Tutta la colpa del mondo
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Tutta la colpa del mondo

  1. 280 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Tutta la colpa del mondo

Informazioni su questo libro

Quella di Andrea e Michele sembrava una famiglia normale: una casa in periferia, una madre amorevole e un padre sfuggente ma buono, nei limiti in cui può esserlo un uomo come lui. Su papà Rosario, i due fratelli hanno sempre saputo di poter contare: occhi da lupo famelico, l'aria di chi non si lascia mettere i piedi in testa, quando era un ragazzo è passato dai campi della Sicilia ai sobborghi operai di Torino, in cerca di un'occasione. È riuscito a fare i soldi, quelli veri, e ai suoi cari non ha mai fatto mancare nulla. Poi è arrivato il carcere, e all'improvviso tutto ciò che appariva scontato, per Andrea e Michele, non lo è stato più: chi è davvero Rosario Letta? Il padre di famiglia? L'uomo d'affari che si è fatto da solo? Oppure il criminale sulla cui testa pende una condanna a trent'anni di reclusione? Sono loro, i figli, a dover rimettere insieme i pezzi. E adesso, mentre percorrono l'autostrada a bordo di un furgoncino verde bottiglia, sanno che è il momento di fare i conti - con lui, con se stessi, con una storia familiare che ha ancora tanti, troppi segreti. Con questo romanzo, Raige attraversa gli anni e i continenti per parlarci delle possibilità che offre la vita, e dell'universo sorprendente che si nasconde dietro ognuno di noi.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817095631
eBook ISBN
9788858691090

