Stregati dalla notte
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Stregati dalla notte

  1. 336 pagine
  2. Italian
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Stregati dalla notte

Informazioni su questo libro

Ella aveva per l'estate un piano ben preciso: basta coi ragazzi e le loro bugie e sotto coi libri, così da staccare un biglietto per l'università e andarsene dalla sua sonnolenta cittadina, perché quante volte si può essere infelici in un posto prima che sia ora di lasciarlo? Ma il destino, si sa, non ha un grande senso del tempismo, e dopo che a una festa Ella conosce Matt, e finisce trascinata in una notte indimenticabile, d'un tratto l'estate si colora all'istante di promesse. E invece Matt svanisce senza spiegazioni, ed Ella si ritrova a dover fare i conti con una storia mai nata. Fino a quando, a un anno esatto dal loro incontro, Matt si ripresenta in città, e convince Ella a ripercorrere tappa per tappa la notte in cui tutto sembrava possibile. Perché se le seconde occasioni sono forse un'illusione, i secondi inizi esistono eccome.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817094023
eBook ISBN
9788858689974

CAPITOLO 1

ADESSO

ORE 20.00

Meg ci ha messo dieci minuti e ventisette secondi esatti ad arrivare davanti alla porta di casa mia.
«Sei in ritardo» scherzo, affondando nel sedile di pelle della sua macchina.
«Sta’ zitta» fa lei, sorridendo. «Sei pronta?»
«Certo» rispondo, con un filo di esitazione.
«Ci divertiremo, te lo prometto. Ho sentito che ci sarà anche la casa gonfiabile. E, se ti conosco, so che non resisti alla casa gonfiabile.» Spinge indietro una ciocca di capelli, che ricade perfettamente sulla spalla, come se quello fosse proprio il suo posto. Meg sa che non sono tipo da feste, almeno non più, perciò sta cercando di mostrarsi super entusiasta nella speranza di contagiarmi. Ma i suoi tentativi sono piuttosto patetici.
«Eh già, li conosci, i miei punti deboli» sospiro, incrociando le braccia sul petto. Lei risponde con un sorriso, perché per stasera comunque l’ha avuta vinta, e sgomma fuori dal vialetto di casa. Guardo dal finestrino i lampioni che illuminano la strada, guidandoci. C’è silenzio in giro, è un venerdì sera come tanti, che passerei più volentieri a casa che non a una festa. E invece eccomi qui. Man mano che ci avviciniamo al campus le strade si fanno più chiassose, affollate. Si sentono clacson, grida. Gli studenti della University of Central Florida non vedono l’ora di sgranchirsi le gambe, e di far lavorare il fegato. Meg adora tutto questo. Io… be’, un tempo lo adoravo anch’io.
Non più tardi di una settimana fa ci siamo venute per la consegna dei diplomi. Eravamo così tanti che la cerimonia si è tenuta nel campo da basket. Mentre ce ne stavamo tutti seduti ad aspettare che chiamassero il nostro nome, molti dei miei compagni di classe, Meg inclusa, si guardavano attorno, studiando con attenzione il loro futuro campus. Io non avevo niente da osservare: andrò alla Florida State University, su a nord, a circa quattro ore di macchina. Devo andarmene da questo posto; ho bisogno di cose nuove. E comunque, quante volte si può essere infelici in una città prima che sia ora di lasciarla? Meg ce l’ha ancora con me per questa decisione, in quel modo da migliore amica che mi fa sentire importante.
«Ci siamo» dice, parcheggiando non in mezzo alla confusione della strada, ma nel viale privato. Visto che è la sorella del padrone di casa, ha un posto riservato.
«Eccoci!» esclamo con la voce più zuccherosa e squillante che riesca a emettere. Lei alza gli occhi al cielo e scende dalla macchina.
«El, mancano tre mesi all’inizio del college. Cerchiamo di divertirci, okay?»
«Va bene, va bene» dico, seguendola in casa. Okay, ha ragione, direi che ci posso almeno provare.
Dentro il soggiorno è già pieno di gente, un miscuglio di sudore, alcol e vestiti corti e scollati. Meg, vicino a me, ha già cominciato a muoversi al ritmo della musica. Il tump tump tump dei bassi, sparato dalle casse di un iPod in un angolo, per lei è un richiamo irresistibile. Noto un paio di ragazzi che la stanno guardando. È difficile non farlo: è alta un metro e settantacinque senza tacchi, ed è bellissima. Io sono accanto a lei, felice della mia invisibilità. A stare al centro dell’attenzione ci ho già provato. E non è andata molto bene.
