IL LIBRO FUORI CATALOGO
CAPITOLO 1
MEZZOGIORNO
Il seminterrato.
Doveva andare nel seminterrato.
Chloe odiava quel posto.
Ma avevano terminato le 44 e le 46 del Rue du Cannes (il pacchiano abitino a fiori con l’orlo smerlato e la scollatura vertiginosa) e doveva rifornire gli espositori, riempirli per gli occhi dei clienti. Chloe era un’attrice, non un’esperta di moda al dettaglio, e nuova in negozio. Perciò non riusciva a capire come mai, in un novembre che imitava gennaio, quei particolari abiti si vendessero tanto. Fino a quando il suo capo non le aveva spiegato che, anche se il negozio si trovava nell’alternativa SoHo a Manhattan, i codici postali delle acquirenti erano quelli del Jersey, del Westchester e di Long Island.
«E?»
«Crociere, Chloe. Crociere.»
«Ah.»
Chloe Moore andò nel retro del negozio. Lì era l’esatto contrario del reparto vendite e chic quanto un magazzino. Trovò la chiave tra quelle che le penzolavano dal polso e aprì la porta del seminterrato. Accese le luci e osservò i gradini poco sicuri.
Un sospiro e iniziò la discesa. La porta a molla si chiuse di scatto alle sue spalle. Chloe, che non era una donna minuta, affrontò le scale con prudenza. Portava ai piedi un paio di Vera Wong taroccate. Scarpe contraffatte e architettura centenaria potevano essere una combinazione pericolosa.
Il seminterrato.
Lo odiava.
Non aveva paura di eventuali intrusi. C’era una sola porta per entrare e uscire, quella che lei aveva appena varcato. Ma quel posto era ammuffito, umido, freddo… e disseminato di ragnatele.
E questo significava scaltri e avidi ragni.
E Chloe sapeva che le sarebbe servita una spazzola adesiva per eliminare la polvere dalla gonna verde scuro e dalla camicetta nera (Le Bordeaux e La Seine).
Mise piede sul pavimento irregolare e pieno di crepe, spostandosi a sinistra per evitare una grossa ragnatela. Ma incappò in un altro lungo filo appiccicoso che le aderì alla faccia, facendole il solletico. Dopo un comico balletto per cercare di strapparsi via quel dannato coso e non cadere, continuò la sua ricerca. Le occorsero cinque minuti per trovare la partita di Rue du Cannes, che potevano anche avere nome e aspetto francese, ma arrivavano in casse stampigliate con grossi caratteri cinesi.
Tirando giù i cartoni dallo scaffale, Chloe udì un fruscio.
Si bloccò. Allungò la testa in quella direzione.
Il suono non si ripeté. Però lei sentì un altro rumore.
Plic, plic, plic.
C’era una perdita?
Anche se a malincuore, Chloe scendeva spesso là sotto e non aveva mai sentito rumore d’acqua. Impilò i finti vestiti francesi vicino alle scale e tornò a indagare. Gran parte delle scorte di magazzino si trovava sugli scaffali, alcune scatole, però, erano a terra. Una perdita poteva essere disastrosa. E anche se la sua destinazione finale era Broadway, per l’immediato futuro aveva bisogno di tenersi il lavoro da Chez Nord. Individuare una perdita prima che rovinasse diecimila dollari di abiti troppo costosi poteva contribuire non poco a mantenere costante il flusso dei suoi stipendi nel conto alla Chase Bank.
Andò verso la parte posteriore del locale, decisa a trovare la perdita, anche se in modalità massima allerta ragni.
Lo sgocciolio si fece più forte man mano che procedeva verso il fondo, ancora più tenebroso della parte anteriore, quella vicina alle scale.
Girò dietro uno scaffale che conteneva un’enorme scorta di bluse, così brutte che neanche sua madre le avrebbe mai indossate: il grosso ordine di un buyer che, secondo Chloe, aveva fatto l’acquisto perché sapeva di essere prossimo al licenziamento.
Plic, plic…
Strizzò gli occhi.
Strano. Cos’era? Nella parete di fondo si apriva una porta. Il rumore dell’acqua proveniva da lì. La porta, dipinta di grigio come le pareti, era all’incirca di un metro per un metro e mezzo.
