Lei lavorava per il governo degli Stati Uniti, per un'agenzia così segreta che non ha neanche un nome. Sa qualcosa che non dovrebbe sapere e i suoi ex capi la vogliono morta. Quando le viene offerta la possibilità di mettersi in salvo, in cambio di un ultimo lavoro, accetta. Ma nel momento in cui si prepara ad affrontare la sfida più dura, si innamora di un uomo. Un piacevole imprevisto che però può soltanto diminuire le sue possibilità di sopravvivenza: la Specialista sarà costretta a mettere in pratica il suo talento come mai prima. Stephenie Meyer ha creato un'eroina affascinante e feroce e un romanzo potente, che trascina il lettore in un vortice ad alto tasso adrenalinico: crimini, fughe, torture, giochi e doppi giochi di spionaggio, in bilico tra passioni e ragioni assolute.

- 544 pagine
- Italian
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The chemist. La specialista
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1
Le incombenze di quel giorno erano diventate ormai la norma per la donna che al momento si faceva chiamare Chris Taylor. Si era alzata molto prima di quanto le piacesse, poi aveva smantellato e riposto i dispositivi di sicurezza notturni. Era una seccatura sistemare tutto la sera per poi smontarlo il mattino seguente, ma non valeva la pena di rischiare la vita per pigrizia.
Terminata la routine mattutina, Chris era entrata nella sua anonima berlina – con qualche anno di troppo ma senza grossi danni che attirassero l’attenzione – e aveva guidato per ore. Aveva superato tre confini e innumerevoli altre linee disegnate sulla cartina, ma anche dopo aver coperto una certa distanza continuava a escludere le città che incontrava lungo il percorso. Questa era troppo piccola, quella aveva solo due strade per entrare e uscire, l’altra aveva l’aria di attrarre così pochi visitatori che le sarebbe stato impossibile non farsi notare, malgrado l’apparenza ordinaria con cui cercava di mimetizzarsi. Si segnò alcuni posti che prima o poi avrebbero potuto tornarle utili: un negozio di prodotti per saldatura, uno spaccio di materiali dell’esercito e un mercato agricolo. A breve sarebbe tornata la stagione delle pesche: doveva farne scorta.
Finalmente, nel tardo pomeriggio arrivò in un posto movimentato dove non era mai stata prima. Perfino la biblioteca pubblica era piuttosto affollata.
Le piaceva usare le biblioteche, quand’era possibile. I luoghi pubblici erano più difficili da rintracciare.
Parcheggiò sul lato ovest dell’edificio, fuori dal raggio d’azione dell’unica videocamera installata all’ingresso. All’interno, i computer erano tutti occupati e alcune persone vagavano nell’attesa che si liberasse una postazione, perciò lei diede un’occhiata in giro, cercando nella sezione biografie qualcosa di pertinente. Si rese conto di aver già letto tutto quanto potesse esserle utile, così si mise a caccia dell’ultimo romanzo del suo scrittore di spy stories preferito, un ex Navy Seal, e prese anche alcuni dei titoli vicini. Mentre cercava un buon posto dove ingannare l’attesa, ebbe una fitta di rimorso. Rubare in una biblioteca era ignobile. D’altronde fare la tessera era fuori questione per diversi motivi, e c’era la remota possibilità che quei libri contenessero qualche buona idea per aumentare la sua sicurezza. E la sicurezza batte sempre il senso di colpa.
Sapeva bene che al novantanove per cento non sarebbe successo – difficilmente una finzione narrativa le sarebbe stata di vero e concreto aiuto – ma ormai aveva esaurito le ricerche basate sui fatti. In mancanza di fonti autorevoli a cui attingere, si accontentava di quelle minori. Non avere qualcosa da studiare la mandava in panico più del solito. E, a dire la verità, nell’ultimo bottino aveva trovato una dritta utile. Aveva già iniziato a incorporarla nella sua routine.
Scelse una poltrona sbiadita in un angolo appartato con vista sui cubicoli dei computer e finse di leggere il primo libro della sua pila. Dal modo in cui le persone davanti agli schermi tenevano sparpagliate le proprie cose sulla scrivania – uno si era perfino tolto le scarpe – poteva valutare quanto si sarebbero trattenute. La postazione più promettente era quella occupata da una ragazzina con un mucchio di manuali e l’espressione tormentata. Non sembrava stesse navigando sui social: annotava davvero titoli e autori recuperati dal motore di ricerca. Mentre aspettava, Chris teneva la testa china sul libro, reggendolo nell’incavo del braccio sinistro. Con la lametta nascosta nella mano destra, tagliò con cura il sensore magnetico fissato al dorso e lo ficcò nello spazio tra il cuscino e il bracciolo della poltrona. Fingendo disinteresse, passò al volume successivo della pila.