1

Uno

7 maggio 2005

Da che ho memoria ho sempre avuto problemi col sonno.
Non ho mai dormito molto, nemmeno dopo una serata distruttiva in discoteca con i miei amici, o dopo una giornata di lavoro intensa. È come una voce interiore che ti dice di alzarti: “Su, Andrea, non fare il buono a nulla, è ora di mettersi in piedi”.
Forse la voce che sento è quella di mio padre, uno di quegli uomini vecchio stampo che si alzano alle cinque del mattino perché, cito testualmente: «Se alle otto non sei già fuori di casa a fare qualcosa, stai buttando via la giornata. E la giornata la possono buttare via solo due tipi di persone: i ricchi e i ciucci. Tu, Andrea, non hai il portafoglio a fisarmonica e nemmeno le orecchie a sciarpa. Perciò alzati e datti da fare!». Con un padre così, è facile crescere con l’idea che dormire troppo sia roba per smidollati.
Mettici poi che ho sempre avuto un sonno fastidiosamente leggero, che mi permette di notare il primo raggio di sole che spunta dalla finestra anche durante le feste di Natale, quando il sole è un pallido ricordo sgualcito nel grigio delle periferie di Torino. Quel sonno leggero che ti sveglia alle tre del mattino per avvertirti di quanto lunga sia la pisciata di tuo fratello, o alle cinque perché il vicino – che fa il primo turno in una fabbrica di stampaggi plastici, dove come una scimmia ammaestrata spinge due tasti ripetendosi in testa che “andrà tutto bene” – ha avuto la malaugurata idea di chiudere con un po’ più di forza il portoncino blindato al primo piano, e tu lo senti anche se abiti al terzo. Non lo biasimi nemmeno. Sette anni prima aveva i sogni di gloria di ogni calciatore di diciotto anni di terza categoria: avrebbe potuto fare il salto, non in serie A, sia chiaro, ma forse con un po’ più di culo e un po’ più di testa Seba ci sarebbe riuscito ad arrivare a vivere del suo talento. Peccato che, tra testa e culo, Dio ci ha messo il cuore. E, se è vero che non si muore d’amore, è però altrettanto vero che si può morire senza. Seba a ventisei anni ha già un figlio, sua moglie ne aspeta un altro e c’è poco da giocare, anzi, non c’è proprio un cazzo da giocare.
Mi manca Seba.
Stanotte, però, il sole, mio fratello e Seba non c’entrano nulla. A svegliarmi è stato come un sesto senso.
Qualche anno più tardi, la donna della mia vita mi avrebbe detto che amava tutto di me, anche quel mio modo grottesco di alzarmi dal letto come Nosferatu, facendo leva sui talloni e sfidando ogni legge fisica; Newton non me ne voglia.
Sono sveglio. Ho gli occhi aperti, sgranati verso il soffitto, come se fossero le dieci di una domenica qualunque, dopo un sonno ristoratore di otto ore. Invece sono le tre del mattino, me lo dice la sveglia sul comodino.
Oggi è il 7 maggio.
Una sedia spostata, un singhiozzo sommesso. Capisco subito che provengono dal piano di sotto. Mio fratello è nella stanza accanto alla mia e beatamente russa. Una segheria in piena attività nel Klondike della corsa all’oro.
Poi c’è mia madre. Dev’essere proprio lei a fare rumore.
Scosto il lenzuolo e il copriletto e i piedi nudi a contatto con le mattonelle mi danno l’ultima scossa di freddo necessaria a capire che ora sono proprio sveglio. Anche se non ne ho nessuna voglia.
«Fanculo» sussurro. Lo avevo detto io che dovevamo mettere il parquet, fa sempre troppo freddo.
Ci siamo trasferiti in questa casa, una villa quadrifamiliare nella periferia di Torino, circa quattro anni fa. La prima volta che i miei mi hanno portato a vederla, il quartiere era ancora in via di costruzione, sembrava di essere in un documentario su qualche paese africano. La terra nuda per quindici chilometri quadrati, brulla come la savana, e diciotto – ci credi se ti dico diciotto? – gru gialle e arrugginite che si stagliavano nel cielo, come una mandria di giraffe annoiate.
Non volevo trasferirmi, non volevo andare via dalla casa che amavo, dai miei amici, anche da quelli più grandi e stronzi come Seba. Soprattutto, non avrei voluto separarmi da Alessia. Ma i miei erano decisi, ed eccoci qui. Quattro anni dopo, niente più giraffe e terra brulla, ma una ventina di ville in paramano con mattoni a vista e un centro commerciale con tanto di estetica-solarium. Anche Alessia è un lontanissimo ricordo, me la ricordano solo i miei amici per prendermi per il culo. Come se loro non fossero mai stati innamorati.
Scendo le scale che dalla camera mia e di mio fratello portano al soggiorno, al piano inferiore. Non so perché, ma mentre lo faccio trattengo il respiro, come per sentire meglio.
Un pianto, sommesso, un singhiozzo.
Ultimi due scalini.
«Rosario, amore mio, ma cosa stai dicendo?!»
Silenzio.
«Non può essere vero! Ma io cosa devo fare, amore?»
Silenzio. Mia madre sta parlando al telefono.
Faccio capolino da dietro la scala e mi avvicino, stando attento a non fare il minimo rumore anche se non so esattamente perché. Dev’essere sempre il mio sesto senso a suggerirmelo.
Da qui ho la visuale perfetta: ecco il tavolo di legno massiccio di cui lei va tanto fiera, a metà del salone. Davanti a me, sulla destra, la porta della cucina, che si collega al terrazzo. A sinistra, la camera dei miei genitori, dove brilla la luce del comodino di mia madre.
Mamma è seduta dal suo lato del letto; non ho bisogno di vedere la stanza per intero per sapere che dalla parte opposta le lenzuola sono perfette. Nessuno le ha scostate per entrarci, questa notte. Ed è così da diverse notti.
Da qui, scorgo il profilo sinistro di mia madre, quello del neo; ha i capelli arruffati e la faccia di chi è stata svegliata di soprassalto. La sua camicia da notte azzurra e il telefono in mano. Piange, ma non è quello a turbarmi. Mi sconvolgono i suoi occhi.
È successo qualcosa di brutto.
Ora sono ancora più deciso a non farmi vedere né sentire, questo maledetto sesto senso me lo strilla forte in testa. Sono più sveglio che mai.
«Ok, amore mio, ora ci penso io. Ma come faccio? Cosa dico ai ragazzi?»
Silenzio. Singhiozzo.
Mia madre si alza, sembra disperata, io vedo solo il suo profilo. Rumore.
Si muove nella stanza e poi si siede. Ha in mano una scatola di scarpe che ha preso da non so dove. Probabilmente dall’armadio, riesco a scorgere l’anta della zona dedicata a mio padre, mezza aperta.
Pianto. Singhiozzo. «Ma cosa devo fare io, Rosario? Chi chiamo?»
Singhiozzo. Pianto. Silenzio.
«Come ti stanno togliendo il telefono? Dove ti portano?»
Pianto. Questa volta disperato. «Amore mio ti amo, chiamami amore mio chiamami appena puoi io chiamo l’avvocato. Ti amo, Rosario.»
Silenzio.
Mia madre piange senza più cercare di trattenersi. Le lacrime straripano dagli occhi, due torrenti salati che le irrorano le guance.
Vorrei correre verso di lei, abbracciarla e chiederle cosa è successo, ma non mi muovo e non so il perché. Mi faccio ancora più piccolo dietro a quel tavolo, ancora più attento nella penombra del soggiorno.
Mamma piange solo a tratti, ora. Apre la scatola di Lumberjack e tira fuori due buste bianche, gonfie. Ne apre una: è piena di soldi, biglietti di tutti i colori, lo vedo anche da qui.
Richiude la scatola e l’appoggia sul letto alla sua destra, mentre i singhiozzi si mescolano a una serie di parole incomprensibili – sono troppo lontano e lei sussurra, non riesco nemmeno a leggerle le parole sulle labbra.
Pianto disperato. Affonda la testa tra le mani.
Mia madre è sempre stata una donna forte, una cazzo di leonessa. Eppure ora il suo pianto è disperato, affonda la testa tra le mani. Si alza, si asciuga le lacrime con la manica della camicia da notte, ma piange ancora. Prende la scatola, l’apre di nuovo e tira fuori le due buste. Mette la prima all’interno del vaso sul settimino, poi spegne l’abat-jour ed esce dalla sua camera.
Ora sono un tutt’uno con le gambe del tavolo.
Lei guarda nel vuoto davanti a sé e mi regala il suo profilo destro, quello senza neo.
Entra in cucina e accende la luce; rumore di una sedia che si sposta, non la vedo più.
La sento piangere, però. E sento un fruscio di carta.
Apre un pensile e lo richiude.
Forse ha messo lì la seconda busta.
Di nuovo silenzio. Poi un rumore che non riesco a capire, poi quello di un accendino. Il fumo si alza dalla cucina, lo vedo passare come una nuvola svogliata.
Decido che ho visto e sentito abbastanza, le ginocchia imprecano per la posizione scomoda in cui mi sono messo e scricchiolano quando mi rialzo. Facendo attenzione a ogni passo, torno verso la scala.
Ma mia madre non mi vede, non potrebbe neanche volendo. Me la immagino disperata, con i capelli sempre più in disordine, la faccia tirata e gli occhi rossi, vuoti di lacrime.
Al piano superiore tutto tace, mio fratello dorme ancora. Non si è accorto di nulla, lo stronzo.
Mi sdraio nel letto e guardo il soffitto. L’odore forte delle Merit di mia madre sale lento; io, che da qualche anno ho smesso di fumare, mi accorgo che certe brutte abitudini vengono a trovarti nei momenti peggiori. Me ne accenderei una.
Non so se sono più sconvolto per quello che ho visto o per quello che ho sentito. “Avvocato?” “Ti tolgono il telefono?” Un senso di angoscia mi risale dallo stomaco.
Cosa cazzo può essere successo? Il mio cuore lo sente e lo sa già, ma io non la dico quella parola.
Mi sento vuoto e stanco. Quando il sonno mi colpisce, faccio appena in tempo a guardare la sveglia.
Sono le quattro e mezza del mattino del 7 maggio 2005.
Il giorno che cambierà per sempre la mia vita.

