brigante e mezzo.
Intanto, il giovane Sandro veste la divisa. Parte per il fronte perché glielo ordinano. E farà la guerra come va fatta, come andrebbe fatta: con forza, intelligenza, quando occorre con una temerarietà che rasenta l’incoscienza. Ma senza mai dimenticare che la guerra la vuole chi comanda, e spesso se ne resta a casa propria, rintanato nel lusso e nell’agio, lasciando che a combatterla siano i poveracci. Uomini contro, come spiega il bellissimo film di Francesco Rosi ispirato a Un anno sull’altipiano, il diario di un altro grande combattente per la libertà, Emilio Lussu.
La guerra è un’orribile dannazione, il rifiuto dell’umanità.
“Nella calura dell’estate o sotto la pioggia battente dell’inverno si doveva salire su queste montagne aspre a scavare chilometri di trincee, sistemare sacchetti di sabbia, sdraiarsi per terra e aspettare per ore e ore un ordine, mentre le orecchie sono martellate dal rombo del cannone. Dilaga la sporcizia, i pidocchi divorano la pelle sotto le fasce che cingono i polpacci. Da un comando, su un filo di telefono precario, gettato attraverso le colline, arriva fino agli avamposti, nelle albe livide, un ordine: attaccare. Un ufficiale, tanti ufficiali, sulle rive del Tagliamento o sui crinali del Montello, balzano fuori dalle trincee con la rivoltella in pugno, mentre centinaia di uomini li seguono, alpini, fanti o bersaglieri, corrono piegati in due, baionetta inastata, in un fragore di scoppi, nuvole di fumo, lampi di fuoco. Dopo la carneficina, nel silenzio irreale e improvviso che si adagia sul campo di battaglia, i barellieri compiono il loro pietoso dovere: portare indietro verso le linee i feriti, coloro dai quali emana ancora un lamento. Per gli altri, i cadaveri, basteranno poche palate di terra e una croce bianca, simmetrica, sbrigativamente intagliata, con un elmetto posato sopra, in un cimitero di guerra, mentre un telegramma listato a lutto partirà da un burocratico ufficio amministrativo e andrà a recare dolore e disperazione in tante famiglie, unitamente a qualche effetto personale, poche, modeste cose, ciò che rimane di una giovane vita.”
La prosa di Pertini può apparire enfatica, e spesso tale è. Ma è una prosa che gronda verità, sofferenza, e non è mai disgiunta da una profonda carica etica.
«L’Italia deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada della pace che noi dobbiamo seguire.»
Questa frase, pronunciata da Pertini il 9 luglio 1978 nel discorso d’insediamento al Quirinale, è diventata giustamente celebre: “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai”. Non è il burocrate che parla. Non il politico di lungo corso addestrato ai meandri del potere, professionista degli arcana imperii, teo rico della strategia in guanti di velluto. È il combattente che ha condiviso la trincea con i suoi umili soldati, il capo che li ha incitati e protetti. In quella guerra sporca, sporchissima, per spronare i figli del popolo ad affrontare il piombo nemico si ricorreva alla tragica pratica della decimazione: quando un battaglione si comportava male, o c’era aria di ammutinamento, un uomo su dieci veniva sorteggiato e fucilato dai suoi stessi compagni. “I soldati legati agli alberi / gli alberi del bosco” avrebbe scritto, tanti anni dopo, il poeta Roberto Roversi per una delle più belle canzoni di Lucio Dalla.
Pertini è di un’altra pasta, come del resto Lussu. Anche in una guerra che ti cuce addosso la medesima divisa si possono leggere tipi italiani così profondamente diversi: i tronfi e incompetenti ufficiali di carriera, i militaristi incarogniti da un lato, e dall’altro i giovani idealisti, i puri. I Pertini. I Lussu. I Renato Serra.
Troppo spesso la Storia finisce amaramente per premiare i peggiori.
Un giorno Pertini s’imbatte in un imboscato. Lo ricorda quando tempo prima si proclamava entusiasta dell’intervento, pronto a dare del codardo e dell’imbelle a Sandro il pacifista. «Sai» si giustifica adesso il voltagabbana, «ho capito che il fronte non faceva per me...»
Si svuotino gli arsenali... il nostro popolo generoso...
Riflettiamo su queste parole per il nostro sceneggiato mentre intorno a noi infuriano le polemiche sugli sbarchi dei migranti. Gentaglia da respingere perché inquina la purezza della nostra terra, dicono. Problema di ordine pubblico. Leggi repressive. Accordi con dittatori impresentabili per liberarsi, con pragmatico cinismo, di questa massa dolente. Molti ex socialisti incarnano, nel presente momento storico, le idee più conservatrici.
Cos’avrebbe detto Pertini di tutto questo? Come avrebbe giudicato quei giovanotti che a vent’anni sfilavano sotto la bandiera con il sol dell’avvenire e in maturità avrebbero così clamorosamente cambiato idea? Certo, tutti abbiamo diritto di ripensarci. Ma vuoi mettere il fascino della fedeltà?