Era già pronta a muoversi quando la ragazza si allontanò alla ricerca di altri testi; i romanzi denudati erano al sicuro, riposti nello zaino. Senza fare movimenti bruschi o dare l’impressione di avere fretta, Chris si accomodò sulla sedia prima ancora che chiunque, tra le persone in speranzosa attesa, si rendesse conto che il proprio turno era saltato.
Per il controllo delle e-mail impiegava di norma tre minuti.
Ci avrebbe messo altre quattro ore, poi – guidando senza particolari precauzioni –, per tornare alla sua abitazione temporanea. A quel punto, avrebbe dovuto riattivare tutti i dispositivi di sicurezza prima di poter finalmente andare a dormire. Il giorno delle e-mail era sempre lungo.
Malgrado non ci fossero legami tra la sua vita attuale e quell’indirizzo e-mail – nessun indirizzo IP duplicato, nessun accenno a luoghi o nomi – non appena avesse finito di leggere e, in caso, di rispondere, sarebbe uscita per allontanarsi a tutta velocità da lì, mettendo quanti più chilometri possibile tra sé e la città. Per sicurezza.
Per sicurezza era diventato il mantra involontario di Chris. Viveva una vita iperorganizzata ma, come spesso ricordava a se stessa, senza tutta quell’organizzazione non ne avrebbe avuto una.
Sarebbe stato bello non dover correre rischi, ma il denaro non durava per sempre. Di solito cercava un lavoro semplice in un posto a conduzione familiare, preferibilmente con registri scritti a mano, ma quel tipo di impiego forniva solo i soldi sufficienti per il minimo indispensabile: vitto e alloggio. Mai per le cose più costose, come i documenti di identità falsi, l’attrezzatura da laboratorio e le sostanze chimiche di cui aveva bisogno. Perciò manteneva una presenza defilata su Internet, procurandosi rari clienti paganti qua e là, e faceva il possibile per non attirare l’attenzione di chi voleva fermarla. Fermarla per sempre.
Gli ultimi due giorni dedicati alle e-mail erano stati infruttuosi, perciò fu contenta di vedere un messaggio nella posta in arrivo. Almeno per i due decimi di secondo necessari a leggere l’indirizzo del mittente.
Nero su bianco: l’indirizzo vero, facilmente riconducibile ai suoi ex datori di lavoro. Mentre le si rizzavano i capelli e una scarica di adrenalina le attraversava il corpo – scappa scappa scappa sembrava rimbombarle nelle vene – una parte di lei rimase incredula di fronte a tanta arroganza. Sottovalutava sempre la loro incredibile superficialità.
Non possono essere già qui, si disse in preda al panico, scrutando la biblioteca alla ricerca di uomini con le spalle troppo larghe sotto i completi scuri, di capigliature militari, di qualcuno che stesse venendo verso di lei. Vedeva la sua auto dalla vetrata e non sembrava che qualcuno l’avesse manomessa. Ma non l’aveva certo tenuta d’occhio tutto il tempo, giusto?
Dunque l’avevano trovata di nuovo. Non potevano sapere, però, dove lei avrebbe deciso di controllare la posta. Era una scelta che affidava religiosamente al caso.
In quel momento, in un ordinato ufficio grigio, o forse in più di uno, era scattato un allarme, magari perfino con dei lampeggianti rossi. Di sicuro era partito l’ordine prioritario di rintracciare quell’indirizzo IP. Si stavano per mobilitare uomini e mezzi. Ma anche se avessero usato gli elicotteri – e avrebbero potuto – lei aveva ancora qualche minuto a disposizione. Abbastanza per vedere cosa voleva Carston.
L’oggetto diceva: Stanca di fuggire?
Bastardo.
Aprì l’e-mail. Il messaggio non era lungo.
L’aria è cambiata. Abbiamo bisogno di te. Accetteresti delle scuse non ufficiali? Possiamo incontrarci? Non te lo chiederei, ma ci sono delle vite in pericolo. Molte, molte vite.
Le era sempre piaciuto Carston. Sembrava più umano degli altri completi scuri del dipartimento. Alcuni di loro, soprattutto quelli in uniforme, davano seriamente i brividi. Un pensiero ipocrita, considerato l’ambiente in cui Chris si muoveva.
Perciò era normale che toccasse a Carston stabilire un contatto. Sapevano che era sola e spaventata e avevano mandato un vecchio amico a offrirle un po’ di calore umano. Sensato. Probabilmente avrebbe intuito lo stratagemma anche da sola, ma il fatto che un identico stratagemma comparisse in uno dei romanzi che aveva rubato aiutava.