2

Il ragazzo che vedeva lontano

19 aprile 1963

Torre Penna fu costruita come sistema difensivo, di avvistamento e di comunicazione con le altre torri progettate lungo la fascia costiera nel XVI secolo. Opera di qualche monarca del Regno di Sicilia. Fu messa in un punto strategico, sopra la baia, per controllare la costa e le cale, meta di approdo per i corsari che imperversavano nella zona. Tuttavia, dalla sua terrazza, nessuno vide mai battaglie. Crollò, per un incendio, circa sei mesi dopo essere stata costruita.
Con la fine del Regno, si susseguirono almeno una decina di nuovi proprietari e relativi eredi, ma la torre, al margine sud della proprietà della masseria Rotella, non venne mai ripristinata.
A nessuno importava più. I tempi erano cambiati.
Ora i pirati avevano camicie dai colletti inamidati, non spade, e non arrivavano sfidando il mare, ma stavano comodamente seduti su sedie in pelle, dietro a scrivanie di rovere, in uffici bancari. Anche lì in Sicilia, nella provincia di Ragusa.
La masseria era composta da tre edifici, per un totale di milleottocento metri quadrati. Gli edifici comprendevano una casa padronale, con la dépendance per la servitù, una stalla e un fienile. Con gli anni erano sorte delle baracche attigue, utilizzate come capanni per gli attrezzi.
I giorni di gloria della masseria Rotella erano passati da tempo, ma restava una proprietà di valore. Ottantacinque ettari di terra rigogliosa, con diverse zone edificabili al suo interno, senza contare il valore storico degli immobili e di alcuni pezzi di mobilio. Completava il quadro una posizione incantevole, sulle colline antistanti la marina di Ragusa.
Nonna Crocifissa raccontava s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tutta la colpa del mondo
  4. PROLOGO. Ostriche a Francoforte
  5. 1. Uno
  6. 2. Il ragazzo che vedeva lontano
  7. 3. A26
  8. 4. Il Principe del Fumazzaro
  9. 5. Mai dire mai
  10. 6. Cuori di latta, barattoli pure
  11. 7. Zio Rocco
  12. 8. Meno sai, meglio stai
  13. 9. Buio
  14. 10. Cannella
  15. 11. I sogni sono come i vetri
  16. 12. Cane pazzo
  17. 13. Tanto chiedi, tanto avrai
  18. 14. Duemila chilometri
  19. 15. Rocco
  20. 16. Il ciuccio
  21. 17. Tentata strage
  22. 18. Secondigliano
  23. 19. Chi fa i dolci è una puttana
  24. 20. Dodici passi
  25. 21. Scalzo
  26. EPILOGO. Radio Rabbia