«Facciamo un giro? Cerchiamo Evan?» grida Meg al di sopra della musica, guardando non me ma la stanza.
«Va bene.» Mi prende la mano e mi guida attraverso la sala, zigzagando tra persone troppo assorbite dai loro gruppetti per spostarsi al nostro passaggio.
«Meg! Ella!» ci chiama Evan non appena entriamo in cucina.
Entrambe lo salutiamo con la mano. Da che li conosco, Meg ed Evan sono sempre stati molto legati. Probabilmente per via di tutte quelle volte, negli anni, in cui lei si è battuta per lui. Come quando l’ho conosciuta io: uno di prima media aveva chiamato Evan “principessina” e Meg gli aveva dato un pugno in faccia. Bello forte. Io ero corsa a procurarle del ghiaccio per la mano, in totale adorazione di quella ragazzina. Non avevo mai fatto a pugni con nessuno, men che meno iniziando io. Ero più il tipo da lacrime nel cuscino. Ma visto che fin da bambina mi avevano sempre presa di mira per gli occhialoni che portavo, capivo perché Meg l’aveva fatto. E da quel momento io e lei siamo diventate inseparabili: la mitica Wonder Woman ed Ella, la sua spalla.
Evan mi inghiottisce in uno dei suoi mega abbracci.
«Che bello che siete venute! Una festa fantastica, vero?» chiede, indicando il resto della stanza. Ha i capelli dello stesso biondo platino naturale di Meg, ed è alto più o meno come lei. Prima li prendevo sempre in giro dicendo che i loro veri genitori dovevano essere dei giganti svedesi, e lui di rimando diceva che, vista la mia statura, i miei dovevano essere parenti dei sette nani.
«Nuovo record?» chiede Meg, riferendosi al numero, in costante aggiornamento, delle persone che Evan è riuscito finora a comprimere nella sua mini villetta.
«Non ancora, ma la notte è giovane» risponde lui, dandosi una pettinata all’indietro con la mano.
«A proposito, dov’è il nuovo fidanzato? Voglio conoscerlo!»
«È andato a prendere una pizza» dice Evan, un sorriso che gli affiora alle labbra. «Stavo morendo di fame. Ho passato tutto il giorno a pulire casa e ho dimenticato di nutrirmi.»
«Allora niente alcol, per te» dice Meg, prendendogli il bicchiere di mano. «Mentre per noi…»
«Ma sì, ma sì, sorellina» fa lui, alzando gli occhi al cielo, poi prende un altro bicchiere e lo riempie per me.
«Allora, chi possiamo conoscere di bello? Qualcuno di interessante? Qualcuno che non sia… sai com’è… gay?» chiede Meg, bevendo un sorso dal bicchiere rubato.
«Vatti a fare un giro di là. Sono certo che incontrerai qualcuno all’altezza dei tuoi elevatissimi standard» risponde lui, appoggiandosi al bancone della cucina. «Ella, tu cerca di non divertirti troppo» aggiunge.
«Ah ah» rispondo con un sorriso fintissimo. «Vedi? Mi sto divertendo.»
«Meg, falla ubriacare o quello che ti pare. Sono stufo di questa Ella piagnucolosa.»
«A questa Ella piagnucolosa era stata promessa una casa gonfiabile. Quello sì che la farebbe divertire» dico.
«Casa gonfiabile in arrivo più tardi, con fidanzato. A proposito… fatemi controllare che fine ha fatto. È uscito quaranta minuti fa ormai… comincio a pensare che sia scappato con il pizzaiolo.»
«Buona fortuna» risponde Meg. Evan ci abbraccia entrambe e poi torna nella mischia. Visto che la casa trabocca di gente, ci rifugiamo nel giardino. L’umidità mi si appiccica alla pelle non appena metto piede fuori. L’aria è spessa, un muro attraverso il quale farmi strada. È una tipica sera d’estate in Florida, e all’improvviso sono contenta di indossare una canotta leggera e un paio di pantaloncini di jeans. Mi lego i capelli in una coda, lasciando la nuca e il collo scoperti nell’aria immobile della notte.
In cortile c’è meno gente. Solo qualche gruppetto qua e là. Finalmente possiamo parlare senza urlarci nelle orecchie. Faccio un lungo respiro, sentendomi molto meglio all’aria aperta che non nella calca che c’è in casa.
«Ehi» dice Meg all’improvviso, girandosi verso di me. «Sei libera domani sera? Se sei libera, c’è una band che piace a Jake che suona in centro. Non mi ricordo il nome, ma sarebbe bello andarci.»
