SARAH MATTEW
Mamma di due splendide pesti, nata e cresciuta a Firenze, da qualche anno vive in Umbria. Ha diverse passioni tra cui leggere fino allo sfinimento, cucinare e dar vita a nuove storie. Ha iniziato a scrivere nel 2014, in un momento difficile della sua vita, e la scrittura è stata una liberazione.
ASIYA
Merda. Merda. Merda.
Non potevo arrivare tardi al colloquio. Per quanto quel lavoro mi facesse schifo ne avevo maledettamente bisogno.
Afferrai le Sneakers e uscii dalla porta mentre m’infilavo la maglietta. Sentii un rumore. Ma non era vuoto l’appartamento di fianco?
«Magnifico ho dato spettacolo come al solito!»
Iniziai a scendere le scale, rimuginando ancora tra me e me.
«Chi cacchio viene ad abitare in questo posto dimenticato da Dio? Adesso non posso indagare, non ho tempo, me ne occuperò al ritorno.»
Scesi le scale correndo e saltando l’ultimo gradino di ogni rampa, un’abitudine che avevo sin da bambina e che, crescendo, mi era rimasta.
L’affitto di quegli appartamenti era basso perché finanziato in parte dai servizi sociali, il che significava che, chiunque venisse a vivere lì, aveva qualche difficoltà. Il mio problema era tutta la mia vita: sono figlia unica di due persone che hanno scopato per sbaglio e che per sbaglio sono rimaste insieme, se così si può dire, per sedici anni. Procreatori che, il giorno del mio sedicesimo compleanno, avevano entrambi le sacche pronte per andarsene.
E io li salutai volentieri. Per loro ero sempre stata solo un peso, mi tenevano in casa unicamente per accedere ai fondi a tutela dei minori di cui, altrimenti, non avrebbero visto nemmeno un centesimo. Senza di loro avrei cominciato a vivere, finalmente.
I servizi sociali mi hanno aiutata molto e tuttora lo fanno. Tra un mese avrei compiuto ventuno anni e speravo di trascorrere il giorno del mio compleanno lavorando: avevo trovato un’inserzione il giorno prima, sul giornale locale. Un club chiamato The Choice cercava una “cameriera, bella presenza per servizio ai tavoli”. Be’ niente di difficile, no?
Mi ficcai nel locale e chiesi al barman di un certo Bad, come era scritto sull’annuncio. Il ragazzo mi indicò un punto in cui attenderlo, sul lato sinistro del bancone. Iniziai a guardarmi intorno incuriosita mentre cominciavo a sospettare che quello non fosse un semplice locale dove andare a bere qualcosa. Quando i miei occhi incontrarono un palcoscenico con non uno, non due, ma ben tre pali per la pole dance, i miei sospetti divennero certezza.
Mentre realizzavo di trovarmi in un sexy club, mi si avvicinò un uomo, grosso quanto il mobile dispensa della mia cucina; mi bussò sulla spalla e fece cenno di seguirlo senza degnarmi di una parola.
Ci ritrovammo davanti a una porta nera, perfettamente lucida. L’uomo Dispensa entrò senza bussare e un altro tizio, seduto a una scrivania, non appena ci vide, sollevò scocciato gli occhi dal PC. «Questa?» esordì inarcando un sopracciglio e riferendosi chiaramente a me.
Certo, il mio abbigliamento non era proprio da cameriera di un nightclub e neanche i miei tatuaggi aiutavano, ma il comportamento del vecchio era alquanto indisponente.
Stizzita risposi a tono: «Questa» dissi indicandomi dalla testa ai piedi, «si chiama Asiya, ed è venuta per l’annuncio come cameriera». Poi, lanciando un’occhiata di fuoco ai due uomini nella stanza, proseguii: «Oppure non ho abbastanza tette per gli standard di questo posto?».
Maledetta linguaccia, me la morsi per punizione: quel lavoro mi serviva, altrimenti non sarei riuscita neanche a pagarmi l’affitto, per quanto fosse basso.
Il vecchio, che scoprii essere Bad, contrariamente a quanto mi aspettavo, cominciò a ridere di gusto tenendosi la pancia sotto la scrivania.
«Ragazzina, sei assunta» disse tra una risata e l’altra, poi, tornando serio, proseguì contandosi le dita come a numerare una serie di regole: «Uno: tieniti alla larga dagli uomini che frequentano questo posto. Due: non darmi casini. Tre: Le mance sono tue. Ogni cameriera si tiene quelle che guadagna e, se ti comporti bene, possono superare lo stipendio».