Un giorno, il giovane sottotenente Pertini colpisce dalla trincea un austriaco. «Lo vedo arrivare con le mani alzate. Fermi, dico, si dà prigioniero. Lui viene avanti, cade nella trincea, ha il volto a pezzi, una maschera di sangue. Sa cosa feci, allora? Buttai via il caricatore della mia rivoltella e non ce lo rimisi più. Da quel giorno andai sempre all’assalto con una rivoltella senza caricatore.
«Un altro giorno, un Natale di trincea, noi e gli altri abbiamo ricevuto i pacchi dono. Senza dircelo, stabiliamo una tregua. Mangiamo, beviamo. La guerra, per un momento, è dimenticata.»
Mi viene in mente mio zio Pippo, fratello di mia madre. Mitragliere a bordo degli aerei da bombardamento Savoia-Marchetti durante la Seconda guerra mondiale. Pluridecorato. Abbattuto al largo di Gibilterra la notte del Natale 1940. Sono su una zattera di fortuna. Da un lato arrivano gli inglesi per farli prigionieri. Dall’altro gli italiani per salvarli. I due equipaggi raggiungono contemporaneamente la zattera. Si guardano. Non si sparano. Poi, con calma, gli inglesi invertono la rotta.
Cattivi soldati. Eccellenti esseri umani.
La mia generazione non ha conosciuto la guerra. Spero che analoga fortuna capiti a mio figlio. Lo spero per lui, ma anche per me. E per tutti i ragazzi esaltati e per tutti quelli giustamente indignati da un mondo sbagliato.
La guerra ci offre infinite occasioni narrative. Dobbiamo, ahinoi, scartarne alcune, pur pregevoli: Pertini è coi suoi soldati in un paesino assediato dagli austriaci. La rotta è imminente. Si rischia lo sbandamento. In una piazza c’è un’incongrua sedia a dondolo. Il sottotenente Pertini ci si siede, ostentando tranquillità olimpica. Quella sua calma rompe la paura dei soldati, la annulla, trasforma un momento di angoscia in un benefico esorcismo collettivo. L’uomo è già, a poco più di vent’anni, il carismatico comunicatore che avremmo imparato ad amare.
Non c’è spazio per questo episodio. Inventiamo, per raccontare la guerra di Pertini, una sequenza che crediamo possa essere emozionante e nello stesso tempo commovente. Eccola:
– sotto una pioggia torrenziale, gli uomini in trincea sono martellati dal fuoco nemico;
– serpeggia il malcontento, domina la paura. Vogliono tornare a casa, è il loro unico desiderio. Se fuggissero, sarebbero fucilati nella schiena. Davanti, gli austriaci non mollano. È la fine del topo. Non c’è via d’uscita;
– Sandro chiama a raccolta i suoi: «Vi fidate di me? Anche se sono un intellettuale, un ufficiale, anche se ho studiato e non vengo dal popolo... vi fidate di me?»;
– «noi non la volevamo questa guerra, e non capiamo perché dobbiamo farci ammazzare per un pugno di terra dove nemmeno ci capiscono quando parliamo» ribatte un soldato meridionale;
– «neanche io la volevo» confessa il socialista Pertini, «ma il mio compito è di riportarvi a casa sani e salvi. E, se possibile, vorrei tornarci anch’io»;
– gli uomini, pur con qualche scetticismo, si fidano;
– Sandro impugna la pesante mitragliatrice Fiat e parte all’assalto;
– ci spostiamo sulla torretta austriaca: il nemico è colto di sorpresa da quella che appare la sconsiderata impresa di un pazzo solitario;
– ma presto dietro Pertini si materializzano le ombre dei soldati, che hanno deciso di seguirlo come un sol uomo;
– gli austriaci sono presi alla sprovvista, sbandano, si arrendono;
– dopo l’azione, gli italiani capeggiati da Pertini pisciano sulle mitragliatrici surriscaldate per raffreddarle;
– è notte: in una tenda da campo Pertini legge, finché, vinto dal sonno, si addormenta, soldato fra i soldati, accanto ai compagni;
– d’improvviso, un sibilo. Qualcuno grida: «I gas! I gas!». Pertini si attarda con la maschera (e le maschere erano quasi sempre inadatte), inala il veleno che viene dall’aria, perde i sensi;
– dalle nebbie dell’incoscienza vede sbucare una figura massiccia, quella di un uomo grande e possente come un orso.
L’ultimo episodio è storico. Il calabrese di cui parlava la signora Carla, quello che salvò la vita a Pertini.