«Sì, assolutamente» rispondo, sentendo già l’umore migliorare. Un bel concerto mi tira sempre su. «Di solito i gusti di Jake mi piacciono. A proposito, viene stasera?» chiedo, col drink ancora in mano. Non ho molta voglia di bere, ma lo tengo lo stesso. Nessuno viene a romperti le scatole se hai già il tuo bicchiere in mano.
«No, devono registrare» risponde Meg, dando un colpetto indietro ai capelli. Contrae le labbra e io so che sta pensando a Jake, e si sta chiedendo se qualche groupie non si sia imbucata nello studio di registrazione. È chiaro, non avrei dovuto chiedere.
«Ehi, andiamo a dare un’occhiata al tiki bar» dico per cambiare argomento. Lei sarà anche la mia protettrice non ufficiale dai bulletti, ma io a mia volta ho la responsabilità di proteggere lei da se stessa.
«Sì, dai.»
Il bar, costruito da Evan, ha il bancone di legno massiccio marrone scuro, il tetto di paglia e le torce di bambù dello stesso colore. Dietro il bancone, c’è il barista scelto per la serata. Un tipo muscoloso, con i capelli rossicci e la bocca grande. Ha lo sguardo un po’ appannato, come uno che ha bevuto un paio di cocktail di troppo, e un sorriso furbo dipinto in faccia. Indossa una t-shirt aderente e anche se non è il mio tipo (troppo grosso), è ovvio che Meg ne è istantaneamente attratta. Si è subito messa a camminare tutta impettita, le sopracciglia inarcate in un’espressione languida. La vedo malissimo.
«Ehi, tu sei Meg, vero?» chiede lui quando siamo abbastanza vicine.
«Sì, e tu chi sei?» chiede lei, con la testa piegata da un lato e un sorrisetto ironico.
«Anthony, un amico di Evan.»
«Be’, ciao, Anthony amico di Evan. Questa è Ella, una mia amica.»
«Ciao» dico stringendogli la mano un po’ umidiccia, e intanto capisco che Meg si sta chiedendo che tipo di “amico” sia Anthony per Evan. «Studi qui?»
«Sì, appena cominciato. Economia. E tu?» chiede a Meg, non a me.
«Recitazione» risponde lei, anche se in realtà non l’ha ancora iniziato, il college. Piccolo dettaglio.
«Mmm, ecco una cosa che non è affatto noiosa» commenta. Con un sorrisetto si sporge sul bancone, avvicinandosi di più a lei. Va bene, non è gay. Sorrido tra me e me, già sapendo cosa accadrà tra poco. È spacciato. «Ti ho già vista in qualche film?»
«Non ancora, ma non manca molto.» Meg posa una mano sul fianco trasudando sicurezza.
«Non vedo l’ora.»
Il telefono mi vibra contro la gamba.
NOI IN STUDIO. JAKE CI HA GIÀ PROVATO CON TUTTE LE RAGAZZE PRESENTI. E SIAMO QUI DA DIECI MINUTI.
Mi mordo il labbro, cancellando il messaggio di Barker prima che Meg lo veda. Mi sento un po’ in colpa ma non è il momento di rovinarle l’umore. Non ne ha affatto bisogno, non dopo tutto quello che lei e Jake hanno affrontato. La distrazione di Anthony non può farle che bene, e poi stasera almeno sta tranquilla sapendo che Jake è impegnato a suonare. Mi rimetto il telefono in tasca, mentre l’opera di seduzione reciproca dei due prosegue di gran carriera.
«Ah, ragazze, questo è il mio coinquilino, Matt. Matt, queste sono Meg ed Ella» dice Anthony.
Ho ancora lo sguardo rivolto in basso, verso le tasche, quando le sue parole raggiungono il mio cervello. Ha detto quel nome in modo così normale. È ovvio, non può avere la minima idea di che cosa significhi per me. Matt. Non è lui, lo so, non può essere lui. Ma, ogni volta che sento pronunciare il suo nome, il mio cuore si ferma, e io non ragiono più. È come se il mio cervello non riuscisse neanche a immaginare l’eventualità che Matt possa ricomparirmi davanti, così, invece di reagire, si dilegua. Proprio come ha fatto lui. Ma lo so che non può essere quel Matt. Non lo è mai. E mai lo sarà.
E poi sento Meg che emette un rantolo.
E la sua mano corre a intrecciarsi con la mia.
E poi il mio cuore si sveglia e ricomincia a battere, tamburellare, farmi sentire che è vivo e che anch’io sono viva e dovrei alzare lo sguardo.
Alzo lo sguardo, e quando i nostri occhi si incrociano, giuro che per un momento smetto di respirare.
Perché è lui. Qui. Di fronte a me. Come se non fosse mai partito. Come se fosse una sera qualunque e lui avesse fatto un salto alla festa per salutare.
E non so cosa dire perché il cuore mi è salito in gola e non capisco se ho più voglia di vomitare, piangere, gridare o sorridere.
Sto lì imbambolata a guardarlo, mentre lui apre la bocca per dire: «Ciao».