E quello fu l’inizio della nostra amicizia.
Bad era brizzolato, sulla cinquantina, o forse più. Gli occhi scuri rendevano il suo aspetto cupo e inquietante ma in realtà, non appena ci facevi due chiacchiere, ti rendevi conto di quanto fosse appropriato il detto “tutto fumo e niente arrosto”.
Mi incamminai verso casa, trionfante, con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Finalmente avevo un lavoro: avrei potuto pagare l’affitto e mangiare decentemente.
Mi fermai al negozio di Rosy per comunicarle la buona notizia.
Rosy era una donna matura, una bella signora bionda, prosperosa, con tratti nordici, titolare dell’unico supermarket/bar della zona dove potevi trovare un po’di tutto.
Mi conosceva fin da quando ero in fasce e mi era molto affezionata. Erano più le volte che non mi faceva pagare che le altre. Rosy fu contentissima del mio nuovo impiego.
«Tesoro, per te questo è solo l’inizio di una nuova vita. Il prossimo passo sarà andartene da questo posto» disse carezzandomi dolcemente il viso con il dorso della mano.
Entrai nella corte che precedeva il portone del mio palazzo con le buste della spesa. Era quasi buio e inciampai come solo io riuscivo a fare, persino con delle Sneakers ai piedi. Imprecai pensando alle uova contenute nelle borse. Salii quattro piani e lasciai davanti alla soglia della signora Herman un pacco di farina e del formaggio: spesso Rosy mi dava delle consegne da fare e pareggiavamo così i conti, o meglio, io cercavo di sdebitarmi in questo modo.
Arrivai con affanno al quinto piano. Dovevo proprio smettere di fumare così avrei risparmiato un bel po’ di soldi e poi, visto che dovevo servire ai tavoli, mi serviva un po’ più fiato. Salii l’ultimo gradino e scivolai finendo con le chiappe a terra. Addio uova! Se il mio equilibrio fosse stato sempre quello, il servizio ai tavoli si sarebbe rivelato più difficile del previsto.
Mi fermai e lo sguardo mi cadde su un oggetto sul pavimento, ero inciampata su un foglio di carta. Chi diavolo l’aveva messo lì? Abitavo solo io all’ultimo piano di quel palazzo. Non poteva essere che lo sfratto. Lo sapevo! Con mano tremante lo presi e lo girai per leggerlo. Come avrei fatto senza una casa? Dannazione, non potevano sfrattarmi, non avevo neanche compiuto ventuno anni! L’assistente sociale mi aveva assicurato che se ne sarebbe occupata. Lessi le due righe: IN CORTILE TI È CADUTO IL LATTE. Rilasciai il respiro, rendendomi conto solo in quel momento di averlo trattenuto.
Sì, avevo dei nuovi vicini.
REX
Quell’appartamento faceva schifo. Chi diamine poteva abitare in un posto del genere? La zona lavanderia della mia vecchia casa era più grande!
Mi appoggiai alla finestra, il battito del cuore cominciava ad accelerare e forse, ma solo forse, continuando ad allenarmi avrei placato la crisi di panico in arrivo. Mi ero rifiutato di prendere le medicine prescritte dal mio pseudo medico e tentavo di arginare il problema tenendomi in esercizio senza sosta e così, grazie a questa cura, negli ultimi anni il mio corpo aveva subito una metamorfosi completa.
Bumbumbumbumbum. Il ritmo cardiaco continuava ad aumentare. Scossi il polso in un gesto frenetico, aprii gli scuri in cerca di aria e posai gli occhi su una bionda da paura che franò letteralmente in mezzo al piazzale. Gli angoli della bocca mi s’incurvarono leggermente all’insù, in un’espressione quasi innaturale per me. Che cazzo era quello? Neanche me lo ricordavo più.
Bumbum bumbum.
La tempesta si stava placando.
ASIYA
Erano quasi le nove quando, dopo essere scesa a prendere il latte caduto nel cortile, alzai gli occhi e vidi un’ombra scura muoversi dietro la tenda della finestra dei miei presunti nuovi vicini. Salii di nuovo le scale e arrivai in cima con la lingua che toccava il pavimento. Dovevo decisamente smettere di fumare, sì.
Mi feci coraggio e bussai all’uscio di fronte al mio. Del resto non erano queste le regole di buon vicinato? Niente. Bussai di nuovo. Nada.
