1
Northridge, California
«Ecco tre ottime ragioni per cui è una pessima idea!» ringhiò Carl Loensch alzando la mano sinistra. «Contale sulle dita.»
Ovviamente, Troy non poteva farlo.
Le dita non c’erano.
Suo padre le aveva perse tra le sabbie del Kuwait, venticinque anni prima, il giorno in cui era nato Troy.
Quando Troy era piccolo, suo padre non aveva quasi mai menzionato quel giorno, risalente ai tempi della sua missione nel Terzo Battaglione dei Marine durante la liberazione del Kuwait, e nemmeno parlava mai del secondo esatto in cui la scheggia di granata gli aveva mutilato la mano e ucciso il suo migliore amico.
In quel periodo suo padre era un uomo diverso, Troy lo sapeva, ma comunque un uomo e comunque un padre, nonostante una mano avesse soltanto un dito e il pollice. Non ne aveva mai parlato perché non c’era niente da dire. Era così e basta.
Per tutti quegli anni Carl Loensch non aveva permesso che la condizione di disabile interferisse con la sua vita, e nemmeno con la sua carriera di successo nel reparto commerciale di una grossa società di rifornimenti della California settentrionale. O che pesasse sul tempo che trascorreva a giocare con Troy.
«Contale!» sbraitò Carl.
Troy aveva sentito di rado il padre riferirsi anche solo vagamente al suo handicap. E non l’aveva mai sentito scagliarsi con tanta rabbia contro di esso. Lo stoicismo di Carl in quegli anni contrastava troppo con quel momento; il corpo di Troy cominciò a tremare. Il massiccio e celebre ricevitore degli UCLA Bruins non era mai stato colto tanto alla sprovvista.
«Ho vissuto gran parte della mia vita sapendo di avere passato l’inferno in quello stramaledetto deserto affinché mio figlio non dovesse mai indossare un’uniforme e andare in guerra.»
Troy si accorse delle lacrime che solcavano il viso di sua madre.
Per Barbara Loensch fu un pessimo momento.
Era dal ritorno in patria di Carl che non provava un’angoscia simile. Era stata vicina al marito quando elaborava la rabbia e il dolore, mentre il loro figlio diventava un ragazzo. Aveva visto Carl reinventarsi nelle vesti di padre premuroso e marito irreprensibile.
E ora tutto crollava a pezzi.
«Papà, non so più cos’altro fare» cercò di spiegare Troy. «Sai, la mia vita sta andando a rotoli.»
«Cosa diavolo vuoi saperne tu della vita?» urlò Carl. «È solo un gioco!»
Barbara sapeva che per il figlio il football era molto più di un gioco. Fin da quando era piccolo, e scambiava lanci con suo padre, si capiva che aveva un talento speciale. Quand’era all’università, tutti percepivano che sarebbe successo qualcosa di memorabile non appena Troy Loensch entrava in campo.
«Be’, papà, quel gioco era tutta la mia vita!» urlò il ragazzo di rimando. «Gli ultimi otto anni li ho costruiti intorno a quel gioco.»
Dopo che aveva ricevuto la borsa di studio alla UCLA, si era speculato molto sul futuro di Troy nella National Football League. L’autunno precedente erano andati a conoscerlo alcuni scopritori di talenti. Gli scout dei Falcons di Atlanta avevano invitato a cena tutta la famiglia, al Biltmore. Anche gli Eagles avevano corteggiato l’unico figlio di Barbara. I Broncos l’avevano blandita magnificando le meraviglie di Denver e i San Diego Chargers avevano visitato due volte la modesta abitazione dei Loensch a Northridge.
Sembrava che la carriera da professionista di Troy fosse solo questione di attendere la stesura ufficiale del contratto con la NFL, prevista per aprile.
Poi, in un battito di ciglia, tutto era cambiato.
«Adesso quel gioco non c’è più, e la mia vita è cambiata.»
«Di chi è la colpa?» chiese Carl con rabbia.
Lo sapevano entrambi.
Carl Loensch non era potuto intervenire sulla piega che aveva irrevocabilmente cambiato la sua esistenza. Troy invece ne era stato responsabile.
Desiderava non averlo mai fatto.
A ripensarci, si trattava di un’osservazione priva di conseguenze, ma lo faceva imbestialire.
Negli spogliatoi capitava che volassero pugni, senza ripercussioni. Gli allenatori urlavano, ci si stringeva la mano con riluttanza e si dimenticavano gli incidenti. Però in quel caso si parlava di una mascella dislocata e danni permanenti al sistema nervoso.
Nemmeno assidue sedute di terapia comportamentale potevano annullare il pugno che Troy avrebbe voluto non avere mai sferrato.
Non era seguita nessuna denuncia, e sui giornali non erano apparse indiscrezioni sul celebre ricevitore. Ma la voce circolò. Gli scout della NFL non si pronunciarono. Fu proprio questo il punto. Non dissero niente. Non telefonarono più. La proposta svanì alla stessa velocità con cui si era presentata.
«C’era quell’altra proposta...» intervenne Barbara con la voce un po’ tremolante.
«La CFL?» ribatté Troy come se la madre gli avesse gettato il malocchio. «La maledetta CFL?»
Avevano manifestato interesse i Saskatchewan Roughriders della Canadian Football League, ma Troy si rifiutava di prendere in considerazione l’umiliazione di giocare in una lega di seconda categoria.
«Quindi sei troppo bravo per i canadesi, e preferisci mandare tutto all’aria arruolandoti nell’esercito?» domandò disgustato Carl.