CAPITOLO 2

UN ANNO FA

ORE 20.00

«El, alza il volume!»
Attraversai la stanza di Meg per andare a regolare l’audio sul suo laptop. Ora la canzone inondava la camera, avvolgendo ogni cosa con la sua scia di parole e note. Sorridendo e ballando al ritmo della musica, tornai in bagno, dove ci stavamo preparando.
«Questa la adoro. È la colonna sonora perfetta per prepararsi» fece Meg, mentre io canticchiavo le parole. Ci stavamo mettendo in tiro per la prima festa dell’estate. Era una tradizione ormai, inaugurata l’anno prima, quando avevamo capito che a volte i preparativi sono molto più divertenti della serata vera e propria.
«Ricordami a che ora comincia» dissi, restituendo a Meg il rossetto. Lei lo prese, poi mi diede uno sguardo ve...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CAPITOLO 1
  4. CAPITOLO 2
  5. CAPITOLO 3
  6. CAPITOLO 4
  7. CAPITOLO 5
  8. CAPITOLO 6
  9. CAPITOLO 7
  10. CAPITOLO 8
  11. CAPITOLO 9
  12. CAPITOLO 10
  13. CAPITOLO 11
  14. CAPITOLO 12
  15. CAPITOLO 13
  16. CAPITOLO 14
  17. CAPITOLO 15
  18. CAPITOLO 16
  19. CAPITOLO 17
  20. CAPITOLO 18
  21. CAPITOLO 19
  22. CAPITOLO 20
  23. CAPITOLO 21
  24. CAPITOLO 22
  25. CAPITOLO 23
  26. CAPITOLO 24
  27. CAPITOLO 25
  28. CAPITOLO 26
  29. RINGRAZIAMENTI