"Solo una madre può provare il dolore di un'altra madre. So che nulla può essere sufficiente ma io sono pronta a tutto quello che può portare pace." Valeria Collina è la madre di Youssef Zaghba, uno dei componenti del commando che nel giugno scorso ha ucciso otto persone nell'attentato sul London Bridge. Italiana convertita all'islam, ha vissuto per vent'anni in Marocco, dove ha studiato l'arabo e il Corano. Dopo essere tornata in Italia, nel 2015, ha assistito impotente alla radicalizzazione del figlio, dai suoi tentativi di fuga in Turchia al suo trasferimento a Londra, dove è rimasto incagliato in quella mastodontica macchina promozionale messa in piedi dagli abili comunicatori del califfato nero. Interrogandosi sulle cause della radicalizzazione di Youssef e di tutti i protagonisti dell'ultima stagione di attentati in Europa, l'autrice scrive il manifesto di una nuova battaglia, e spiega le ragioni per cui è fondamentale confrontarsi con i propri figli: "Ci sono giovani che si ubriacano di nascosto, altri che passano fuori la notte senza dirvi nulla, e altri che stanno chiusi nella propria stanza. Ragazzi modello che si presentano puntuali a condividere con voi ogni pasto. Dopo avere messo in pausa l'ultimo video di un ostaggio sgozzato o di un blindato che viene fatto saltare in aria da un attentatore suicida".

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Nel nome di chi
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Sette
Il mio nome è Khadija. Lo è dal 1991, da quando decisi di abbracciare l’islam. Scelsi Khadija perché è la prima persona a essersi dichiarata musulmana, prima moglie del profeta e madre dei suoi figli. E perché anche io, come lei, avevo scelto un marito più giovane. Mohammed ha tredici anni meno di me. Quando lo incontrai, ventisei anni fa, ne aveva ventotto.
Fino a quarant’anni la mia vita ruotava attorno al teatro. In tutte le sue forme, con incredibili esperienze. Ero riuscita a trasformare la mia passione in una professione e ne ero follemente innamorata. E proprio il teatro mi fece incontrare Mohammed. All’epoca, nei primi anni Novanta, facevo teatro per ragazzi. Mi era piaciuto rientrare nelle scuole dove molti anni prima avevo lavorato con i bambini alla realizzazione di film e spettacoli teatrali. Lavoravo da sola, senza bisogno di palco, luci, musiche. Entravo e uscivo da personaggi tratteggiati da pochi elementi di vestiario, voce, gestualità. Un’amica regista, Maria Pia, mi aveva proposto uno spettacolo commissionato dall’Anpi sull’integrazione, così ci lanciammo in un lavoro di scrittura collettiva e decidemmo che lo spettacolo doveva rappresentare tre culture: italiana, cinese e nordafricana.
La parte italiana attingeva ai miei ricordi infantili e la festa era il Natale. Tutto era narrato da una nonna un po’ burbera e un po’ tenera. La nonna allestiva un presepe raccontando in dialetto, ma con le parole del Vangelo, la nascita di Gesù. Per la Cina avevamo rinunciato a entrare in contatto con la comunità e avevamo fatto una ricerca sui libri. Ma per la parte nordafricana decidemmo una «ricerca sul campo» per scovare qualcuno che ci desse una mano. E la festa multietnica di fine anno non poteva che essere l’occasione migliore per riuscirci. Era un’iniziativa organizzata dal comune di Bologna cui partecipavano i migranti provenienti da diverse parti del mondo.
Trovai due profili interessanti: Mohammed Zaghba e un ragazzo proveniente dal Mali. Mohammed, pur non avendo molta dimestichezza con l’italiano, era gentile e disponibile. Gli chiesi di raccontarmi quanto più poteva sulle tradizioni marocchine: cosa facessero i bambini, come giocassero, quali storie raccontavano loro le madri prima di dormire. Riuscimmo a produrre uno spettacolo molto bello che portammo in giro per diverse scuole in Italia. Lui mi accompagnò in alcune di queste.