Si chiamava Carmelo Zappalà. Pertini racconta: «Ricordo che ci fu un attacco col gas iprite, lo lanciarono gli austriaci. Molti soldati furono colpiti, alcuni morirono, e li portavano lontano, via dalla trincea. Io avevo questo mio attendente, Zappalà, un calabrese, un uomo buono, che mi si era affezionato. Lui vede questi becchini che mi portavano via con gli altri, dovevo essere pallido, cadaverico, ero stato colpito dal gas, suppongo che volessero seppellirmi altrove. Fu Zappalà che mi contese ai becchini. “Macché morto” gridava, “siete voi i morti!” Mi gettò sulle spalle, devo dire che al suo confronto ero un fardello molto piccolo e, correndo a tutta velocità, dando gomitate a destra e a manca, mi portò, come mi ha detto dopo, al posto di medicazione. Il tenente medico si era trovato di fronte questo colosso, con una rivoltella in mano, che gridava “Lo curi immediatamente, pena la morte!”. E Zappalà rimase lì fino all’ultimo, al punto che il medico dovette abbandonare gli altri feriti, perché pensava “Altrimenti mi ammazza!”. Fu così che mi salvai».
L’uso dei gas sarebbe presto stato bandito dalle convenzioni internazionali, almeno sulla carta. I generali Badoglio e Graziani, responsabili negli anni Trenta di avere irrorato di veleno migliaia di eritrei, etiopi e abissini, sarebbero finiti nella lista dei criminali di guerra. Nondimeno, uno sarebbe diventato capo del primo governo provvisorio postfascista, l’altro, dopo una carriera colma di imbarazzi – comandante dell’esercito in Nordafrica, ministro repubblichino – sarebbe di fatto scampato a ogni forma di giustizia, civile e militare, finendo poi ad abbracciare, negli anni Cinquanta, un giovane Giulio Andreotti. In nome di una “riconciliazione nazionale” che doveva farci dimenticare le “imprese” del fascismo. E dell’uso disinvolto delle armi chimiche da parte delle truppe di occupazione italiane nelle guerre d’Africa non si sarebbe saputo nulla per parecchi anni, sino agli studi di Angelo Del Boca, che pure furono duramente contestati. Lo stereotipo degli “italiani brava gente” non ammetteva eccezioni.
Un paio d’anni fa, per giunta, un consiglio comunale ha eretto un santuario, o qualcosa di simile, alla memoria di Graziani. Una notte, un gruppo di buontemponi l’ha coperto con un telo rosso e ha posto un’altra targa. Indovinate alla memoria di chi?
Ma di Sandro Pertini, diamine!
Ferito, Pertini finisce in ospedale. Con un balzo temporale, nello sceneggiato omettiamo il ritorno in prima linea, e saltiamo alla fine del conflitto. Pertini è a Soave, dove incontra per caso il fratello Pippo, più giovane di lui di quattro anni, e anche lui reduce.
Mettiamo in scena il ricongiungimento, il viaggio di ritorno a Stella, il primo pranzo in famiglia dopo i combattimenti. È l’occasione per presentare la famiglia Pertini: la scià Gina, il fratello maggiore Eugenio, detto Genio, due anni più di Sandro, un ginocchio offeso in seguito a una bravata giovanile, l’adorata sorella Marion. Lasciamo intravedere, in un lampo, il primo amore di Sandro, Mati.
«Ma che primo amore e primo amore!» rivendica la signora Carla, «a Sandro le donne piacevano, e loro gli andavano dietro. Ma c’ero sempre io!»
Eppure, la Storia dice cose diverse.
Affiorano dalle lettere baluginii di amori giovanili che Sandro rievoca con pudore e discrezione. Ed è certo che intrattiene, a partire almeno dagli anni Venti, una lunga relazione con la giovane farmacista Matilde Ferrari, Mati appunto. Poi il carcere, la lontananza e l’impossibilità di vedersi consumeranno tutto.
Mati vittima della Storia?
Un muro di riservatezza ha circondato e protetto, per lunghi anni, questo romanzo sentimentale di Pertini. Ne Il cittadino Sandro Pertini, un volume del 1982 scritto dal giornalista e biografo Raffaello Uboldi, vi è poi il timido accenno a una “signorina Rosa F.”. Solo in anni recenti, grazie all’opera degli storici e alla sistematizzazione dell’epistolario pertiniano, si è potuto saperne di più.
Nella fase del lavoro di sceneggiatura in cui ci troviamo, ci vuol poco a intuire che il tema è delicato: sia per le resistenze della signora Carla, sia per il rispetto dovuto ai protagonisti della vicenda. Se non vogliono che si parli di loro, perché usare contro di loro la violenza della narrazione? Eppure, una biografia, per quanto romanzata, sarebbe incomprensibile senza almeno qualche accenno ai sentimenti. E già le lettere rese pubbliche testimoniano, da un lato, dell’amore fra Pertini e l...

Indice dei contenuti

  1. Il combattente
  2. Copyright
  3. Pertini, mio padre e me
  4. Come iniziare un film. Dal principio
  5. Come iniziare un film. Un eroe riluttante
  6. Come iniziare un film. Socialista
  7. Antifascista
  8. Condannato. Bastonato. Bandito
  9. Esule
  10. Regicida
  11. Carcerato
  12. Confinato
  13. Uomo libero
  14. Partigiano
  15. Resistenza
  16. Il gemello agitato. Uno iato narrativo
  17. Come iniziare (e finire) una storia: il nonnetto con la pipa
  18. Oggi (più o meno)
  19. L’ombra dell’eroe
  20. Bibliografia essenziale
  21. Indice