Si concesse un profondo respiro e trenta secondi per riflettere. Doveva concentrarsi sulla prossima mossa – uscire da quella biblioteca, da quella città, da quello Stato, il prima possibile – e capire se fosse o meno sufficiente. La sua attuale identità era ancora sicura o era tempo di trasferirsi di nuovo?
Ma quell’insidioso invito da parte di Carston sviava la sua attenzione.
E se...
E se quella fosse davvero una soluzione per far sì che smettessero di braccarla? E se la convinzione che si trattasse di una trappola derivasse solo dalla paranoia e dai troppi libri di spionaggio che aveva letto negli ultimi tempi?
Se il lavoro fosse stato davvero importante, forse in cambio le avrebbero ridato la sua vita...
Improbabile.
Tuttavia non aveva senso fingere che l’e-mail di Carston non fosse arrivata a destinazione.
Rispose assecondando quelle che riteneva le loro aspettative, anche se per ora aveva solo la vaga idea di un piano.
Stanca di un sacco di cose, Carston. Dove ci siamo incontrati la prima volta, tra una settimana, mezzogiorno. Se vedo qualcuno con te, sparisco, bla bla bla, sono certa che conosci la procedura. Non fare lo stupido.
Un istante dopo era in piedi e già in cammino, un’andatura ondeggiante che aveva perfezionato malgrado le gambe corte e che sembrava molto più disinvolta di quanto non fosse in realtà. Stava contando a mente i secondi, calcolando quanto ci sarebbe voluto perché un elicottero coprisse la distanza tra Washington e il luogo in cui si trovava. Certo, avrebbero potuto allertare le forze locali, ma non era nel loro stile.
Non era nel loro stile, tuttavia... aveva la sensazione infondata, eppure persistente e spiacevole, che potessero essersi stancati del solito stile. Non aveva portato loro i risultati che desideravano e quelle non erano persone pazienti. Erano abituate a ottenere ciò che volevano, esattamente quando lo volevano. E da tre anni la volevano morta.
Quella e-mail indicava senz’altro un cambio di direzione. Se si trattava di una trappola.
Doveva dare per scontato che lo fosse. Quell’approccio, quel modo di inquadrare il suo mondo, era l’unica ragione per cui continuava ancora a respirare. Ma con una piccola parte del cervello aveva già cominciato a nutrire una sciocca speranza.
Nel gioco che stava conducendo la posta era bassa, ne era consapevole. Solo una vita. Solo la sua.
E la vita che aveva conservato malgrado tutte le difficoltà non era che questo: vita. La più essenziale delle cose essenziali. Un cuore che batte, un paio di polmoni che si espandono e si contraggono.
Era viva, sì, e lottava per restarlo, ma durante le notti più buie a volte si chiedeva per cosa, esattamente, lottasse. La qualità dell’esistenza che conduceva giustificava tutti i suoi sforzi? Non sarebbe stato rilassante chiudere gli occhi e non doverli più riaprire? Il nulla assoluto non era forse preferibile al terrore senza sosta e alla fatica continua?
Solo una cosa le aveva impedito di rispondere sì e prendere una delle vie di fuga pacifiche e indolore che aveva a disposizione: uno spirito di competizione ipertrofico. Le era stato utile ai tempi di Medicina e adesso la manteneva in vita. Non li avrebbe lasciati vincere. Mai e poi mai avrebbe offerto una soluzione così facile al loro problema. Magari alla fine l’avrebbero presa, ma solo dopo aver sudato, dannazione, e sputato sangue.
Era in auto, adesso, a sei isolati dal più vicino ingresso della superstrada. Aveva un cappellino scuro sui capelli corti, grandi occhiali da sole da uomo che le coprivano buona parte del volto e una felpa ingombrante che nascondeva la sua figura snella. Agli occhi di un osservatore casuale sarebbe sembrata un ragazzo.
Le persone che la volevano morta avevano già perso qualche uomo in quella battaglia e, d’un tratto, il ricordo la fece sorridere. Era strano come ultimamente uccidere non le creasse problemi, quanto lo trovasse soddisfacente. Era diventata sanguinaria, strana ironia della sorte, tutto sommato. Sei anni sotto la loro tutela non erano bastati a spezzarla, a trasformarla in una persona a cui piaceva il proprio lavoro. Ma tre anni in fuga avevano cambiato un sacco di cose.