Una volta, senza un motivo particolare, gli dissi che volevo avere dei figli. Avevo quarantadue anni. Ancora oggi, nei suoi rari momenti di ironia, mi rinfaccia di avergli chiesto di sposarlo. Nelle sue intenzioni, ovviamente, non si potevano avere figli senza matrimonio, invece il mio desiderio principale era quello di diventare madre. Mohammed mi disse che prima di compiere qualunque passo avrei dovuto conoscere tutta la sua famiglia e vedere quel lontano mondo da dove proveniva.
Nell’estate del ’91 facemmo il nostro primo viaggio in Marocco, arrivando dalla Spagna e attraversando lo stretto di Gibilterra. Una lunga vacanza di due mesi in cui potei ammirare questo splendido Paese. Lo visitammo in lungo e in largo con la prospettiva di scegliere in quale città vivere. Lui è originario dei territori a nord di Fes ma il padre si era stabilito a Casablanca. Avevo quindi un’ampia scelta: dalla campagna isolata che si appoggia all’Atlante alla metropoli che si affaccia sull’Atlantico.
Mi innamorai fin da subito delle donne del Marocco, in particolare di quelle che vivevano in montagna, in mezzo al nulla. In quegli anni dovevano cavarsela senza acqua e luce. Dovevano percorrere chilometri e chilometri ogni giorno per prelevare dalle sorgenti il necessario per dissetarsi. La vita non era mai stata generosa con loro in questo, però erano sempre bellissime e sorridenti, dando piena dimostrazione di come tutto fosse relativo e, soprattutto, di come tanto materialismo fosse solo effimero godimento della temporaneità. Mi accolsero come una principessa. Era tradizione, dopo i lunghissimi abbracci, spruzzare del profumo sulla testa dell’ospite in segno di accoglienza. Lo fecero sempre.
Si vive in case molto basse, fatte di pietra, con ampi cortili aperti al centro dove si trascorre buona parte della giornata. I tempi sono cadenzati dall’arredamento che si forma di volta in volta. Nella stessa sala si dorme, si chiacchiera, si fa colazione, si pranza: basta portare il tavolo o farlo sparire. In ogni casa marocchina la stanza destinata agli ospiti è sempre quella più spaziosa, anche se è la meno utilizzata. È sempre molto curata, quasi sigillata agli occhi dei membri della famiglia, perché deve restare immacolata. Arredata con dei lunghissimi divani che circondano i tavoloni di legno intagliati a mano dai capaci falegnami. Nelle famiglie più facoltose i tessuti vengono rinnovati ogni stagione, per stare al passo con le tendenze del momento; nelle abitazioni più modeste, invece, anche gli ospiti siedono per terra attorno a un piccolo tavolo, leggero da spostare.
Ci fu con quelle donne un’incredibile sintonia, anche se all’epoca potevamo comunicare solo a gesti. Io parlavo francese, loro a malapena l’arabo. La generosità di chi vive in campagna impone di sacrificare un animale per l’ospite. Che sia un coniglio, un pollo, un agnello, un vitello, dipende più dall’occasione che dal numero dei partecipanti. C’è chi cucina un montone intero per dare accoglienza a un gruppo di quattro persone. Così come vengono messi da parte, durante l’anno, i prodotti migliori in attesa che arrivino gli ospiti dell’estate.