«E-Ehm sono la vostra vicina.»
Me ne stavo per andare alquanto indispettita quando, da sotto la porta, spuntò un altro foglio con scritto: CHE VUOI?
Che fosse muto o sordomuto? Era per quel motivo che non mi aveva risposto a voce?
Aprii la porta di casa, presi una penna al volo e scrissi: SALVE, SONO LA NUOVA VICINA. NON CONOSCO IL LINGUAGGIO DEI SEGNI MA SE APRE FAREMO CONOSCENZA e lo infilai sotto la soglia.
La risposta non tardò ad arrivare. Avvertii qualcosa muoversi nell’appartamento e poi vidi uscire di nuovo il bigliettino con la risposta: LINGUAGGIO DEI SEGNI? COSA TI FA PENSARE CHE NE ABBIA BISOGNO? ADESSO NON ROMPERMI PIÙ LE SCATOLE ED EVAPORA.
Le offese scritte rendono ancora meglio di quelle espresse a voce e io diventai di tutte le tonalità possibili del rosso. Mollai un calcio allo stipite, girai il pezzo di carta e scrissi in stampatello STRONZO. Dopodiché, me ne tornai in casa sbattendo platealmente la porta. Non avrei portato nessuna torta di benvenuto al nuovo vicino.
A meno che non fosse decorata con la stricnina.
ASIYA
Mi svegliai di soprassalto quando percepii un rumore ritmico e costante provenire, probabilmente, dal pianerottolo. Mi attaccai allo spioncino per tentare di vedere qualcosa, ma riuscii solo a scorgere la porta del vicino/vicina stronzo/a che si richiudeva. Non ero sicura del sesso del nuovo inquilino ma propendevo, vista l’indisponenza, a credere che fosse un uomo. Il fatto che l’appartamento fosse abbastanza silenzioso mi faceva pensare a una persona sola, senza bambini.
Innervosita, mi mordicchiai un’unghia. Ero curiosa di sapere che faccia avesse.
Nel frattempo, mi ricordai che dovevo andare a prendere la divisa da Bad perché bisognava stirarla prima di sera. Mi infilai i soliti leggings, una maglietta oversize verde militare, le Sneakers consumate, gli occhiali da sole per nascondere la botta di sonno che mi porto dietro da anni, e uscii.
Quando passai al club Mr Dispensa mi allungò la mia futura “livrea” sulla porta senza nemmeno farmi entrare, mugugnando qualcosa che non riuscii a decifrare. Simpatico. Simpatico ed espansivo.
Mentre tornavo a casa, feci il solito pit stop al market di Rosy per fare colazione. Aveva degli ottimi muffin ai mirtilli e il suo cappuccino era una bomba, il migliore di tutta la città.
Rosy mi accolse gioiosa come sempre e, quando stavo per uscire, mi allungò una busta di carta bianca dicendomi: «Tieni. Questi portali al tuo nuovo vicino».
Sospettosa, inarcai un sopracciglio e risposi: «E tu come lo sai che ho un nuovo vicino?».
«Be’, tesoro, ho i miei informatori» dichiarò maliziosa. «Ah, e si chiama Rex, nel caso in cui tu te lo stia chiedendo, ma vi sarete già incontrati, immagino.»
Alzai le spalle. «Più che un incontro lo definirei uno scontro, ecco.»
Rosy mi scoccò un’occhiata di rimprovero mentre continuava a preparare un caffè a un cliente.
«Ciaooo Rosy» la salutai cantilenando mentre me la svignavo dopo aver preso la busta con le tortine.
Il nuovo vicino fragile? Buona questa! Villano e cafone, altro che fragile.
Arrivata a casa bussai alla sua porta ma, come mi aspettavo, non aprì. Appoggiai i dolci davanti alla soglia del maleducato e gli scrissi un biglietto: QUESTI TE LI MANDA ROSY. STAI ATTENTO CHE NON TI VADANO DI TRAVERSO. Volevo aggiungerci un “bello stronzo”, ma mi trattenni, giusto per non provocare la mia amica.
Entrai in casa e rimasi con l’orecchio incollato alla porta, stile vecchietta impicciona. Quando sentii dei rumori provenire dal pianerottolo mi fiondai allo spioncino ma non riuscii a vedere nulla. Aprii proprio mentre lui stava richiudendo e mi accorsi che sull’occhio magico c’era del nastro isolante nero.
«Stronzo!» gridai.
Ed eravamo già a quota due “stronzo” nel gi...