Dove conduceva? C’era uno scantinato? Non aveva mai visto quell’accesso ma, d’altro canto, non credeva di aver mai guardato la parete dietro l’ultimo scaffale. Non ce n’era mai stato motivo.
E perché era aperta? In città c’erano di continuo lavori edili, soprattutto nelle zone più vecchie, proprio come SoHo. Ma nessuno aveva parlato ai commessi – a lei, perlomeno – di una riparazione sotto il palazzo.
Forse quello strano custode polacco, o rumeno, o russo, stava facendo delle riparazioni. Ma no, era impossibile. La direttrice non si fidava di lui, e lui non aveva le chiavi del seminterrato.
Okay, il fattore fifa stava crescendo.
Lascia perdere le congetture. Di’ a Marge dello sgocciolio. Dille della porta aperta. Fa’ scendere di sotto Vlad o Mikhail o come diavolo si chiama, che si guadagni lo stipendio.
Poi un altro fruscio. Stavolta sembrava un piede che strisciava sul cemento scabro.
Cazzo. Adesso basta. Via. Di. Qui.
Ma prima che potesse uscire, prima ancora che riuscisse a girarsi, lui le fu addosso da dietro, sbattendole la testa contro il muro. Le premette uno straccio sulla bocca per imbavagliarla. Lei svenne quasi per lo choc. Il dolore le esplose nel collo.
Si girò rapidamente per guardarlo in viso.
Dio, Dio…
Per poco non vomitò nel vedere la maschera di lattice giallastra, con le fessure per gli occhi, la bocca e le orecchie. Era aderente e distorceva la carne sottostante, come se la faccia fosse liquefatta. Portava una tuta da lavoro, con sopra un logo che lei non riusciva a leggere.
Piangendo, scrollando la testa, Chloe implorava, urlava attraverso lo straccio che lui le teneva premuto saldamente sulla bocca con la mano strizzata in un guanto disgustosamente giallo come la maschera.
«Ascoltami, ti prego! Non farlo! Tu non capisci! Ascolta, ascolta…» Ma le sue parole non erano che suoni smorzati.
Perché non ho fermato la porta? Ci avevo anche pensato…
Era furiosa con se stessa.
Gli occhi calmi di lui la scrutavano. Ma non si soffermarono sui seni, né sulle labbra, o sui fianchi o sulle gambe. Solo sulla pelle delle sue braccia nude, sulla gola, sul collo… dove si concentrò intensamente sul piccolo tatuaggio di un tulipano blu.
«Senza infamia e senza lode» sussurrò.
Lei stava mugolando, tremando, gemendo. «Cosa, cosa, cosa vuoi?»
Ma perché glielo chiedeva? Lo sapeva già. Certo che lo sapeva.
E, con quel pensiero, Chloe controllò la paura. Si fece coraggio.
Va bene, testa di cazzo, vuoi giocare? La pagherai.
Rilassò i muscoli. Gli occhi di lui, circondati da una nauseante seconda pelle di lattice giallo, parvero confusi. Non aspettandosi che lei svenisse, l’aggressore regolò la presa per impedirle di cadere.
Non appena sentì le sue mani allentarsi, Chloe balzò in avanti e gli afferrò il colletto della tuta. La cerniera saltò via e il tessuto si lacerò, quello più esterno e anche qualunque cosa vi fosse sotto.
La presa e i colpi che Chloe diresse al petto e al volto dell’uomo furono violenti. Slanciò con forza il ginocchio verso l’alto, contro il suo inguine. Ancora e ancora.
Ma non lo colpì. La mira era sbagliata. Sembrava un bersaglio così facile e invece all’improvviso Chloe si sentiva scoordinata, stordita. Lui la stava soffocando con lo straccio… forse era per quello. Oppure erano le conseguenze dello choc.
Continua così, si disse furiosa. Non fermarti. È spaventato. Lo vedi che è spaventato. Fottuto vigliacco…
E cercò di colpirlo ancora, di artigliargli la carne, ma si accorse che l’energia la stava abbandonando in fretta. Le sue mani picchiarono inutilmente contro di lui. La testa le ciondolò e, abbassando lo sguardo, notò che la manica gli era risalita sul braccio. Scorse un bizzarro tatuaggio rosso, un insetto, con dozzine di zampe da insetto, zanne da insetto, ma occhi umani. E poi Chloe si concentrò sul pavimento del seminterrato. Lo scintillio di una siringa ipodermica. Era quella la ragione del dolore al collo… e della perdita delle forze.