Le donne, contrariamente a quanto si pensi dall’esterno, sono al centro della vita familiare. Lavorano, cucinano, educano i figli, pascolano il gregge. Molte non si tirano indietro nemmeno davanti alla mietitura, una delle fasi più faticose del processo agricolo, con le temperature che vanno spesso ben oltre i quaranta gradi. Trovano invece più difficoltà a raggiungere i mercati, mansione che in tante zone è esclusivamente maschile. Così come, purtroppo, non sempre riescono ad accedere a un’istruzione adeguata. Salvo alcuni casi di genitori lungimiranti, il destino di tante bambine sembra già segnato: da grandi si occuperanno di tutte quelle faccende che ho elencato. Si tratta comunque di una questione culturale, e le stesse madri vorrebbero che le figlie restassero in casa con loro. Ovviamente non è d’aiuto il fatto che in alcuni territori i bambini debbano percorrere fino a dieci chilometri a piedi in montagna per arrivare alla scuola più vicina. Malgrado ciò, molti insegnanti non hanno la clemenza di sostenere gli allievi più in difficoltà e le bocciature, decretate dai voti calcolati con la rigida freddezza della matematica, spesso si ripetono fino a fare perdere la speranza ai poveri alunni, che si vedono dunque costretti a rinunciare. Fortunatamente, però, c’è anche chi ci riesce. E tanti di loro sono poi diventati insegnanti e sono andati a insegnare in altre zone remote del Paese, ma con un nuovo spirito, per favorire le occasioni che tanti loro amici e fratelli non hanno avuto. Altri sono diventati ingegneri, per poter costruire quelle strade di cui hanno sempre sentito la necessità. Gandhi diceva: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». Quei bambini sicuramente lo sono stati.
Le città sono invece un’esplosione di colori e profumi. Ogni volta che metto piede nella medina di Fes mi sembra di immergermi in un quadro di Bruegel o di Bosch. Negli anni Novanta c’era poco turismo ed era ancora fortemente legata alle tradizioni che per secoli hanno guidato il Marocco. Ricordo che gli uomini indossavano abiti locali, la gellaba in particolare, una tunica che arriva sopra le caviglie, molto decorata e spesso di colori vivaci, con un cappuccio lasciato penzolare sulle spalle. Quelle delle donne sono molto elaborate, piene di passamanerie e bottoncini di seta. Le migliori sono quelle fatte su misura nelle sartorie, ma a volte bisogna attendere per mesi, perché i sarti più bravi hanno agende fitte e preferiscono non farsi aiutare dai garzoni che devono ancora imparare il mestiere. Gli abiti meno impegnativi, invece, si possono comprare anche nei bellissimi negozi pieni di babbucce e pellami. Alcuni così piccoli e stretti che il gestore per entrarci è costretto a fare il funambolo, aggrapparsi a una corda fissata al soffitto e scavalcare il bancone. Non ci sono altri ingressi. Le anguste stradine, con la pavimentazione in cemento, riescono a collegare ogni abitazione della medina. Se non si è conoscitori della zona è impossibile non perdersi, tra vicoli ciechi e strade che sembrano non avere alcuna logica urbanistica. Qui, invece, le donne sanno muoversi con assoluta destrezza, evitando gli assembramenti di uomini dallo sguardo scrutatore e facendo tappa dalle amiche di una vita. Portandosi dietro il cesto fatto a mano, tramandato da nonna a nipote, con il quale vanno a fare la spesa, comprando il necessario per stupire e deliziare il palato degli ospiti. Gli unici «mezzi» che riescono a muoversi tra questi vicoli sono gli asini usati per trasportare le merci. Ma qualche volta anche loro si incastrano, congestionando tutto il traffico.
Guardandosi intorno con la curiosità di chi non è abituato a rituffarsi nel passato si possono ammirare gli antichi palazzi che sfidano le moschee nelle decorazioni. Le loro facciate testimoniano l’agiatezza di alcune famiglie che negli anni hanno avuto peso e fama. Altre invece mostrano le crepe lasciate dal tempo che vince ogni cosa. Attraversando i giganteschi portoni di legno massiccio, lavorati rigorosamente a mano, ci si immerge nei riyad, quei giardini ben curati che ancora oggi sembrano voler raccontare qualche favola dalle Mille e una notte. Al centro, le immancabili fontane, decorate con i mosaici dei pazienti maestri artigiani, e circondate da piante che soffrono la pioggia mai abbondante. I soffitti dipinti ed elaborati con la cura che si riserva ai quadri d’arte. Le finestre dai vetri colorati che ricordano più le chiese che le moschee non riescono a tenere fuori le voci urlanti dei bambini che rincorrono un pallone malconcio che ha già fatto divertire almeno una generazione di fratelli. A colorare le strade, i carrelli dei venditori ambulanti che urlano a squarciagola i prezzi più allettanti. I ristoranti che a ogni ora del giorno e della notte invadono gli spazi con i piatti in grado di soddisfare ogni gusto. Da quelli più popolari, ed economici, a quelli raffinati che fanno concorrenza ai ristoranti stellati. Si può cenare con la harira, la classica zuppa marocchina, pagando non più di cinquanta centesimi, oppure si può ordinare un piatto di bastila, il ricco impasto che mette insieme decine di ingredienti, da trenta euro.