Troy fu tentato di ricordargli che anche lui, un tempo, aveva preso la stessa decisione nonostante le obiezioni del padre. Quando Carl aveva deciso di arruolarsi nei Marine, il corpo più tosto, il suo vecchio non aveva potuto impedirglielo.
Per poco non se lo lasciò sfuggire, ma sapeva bene di dover tenere la bocca chiusa.
«Perché non ti trovi un lavoro normale?» chiese Carl.
«È l’Air Force, papà. Scuola ufficiali. Non è come entrare in fanteria e fare da carne da macello in qualche angolo del pianeta. Sai, quando ne sarò fuori da ufficiale avrò prospettive di lavoro decisamente migliori... Andiamo... dici sempre anche tu che le persone migliori che hai assunto erano ex ufficiali.»
«Sì, lo so» ammise Carl riluttante.
La famiglia rimase in silenzio. La discussione era finita. Non c’era altro da aggiungere.
2
Pacific Coast Highway, Seal Beach, California
«Sai, forse dovremmo... ecco... insomma... sì... sposarci» suggerì Troy Loensch.
«Non mi sarei mai aspettata una proposta così goffa!» rispose Cassie Kilmer con un finto disgusto che celava la reale delusione.
Era un caldo pomeriggio californiano, nessuno dei due aveva lezione. Cassie aveva proposto di guidare lungo la costa e sdraiarsi un po’ sulla spiaggia.
«Ne abbiamo già discusso...» iniziò Troy.
«Ne abbiamo discusso prima che decidessi di partire e lasciarmi per quattro anni.» Cassie finì la frase per lui, ridendo.
«Sei l’unica che abbia sostenuto la mia scelta.»
«Ho sostenuto la tua decisione, ragazzone, perché ho pensato fosse la cosa giusta per te in questo momento della tua vita.»
«Quindi... non vuoi sposarmi?»
«No. Non voglio farlo prima che tu sparisca per quattro anni a pilotare caccia o qualsiasi altra cosa combinino in aviazione.»
«Non hai detto che pensavi fosse la cosa migliore per me?»
«Sì» ammise lei. «È la cosa migliore per te, per la tua vita in questo momento, ma non è la cosa migliore per la nostra vita... adesso.»
La coppia Cassie/Troy era a un bivio. Nel giro di qualche settimana si sarebbero entrambi laureati alla UCLA per entrare in una fase completamente diversa in cui le loro vite non sarebbero state così intrecciate. Si consideravano una coppia di lunga data, stavano bene insieme, avevano parlato di stabilità e matrimonio.
Eppure, sebbene fossero argomenti più volte sviscerati, non andavano al di là delle parole. Ciascuno dei due era consapevole che tutto sarebbe cambiato dopo la laurea, e si chiedevano se sarebbero stati ancora bene insieme, una volta privati di quella stabilità.
«Significa...?» Troy si fermò al semaforo rosso, sollevò gli occhiali da sole e fissò Cassie. «Che vuoi, insomma... vuoi scaricarmi?»
«No, ragazzone, non voglio scaricarti, però voglio sposare un uomo e stare con lui. Non mi va che tu sia sempre lontano nei primi quattro anni di matrimonio. Abbiamo parlato di sposarci quando entrambi pensavamo che avresti firmato per una squadra... che avremmo vissuto insieme da qualche parte.»
«Un sacco di gente nell’Air Force è sposata.»
«Di una cosa sono maledettamente sicura: non voglio vivere in una base chissà dove.»
«Dovevamo parlarne prima che mi spingessi ad arruolarmi.»
«Non ti ho spinto a farlo» ribatté lei stizzita. «Ti sei convinto da solo. Volevi uno scopo, qualcosa che ti facesse brillare come l’astro che sei sempre stato! Ti ho solo sostenuto.»
Troy parcheggiò nell’apposito spazio davanti alla Huntington State Beach e scesero dall’auto. Guardò la sua ragazza mentre si sfilava gli occhiali da sole e contemplò la pelle abbronzata che spuntava dalla t-shirt.
«Cosa c’è da guardare, ragazzone?» chiese Cassie più tardi, mentre Troy ammirava il suo corpo fasciato da un succinto due pezzi color corallo. Dopo quasi tre anni di conoscenza intima, non riusciva ancora a staccare gli occhi da quella meraviglia.
«Sei davvero fantastica.» Sorrise.
«Non scordarlo mai, ragazzone» ammiccò Cassie, colpendolo per scherzo con la spugna.
Gli permise di stringerla e godette del contatto con le sue ampie braccia da ricevitore.
Come ricompensa per l’abbraccio lo baciò a lungo e con passione, pensando a quanto gli sarebbe mancato. Si crucciò per non avere insistito più di tanto per dissuaderlo dall’arruolarsi nell’Air Force, ma sarebbe stato impossibile, lo sapeva. E sapeva, come lo sapeva lui, che a quella scelta lo aveva spinto uno slancio profondo. L’unica cosa da fare era accettare quella decisione, per lui essenziale.
Si domandò – immaginando che anche lui lo facesse – come ne sarebbe uscita la loro relazione dopo quei quattro anni.
Gli accarezzò con dolcezza la guancia e notò che si stava rilassando. Per il momento esisteva soltanto il presente.
3
Colville National Forest, Washington
Il tenente Troy Loensch si trovava nel bel mezzo del nulla, a una settantina di miglia a nord di Spokane, Washington, e corr...