Sapeva che non avrebbe mai e poi mai provato gusto a uccidere un innocente. Era sicura di non aver imboccato quella strada, e che non sarebbe mai successo. Alcune persone nel suo ambiente di lavoro – il suo ex ambiente – erano veri e propri psicopatici, ma le piaceva pensare che fosse quello il motivo per cui i suoi colleghi non erano bravi quanto lei. Seguivano le motivazioni sbagliate. Odiare ciò che faceva le dava il potere di farlo meglio.
Nella sua vita attuale, uccidere significava vincere. Non la guerra, solo una battaglia alla volta, ma erano pur sempre delle vittorie. Il cuore di qualcun altro smetteva di battere e il suo continuava a pompare sangue. Qualcuno veniva a cercarla e, invece di una vittima, trovava un predatore. Un ragno scuro e solitario, invisibile dietro i filamenti sottili della sua trappola.
Ecco in cosa l’avevano trasformata. Si chiedeva se fossero orgogliosi del risultato o se rimpiangessero soltanto di non essere stati abbastanza veloci a schiacciarla.
Dopo qualche chilometro si sentì meglio. La sua auto era un modello comune: sulla superstrada c’erano un migliaio di veicoli identici, e avrebbe sostituito la targa rubata non appena avesse trovato un posto sicuro per accostare. Non c’era niente che la collegasse alla città che aveva appena lasciato. Aveva superato due uscite e imboccato la terza. Se avessero voluto mettere dei posti di blocco, non avrebbero saputo dove farlo. Era ancora nascosta. Ancora al sicuro, per adesso.
Certo, a questo punto andare dritta a casa era fuori questione. Impiegò sei ore per il ritorno, percorrendo diverse strade statali e locali per accertarsi di non essere seguita. Quando finalmente riuscì a tornare alla sua piccola casa in affitto – l’equivalente architettonico di un rottame – era già mezza addormentata. Pensò di preparare del caffè, soppesando i benefici dell’iniezione di caffeina per affrontare un ulteriore compito, ma decise di darci dentro con quel poco che restava della sua riserva di energia.
Si trascinò su per i due gradini traballanti del portico, evitando in automatico il punto marcio a sinistra del primo, e fece scattare i due chiavistelli di sicurezza sulla porta in acciaio che aveva fatto montare la prima settimana in cui si era trasferita lì. Le pareti – semplici assicelle di legno, cartongesso, compensato e vinile messe insieme – non erano altrettanto sicure ma, di solito, chi voleva irrompere in una casa provava prima a forzare la porta. Le sbarre alle finestre non erano ostacoli insormontabili, ma erano sufficienti per indirizzare altrove potenziali scassinatori. Prima di abbassare la maniglia, suonò il campanello. Tre rapidi colpi che potevano sembrare un’unica, ininterrotta scampanellata. Malgrado avesse impostato il volume al minimo, il suono delle campane di Westminster fu solo leggermente attutito dalle pareti sottili. Varcò in fretta la soglia trattenendo il respiro per sicurezza. Non ci furono sommessi scricchiolii di vetri rotti, così tirò il fiato mentre si chiudeva la porta alle spalle.
Il sistema di sicurezza l’aveva ideato da sé. I professionisti che aveva studiato all’inizio avevano ciascuno il proprio metodo, ma nessuno possedeva le sue competenze specialistiche. E lo stesso valeva per gli autori dei vari romanzi che adesso usava come inverosimili manuali. Quanto le restava da imparare, l’aveva reperito facilmente su YouTube. Qualche pezzo di una vecchia lavatrice recuperato in una discarica, un microcontroller ordinato online, un nuovo campanello per la porta, un paio di altri acquisti, e si era costruita una solida trappola esplosiva.
Si chiuse le serrature di sicurezza alle spalle e accese le luci usando l’interruttore più vicino alla porta. Era installato in un pannello insieme ad altri due. Quello in mezzo era fasullo. Il terzo, il più lontano dall’ingresso, era allacciato allo stesso cavo a basso voltaggio del campanello. Al pari dell’impianto e della porta, il quadro degli interruttori era molto più recente di qualsiasi altro oggetto della piccola stanza davanti a lei, che faceva da soggiorno, sala da pranzo e cucina.
Tutto sembrava come l’aveva lasciato: mobili essenziali ed economici – niente di abbastanza voluminoso perché un individuo adulto potesse nascondercisi dentro –, ripiani vuoti e tavolo, niente ornamenti né soprammobili. Un luogo sterile. Sapeva che, nonostante il pavimento in vinile color avocado e senape e il soffitto a buccia d’arancia, conservava ancora l’aspetto ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- The Chemist
- Dedica
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- Epilogo
- Ringraziamenti