Casablanca, invece, non mi è mai piaciuta. Caotica, disordinata e troppo desiderosa di trasformarsi in qualcosa di moderno. Non ho mai preso in considerazione di viverci anche perché non sopravvivrei a tanto traffico e rumore, io che per scelta, legata anche alle battaglie ecologiste sessantottine, non ho mai preso la patente: mi sono sempre ribellata all’idea di contribuire in modo diretto all’inquinamento. Per liberarsi di quell’aria asfissiante di Dar el Beida – così la chiamano i marocchini – bisogna sempre affacciarsi sull’Atlantico. Qui ogni giorno si ripresenta una fotografia completa della società marocchina: i ricchi che parcheggiano le proprie Ferrari pagando per la custodia i poveri che arrivano a fine giornata con qualche euro di guadagno. E negli anni, nulla è cambiato. Il progresso c’è stato, senza dubbio, ma i poveri sono rimasti sempre tanti.
Tornati in Italia decidemmo di sposarci. Però avevo deciso di convertirmi prima all’islam: ne ero già attratta, mi mancava solo l’ufficialità. Lo feci poco dopo in una moschea a Milano – allora a Bologna c’erano pochissimi musulmani – e poi ci sposammo sempre in quella moschea. I miei genitori hanno sempre condiviso e accettato le mie scelte, tant’è che fu mio padre a farmi da tutore. Ormai erano abituati alle mie decisioni che a volte potevano sembrare loro bizzarre. Hanno amato tantissimo i due nipotini. E un giorno anche mia madre ha deciso di unirsi a me nell’islam, scegliendo di convertirsi.
Dopo il matrimonio restammo in Italia e lavorammo sia io e che mio marito con mia madre. Quando rimasi incinta di Kaoutar decisi che era il momento di trasferirci a vivere a Fes. Volevo che crescesse in un Paese musulmano in modo che non si sentisse diversa dagli altri. Qualche volta mi chiedo quanto fosse stata saggia quella scelta.
La nostra prima casa fu un appartamentino in un quartiere fuori dalla medina: il «quartiere delle mosche». Com’è facile intuire, il nome è il primo biglietto da visita della qualità di vita nella zona: tante casupole strette e incastrate tra loro, molte costruite di notte perché abusive ma rimaste comunque sempre in piedi, perché basta pagare per ottenere un condono implicito. Sembravano abusive anche quelle strade non asfaltate che spesso si interrompevano nel nulla, senza preavviso. E poi c’erano quegli enormi edifici destinate alle fabbriche. In particolare alcune fornaci per le ceramiche che usavano come combustibile i noccioli di olive: una puzza terribile e tanto fumo che bruciava negli occhi.
Ci andammo ad abitare anche perché lì ci viveva un cugino di mio marito. Un giorno, impegnato in tour con noi dell’isolato, tentò di rassicurarci su come sarebbe migliorata la situazione in futuro. Ci indicò il piazzale dove stazionavano i pullman dei turisti che andavano a comprare le ceramiche. «Nel giro di poco sarà asfaltato tutto» annunciò. Vicino al piazzale sopravviveva una fetta di terreno con degli olivi. Io, preoccupata, chiesi che fine avrebbero fatto. Lui mi rassicurò: «Tranquilla, abbatteranno anche quelli». Ecco, questa parte della mentalità marocchina non sono mai riuscita ad accettarla. Nemmeno dopo averci convissuto per ventidue anni.