Le aveva iniettato qualcosa.
Qualunque sostanza fosse, stava facendo effetto alla grande. Era sempre più esausta. La sua mente vacillava, come se entrasse e uscisse da un sogno e, per qualche motivo, si ritrovò a pensare ossessivamente al profumo scadente che veniva venduto alla cassa del Chez Nord.
Chi la comprava quella porcheria? Perché non…?
Che sto facendo? pensò quando tornò lucida. Combatti! Combatti questo figlio di puttana!
Ma adesso le sue mani erano lungo i fianchi, completamente immobili, e la testa le pesava come un sasso.
Era seduta sul pavimento quando la stanza si inclinò e prese a muoversi. Lui la stava trascinando verso la porticina.
No, non lì, per favore! Ascoltami! Posso spiegarti perché non dovresti farlo. Non portarmi lì! Ascolta!
Finché restava nel seminterrato, perlomeno c’era ancora qualche speranza che Marge guardasse giù dalle scale e li vedesse. Avrebbe gridato, e lui sarebbe fuggito sulle sue zampe da insetto. Se invece fosse sprofondata nella sua tana, per Chloe sarebbe stata la fine. La stanza stava diventando più buia, ma era uno strano tipo di buio, come se le lampadine del soffitto, ancora accese, al posto di emettere luce, la risucchiassero fino a spegnerla.
Combatti!
Ma non poteva.
Sempre più vicina al nero dell’abisso.
Plic, plic, plic…
Urla!
Lo fece.
Solo che nessun suono uscì dalla sua bocca a parte un sibilo, il frinire di un grillo, il ronzio di uno scarafaggio.
E poi lui la fece passare attraverso la porta, nel Paese delle Meraviglie, dall’altro lato. Come in quel film. O era un cartone. O quello che era.
Chloe vide un piccolo locale di servizio, là sotto.
Credette di cadere e, un momento dopo, si ritrovò a terra, sul pavimento sporco, cercando di respirare, senza più aria nei polmoni per via dell’impatto. Ma nessun dolore, assolutamente nessun dolore. Il suono dell’acqua che gocciolava era più forte e vide un rivoletto lungo la parete in fondo, fatta di vecchie pietre e coperta da un intrico di tubi e cavi, arrugginiti, logori e putridi.
Plic, plic…
Un rivolo di veleno d’insetto, di lucente e chiaro sangue d’insetto.
Alice, pensò, sono Alice. Giù nella tana del coniglio. Il brucaliffo, la lepre marzolina, la Regina Rossa, l’insetto rosso sul suo braccio.
Non le era mai piaciuta quella dannata storia! Rinunciò a gridare. Voleva solo strisciare via, piangere e rannicchiarsi, essere lasciata in pace. Ma non riusciva a muoversi. Restò lì, stesa sulla schiena, fissando la flebile luce del seminterrato del negozio in cui odiava lavorare, il negozio nel quale adesso avrebbe voluto tornare con tutta l’anima, ad annuire con finto entusiasmo mentre non ne poteva più di stare in piedi.
No, no, la fa sembrare cooosì magra. Davvero…
Poi la luce si fece ancora più fioca mentre il suo aggressore, l’insetto dalla faccia gialla, scivolava nel buco, si chiudeva la porta alle spalle e scendeva giù per la scaletta fino a dove giaceva lei. Un istante dopo, una luce penetrante riempì la stanza: si era messo una lampada da minatore sulla fronte e l’aveva accesa. Il raggio bianco la accecò e Chloe gridò, o non gridò, contro quell’aggressiva luminosità.
Che d’un tratto si spense, precipitandola nell’oscurità totale.
Si svegliò qualche secondo più tardi, o era qualche minuto, o un anno.
Adesso si trovava in un altro posto, non il ripostiglio, ma una stanza più grande, anzi no, una galleria. Difficile capirlo, dato che l’unica illuminazione era una debole luce che arrivava da qualche parte sopra di lei, oltre al raggio che partiva dalla fronte dell’uomo insetto masche...