Fortunatamente qualche mese dopo cominciammo a cercare una nuova casa. Ne visitammo diverse, ma quella di Mont Fleuri mi colpì all’istante perché sentii dei bambini recitare il Corano. Erano tanti. E in passato mi era già capitato: la prima volta, diversi anni prima, alle Maldive. Quella lettura così profonda mi rimase in testa e decisi che quella doveva essere la nostra casa. Ci trasferimmo lì. All’inizio solo in un appartamento, poi riuscimmo a costruire una casa di fronte. I miei vicini di casa sono stati sempre quei bambini che frequentavano la scuola coranica.
Anch’io mi iscrissi per imparare a leggere e a scrivere l’arabo e per studiare il tajwid, la scienza della recitazione del Corano. Il primo periodo di apprendimento è stato quello del «così è stato tramandato», muro invalicabile contro cui cozzavano le mie pretese che ci fosse una ragione per certi strani comportamenti dell’arabo del Corano, del perché, ad esempio, la «n» diventasse «m» o una «ì» e la «l» dell’articolo si potesse trasformare in tante altre lettere. Poi, nel tempo, avrei scoperto che gli antichi eruditi avevano studiato fenomeni linguistici come l’economia articolatoria e l’assimilazione, che davano conto delle regole del tajwid.
A fare i conti con la mia curiosità scientifica fu la mia prima insegnante, Ummu Zakariya, donna di grande fede e dall’immenso cuore, esempio tenero e luminoso di ciò che l’islam è in grado di dare all’essere umano. Mi è stata vicina per anni, e io lo sono stata a lei, occupate a ripassare sure del Corano, a pulire terrazze, tappeti e scale, a scambiarci infinite confidenze in un francese diventato nel tempo un gramelot comprensibile solo a noi.
A parlare di religione, di figli e mariti e a «raccomandarci vicendevolmente la pazienza». Dice una breve sura che uso sempre nelle preghiere: «Per il tempo, invero l’uomo è in perdita. Eccetto coloro che credono e compiono il bene e vicendevolmente si raccomandano la verità e vicendevolmente si raccomandano la pazienza». Lei di pazienza ne ha avuta veramente tanta, per vivere con forza e dignità una condizione economica disastrosa, un marito rigido e rude e la morte di due figli, a sedici anni il primo, Zakariya, per un tuffo in piscina, e a ventuno il secondo, diabetico e infine tisico.
Il Marocco non è un Paese per malati. Qui si guadagna poco e la vita costa sempre molto. La sanità è per troppe persone inaccessibile. Inefficiente nel pubblico e proibitiva nel privato. Le mie possibilità economiche, grazie anche all’infinita generosità dei miei genitori, mi hanno sempre permesso di portare i miei figli da pediatri privati. Con Ummu Zakariya sono stata però testimone di quanto possa gravare una malattia sul modesto bilancio di una famiglia. Con gli ospedali ho sempre avuto pessime esperienze, la prima quando ero ancora incinta di Youssef. Kaoutar si era infilata un pezzo di carta nel naso e non riuscivamo a recuperarlo. Eravamo in viaggio e ci siamo fermati in un piccolo ospedale di un paesino lungo il tragitto. Ho visto i degenti abbandonati su letti difficili persino da guardare, avvolti in coperte che portavano i segni degli anni e soprattutto le tracce dei pazienti che ci erano passati prima. Mentre eravamo in attesa un’anziana signora, che aveva bisogno di essere ricoverata d’urgenza, è stata accompagnata nel cassone di un pick-up inadatto pure per il trasporto degli animali. Purtroppo scene come queste si ripetono ancora oggi in diverse zone, nonostante l’impegno a garantire le cure e, almeno, la dignità richiesta a un Paese civile.
L’inefficienza dei servizi è dettata anche dalla corruzione endemica che accompagna anche la più lecita delle pratiche burocratiche. Negli anni Novanta era molto più semplice versare una mancia all’agente in servizio invece che pagare una multa che sarebbe finita nelle casse dello Stato. E così, per il corrispettivo di due euro, si potevano saltare file, ottenere licenze e prorogare scadenze. Tutto aveva un prezzo. Negli ultimi anni, grazie anche a un risveglio culturale, la situazione è sicuramente migliorata, ma sarebbe ipocrita parlare di un’estinzione della corruzione.
Le lezioni di Ummu Zakariya si tenevano in un appartamento donato da benefattori che avrebbero poi costruito uno stabile a due piani nello stesso cortile, con scuola materna e numerose aule con banchi e lavagne, destinate all’insegnamento dell’arabo e del tajwid. Qui studiai per tre anni con le donne, analfabete, superando gli esami a pieni voti, soprattutto quelli di aritmetica e calcolo. Nel frattempo Ummu Zakariya era andata a insegnare altrove e le nuove insegnanti rispondevano alle mie domande impertinenti che avrebbero chiesto allo Sheikh (il sapiente) ma a ogni modo era così perché così era stato tramandato. Una risposta che assomigliava sinistramente a quella data ai profeti dai loro concittadini quando fu loro chiesto: «Perché adorate questi idoli che non possono fare nulla per voi, né bene né male?». «Abbiamo trovato i nostri padri che facevano così.»
Non ce l’ho contro il rispetto delle tradizioni, soprattutto se non riguardano gli idoli, ma immaginavo ci fosse una logica a sostenere le regole apparentemente caotiche della lingua araba del Corano. Poi finalmente sono arrivate, su un canale islamico, le lezioni di Ayman Swayd, chiare ed esaurienti, scientifiche: alcuni accenni di fisica acustica e anatomia e poi un’immersione in un oceano di conoscenze antiche di secoli ma sempre precise e pertinenti.
«Noi abbiamo fatto scendere il Ricordo [uno dei nomi del Corano] e certamente Noi lo proteggeremo.» Dio dunque ci assicura che il Corano non potrà mai essere modificato, ma nell’islam la promessa di Dio non autorizza mai l’uomo all’inattività. È Dio che elargisce il sostentamento, ma è necessario lavorare per procurarselo. È Dio che guarisce, ma occorre prendere le medicine. E così, dal primo secolo, gli studiosi si sono incaricati della preservazione del testo sacro, agendo innanzitutto sulle sue unità minime: le lettere. Il Corano era stato scritto in un alfabeto preso in prestito da un’altra lingua. Alle sue lettere, insufficienti a rappresentare tutti i suoni della lingua araba, ne vennero aggiunte altre. A ogni fonema fu fatto corrispondere un grafema: 29 lettere per 29 suoni. Furono inventati segni per indicare le vocali brevi, precedentemente assenti nella scrittura, e altri segni per i raddoppiamenti, le assimilazioni, gli allungamenti. Fu messo in atto tutto ciò che poteva rendere trasparente la scrittura e quindi disambiguare la lettura. Si passò poi all’analisi dei suoni della lingua, e qui sembra di scorrere un manuale di linguistica contemporanea. Vennero descritti luoghi e modi di articolazione: makharij («uscite») e sifat («caratteristiche»). «Al-Khalil assaporava le lettere» dice Sibawayh del suo maestro, e io immaginavo quello studioso di tutto – grammatica, metrica, fonetica, etnolinguistica – masticare i suoni e rigirarseli nella bocca per percepirne i «sapori». Accuratissima indagine empirica sfociante in lucida classificazione. Viaggiando contemporaneamente sul binario della trasmissione orale, in una catena ininterrotta maestro-allievo, la lingua araba del VII secolo è arrivata fino a noi che possiamo quindi sperare di leggere il Corano «così come è sceso». Fede e ricerca scientifica. Questo è stato l’islam delle origini. In tutti i campi del sapere. E così deve ritornare.
Mi è sembrato di capire che qui in Italia quando si sente «apprendimento del...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Nel nome di chi
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Indice